Nulla da aggiungere, riprende l’annosa questione che ho abbozzato in un precedente post, ponendo l’accento sulle motivazioni che sottendono questo tipo di dipendenza.
Sì: dipendenza è la parola giusta, dal momento che i meccanismi chimici che si innestano nel nostro cervello quando riceviamo un Like sono — su scala ridotta — gli stessi che sperimenta un eroinomane dopo la sua dose.
Ecco quindi persone che condividono lo stesso stato in diversi momenti del giorno, sperando di ricevere più ‘mi piace’. Persone che giocano a “chi ce l’ha più lungo” con il numero di follower su Twitter. Persone che cambiano la foto profilo quotidianamente, spesso ritoccandola. Persone che condividono ogni momento della propria vita, cercando di farla sembrare più interessante di ciò che è in realtà. Tutte persone che, in definitiva, smaniano di approvazione per ciò che sono, anzi, per ciò che mostrano di essere.
Quanto a me, non sono sicuro di essere fuori dal gruppo.
Vanità…decisamente il mio peccato preferito.
— Al Pacino ne ‘L’avvocato del Diavolo’
Ci sono volte in cui ti siedi e scrivi
non c’è un motivo, non c’è un argomento
solo la voglia di mettere nero su bianco pensieri sparsi
stream of consciousness
ma tu non sei Joyce
non ti studieranno sui libri di scuola
C’è musica in sottofondo
Dylan, Smiths, Radiohead
ma tu non hai il talento di Zimmerman
non hai la voce di Yorke
ti viene da chiederti: che cos’hai?
Cosa ti rende unico?
Sei speciale?
Sei amato?
Ti ami?
La mente genera domande
la mente non fornisce le risposte
le cerchi negli altri
le cerchi nei libri
le trovi?
Ti senti vuoto, magari
lo vuoi riempire
arranchi fino alla laurea
lo fanno tutti
cerchi una ragazza
lo fanno tutti
poi fermi uno per strada
ti ci rivedi
sei sempre stato così?
“Una vita non esaminata non è degna di essere vissuta”
‘fanculo, Socrate.
Che sapore ha la cicuta?
La maggior parte di voi avrà già visto il video, dal momento che è stato diffuso moltissimo nel corso dell’ultima settimana. Direi che si commenta da solo e riporta in auge un discorso affrontato da molti altri prima di me, alcuni1 con un punto di vista simile al mio, altri2 con un modo di vedere la questione un po’ differente. Non voglio quindi esporre la mia prospettiva, perché rischio di essere ridondante e di non aggiungere nulla di significativo rispetto a quanto detto da altri.
Quindi qual è il senso di questo post? Semplicemente riportare ad imperitura memoria le parole scritte oggi nello stato della pagina Facebook ‘Tad‘ (a proposito: mettete “mi piace”, non ve ne pentirete).
Ero ad un concerto qualche settimana fa, e ho assistito a numerose persone che riprendevano lo spettacolo con i loro smartphone, piuttosto che seguirlo dal vivo, direttamente con i loro occhi. Siamo diventati così impegnati a cercare di catturare qualsiasi cosa con l’aiuto della tecnologia che ci dimentichiamo di godere delle cose che abbiamo davanti, mentre queste accadono.
Il prezzo che paghiamo per cercare di cristallizzare questi momenti, affinché siano accessibili in futuro, è l’impossibilità di apprezzare realmente ciò che accade, quando accade.
Non succede solo durante i concerti, ma anche alle riunioni di famiglia, agli eventi mondani, agli appuntamenti, alle uscite con gli amici. Il problema non sorge solo quando si cerca di catturare un momento, ma anche quando si vuole evadere dalla situazione in cui ci si trova, controllando i social network, giocando ai videogames, navigando sul web, et cetera. La tecnologia ci permette di essere da soli in mezzo ad una moltitudine di persone.
Questo weekend sforzatevi di mettere da parte lo smartphone e godervi la vita. Godetevi il vostro partner, gli amici. Vivete il momento, invece di registrarlo per un ipotetico futuro.
La tecnologia è il mostro brutto e cattivo? No. Siamo noi che abbiamo queste tendenze e sarebbe bene prendere coscienza e cercare di contrastarle, quando possibile, perché il tempo non torna mai indietro.
If you want to keep your memories, you first have to live them.
— Bob Dylan
Anni fa lessi un aforisma di Platone sull’amicizia che la descriveva come “un’anima divisa tra due corpi”. Questa citazione mi colpì molto, soprattutto perché mi trovavo in un periodo della mia vita in cui gli amici — quelli veri — rappresentavano il mio più grande sostegno.
L’idea di un sentimento ferreo, nobile, che vincolasse due persone di qualsivoglia sesso come una sorta di patto inscindibile mi piaceva parecchio. Inutile dire che ero caduto nella trappola dell’idealizzazione, un subdolo fantasma che, una volta dimostrata la sua vacuità, si dissolve lasciandoti con un pugno di mosche in mano ed una sensazione amara in bocca. Il tempo passa, le persone cambiano, così come le tue stesse esigenze; a ben vedere non ci si deve né arrabbiare, né sentire in colpa per questo. I tradimenti, d’altro canto, possono fare davvero male e sebbene sia vero che il tempo lenisce ogni dolore, le cicatrici rimangono visibili, ad imperitura memoria. È quindi importante non lasciarsi condizionare da un singolo evento, precludendoci eventuali bei momenti futuri.1
Ho già parlato di quanto sia importante ogni singolo incontro, ogni rapporto, di come si debba essere consapevoli che ogni cosa prima o poi giunge al termine, di modo da goderne al meglio finché c’è. Oggi invece vorrei soffermarmi sull’importanza della scelta. Sì, perché fino a prova contraria siamo persone libere, capaci di intendere e di volere, che non devono necessariamente accontentarsi di tutto quello che capita. “Go with the flow” non vuol dire “abbassa la testa e fatti andare bene tutto”, ma piuttosto “impara a fare surf sul mare della Vita”.
Per spiegare ciò che intendo devo partire dalla radice della questione. Ci sono varie definizioni dell’amicizia, la famosissima: “L’amico si vede nel momento del bisogno”, oppure — la mia preferita — “L’amico si vede nel momento della felicità”. È logico che non si possa cristallizzare un rapporto in una frase, tanto più che ogni persona ha sensibilità diverse, e quello che per qualcuno potrebbe essere “l’amico della vita”, un altro, al suo posto, lo relegherebbe al rango di conoscente. Credo però che la nascita di questo tipo di rapporto abbia dei tratti comuni un po’ per tutti; dice Plutarco nel ‘De adulatore et amico‘:
[…] la base dell’amicizia è soprattutto un’istintiva somiglianza di personalità ed indole, per cui si amano le stesse usanze e modi di comportarsi, e ci si diverte con gli stessi fatti e le stesse attività.
Insomma, la condizione necessaria affinché sorga quello spontaneo sentimento di simpatia, propedeutico all’amicizia, è il feeling.2 Già qui iniziano le prime insidie per le amicizie di gioventù: i miei interessi (la mia stessa personalità) sono radicalmente cambiati rispetto anche a soli 5 anni fa, posso ancora considerare amiche persone che si sono trovate su percorsi di crescita differenti, fino ad arrivare ad adottare linee di pensiero che sono letteralmente agli antipodi, rispetto alle mie?
Ovviamente, messo così, è un discorso senza senso: il feeling non è che la scintilla iniziale, poi l’amicizia sorge e si nutre di tutte le esperienze vissute assieme (sia nella quantità che nella qualità); non importa quante differenze sorgano, se le persone che hai attorno ti conoscono intimamente, ti fanno sentire valorizzato, riescono a migliorare il tuo umore con la loro sola presenza e cercano di consigliarti per il meglio. Tutto ciò è vero, ma se non fosse realmente così? Se ciò che ho appena descritto non fosse altro che un effetto placebo, un’abitudine residua, un riflesso di ciò che un tempo era e che ora è svanito?
Dando per scontato che la propria attitudine verso gli amici sia la migliore possibile, c’è un indice che possiamo (dobbiamo) controllare, di modo da vedere con chiarezza le persone che abbiamo attorno: la sincerità. L’amico non si vede durante i bagordi, non si vede quando tende la mano per aiutare, né quando inveisce a tuo fianco contro qualcuno per cui condivide con te l’astio, queste sono cose che può fare anche chi conosci da una settimana. L’amico si vede quando prende una posizione e non ha paura di sbarrarti la strada e vomitare parole dure, se ritiene che tu stia sbagliando e/o ti stia facendo del male.
Sempre Plutarco:
A volte infatti, per far del bene a un amico capita di doverlo ferire, senza per questo che l’amicizia ne risenta. A volte si debbono pronunciare parole pesanti, come una medicina che guarisce e tutela il malato.
Un vero amico ti mette di fronte ai tuoi peggiori difetti, se necessario. Anche qui, però, bisogna saper tendere bene l’orecchio e discernere le finalità del rimprovero: non bisogna confondere un amico preoccupato che imbraccia l’arma della schiettezza, con un presuntuoso che mette in luce le tue vulnerabilità per sviare l’attenzione dalle proprie. A ben vedere basta un po’ di attenzione per cogliere le differenze: il primo tocca le corde giuste per scuoterti ed è propositivo, il secondo vuole solo disorientare; il primo redarguisce in privato, il secondo ha bisogno di un pubblico per rafforzare il proprio Ego e dimostra di non rispettarti.
Alla luce di ciò si può capire perché “chi trova un amico, trova un tesoro” e credo si possa iniziare a distinguere tra amicizie e frequentazioni, infatti un Amico — soprattutto nell’era degli smartphone — non è indispensabile vederlo spesso, affinché sia tale. Termino quindi il mio excursus, ricollegandomi a ciò che dicevo in apertura: indipendentemente dalla propria profondità d’animo e dal personale modo di concepire le amicizie, bisogna scegliere le persone che si vuole avere attorno.3
Per quanto dotato di autocoscienza e libero arbitrio, l’essere umano è un prodotto dell’ambiente in cui vive. Frequentando gente prevenuta, ad esempio, si è più soggetti a sviluppare pregiudizi. Chi è in mezzo ad un gruppo di sabotatori, abituati a sminuire gli altri per affermare sé stessi, dovrebbe scappare a gambe levate, perché quelli di sicuro non sono amici: sono sanguisughe di entusiasmo, che riuscirebbero a convincere una colomba di essere un pollo; molto meglio circondarsi di persone propositive.
Nella prima fase della vita si è indifesi e incapaci di badare a noi stessi, va da sé che il bambino deve sottostare alla volontà di altri e quasi tutto ciò che lo riguarda non lo sceglie, ma piuttosto gli capita. Il primo grande atto di indipendenza che può compiere un individuo adulto è compiere delle scelte e non accettare il peso di vecchie abitudini, se queste non danno più alcuna soddisfazione. Bisogna saper andare avanti, con gratitudine per ciò che in passato ha significato tanto, ma senza troppi rimpianti, senza tristezza, delineando il proprio percorso.
“So long and thanks for all the fish”
Questa è una regola generale, non vale solo per le amicizie tradite. ↩
Se gli autori greci e latini avessero avuto a disposizione la lingua Inglese, avrebbero senz’altro usato meno parole per esprimere i concetti. ↩
Mi riferisco ai rapporti esterni alle situazioni lavorative, visto che i propri colleghi non si scelgono, capitano. ↩
Potente signora, oscura viandante
Suprema ti ergi, tu, tra le tante
Un po’ mi spaventi eppure mi chiami
Parlando con l’eco di suoni lontani
Accorto ti scruto, ma con gran stupore
Mi scopro a indagare il mio mondo interiore
Solo lontano dal chiasso del giorno
Si può dare un senso a ciò che si ha attorno
Dolce matrona stendi il tuo manto
Offri riposo all’animo affranto
Ma chi non ti vive tende a scordare
Quanta magia avvenga al tuo altare
Per tutta la vita restiamo imprigionati dentro a campane di vetro create da noi stessi, campane con lo scopo di proteggerci, di deformare la nostra immagine mascherando le nostre vulnerabilità. Eccoci, dunque: noi, moltitudine di formiche occupata a mantenere efficiente il formicaio che ci ostentiamo a chiamare “casa”, ma che assomiglia molto di più ad un’arena, dove ogni incontro è uno scontro. Noi, esseri fragili, patetici, inebriati dall’orgoglio, ormai incapaci di provare compassione, di realizzare che la corazza che indossiamo non corrisponde a chi siamo realmente, che i paguri senza le loro conchiglie sono tutti uguali. Ugualmente fragili.
Finché, un giorno, succede l’irreparabile. Un giorno un uomo, in nome di una qualche vendetta, impugna un’arma e fa fuoco su gente indifesa. La campana gli offusca la vista, non capisce che il responsabile di ciò che di brutto gli è successo è soltanto sé stesso, non vede che il “nemico” a cui sta mirando è una madre di famiglia, che lei non merita tutto questo e che i figli non dovrebbero conoscere il dolore che lui sta per scatenare. Forse, in carcere, avrà tempo per riflettere, la sua corazza crollerà e riuscirà a comprendere quel che ha fatto. Forse sì, ma sarà troppo tardi.
Cogito, ergo sum, disse Cartesio; penso, dunque sono. Un affermazione inattaccabile e banale solo all’apparenza, perché se partissimo dalla domanda che l’ha generata credo che nessuno potrebbe fornire una risposta sensata senza rifletterci per bene: cos’è che definisce la nostra esistenza? Non è però di questo che voglio trattare ora, bensì voglio porre l’attenzione su di un concetto strettamente correlato, quello di realtà. Noi uomini usiamo i nostri sensi per interagire con il mondo, ma ciò che percepiamo può essere definito la realtà, oppure è solo una realtà?
Prendiamo come esempio il senso della vista. I nostri occhi contengono milioni di cellule fotosensibili, chiamate coni e bastoncelli; i coni permettono di percepire forme e colori, mentre i bastoncelli rendono gli occhi sensibili a luce e movimento. Soffermiamoci un attimo sui coni e sulla differenza che intercorre tra i nostri e quelli di altri esseri viventi. Nei cani queste cellule possono recepire due tipi di colori, verde e blu, ciò permette loro di vedere verde, blu, grigio e qualche sfumatura di giallo. Noi uomini abbiamo in aggiunta dei coni deputati alla percezione del rosso, il che ci rende disponibili un set di colori molto più variegato rispetto ai nostri amici a quattro zampe. Potremmo quindi logicamente affermare che la realtà da noi percepita è diversa da quella che sperimenta un cane, ma prima di trarre qualsiasi conclusione voglio portare altri due esempi. Pochi sanno che le farfalle possiedono due tipi di coni in più rispetto a noi uomini, ossia possono vedere due colori aggiuntivi per cui noi non abbiamo nemmeno i nomi, senza contare lo spettro generale che risulta da tutte le possibili combinazioni! Infine vi è il caso limite della mantis shrimp, una “mantide marina” di cui ignoravo l’esistenza fino a qualche mese fa, che sembra avere gli occhi dotati di ben sedici(!) tipi di coni.1
Alla luce di quanto scritto sopra, la percezione di un fenomeno naturale come l’arcobaleno può variare dalla scialba miscela di blu e verde vista da un cane, sino all’esplosione inimmaginabile di colori che si presenta agli occhi della mantis shrimp. Non me la sento di lanciarmi in speculazioni eccessive ed affermare che la realtà è semplicemente un’illusione (sebbene credo si debba riflettere un po’ sull’effettivo significato della parola), ma quel che è certo è che la percezione che noi ne abbiamo è quantomeno parziale.
Anche lasciando perdere le differenze stutturali tra quella umana ed altre specie, possiamo arrivare a comprendere la nostra limitata visione di ciò che ci circonda riflettendo sul concetto di multidimensionalità; con questo termine non voglio evocare la teoria delle stringhe e parlare di universi paralleli2, ma semplicemente porre l’attenzione sulle dimensioni che noi riusciamo a percepire. Notoriamente sono tre: lunghezza, larghezza e profondità, giusto? Sbagliato. In effetti esiste una quarta dimensione di cui abbiamo sentore: il tempo. La differenza sostanziale rispetto alle precedenti è che quest’ultima non la possiamo realmente osservare, ma ne percepiamo l’effetto su noi stessi e ciò che ci circonda. Una riflessione sulla multidimensionalità in questi termini emerge dal racconto ‘Flatlandia‘ in cui i protagonisti, che vivono in un mondo bidimensionale, entrano in contatto con una sfera proveniente da una realtà a tre dimensioni — quindi dotata di profondità.3 Il concetto specifico di quarta dimensione viene invece citato in modo piuttosto evidente nel film ‘Donnie Darko‘, in cui il protagonista diventa in grado di vederne il flusso: un fluido che esce dal torace delle persone.4
In seguito a tali riflessioni, sorge spontanea una domanda: possiamo essere in grado di comprendere realmente ciò che non riusciamo a sperimentare nella sua totalità? Gli sforzi della mente umana, dalla filosofia ellenica alla moderna scienza, sono sempre andati in direzione del capire il come ed il perché delle cose; a differenza però delle speculazioni filosofiche che devono per forza far leva su differenti interpretazioni e quindi non sono in grado di ricavare un verità ultima, la scienza sembra aver trovato uno “strumento” con cui poter indagare ogni aspetto del reale ed a cui affidarsi ciecamente: la matematica.
Ma la matematica esiste davvero? Nonostante il mio astio personale nei confronti di tutto ciò che abbia a che fare con i numeri, non posso che riconoscere la loro importanza e la loro incredibile capacità di adattarsi a qualunque contesto, quasi la matematica fosse fornita in bundle con la realtà: qualcuno potrebbe ragionevolmente affermare che, se qualcosa esiste, può essere tradotto in dati numerici. Ma io, da bravo bastian contrario, vorrei citare il vecchio koan Buddhista: «Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori, l’albero produce un rumore cadendo?», oppure la domanda: «La Luna, dunque, non esiste quando nessuno la osserva?» la cui risposta fu considerata da Bohr tutt’altro che semplice. Dunque la matematica è stata scoperta o inventata dall’uomo?
Non possiamo vedere la matematica, possiamo carpire informazioni da ciò che ci circonda e tradurle in concetti matematici. Ok, non essendo (affatto!) il mio ramo di competenza, ogni parola che scrivo rischia di essere una zappata sui piedi, tuttavia nel mondo scientifico è molto discussa la questione dell’effettiva esistenza della matematica. Vi sono i sostenitori del realismo matematico, convinti che le entità matematiche esistano indipendentemente dalla mente umana, e poi vi sono gli anti-realisti, i quali sostengono che l’unica ragione per cui abbiamo il nostro immenso bagaglio di conoscenza matematica non è perché l’abbiamo scoperto, ma perché l’abbiamo “creato”. È un dibattito insoluto e probabilmente è destinato a rimanere tale. Sguscio via abilmente da questo groviglio di filo spinato che mi sono costruito attorno lasciando parlare un breve — ma informativo — video sulla questione (è in inglese senza sottotitoli, mi spiace).5
La matematica dunque “potrebbe” essere un’opinione. In ogni caso credo abbia davvero poco senso additarla come verità universale, in quanto — come si è visto — la nostra consapevolezza del Tutto è estremamente relativa. Ho notato che parlare di questi argomenti è molto difficile, vista la presenza di persone che nutrono un vero e proprio astio per il relativismo, forse perché vivere in un mondo senza certezze è spaventoso?
In seguito a numerose esperienze (ed ancora più numerose letture) mi sono trovato a considerare l’approccio relativista come quello che meglio si applica alla realtà quotidiana; tuttavia, per essere fedele al mio ragionamento, devo ammettere che si tratta pur sempre di una mia opinione.
Il Dao si cui si può parlare non è l’eterno Dao
I nomi che si possono nominare non sono i nomi eterni
Senza nome l’origine di cielo e terra
Con nome, la madre dei diecimila esseri.
I primi due versi dicono: ogni discorso è contingente, ogni rappresentazione della realtà è condizionalmente valida, ogni norma prescrittiva è relativa. Ogni discorso sul reale è una mappa e una mappa non è il territorio, ma solo una rappresentazione approssimativa. Il “territorio”, la realtà, resta eternamente al di là di ogni mappa che possiamo farcene, resta eternamente al di là del dicibile.6 “I nomi” sono quindi relativi, contingenti, hanno senso nel contesto di un universo di discorso, sono strumenti efficaci per fini particolari, ma non toccano la realtà.
Essendo la lingua cinese molto complessa la parola “nomi” è una traduzione di comodo, va qui intesa come “qualsiasi rappresentazione della realtà”: abbraccia l’intera dimensione del rappresentare un mondo. Non appena la coscienza riconosce un “sé” e un altro “sé”, i nomi hanno origine; con i nomi nascono le cose, esse non preesistono alla coscienza, bensì emergono nell’atto di nominare. L’universo vecchio di quindicimila anni sorge insieme alla coscienza che lo contempla come tale.
Il ragionamento fatto sopra è tratto dall’analisi a cura di Augusto Shantena Sabbadini presente nel libro da me acquistato, non l’ho trasposto come citazione perché l’analisi in toto è più dettagliata e divaga verso argomenti che andrebbero decisamente off-topic.
I successivi due versi pongono maggiore enfasi su quanto i “nomi” siano in realtà distanti dall’essenza di tutte le cose e di come quindi ciò che noi chiamiamo realtà non sia altro che una proiezione del nostro “sé” all’interno dell’Universo che lo contiene; una tesi molto solipsistica. Stando così le cose non può esistere un’oggettività, tutto è soggettivo, contestuale, ed il nostro atto di “nominare” non fa altro che snaturare l’essenza unitaria del Tutto. Laozi coglie il primo segno del degrado nella distinzione fatta tra bene e male e qui andrebbe aperta un’enorme parentesi, ma nel farlo andrei troppo fuori strada, quindi cercherò di minimizzare ogni possibile dubbio ed obiezione mantenendo il discorso il più lineare possibile.
Esattamente come ogni altra cosa anche questo “relativismo radicale” necessita di una contestualizzazione: nelle comunità di individui sono necessarie delle regole basate su concetti ben definiti di “bene” e “male”, sebbene sarebbe interessante indagare sulle modalità con le quali è avvenuta tale dicotomia. Il tabù del cannibalismo, ad esempio, non è mai stato universalmente riconosciuto come tale, tanto è vero che il processo evolutivo ha selezionato un batterio epidemico in grado di proliferare esclusivamente tramite questo mezzo, ed è stato molto diffuso presso gli indigeni della Nuova Guinea fino a che tale pratica non è stata eradicata dai colonizzatori. A suffragio di questa tesi relativistica vi è la teoria sociologica della subcultura secondo cui una persona può commettere reato perché si è conformata ai valori di un sotto-gruppo, i quali contrastano con quelli della società generale.
Dunque non solo la nostra percezione soggettiva del reale ci impedisce di indagarlo a fondo, ma ha importanti ripercussioni anche sul modo nel quale la società in cui viviamo viene modellata. Tuttavia anche migrando dal macrocosmo dell’Universo al microcosmo della società, finanche a quello delle relazioni interpersonali, si possono ugualmente scorgere problemi nel definire la realtà che abbiamo di fronte agli occhi; un esempio emblematico è rappresentato dal concetto di “normalità”.
Ci si potrebbe gettare in disamine etiche senza fine sulla parola “anormale” che spesso risulta sinonimo di “diverso dalla massa” e che quindi finisce per generare odio e fratture all’interno dei sistemi sociali, ma queste considerazioni le lascio ai sociologi di professione. Avendo improntato il discorso come una speculazione filosofica preferisco tornare a porre l’attenzione sul rapporto puramente soggettivo che ciascuno di noi ha con l’ambiente circostante (e quindi anche con le persone che lo popolano). Mentre un’ottica scientifica necessita dell’applicazione di un metodo dalla comprovata efficacia, di modo che l’approccio sia massimamente razionale e possa raggiungere un punto di vista oggettivo,7 nella nostra quotidianità un ruolo preminente lo giocano gli istinti, dai quali la stessa ragione finisce per essere condizionata.
Quindi il già citato concetto di “normalità” non è quasi mai ben delimitato, bensì molto spazio è lasciato all’interpretazione e — soprattutto — a quello che si potrebbe definire il “sistema di riferimento“. Siccome un chiaro esempio vale più della vagonata di caratteri che dovrei usare per spiegare ciò che intendo, cito qui di seguito un passo tratto dal libro di Sheldon Kopp: ‘Se incontri il Buddha per la strada uccidilo‘:
Una volta sono stato testimone di un esempio ironicamente illuminante della definizione culturale di insania, e delle politiche di potere inerenti al controllo sociale psichiatrico. Nel periodo in cui facevo parte del personale dell’Ospedale Psichiatrico Statale del New Jersey, uno strano uomo comparve a un angolo di una strada a Trenton; era avviluppato in un lenzuolo bianco e mormorava a bassa voce strane parole incomprensibili. La sua stessa presenza minacciava nel suo complesso la certezza di equilibrio mentale della comunità. Per fortuna, per il bene dell’uomo stesso, un cittadino più equilibrato chiamò un poliziotto. Così si riuscì a portare questo poveretto sotto la protezione racchiusa del manicomio.
I suoi sforzi di spiegare il suo strano comportamento furono inutili, dal momento che era chiaramente un matto o, per essere più scientifici, bisogna dire che venne classificato con quella sindrome comoda e omnicomprensiva nota come Schizofrenia, Tipo Cronico Indifferenziato. Sarebbe stato difficile per chiunque comportarsi in quella situazione con maggiore credito del personale diagnostico, dal momento che il paziente rimaneva un presunto pazzo finché non si fosse dimostrato sano di mente, non era rappresentato dall’avvocato, e non gli fu neppure detto che qualunque cosa dicesse poteva ritorcersi contro di lui.
Vi operava poi anche un’altra limitazione, che derivava epifenomentalmente dalla sociologia della medicina americana. Ai medici provenienti da paesi stranieri non è permesso esercitare la professione in questo paese fino a quando non hanno dimostrato competenza sia nella lingua inglese che nella medicina. Fin qui, tutto bene. Nell’assenza di tale dimostrazione di competenza, però, a loro è permesso lavorare come psichiatri interni negli istituti mentali statali. Ho visto cittadini irascibili (ma altrimenti normali) diagnosticati come psicotici confusi, giudicati incapaci di intendere e privati dei loro diritti civili e della loro libertà sulla base della loro incapacità di comprendere le parole incompetenti di psichiatri interni male addestrati la cui conoscenza dell’inglese era così limitata che neppure io riuscivo a comprenderli.
Per fortuna, per il paziente dal lenzuolo bianco che mormorava in modo incomprensibile, il giorno delle visite in ospedale ebbe inizio la mattina successiva. Evidentemente il paziente in questione aveva telefonato a casa e fatto sapere la sua situazione. Quella mattina venti altri individui coperti tutti di lenzuola bianche, giunsero all’ospedale. Visto il loro strano abbigliamento, risultarono egualmente incomprensibili al personale psichiatrico. Venne fuori (con il divertimento dello psichiatra più anziano dell’ospedale) che quegli uomini e donne erano tutti membri della stessa setta piccola religiosa rurale, un gruppo religioso che in parte definiva la propria identità abbigliandosi nella purezza del tessuto bianco e che si sentiva divinamente ispirato a parlare in diverse lingue. Lo psichiatra (un cattolico osservante che settimanalmente riceveva il corpo e il sangue di Gesù Cristo) li considerò un gruppo estremamente bizzarro. Che il cielo lo aiuti a non doversi mai trovare in una comunità ove le sue affiliazioni religiose risulterebbero egualmente oscure! Un uomo simile è un pazzo. Venti di tali uomini costituiscono una comunità accettabile e sana di mente.
Come si può evincere da questo (preoccupante) aneddoto, la concezione relativistica della realtà ha un suo perché anche senza tirare in ballo sovrasistemi metafisici. Proviamo però ora a scendere un po’ più nel dettaglio e porre l’attenzione sui singoli individui, piuttosto che sulle aggregazioni di persone.
Non è un mistero per nessuno che io sia un assiduo frequentatore di Reddit e non del tipo passivo: mi piace anche aprire thread e porre domande. Più di un anno fa, prima che scoprissi l’esistenza di quello che oggi è uno dei miei subreddit preferiti, decisi di cercare un approccio Zen ad un tarlo che mi stava dando parecchi problemi in quel periodo: come non lasciarsi condizionare dall’opinione altrui? Posi questa domanda in /r/Zenhabits e ricevetti una risposta illuminante che traduco qui sotto:
Cerca consapevolmente di non prendere nulla a livello personale. Ognuno ha la propria idea di come vadano le cose in questo mondo, di come loro e chiunque altro siano fatti e di cosa sta accadendo sotto i loro occhi, basandosi unicamente sulle loro convinzioni personali. Ogni individuo ha la propria definita idea riguardo la realtà, il proprio filtro, la propria interpretazione. Per ciascuno di noi tutto è nel modo in cui noi lo vediamo, indipendentemente da quelli che possono essere i punti di vista altrui.
Quindi ciascuno vede il mondo a proprio modo, questo per via delle sue convinzioni personali. Convinzioni che ha selezionato in modo più o meno cosciente, indipendentemente dalle tue azioni.
Se mentre cammini per strada passi di fianco ad uno sconosciuto e questi si rivolge a te con fare acido dicendo: «Odio le tue calze viola e arancioni!», a quel punto tu lo guarderai con fare confuso e stranito perché non indossi calze come quelle, non possiedi proprio un paio di calze di colore diverso dal bianco. Questo è un esempio un po’ bizzarro, ma vuole dimostrare il seguente principio: ogni individuo vede e giudica il mondo circostante basandosi sulle proprie convinzioni. Non hai alcun obbligo a concordare con la loro visione della realtà.
Ogni volta che qualcuno si rivolge a te come il tizio delle calze viola e arancioni e offre il suo modello di realtà tu hai sia la possibilità di accettarlo ed integrarlo con il tuo e dire: «Cavolo, ha ragione! Queste calze fanno venire il voltastomaco. Chissà cosa mi è preso quando ho pensato di indossarle.», oppure puoi dire: «No, grazie.» e continuare per la tua strada preferendo il tuo modo di vedere le cose.
Ciò che sto cercando di dirti è che quando qualcuno ti giudica non lo sta facendo perché tu hai un qualche reale motivo per provare vergogna, sentirti in colpa o in imbarazzo, ma perché ha in mente una serie di valori che sono completamente diversi dai tuoi, e non hai alcuna responsabilità di concordare con loro. Non è nulla di personale. Non riguarda te, riguarda loro.
Ciò non significa che tu hai sempre ragione e chiunque non è d’accordo con te ha sempre torto. Non significa che hai facoltà di compiere un genocidio e mandare a quel paese chiunque ti vuole mettere in prigione. Hai ancora la responsabilità di agire in linea con la tua morale e con ciò che ritieni giusto. Questo è parte di un più largo percorso di trasformazione che include onestà intellettuale, amor proprio e crescita personale.
La stessa idea va applicata ai riscontri positivi. Quando le persone dicono: «Oh Jaja1990, sei così gentile!» oppure «Wow è stata una cosa davvero carina da parte tua», ecc…non è realmente merito tuo. Queste cose vengono dette perché la loro concezione della realtà le fa reagire in tal modo. Sai di essere una brava persona e non hai bisogno che qualcuno te lo dica in modo da sentirti bene con te stesso. Puoi concordare con loro e condividere i loro apprezzamenti nei tuoi confronti, ma non cadere nella trappola di credere di aver bisogno di conferme da terze parti. Siete come due viaggiatori le cui strade si incrociano momentaneamente. Potete apprezzare la vostra compagnia reciproca, ma tu non sei su quel sentiero perché ci sono anche gli altri — c’eri già da prima.
Il penultimo paragrafo è suscettibile di parecchie obiezioni. Ad esempio l’Olocausto è avvenuto nella più ferma convinzione che fosse la cosa giusta da fare e l’antisemitismo può benissimo essere visto come una “morale”. Purtroppo quando ci si addentra in questo tipo di riflessioni è come camminare in un campo minato e per dimostrare efficacemente la propria tesi si dovrebbero sviscerare dettagli per i quali probabilmente non basterebbe un libro intero. La chiave di volta del discorso, per come la vedo io, è il rispetto reciproco dettato da esigenze condivise. L’intero discorso affrontato fino ad ora si svolge su più livelli, dal generale a particolare: se è vero — come ipotizzato dalla tesi principale — che l’atto di “nominare l’innominabile” finisce per snaturare la realtà e creare un mondo sensibile che altro non è che il riflesso della vera essenza, la quale rimane per noi insondabile, è altrettanto vero che il mondo da noi “creato” e i vari sottoprodotti (come la società) sottostanno a morali e regole condivise dagli individui che la compongono.8
Fatta questa doverosa precisazione, il discorso di quell’utente è particolarmente calzante e mi fece riflettere parecchio, fino a diventare uno dei capisaldi del mio pensiero attuale. Una volta tenuta come punto fermo l’umiltà necessaria per accantonare l’orgoglio ed essere massimamente sinceri con sé stessi — prerequisito indispensabile per l’onestà intellettuale — ci si inizia ad accorgere che le persone vedono la realtà tramite il proprio filtro, ed i giudizi estemporanei non si poggiano su alcuna base solida. Personalmente trovo molto calzante questa citazione: «La tua percezione di me è un riflesso di te stesso. La mia reazione a te è una consapevolezza di me».9
Nonostante ciò sono pochissime le persone che si fermano a riflettere sull’effettivo significato delle loro azioni, generalizzando si potrebbe dire che ogni individuo che potete incontrare per strada è il protagonista assoluto della propria esistenza ed il modo in cui vede le cose è l’unico ed insindacabile modo di vederle: tutto ciò che non si conforma è semplicemente sbagliato.
Pochissimi si mettono in discussione e fanno quel passo in più dato dal porsi nei panni altrui; la tendenza che ne risulta è un generale appiattimento dell’individualità, la visione più diffusa diventa quella “giusta” a cui tutti si devono uniformare, pena: l’emarginazione. Una “soggettività condivisa” viene oggettivata diventando il perno di uno status quo visto come equilibrio da proteggere ad ogni costo. A fare le spese di questo istintivo comportamento sono le “mosche bianche” (o le pecore nere, a seconda dei punti di vista), come dimostra questa immagine postata su Imgur che traduco qui:
Ho davvero dovuto insegnare a mia madre i fondamenti dell’essere un genitore.
In entrambe queste foto il soggetto è mia figlia, la prima è stata scattata nel 2011, la seconda nel 2012. Le lascio scegliere i propri vestiti, le proprie scarpe, il proprio taglio e colore per i capelli, praticamente qualsiasi cosa di superficiale. È troppo piccola per comprendere le conseguenze di piercing e tatuaggi, quindi non ne ha. Ma i capelli crescono, le scarpe diventano piccole ed i vestiti si logorano. Tutte queste cose non hanno una reale importanza — non dovrebbero averne — ma chiunque stia crescendo un figlio anticonformista sa che il mondo non è altrettanto comprensivo.
Mia figlia di recente ha chiesto un taglio di capelli come il mio. Un lungo ciuffo in cima e sfumature cortissime ai lati e sulla nuca. Mi ha supplicato per settimane per potersi tingere nuovamente i capelli, ma non è ho avuto il tempo. Oggi però è venuta da me con la stessa timidezza che sta iniziando a sviluppare quando è fuori casa; i suoi compagni e membri della famiglia le fanno continuamente pressione affinché assuma un aspetto “normale”, perché lasci crescere i suoi capelli e non se li tinga, perché si vesta in una determinata maniera (lei odia conformarsi), per alterare o meno il suo aspetto in modo da conquistare l’approvazione degli altri e della società in generale.
QUESTO MI FA DAVVERO INCAZZARE
Ho chiamato mia madre questa notte, perché mia figlia è tornata molto timida e non voleva più tingersi i capelli a causa di ciò che sua nonna le aveva detto. Mia madre ha replicato che dovremmo comprare uno di quegli spray che vengono usati per colorare i capelli ad Halloween, così la tinta non sarebbe “permanente” e mia figlia potrebbe tornare di nuovo “normale” evitando così di essere vittima di bullismo.
NON SONO LE VITTIME CHE DEVONO SMETTERE DI ESSERE TALI. SONO I BULLI CHE DEVONO SMETTERE DI ESSERE BULLI.
Lo so che viene presa in giro ogni tanto e ne abbiamo sempre parlato. Lei rimane forte e sicura di sé fintanto che ha il supporto delle persone che le vogliono bene. Ma quando il supporto vacilla, o fa marcia indietro, lei cade a pezzi.
Viene inoltre presa in giro perché le piacciono i dinosauri e non le bambole. Viene presa in giro perché preferisce fare la lotta piuttosto che giocare alla donna di casa. Viene presa in giro perché le piace Saetta McQueen e non Cenerentola. Dove dobbiamo tracciare il confine?
Mia madre pensa che questa sia una “sciocchezza”, che sia meglio non pensarci. Ma ciò pianterebbe il seme del dubbio, getterebbe le basi per consentire che i bambini eccentrici vengano rinchiusi negli armadietti, che i bambini disabili si sentano inutili, che le ragazzine accettino partner violenti. Questa non è un “sciocchezza”, è un cazzo di PROBLEMA, perché è del carattere di mia figlia che stiamo parlando e darà forma alla sua vita.
Supportate i vostri cazzo di figli. Lasciate che siano chi loro vogliono essere, che appaiano come vogliono apparire e che giochino come vogliono giocare. Ed assicuratevi che sappiano di essere amati, indipendentemente dagli eventi.
«Poi è bene essere un poco diffidente per chi è un po’ differente», cantava Guccini in ‘Canzone di notte n. 2‘. Non è detto che chi è diverso debba essere per forza “sbagliato”, ma il confondere la propria visione personale per verità assoluta porta spesso a tale fallace sillogismo. Ecco allora nascere classificazioni arbitrarie e stigmatizzazioni istintive, sovente veicolo di odio immotivato pronto a sfociare in atti di bullismo (fisico o psicologico) come quello descritto sopra. A volte per renderci conto dell’astio disumano che la nostra società è in grado di generare per ciò che, in definitiva, è la scelta individuale di una persona riguardo la sua vita, dobbiamo immaginare situazioni paradossali; ad esempio: cosa succederebbe se i gay fossero “normali” e gli etero “sbagliati”?
Se siete arrivati a leggere fino a qui avete davvero molta pazienza. Spero di essere riuscito a persuadere degli eventuali lettori di quanto possa essere sottile ed arbitrario il confine tra “giusto” e “sbagliato”, tra “normale” e “anormale”.
Questo fiume di parole rappresenta in primo luogo la mia esigenza di mettere ordine ad un po’ di pensieri che covavo da parecchio tempo, la necessità di trovare un filo conduttore a diverse esperienze, osservazioni e letture. Perché se dunque è vero che tutti noi abbiamo il nostro filtro, la nostra personale realtà, beh, questa è la mia. Ed è importante che mi ricordi che non è l’unica chiave di lettura possibile.
Citando ancora Guccini:
E ognuno vive dentro i suoi egoismi vestiti di sofismi
E ognuno costruisce il suo sistema
di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali
scordando che poi infine tutti avremo
due metri di terreno…
Se volete sapere di più riguardo questo affascinante crostaceo, potete ammirare questa vignetta da cui ho tratto all’incirca l’intero discorso. ↩
Qualora foste interessati segnalo questo eccellente Ted Talk. Putroppo le mie nozioni in materia sono troppo basilari per permettermi di esprimermi in merito. ↩
Sebbene conosca la sinossi del racconto, non ho ancora avuto modo di leggerlo. Tuttavia è nella mia wishlist di Amazon, quindi sarà solo questione di tempo. ↩
Sicuramente ci sono molte più opere cinematografiche e letterarie che trattano la questione, ma questo film è l’unico esempio calzante che mi è venuto in mente. Inoltre ci tengo a precisare che tutto questo discorso è stato ispirato dalla visione del video ‘Immaginare la decima dimensione‘ che consiglio caldamente a chiunque. ↩
Per chi non riuscisse a vedere il video incorporato, ecco il link diretto. ↩
Questa visione della realtà è cara anche alla fisica quantistica, il motivo per cui non ne parlo è semplicemente per una mancanza di nozioni da parte mia. ↩
Sebbene, come abbiamo visto, ciò sia in senso assoluto un’utopia. ↩
Scegliete voi se tirare in ballo il contratto sociale di Rousseau, o l’intuitiva massima confuciana: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». ↩
A tal proposito è ormai conclamato, ad esempio, che gli omofobi più intransigenti sono con molta probabilità omosessuali repressi. ↩
Fu in un’altra vita, tra sudore e sangue nata
esser neri una virtù, la strada era infangata
giunsi dal deserto, creatura informe e mesta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Tornassi in quel percorso puoi star pur sicuro
lei avrà sempre il meglio, questo te lo giuro
uomini si azzuffano, prede di Morte in festa
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Pericolo non c’era, nessun discorso avuto
non un dubbio ad allora rimaneva insoluto
pensa a un luogo calmo, pace ed aria fresca
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Sfinito per il viaggio, acciaccato da intemperie
le ferite avvelenate si facevano più serie
braccato come belva, speranza ormai funesta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Spaesato mi voltai e d’incanto vidi lei
ornata da regina, umana tra gli dei
soave poi mi tolse le spine dalla testa
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
I legami ora distrutti li vorrei riparati
ulteriore lungo viaggio in posti tormentati
ricerca senza fine come una causa persa
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Il deputato calca i chiodi, il profeta scala il monte
ma nulla davvero conta, è il fato l’importante
il becchino suona il corno riposto nella cesta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Pianto di neonati come del cigno il canto
vecchi senza denti e amore ormai compianto
tu chiedi nella vita cos’è quello che resta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Ora un muro tra di noi, ho fallito questa mossa
il dar tutto per scontato ha scavato la mia fossa
ricordo che fu il caso a guidar le nostre gesta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Ho perso tutto al gioco, nudo come Adamo
supplico pietà, lei m’ha tirato all’amo
ricevo solo scherno, non basta la protesta
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Vivo in altro Stato ma passerò il confine
inseguendo la bellezza, una corsa senza fine
se io tornassi indietro conclusione non sarà questa
“vieni” disse lei “al riparo dalla tempesta”
Ieri ho assistito al Keynote Apple e mi sono trovato, come molte persone, ad avere sentimenti contrastanti. Se da un lato ho apprezzato davvero tanto OSX Mavericks,1 i nuovi Air con batteria maggiorata e quel miracolo in Terra che è il nuovo Mac Pro; dall’altro la presentazione di iOS7 mi ha tramortito.
Mentre seguivo il live2 ero in contatto con Marco Accolla, il quale al termine dell’evento ha detto una frase che mi ha fatto riflettere: «C’è qualcosa di strano. Il cambiamento, anche radicale, ci voleva perché iOS ormai era stantio, ma questo nuovo Sistema non mi sembra “da Apple”. Non so come spiegare; nessuno ha mai potuto criticare Apple sul design, eppure iOS7 non mi sembra molto curato».
Ci ho riflettuto un po’ e mi devo dire d’accordo con l’affermazione. Sebbene non sia un designer, un developer o un tech blogger di fama, voglio provare a sviscerare una serie di punti per cui iOS7 non sembra rispettare i canoni di Apple.
Le trasparenze. In quanto Mac user di “lungo corso” ricordo come fosse ieri la pioggia di critiche miste ad ilarità che seguirono l’uscita di Windows Vista, uno dei bersagli era proprio l’utilizzo massiccio ed improprio delle trasparenze in vari elementi della UI; come esempio del modo corretto per usare tale espediente grafico si portava Mac OSX Leopard, in cui vi erano sì elementi traslucidi, ma erano centellinati ed il tutto era curato in modo tale da uniformarsi alla perfezione con il resto dell’ambiente, dando un’idea di omogeneità che rilassava la vista, anziché affaticarla come nell’OS di Microsoft. Ora, in iOS7, hanno pensato bene di abbinare traslucenze eccessive con icone fluo a fare da sfondo, il risultato? Quando apri il nuovo Control Center pare che un unicorno abbia appena urinato sul display.
Reverse decluttering. Uno dei motti del minimalismo è sintentizzabile nell’espressione “less is more“, poiché secondo questa filosofia la perfezione non viene raggiunta quando non c’è più nulla da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere; riduzione all’essenziale, insomma. Apple ha sempre fatto suo questo concetto e da che ho memoria ha sempre avuto ragione (cioè, quasi sempre), mentre i competitor continuavano la corsa alle funzioni, trasformando i loro terminali in dispositivi tuttofare con curve di apprendimento sempre maggiori, i prodotti made in Cupertino sono sempre stati caratterizzati da un’estrema semplicità: bastava uno sguardo e avevi subito chiaro cosa fare e come farlo. Ora, a giudicare dalla presentazione, la tendenza si è quasi invertita. Ciò che mi è saltato subito all’occhio sono i due “menu a tendina”: sia nel Notification Center, sia in Control center, sono stati infilate quante più informazioni possibili. Sbaglierò io, ma non mi sembra tutto immediatamente intellegibile con uno sguardo, come avveniva invece con i passati Sistemi.
Intuitività. Questo punto potrebbe essere accorpato al precedente, ma ho voluto trattarlo in separata sede perché è sempre stato uno dei cavalli di battaglia per Apple. Intuitività vuol dire mettere chiunque in grado di capire come utilizzare il device, anche se non abituato ad avere a che fare con questi dispositivi; non è un caso se gli iPad vengono utilizzati con soddisfazione da bambini di 3 anni e da genitori refrattari alla tecnologia: sono intuitivi! Basandomi sul Keynote sembra esserci stato un passo indietro in quasi ogni aspetto dell’OS, ma mi ha colpito in particolar modo Safari: mi piace l’aspetto minimal e ci sono delle eye candy niente male, ma nel complesso il suo utilizzo mi sembra molto meno immediato rispetto al predecessore. Voglio poi linkare un video trovato nella timeline di Twitter e che mostra il primo approccio con la nuova lockscreen.
Identità perduta. C’è una cosa che ho sempre apprezzato di Apple, benché allo stesso tempo sia stata criticata da altri: la coerenza; la ferma volontà di continuare sulla propria strada nella consapevolezza che ciò che si sta facendo è la cosa giusta ed il tempo le darà ragione. Il tempo le ha dato ragione davvero molte volte. Con questo non voglio dire che il precedente iOS e lo “skeumorfismo” fossero necessariamente la strada giusta da seguire e che non ci volesse un rinnovamento, anzi! Però qui l’impressione che traspare non è quella di una rinascita proprompente da parte di un vecchio leader che ha ancora molto da dire, bensì di uno stravolgimento con il solo scopo di uniformarsi al gregge. Che ne è del detto Jobsiano: «Le persone non sanno ciò che vogliono finché glielo mostri»? Dobbiamo pensare forse che lo spirito distintivo di Apple è morto con Steve?
Gli sviluppatori. Se fossi un dev mi sentirei quasi tradito. Il cuore di un qualsiasi smartphone sono le app, a Cupertino lo hanno sempre saputo ed è per questo che hanno dettato sin dall’inizio delle linee guida, in modo che lo stile di iOS fosse uniforme indipendetemente dall’applicazione aperta. Inoltre i vari miglioramenti sono sempre stati “incrementali” così da permettere un adeguamento da parte degli sviluppatori (si pensi al retina display, all’iPad o all’iPhone 5). È vero che non si può continuare a fare passi misurati quando la concorrenza è serrata, ma da un colosso del settore come Apple, sempre attento ai dettagli, mi sarei aspettato una riprogettazione dell’OS strutturata in modo da facilitare la transizione delle vecchie app. Le mie sono congetture, non sono un designer, ma ora come ora pare evidente che gli sviluppatori siano obbligati ad “appiattire” le loro creazioni in nome della coerenza con l’ambiente grafico e dovranno farlo in modo piuttosto radicale. L’esempio più lampante che mi viene in mente riguarda Tapbots: come credete che sia possibile la convivenza del loro stile robotico all’interno del nuovo iOS?
Questi, in sintesi, i motivi che mi stanno portando a pensare che Apple abbia perso la Trebisonda riguardo iOS. Poi, è chiaro, bisogna provare con mano un OS per poterlo valutare oggettivamente e non è nemmeno impensabile che possa finire per piacermi.3 Le mie sono riflessioni a caldo e come tali vanno trattate.
Non mi convince molto il nome, ma per il resto davvero nulla da dire. ↩
Trovo assurdo che una compagnia come Apple non riesca a fornire uno streaming degno di questo nome! Mi sono dovuto attrezzare per seguire il live su UStream! ↩
Parafrasando il filosofo Sri Aurobindo: «Ciascuno tende ad amare le proprie catene» ↩
— A volte ho paura quando, durante il viaggio, mi faccio coinvolgere da qualcuno.
— Perché?
— Perché sono solo di passaggio.
Quando avevo circa otto anni, durante una lezione di Italiano, la mia maestra fece un’analogia che mi rimase impressa e tutt’ora ricordo in modo vivido; disse che la vita è come un treno: durante le prime fasi del tragitto è piena di persone, ma si svuota sempre di più a mano a mano che ci si avvicina al capolinea.
Non c’è bisogno di aver superato la metà del percorso per capire quanto queste parole siano vere. Ho ormai perso il conto del numero di persone che mi sono lasciato alle spalle senza un vero motivo, senza una rottura, semplicemente perché si sono intraprese strade diverse oppure si sono assunti stili di vita differenti. A volte invece è proprio la maturazione caratteriale a creare un solco tra due persone che storicamente sono sempre state molto unite, a me è successo con il mio migliore amico d’infanzia (e buona parte dell’adolescenza) che da un giorno all’altro mi ha voltato le spalle, lasciandomi con una bruciante sensazione di tradimento dentro di me. Che dire poi delle storie d’amore, più o meno importanti, la cui dissoluzione ti ferisce in modi che non credevi possibili? Eppure tutto si supera, puoi sempre rialzarti, basta che tieni presente la sola ed unica costante della tua vita: te stesso.
Si nasce soli e, senza ombra di dubbio, si muore soli. Affrontiamo questo mondo come la nostra avventura personale, tutto è visto dal nostro punto di vista, la realtà stessa non è che l’interpretazione soggettiva delle sensazioni da noi elaborate, di conseguenza nulla è certo, e questo fa paura. Per rendere sopportabile il viaggio della vita cerchiamo certezze — a ben vedere, illusioni — e finiamo per aggrapparci gli uni agli altri, poiché attraversare una selva in compagnia è molto più confortante. Nel fare ciò ci scordiamo qual è l’unica certezza inconfutabile: tutto ha una fine. Il treno tende a svuotarsi.
Un insieme di persone può possedere un’identità di gruppo, ciasun membro può avere un ruolo ben definito, si può essere molto affiatati, ma tutto questo non cambia il fatto che esso sia composto da molteplici individualià. È un errore fatale dimenticare che ciascuno è sul proprio percorso indipendentemente da chi ha attorno, così facendo si finisce per creare un rapporto di dipendenza; la soddisfazione personale arriva a basarsi su di una convinzione che differisce dalla realtà dei fatti, generando frustrazione.
Tanto più una persona ti rende felice, tanto più soffrirai quando questa non ci sarà più. È l’eterno dualismo bene-male, piacere-dolore, giusto-sbagliato, Yin-Yang, che potrebbe fare tanto ‘new age’, ma a ben vedere presenta una logica inoppugnabile. Ho sofferto moltissimo, in passato, per essermi legato troppo a determinate persone e so che mi capiterà ancora in futuro, è quasi inevitabile. Puoi anche essere consapevole del mujōkan, ma quando devi confrontartici sarai sempre un po’ impreparato.
Quindi, dunque, dovremmo perseguire la solitudine?
— Kino, non ti piace farti coinvolgere dalle persone?
— Non è che non mi piaccia, Hermes. Voglio continuare il mio viaggio proprio per incontrare altre persone. E alcune di loro mi hanno insegnato cose molto importanti, apprezzo sempre moltissimo questi incontri.
Nota: i dialoghi citati sono tratti dall’anime ‘Kino No Tabi‘.
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