Rompi la tua routine

Dal libro ‘Moonwalking with Einstein‘:1

La monotonia fa collassare il tempo; la novità lo espande. Puoi fare esercizio fisico quotidiano, mangiar bene e vivere una vita lunga, mentre la percepisci come corta. Se spendi le tue giornate seduto in una stanza a maneggiare scartoffie, ogni giorno è destinato a perdersi nel successivo e scomparire. Per questo è importante variare regolarmente la propria routine, concedersi vacanze in località esotiche, e fare più esperienze possibili, di modo che queste fungano da àncora per la nostra memoria. Creare nuovi ricordi distende la nostra percezione della vita.

Direi che si ricollega perfettamente ad un mio vecchio post.


  1. Ringrazio Diego Petrucci per avermelo passato. 

Il mondo nella nostra testa

Some People
Fonte


Guardati allo specchio. La vedi quella immagine? Poco importa se quel volto suscita in te sentimenti di stima, vergogna, preoccupazione, o tutti quanti assieme: l’individuo che stai fissando è tutto il tuo mondo. È l’unica persona che puoi dire di conoscere realmente (anche se, forse, la conosci meno di ciò che credi), l’unica persona che è sempre stata con te e che — puoi star sicuro — rimarrà fino alla fine, l’unica persona di cui sai con certezza pensieri ed opinioni. Quella persona è il perno di tutta la tua esistenza, la sola di cui puoi verosimilmente dare una valutazione complessiva.

Per ognuno di noi è così. Eppure continuiamo a proiettarci sugli altri, negli altri; continuiamo imperterriti ad attribuire a terze persone una serie di pensieri, atteggiamenti, modi di essere, categorizzazioni, spesso senza neanche mettere in dubbio il nostro giudizio. Che titolo abbiamo per farlo? Sarebbe un azzardo anche se conoscessimo per filo e per segno la loro storia, figurarsi quando — come spesso accade — ci basiamo sulla singola diapositiva catturata dai nostri occhi e passata sotto il filtro di esperienze passate, pregiudizi e comun sentire. Stabiliamo come una persona è e, talvolta, persino come o cosa diventerà.

Non ha senso dare giudizi sulle persone, perché nessuno è sempre in un modo, e spesso non capiamo nemmeno ciò che si trova sotto i nostri occhi. Definire un individuo come “buono” o “cattivo”, significa condannarlo ad essere sempre identico a sé stesso;1 è come compiere un omicidio: nella nostra mente noi uccidiamo qualcuno, per sostituirlo con l’immagine che ci siamo creati di lui, tramite l’assolutizzazione delle nostre percezioni.

Questo comportamento è figlio della malsana ossessione che abbiamo per noi stessi, la stessa ossessione che alimenta lo Spotlight Effect e rende la nostra vita quotidiana sempre più stressante. Temiamo il giudizio altrui, eppure siamo i primi a giudicare il prossimo: è un cane che si morde la coda.

È bene tener presente il confine tra pensiero e realtà.


  1. Questa frase è tratta da un più ampio discorso che una monaca zen ha tenuto allo scorso Festival dell’Oriente, a Milano. 

Grazie

Ho voglia di scrivere un post, così, di getto, senza neanche riflettere bene su ciò che effettivamente voglio dire; so solo che voglio comunicare una sensazione. Sono ormai due giorni che mi sento davvero bene, come non mi capitava da tantissimo tempo. Certo, ho sempre i miei problemi quotidiani e le mie preoccupazioni, ma sono come immerse in una rinnovata consapevolezza che gonfia tantissimo il mio umore.

La scorsa domenica sera mi sono recato a Como, ad incontrare una mia vecchia conoscenza persa di vista per quattro lunghi anni (un’era geologica, vista la mia età), questa gitarella fuori porta era dettata dal mio bisogno di staccare un po’ la spina da vari pensieri che mi perseguitavano e perdermi in chiacchierate liberatorie davanti ad una buona birra. Se devo essere sincero, nonostante avessi davvero voglia di rivederla, ero leggermente nervoso: sapete, è sempre un po’ farraginoso — soprattutto per chi, come me, non ha una natura espansiva — conversare fluidamente e a lungo con qualcuno con cui non hai confidenza e che non vedi da tantissimo.

La serata, invece, è andata alla grande. Abbiamo parlato a ruota libera raccontandoci aneddoti, esperienze e scambiando punti di vista su varie questioni, stando semplicemente seduti in un minuscolo bar a sorseggiare birra. Ma perché sto raccontando questo? Perché per la prima volta mi sono trovato nella condizione di non porre filtri tra me ed il mio interlocutore, ed è stato liberatorio. Ho mostrato aspetti di me che normalmente tengo celati per molto tempo — spesso perché potrebbero essere considerate stranezze — e ho riscontrato una totale apertura dall’altra parte, quando non dei feedback positivi.

Se due persone interagiscono mostrandosi per come sono realmente — e rispettando chi hanno di fronte — entrano davvero in contatto; questo si rivela estremamente appagante. Lasciarsi andare può essere piuttosto difficile, difatti quando sono stato incoraggiato a parlare di me ho avuto qualche tentennamento, ma diamine se soddisfa!

Non so se io abbia avuto fortuna a trovarmi davanti una persona genuina e vitale, magari con qualcun altro sarebbe stato diverso, so solo che ora mi sento molto più leggero e con un gran entusiasmo per alcuni miei piccoli progetti che avevo temporaneamente accantonato. Spero di essere stato piacevole/utile anche solo la metà di quanto lei è lo è stata per me.

Lei sa che ho un blog, le ho dato anche l’indirizzo web, ma non posso sapere se capiterà mai su questo post. Nel caso, voglio semplicemente dirle grazie.

Riponi il bicchiere

Una psicologa passeggiava in una stanza, mentre impartiva ad un gruppo di persone i suoi insegnamenti su come gestire lo stress. Nel momento in cui prese un bicchiere d’acqua e lo alzò dinnanzi a sé, tutti si aspettarono la classica domanda sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Invece, sorridendo, disse: “Quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”

Le risposte variarono tra 200 e 500 grammi.

Al che, lei rispose: “Il peso assoluto non ha importanza. Dipende da quanto a lungo lo tengo in mano. Se lo tengo sollevato per un minuto, non è un problema. Nel caso di un’ora, avrò dolori al braccio. Se lo tenessi così per un giorno, sentirei il mio braccio intorpidito e paralizzato. Qualsiasi sia il caso preso in esame, il peso del bicchiere non cambia, ma più a lungo lo sorreggo, più pesante diventa.”

Proseguì: “Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come questo bicchiere d’acqua. Pensateci per un po’ e non accadrà nulla. Pensateci un po’ più a lungo ed inizieranno a farvi soffrire. E se vi ci arrovellate per tutta una giornata, vi sentirete paralizzati — incapaci a fare qualsisi cosa.”

Ricordatevi di riporre il bicchiere.

Fonte

Volere è potere?

Sono stato decisamente molto teso negli ultimi giorni, un tipo di tensione nervosa che neanche l’esercizio fisico è riuscito a dissipare. Ho molti pensieri per la testa, ma identificarli con chiarezza è molto difficile: è tutto un brusio confuso, una sinestesia di suoni e immagini che sembra impossibile da placare. L’unica cosa chiara è l’effetto che ottiene, l’ormai familiare sensazione di catene ai polsi e di gabbia toracica compressa; la voglia di urlare “Basta!”.

Quella che segue non è una riflessione, ma una serie di punti espressi come rivendicazione di me stesso, come espressione delle mie volontà.

  • Voglio comunicare apertamente, senza rituali o formule non scritte, senza presunzioni o pregiudizi: mostrarmi per ciò che sono e venire rispettato, prima ancora che accettato o rifiutato.

  • Voglio poter dire ad una ragazza che la trovo splendida, senza imbarazzarmi o curarmi di ciò che potrebbe pensare.

  • Voglio distruggere ogni maschera.

  • Voglio ammettere di avere paura, esattamente come gli altri sei miliardi di abitanti di questa terra. Tutti hanno paura, tutti soffrono, tutti cercano di sopravvivere. Io voglio vivere.

  • Voglio rompere gli schemi.

  • Voglio sentirmi libero di vestire in nero ad un matrimonio.

  • Voglio girarmi dalla parte opposta a tutti quando sono in ascensore.

  • Voglio scrivere un post-it con la mano sinistra, solo per sentire qualcosa di non familiare, di non meccanico, di non robotico.

  • Voglio dire “ti voglio bene” ad un amico, guardandolo fisso negli occhi.

  • Voglio uscire con una ragazza solo per conoscerla, senza sentirmi obbligato a fare uno straccio di prima mossa.

  • Voglio dire di no, quando non mi va di fare qualcosa, anche se non sembra esserci motivo di rifiutare.

  • Voglio poter mandare a cagare chi ritengo se lo meriti, senza dover dare spiegazioni.

  • Voglio cantare la mia canzone preferita mentre passeggio in mezzo alla gente.

  • Voglio poter ballare, anche se goffo è scoordinato nel farlo.

  • Voglio dire ai miei genitori quanto sia loro grato.

  • Voglio incenerire l’orgoglio tra le fiamme delle emozioni vere.

  • Voglio piangere, per gioia o disperazione, e mostrare fiero le mie lacrime.

  • Voglio esprimere ad alta voce le mie preferenze e non sentirmi obbligato a giustificarle.

  • Voglio attaccare bottone con uno sconosciuto e chiedergli come si stente.

  • Voglio poter star zitto quando non ho nulla da dire; nessun silenzio dovrebbe essere definito imbarazzante.

  • Voglio che le discussioni davvero importanti avvengano faccia a faccia, anche se magari sono difficili da affrontare.

  • Voglio riuscire a pisciare anche se qualcuno mi sta guardando.

  • Voglio mettermi davanti ad uno specchio, nudo, ed apprezzare ogni centimetro del mio corpo.

  • Voglio accettare con piacere i complimenti e dimostrare gratitudine, perché nulla è dovuto.

  • Voglio esprimere ammirazione, quando questa viene dal cuore.

  • Voglio viaggiare da solo.

  • Voglio amare.

  • Voglio parlare di quell’argomento che tutti stanno evitando perché troppo a disagio per affrontarlo.

  • Voglio urlare.

  • Voglio assicurarmi che le persone realmente importanti per me capiscano quanto lo siano. Purtroppo le parole sono troppo limitate per questo scopo.

  • Voglio rivendicare il mio diritto ad incazzarmi, quando le mie palle sono piene.

  • Voglio aver fede nelle mie convinzioni, anche se nessuno è d’accordo con me.

  • Voglio sentirmi libero di aiutare, senza ricevere nulla in cambio.

  • Voglio sentirmi libero dall’aiutare, senza per ciò essere un infame.

  • Voglio sentirmi libero di accettare aiuti esterni, perché nessuno può sopravvivere restando solo.

  • Voglio essere me stesso.

  • Voglio risvegliare la vita latente in me.

New Slang

—Che stai ascoltando?
—Gli Shins, li conosci?
—No.
—Devi sentire questa canzone: ti cambierà la vita.


Ci sono volte in cui fa schifo avere venti-e-qualcosa anni. Spesso è come essere al volante di una Ferrari su una strada con il limite a 20km/h, ma i cartelli non riesci a capire chi è ad averli messi; può darsi anche siano solo nella tua testa, può essere che non siano reali. Intanto il motore si ingolfa.

Sei schiavo di concetti che non ti appartengono, ma che finisci per cucirti addosso, spinto da pressioni esterne troppo sottili per essere razionalizzate. Quando sei un bambino e ti cadono a terra le patatine, subito le raccogli e le mangi comunque; quando cresci, invece, inizi a notare lo sporco annidato sulla superficie croccante e le butti via. Allo stesso modo, lentamente, inizi a precluderti tutta una serie di azioni in nome del “buon senso” — o di chissà quale altra stronzata — e costruisci, paletto dopo paletto, una cella su misura.

Prendi per buono quello che ti dicono i genitori perché sanno ciò che è bene per te, imiti chi ti circonda perché è rischioso andare contro corrente, consegni le briglie della tua identità ad un gruppo e ottieni in cambio l’illusione di essere protetto. Tutto ciò non fa altro che alimentare lo spaesamento, la malinconia; ma non lo capisci e continui a cercare risposte al di fuori di te, interpellando persone che nel tempo hai mitizzato, durante questo processo di perdita del contatto con la realtà. Non è altro che un fragile castello di carte, ma non te ne accorgi fino a quando arriva il proverbiale “fulmine a ciel sereno”, uno shock imprevedibile, un assaggio amaro di quello che è la Vita vera. Il crollo delle tue certezze ti dimostra che nulla può essere dato per certo. Fa male, malissimo, ma ti dà anche l’opportunità di ricominciare.

Ti accorgi di essere, in definitiva, solo. Una grande realizzazione che tipicamente porta momenti di disperato diniego, vuoi qualcosa a cui aggrapparti e, se non c’è nulla attorno a te, provi a rievocare il passato. Contatti amici che hai perso di vista, o vecchi partner rimasti vittime di un amore troppo acerbo; ci parli per una sera e ti senti vivo, libero dai problemi, mentre le vostre parole riportano in vita aneddoti racchiusi nei meandri della memoria. Qualsiasi evento appare sempre più luminoso, una volta declinato al passato. Però ti accorgi che loro hanno una loro vita indipendende dalla tua, ti sembrano addirittura in gran forma; ti rendi conto di non essere indispensabile.

Al diniego, segue la rabbia: sei incazzato con il Mondo perché non riesci a trovare il tuo posto. Qualsiasi cosa ti manchi, che sia l’amore, un lavoro che ti piace, o una passione, finisci per odiare chi invece quella cosa è riuscito ad ottenerla. Perché tu no? Devi fare qualcosa, devi rimediare, devi essere completo. Provi allora a scendere a patti con la tua situazione, di modo da rialzare al testa, recuperi qualche tacca di morale, fai programmi su programmi, ma sei così concentrato su quell’astrazione che è il “futuro”, da non prestare sufficiente attenzione a ciò che stai facendo. Inciampi. Cadi faccia a terra. Ti disperi. Sei triste come non mai e, per contrasto, tutti coloro su cui posi gli occhi sembrano felici, non possono che essere felici, visto come si comportano. Sei così egocentrico da non contemplare nemmeno la possibilità che si sia tutti sulla stessa barca.

A questo punto sta a te. Puoi essere così fortunato da incontrare una persona che ti cambia la vita, ma più verosimilmente devi fermarti e ricalibrare le tue percezioni; devi arrenderti per poter ricostruire qualcosa dalle macerie. Il lutto che ha sconquassato il tuo castello di carte può portarti ad una degradante vita di autocommiserazione, oppure può darti la scossa decisiva per farti aprire gli occhi, per farti capire che non hai mai realmente iniziato a vivere.

I tratti di strada in cui procedere a 20km/h non sono poi così tanti, e non sarà certo un po’ di sporco sulle patatine ad ucciderti. Fai in modo che il tuo nuovo linguaggio (New Slang) da adulto sia una naturale evoluzione della tua voce interiore, non un’accozzaglia di convenzioni linguistiche imposte dall’alto, se non vuoi cadere in un perenne stato di nolontà.

Questa è la vita. A volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo.


Nota: questo post è stato ispirato dalla canzone messa in apertura e dalla visione del film ‘Garden State‘, dal quale sono tratte anche le due citazioni.

Come avere conversazioni profonde

Oggi mi sono trovato con parecchio tempo libero e ho deciso di spulciare un po’ la Reading List di Safari per leggere un po’ di articoli promettenti che ho salvato negli ultimi mesi. In particolare mi ha colpito uno dei primi che ho salvato: “How To Have Deep Conversations”.

Ho pensato di condividerlo su Twitter, come faccio con tutti i link che ritengo validi, ma poi mi sono fermato; ho pensato che rientrava nella categoria di riflessioni che sono solito postare su questo blog e che — forse — avrei fatto un favore a qualcuno, se avessi tradotto il post in Italiano e lo avessi riportato qui, invece di gettare un link nel torrente impetuoso della timeline di Twitter.

Detto, fatto. Buona lettura.

Cosa rende una conversazione ‘profonda’?

Se avete mai avuto una conversazione profonda, sapete di cosa si tratta. Eppure è difficile definire cosa esattamente separa un’interazione ‘profonda’ da una ‘non profonda’. Alcune persone sottolineano l’importanza di una connessione tra i partecipanti, altri rilevano uno scambio di convinzioni ed opinioni, inoltre si può vedere come densa di significato una conversazione che comprenda un’analisi di qualche tipo, che potrebbe portare ad un cambiamento d’opinione. In questo modo puoi anche comprendere meglio la persona che hai di fronte. Anche se le conversazioni profonde possono avere a che fare con tutto ciò che è intimamente correlato all’essenza di una persona, altri possibili argomenti possono essere la società e l’educazione, per esempio. Importanti attitudini dei partecipanti, che permettono alla conversazione di proseguire, sono rispetto, apertura e curiosità. Detto ciò, credo ci sia un elemento che collega tutti gli aspetti summenzionati: la crescita.

La lista di tratti stilata sopra non è esauriente, ma dovrebbe aiutare a difendere la mia asserzione: una conversazione è profonda quando rafforza il legame tra i partecipanti e stimola in loro un processo di crescita personale, agendo pertanto all’esterno e all’interno delle singole persone, rendendo il tutto (molto vagamente definito) più ampio della somma delle parti (i singoli partecipanti, i loro pensieri, le convinzioni, etc.).

Questo è anche il motivo per cui le persone che cercano di migliorarsi vogliono essere coinvolte maggiormente in questo tipo di conversazioni, che probabilmente le rendono persino più felici. Dunque rimane la domanda: come si fa ad avere più conversazioni profonde?

Il come:

Attitudine

L’attitudine gioca un ruolo importante nell’essere in grado o meno di iniziare e mantenere una conversazione profonda. Questi sono i tratti che dovreste impegnarvi a migliorare:

  • Rispetto: essere rispettosi comprende una lunga lista di qualità da mostrare al proprio interlocutore, alcune delle quali sono in questo elenco.

  • Apertura: condividendo le vostre posizioni e aprendovi alle novità incoraggerete gli altri a fare altrettanto.

  • Apertura mentale: essere ricettivi riguardo ciò che gli altri hanno da dire e, ancora meglio, pronti ad imparare dalle loro parole. Invece di giudicare, accettate le persone per come sono. Questo aumenterà la loro fiducia in voi e le incoraggerà ad aprirsi. Inoltre, considerate sempre la possibilità di cambiare idea. Entrare in una conversazione aspettandosi di finirla rimanendo sulle proprie posizioni è controproducente, se il suo scopo è di stimolare la vostra crescita; giusto?

  • Curiosità: fate domande e ascoltate le risposte. Non c’è nulla di meglio del sapere che il tuo interlocutore vuole conoscere realmente i tuoi pensieri, incoraggiandoti ad esporli.

  • Assertività: se avete dei confini, delineateli. Non temete di metter in chiaro che non vi piace parlare di un determinato argomento. Se non lo fate, gli altri potrebbero continuare a porre domande alle quali voi non volete rispondere e ciò renderebbe l’interazione imbarazzante e poco piacevole per entrambi.

  • Fiducia: fidarsi ed essere degni di fiducia è molto importante. Chi vorrebbe condividere i suoi più reconditi segreti con voi, se sospettasse che diventerebbero di dominio pubblico il giorno seguente?

  • Onestà: non ha senso mentire.

Si spera, se davvero volete apprezzare conversazioni profonde, che voi conosciate l’importanza di questi 7 tratti e che sappiate come applicarli.

A seconda di quanto le persone che frequentate abitualmente sono propense ad avere conversazioni profonde, potreste già avere il piacere di sperimentare questo tipo di interazioni, semplicemente mostrando i tratti elencati sopra. A volte, tuttavia, potreste avere bisogno di far sapere alla persona che avete di fronte che non siete in cerca di chiacchiere generiche e che vi piacerebbe parlare di cose che realmente sono importanti per entrambi. Se tutto va bene, il vostro interlocutore accetterà (non ha senso insistere, se l’altra persona non vuole) e chiederà: “Bene, di cosa vuoi parlare?”

In passato, avrei detto: “Di qualsiasi cosa tu voglia”, il che avrebbe portato ad alcuni round in cui ci si sarebbe scambiati la responsabilità di scegliere l’argomento e presto sarebbe stato chiaro che nessuno dei due aveva idea di cosa parlare. È vero: a volte le persone vogliono semplicemente parlare, vogliono una connessione, non importa quale sia l’argomento. Eppure, per parlare, serve una tematica.

Argomento

Do per scontato che normalmente voi non sappiate di cosa volete parlare. Solitamente quando questo accade, suggerisco di fare il ‘gioco delle domande’, ossia: ciascuno, a turno, fa domande all’altro. Questo può dare molte informazioni riguardo l’interlocutore, senza dover per forza costringere la conversazione ad un solo argomento; oppure può rivelarsi totalmente inutile.

In ogni caso, le domande sono molto utili nel tentativo di iniziare una conversazione profonda. Invece di sperare che l’altra persona se ne esca con un buon tema, provate a prepararvi prima qualche domanda interessante.

Visto che sono una persona molto curiosa, ci sono parecchie domande che mi piacerebbe porre a chiunque. Certo, ce ne sono di specifiche che preferireste porre ad alcuni e non ad altri, ma forse questa lista vi può essere utile:

  1. C’è qualcosa che ti causa ansia? / cosa ti agita in questo momento?

  2. Perché le persone mentono?

  3. Possiamo controllare le nostre emozioni? Come?

  4. Credi in Dio?

  5. Quali sono i tuoi obiettivi?

  6. Cos’è importante per te come persona / in una persona?

  7. Cosa vorresti migliorare di te stesso/a?

  8. La felicità è una scelta?

  9. Fino a che punto possiamo controllare l’amore?

  10. Cosa ne pensi dei matrimoni gay?

  11. Può qualcuno amare più di una persona allo stesso tempo?

  12. Cosa ne pensi delle relazioni poliamorose?

  13. Riusciresti a stare 30 giorni senza lamentarti?

  14. Cosa pensi della meditazione?

  15. Qual’è il senso della vita?

  16. Qual’è il tuo scopo?

  17. Le droghe andrebbero legalizzate? Quali e perché?

  18. Le persone sono intrinsecamente buone/cattive?

  19. Siamo responsabili per tutto ciò che facciamo?

  20. Si può essere felici quando si è tristi?

  21. Cos’è l’amore incondizionato?

Ho scritto le domande a mano a mano che mi venivano in mente. probabilmente ce ne sono molte altre che mi piacerebbe porre, ma la lista assolve comunque alla sua funzione. Quindi ora sta a voi: scrivete le domande che vi piacerebbe porre. Potete anche scriverle pensando a persone specifiche.

Ora sapete come iniziare una conversazione profonda. Il passo successivo è essere in grado di farla fluire.

Flusso

Durante le chiacchiere generiche, è necessario continuare ad aggiungere domande dopo ogni risposta, di modo da impedire che l’interazione giunga al termine. Lo scorrere della conversazione deve essere imposto, in altre parole.

Se state avendo una conversazione profonda, invece, lo scorrere viene naturale. Non dovreste temere di non avere più nulla da aggiungere. Al contrario, vi potreste dover preoccupare sul come porre termine al discorso perché purtroppo non avete tutto il tempo del mondo.

Anche se non dovreste imporre lo scorrere della conversazione, potete creare le condizioni affinché sia facilitato. Fortunatamente, queste sono le stesse che hanno permesso alla conversazione di iniziare, in particolar modo curiosità e apertura. Mantenendo un atteggiamento curioso e aperto renderete il flusso inevitabile. Inoltre, molto importante è la connessione con l’interlocutore, la quale lo renderà disposto a continuare a parlare.

Notate che molte delle domande da me suggerite sono aperte, ossia non possono avere come risposte dei semplici “sì,” o “no”. Le domande aperte incoraggiano la controparte a dire più di ciò che le era stato specificatamente chiesto, facendo quindi sì che la discussione fluisca.

Se la conversazione giunge ad un punto di stallo, potreste voler porlo all’attenzione del vostro interlocutore per capire se vuole continuare a parlare, oppure preferisce cambiare argomento. In tal caso basta scegliere un’altra domanda e ricominciare daccapo.

La pratica rende perfetti

Forse la vostra prima conversazione profonda non durerà molto a lungo o non sarà ad un livello molto intimo. È normale. Continuate a cercare questo tipo di interazione ed allenate le vostre abilità. Potete anche fare pratica online, in siti come Omegle.com dove cui venite assegnati casualmente ad un estraneo con il quale chattare. Siate pazienti, comunque, perché molti su quel sito vorranno solo trollare o avere conversazioni

Le ricette di mia nonna

Oggi stavo pensando a mia nonna materna. Ho sempre avuto un rapporto un po’ particolare con i lutti: raramente mi struggo dal dolore in seguito all’evento, ma non di rado mi capita, anche a distanza di anni, di ripensare ad una persona che era solita essere parte integrante della mia vita e commuovermi; all’improvviso mi prende una malinconia che è un misto di tristezza per qualcuno che non esiste più, e di gratitudine per ciò che mi ha lasciato.

Oggi stavo pensando a mia nonna e a come abbia la possibilità di farla rivivere esclusivamente nei miei ricordi. Certo — mi direte — come si può far rivivere in altro modo una persona? Non è mica possibile risuscitare i morti! Eppure un sistema ci sarebbe: rievocandone delle peculiarità. Mia nonna — come (quasi) tutte le nonne — era una cuoca eccezionale e quando ero piccolo ricordo che mi faceva cucinare assieme a lei svariati manicaretti. Questa abitudine l’ho persa crescendo e come risultato sono andate perse svariate ricette, privandomi di un modo concreto di farla rivivere. Pensandoci meglio, però, ogni azione da lei compiuta nei miei confronti, si è necessariamente tradotta in una reazione coerente con l’input ricevuto; quindi, essendo i pasti da lei cucinati particolarmente buoni, c’è la speranza che io abbia portato un po’ di bontà a chi avevo attorno.1

Siamo così accecati dal nostro ego, da non renderci conto che ognuno di noi lascia tracce del proprio percorso. Non è necessario costruire mausolei o lanciarsi in qualsiasi tipo di ambizione con il solo scopo di venire ricordati: la memoria non è uno strumento affidabile; tempo una generazione e nessuno sarà più in grado di ricordare nulla di ciò che realmente siamo stati. Inevitabilmente si arriverà al punto in cui, a dispetto di ogni sforzo, anche il nostro nome svanirà come fumo nella nebbia del tempo.

Eppure una traccia immortale la lasciamo, la sola nostra presenza nel Mondo innesca una serie di reazioni delle quali non riusciamo nemmeno ad intuire la portata. Io sono il prodotto delle mie esperienze, e le mie esperienze sono in larga parte frutto delle interazioni che ho avuto sino ad ora. Ogni persona che ho incontrato, ogni persona che mi ha coinvolto in una sua azione, ha contribuito a plasmarmi; non importa quanto insignificante sia stato il suo contributo: se nulla si crea e nulla si distrugge, tutto ciò che ha origine da qualcuno non cesserà mai di esistere e continuerà a propagarsi. Al momento della mia morte, io continuerò a vivere nelle azioni di coloro con cui sono venuto in contatto, siano esse parenti, persone che ho ispirato o influenzato, sino ad arrivare a quel signore sconosciuto che ho trattato con cortesia, migliorandogli la giornata. Da lì mi propagherò tramite delle loro azioni che sono state, in modo cosciente o meno, influenzate dalle mie; e tramite gli individui oggetto di quelle azioni. E così via, di persona in persona, di rete sociale in rete sociale; siamo tutti connessi.

Forse questo dovrebbe essere uno stimolo per provare a fare in modo di avere un effetto positivo su chi abbiamo attorno. Un po’ come le ricette di mia nonna.


  1. Forse sono un po’ troppo ottimista su questo punto. 

Spirale discendente

Lo sai che si prova a correr nel prato
e sentirsi dal ferro il polso avvinghiato
quando Libertà è soltanto illusione
ed alle parole non segue l’azione

Ma le catene son nella tua testa
non riesci a trovare la chiave che è in tasca
speri qualcuno ti mostri la via
e rimani a cullarti nella codardia

Lo sai che Godot si aspetta in eterno,
che non puoi contare sul caldo d’inverno
ma ogni scintilla che da te germoglia
risulta in nient’altro che un fuoco di paglia

Pensiero contorto che sfocia in paralisi
ti lascia sul posto, fermo in dialisi
la bocca che oggi produce lamenti
domani farà lo spazio ai rimpianti


Ispirata da questa immagine.

Innamorarsi di una Mela

Sono stato per anni un fanboy Apple, qualcuno direbbe che lo sono ancora (e potrebbe avere ragione), ma di sicuro non mi comporto più come qualche anno fa. C’è stato un periodo in cui ero il classico “evangelista”, colui che si faceva portavoce del Verbo di Steve Jobs, conducendo crociate personali contro Microsoft e, più tardi, Android. A ripensarci adesso, un po’ me ne vergogno.

Di quel forte sentimento però è rimasto qualcosa: la trepidazione per un Keynote, l’istintivo risentimento verso chi critica Apple per partito preso, la felicità durante l’unboxing di un nuovo prodotto. Ad un osservatore esterno tutto questo può sembrare eccessivo e non avrebbe problemi ad etichettare come “pazzoidi” coloro che si accampano fuori dagli Apple Store la sera prima del lancio di un nuovo prodotto. Prima di sfoderare il classico (e legittimo) argomento: “ognuno ha le proprie passioni ed è libero di seguirle”, vorrei riportare qualche passaggio del libro ‘The Naked Brain‘.

Come esempio dell’impatto emotivo che hanno su di noi i marchi commerciali, si prenda in considerazione il “Pepsi Challenge”. Se i partecipanti non erano a consocenza di quale bevanda veniva loro offerta, basandosi unicamente sul gusto, tendevano a preferire Pepsi a Coca Cola. Quando invece venivano resi consapevoli della marca, la scelta cadeva su Coca Cola.

[…]

Le persone rimangono fedeli ai brand che suscitano in loro sentimenti di fiducia ed affetto. Stimolare l’attaccamento emotivo dei clienti è un modo migliore per predirne le abitudini di acquisto, piuttosto che puntare soltanto sulla loro soddisfazione: potenzialmente si può fare in modo di mantenere quei clienti per tutta la loro vita.

[…]

Sono davvero “dipendente” da Coca Cola, penne Delta e quaderni Claire-fontaine — per nominare giusto tre prodotti che ho comprato in quella che altri potrebbero definire come una quantità eccessiva? Le neuroscienze stanno suggerendo che, visto il ruolo avuto dallo stesso neurotrasmettitore (dopamina) nella dipendenza dalle droghe e nell’acquisto “eccessivo” di prodotti legati da un determinato marchio, un qualche grado di legame emotivo, se non proprio di dipendenza, è presente.

Il motivo per cui Apple ha così tanti “accoliti” tra chi acquista i suoi prodotti è che — soprattuto in passato — si è data molto da fare nel creare un legame affettivo con la propria clientela; al punto che molti (di noi) si identificano così tanto con il logo della Mela, da vedere qualsiasi critica all’azienda come un attacco personale. Come Dale Carnegie insegna, in larga misura le critiche servono solo a fare arroccare i loro destinatari nelle proprie posizioni, da qui il comun sentire che gli utenti Apple sono “lobotomizzati” ed è impossibile ragionarci.

A questo punto i fan del Robottino Verde che stanno leggendo — se mai ce ne fossero — staranno ridacchiando sotto i baffi, ma farebbero meglio a non sentirsi superiori, visto che sono anch’essi vittime dello stesso processo. In una società consumistica quale è la nostra, è praticamente impossibile non sviluppare preferenze per determinati brand e, conseguentemente, diventa molto difficile non sviluppare un legame emotivo. Nel mondo tecnologico subentra anche la passione personale, quindi è facile assistere a feroci diatribe, ma il “Pepsi Challenge” dimostra che il discorso è applicabile a qualsiasi brand.

C’è chi veste solo Benetton, chi è convinto che ‘Barilla’ sia sinonimo di “pasta”, chi non vuole sentire nomi di automobili se queste sono prodotte al di fuori del confine teutonico. Questa affezione, magari inzialmente motivata da un’effettiva qualità superiore, trascende ogni tipo di logica e spesso non viene compresa fino in fondo nemmeno dagli interessati. In fondo è noto che l’amore non veda i difetti, ma questo è ancora più grave se l’oggetto del sentimento è un azienda a cui noi diamo i nostri soldi e verso cui dovremmo sempre essere critici e pretendere il meglio.

Come al solito, se non possiamo — e non possiamo — evitare di subire certi meccanismi, è bene cercare di esserne consapevoli, di modo da coglierli in castagna quando scattano.


Aggiornamento

Fabrizio Rinaldi mi fa gentilmente notare che il “Pepsi Challenge” è risultato fallace, in quanto la Pepsi viene preferita al primo sorso a causa della maggiore percentuale di zucchero, mentre la Coca Cola risulta migliore in un periodo di tempo più dilatato. Ovviamente ciò non inficia la bontà della tesi esposta, visti i numerosi test effettuati con l’ausilio di fMRI in cui si è riscontrata una maggiore attività cerebrale nelle regioni correlate a pensiero, elaborazione emotiva e memoria, quando nelle attività svolte i soggetti si trovavano a confrontarsi con la loro marca preferita.

Non ho riportato l’intero passaggio nella citazione per non appesantire il discorso.