Il valore della vita

The MOON: Com’è uccidere un animale?

Lynx: È qualcosa che ti cambia la vita. Tenere nelle tue mani il corpo caldo di un animale, di un essere vivente che respira, scostare la sua pelliccia o le sue piume prima di sgozzarlo…ti riempie di umiltà. Richiede davvero la tua piena attenzione, realizzi che un altro essere sta per dare la sua vita così che tu possa nutrirti. Quando so che il giorno seguente dovremo uccidere, non riesco ad addormentarmi.

È molto diverso uccidere un animale addomesticato rispetto ad uno selvatico. I primi sono così docili, è quasi come se si concedessero a te. Preferisco decisamente cacciare un cervo che ha passato la sua vita a correre in libertà, piuttosto che uccidere un animale addomesticato.

Tiriamo a sorte per decidere chi dovrà materialmente ammazzare l’animale. Nell’ultima classe è toccato ad una ragazza vegetariana. Ha voluto farlo: ha voluto sapere cosa si provasse ad assumersi la piena responsabilità per la propria vita, il che include le vite che vengono sacrificate per lei.

Ha fatto un buon lavoro, si è impegnata con tutta sé stessa (uccidiamo sempre con sommo rispetto). Non so cosa abbia provato, ma so che ha mangiato ogni pezzo di quella pecora.

Ecco un’altra cosa che accade quando sai che un altro animale ha sacrificato la sua vita per te: non sprechi nulla. Mangiamo tutta la carne e gli organi. Usiamo le cervella per la concia, zoccoli e legamenti per la colla, ossa per utensili, gioielli e persino strumenti musicali. Ogni parte dell’animale diventa preziosa.

Quando vivi la tua vita in questo modo, tutto è ricondotto ad una storia. La storia della pecora che hai ucciso, mangiato, indossato e da cui hai ricavato strumenti è molto più ricca e duratura rispetto alla storia del pezzo di carne avvolto nel cellopane che hai comprato al negozio e di cui non sai assolutamente nulla. Quando conosci al storia del tuo cibo, vieni portato in contatto con la vita a livello viscerale. Quando non conosci la storia di ciò che mangi, sei disconnesso.

Quella che avete letto è parte di quest’interessante intervista di cui consiglio caldamente la lettura.

Non sono un fan di scelte alimentari radicali e, per quanto non mi piaccia infliggere sofferenza, adoro mangiare carne. Tuttavia noto che si sta sempre di più perdendo la consapevolezza di ciò che mangiamo e di che cosa significhi nutrirsi: affinché si possa sopravvivere, altri esseri viventi — senzienti e non — devono sacrificarsi per noi.

L’Uomo è parte integrante del sistema in cui si trova, ma col passare del tempo stiamo sempre più dimenticando questa verità fondamentale e ciò ha avuto pesanti effetti su ambiente, società e psiche. Lynx Vilden ha trovato un modo un po’ radicale per ristabilire il contatto con ciò che è essenziale e non credo che questo percorso sia adatto a tutti, ma credo che ognuno di noi debba, una volta al giorno, fermarsi ed aprirsi alla consapevolezza di essere vivo, cercando di capire pienamente ciò che questo comporta.

Dal canto mio, grazie a quell’intervista ho scoperto l’esistenza del progetto Living Wild e ho notato che ci sono corsi proposti in Italia; forse la prossima primavera farò un campeggio alternativo, chi lo sa.

Autobiografia in cinque brevi capitoli

  1. Cammino per la strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci casco dentro.
    Sono perduto, sono disperato.
    Non è colpa mia.
    Mi ci vuole parecchio per uscirne.

  2. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Fingo di non vederla
    e ci casco dentro di nuovo.
    Non posso credere di essere nello stesso posto.
    Ma non è colpa mia.
    Mi ci vuole di nuovo parecchio per uscirne.

  3. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Vedo che è lì.
    Ci casco dentro comunque…è diventata un’abitudine.
    Ho gli occhi aperti,
    so dove sono.
    È proprio colpa mia.
    Ne esco immediatamente.

  4. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci giro attorno.

  5. Cambio strada.

 
Portia Nelson

Un approccio pragmatico all’idealismo

Come chi mi conosce bene sa (e come ho già avuto modo di scrivere) mi sento spesso attanagliato da un’angosciante sensazione di ignoranza, dalla consapevolezza di non sapere mai abbastanza. Certo, questo è un ottimo propellente per la mia già vorace curiosità, mi spinge ad informarmi sempre di più ed ampliare la mia cultura, ma più conoscenza acquisisco, più la consapevolezza della mia ignoranza aumenta. È un paradosso noto fin dai tempi di Socrate, che oggi va sotto il nome di effetto Dunning-Kruger, Bertrand Russell lo ha così riassunto: “Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni”.

Il fatto di poter dare un nome a questa condizione non allevia però il disagio di doverci avere a che fare, soprattutto se hai 25 anni e devi impegnarti a costruire il tuo futuro, devi incanalare il fuoco che hai dentro. “A vent’anni è tutto ancora intero“, cantava Guccini, beh qualcuno lo dica alla mia testa perché non c’è ideale a me caro che un’attenta analisi di realtà non riduca in pezzi. Perché io sono un idealista, ma sono anche quello che gli anglofoni definirebbero un overthinker e queste due caratteristiche collidono tra loro, alimentando un malessere interiore che non sempre riesco a gestire.

Eppure bisogna credere in qualcosa, nonostante tutto, bisogna attivarsi per lasciare la propria impronta nel mondo, non per una qualche spinta narcisistica (sebbene quella aiuti) ma perché è importante dare uno scopo a ciò che si fa, dovesse anche essere traballante o posticcio. Il problema degli idealisti è che — più o meno consciamente — vogliono cambiare il mondo e hanno la presunzione di sapere qual è la direzione giusta da prendere per migliorare le cose. Il problema dei cinici invece è che non provano mai davvero a migliorare le cose, preferendo occuparsi del proprio tornaconto personale; molti di loro sono però ex-idealisti che si sono scontrati con il potere che lo status quo ha di corrompere anche i più nobili progetti, così si sono arresi.

Un mese fa stavo parlando con una donna che lavora per un’importante associazione senza scopo di lucro, mi ha raccontato schifata della corruzione dilagante e degli sprechi che affliggono simili realtà. È arrivata a dire che lei, da quando è venuta a conoscenza di come vengono usati i soldi che le varie No Profit o ONG raccolgono tramite le donazioni, non donerà più nemmeno un Euro per supportarle. Qualcosa di simile lo aveva detto, poco tempo prima, Umberto Galimberti durante una conferenza a cui ho assistito: se fai una donazione all’Unicef o simili, è molto probabile che vada a pagare gli hotel cinque stelle degli operatori mandati in missione. E pensare che io stavo accarezzando l’idea di avvicinarmi al mondo delle Organizzazioni Non Governative, con l’intento di aiutare gli altri.

La signora di cui sopra, alla fine del suo discorso ha chiosato: “Viviamo in mondo brutto, che ci vuoi fare”. Ecco, io però — nel mio piccolo — qualcosa vorrei fare. Ho notato che si ha sempre il (lodevole) istinto di pensare in grande, mentre forse quando si affrontano argomenti molto complessi si dovrebbe pensare in piccolo, molto in piccolo: sono un fan dei miglioramenti incrementali e credo che chiunque possa fare la differenza per l’equilibrio generale, se agisce in modo consapevole. All’inizio di questo post ho parlato dell’effetto Dunning-Kruger e di come contribuisca al senso di impotenza che sento dentro di me: ho abbastanza nozioni per comprendere la complessità delle sfide che la nostra epoca storica ci sta lanciando, ma non ho minimamente le competenze per abbozzare possibili soluzioni. Forse non avrò mai queste competenze, ma credo di poter lo stesso dare il mio decisivo contributo.

L’approccio che ho deciso di adottare si basa in larga parte sulle riflessioni pubblicate da Hagop Sarkissian nel saggio “Minor tweaks, major payoffs: The problems and promise of situationism in moral philosophy” in cui illustra il tema del situazionismo.

Per chi non lo sapesse, i situazionisti ridimensionano la portata che i tratti caratteriali hanno nel determinare i comportamenti individuali, affermando anzi che le persone sono molto malleabili e le loro azioni sono grandemente influenzate dal tipo di ambiente in cui si trovano. A tal proposito non può non venire in mente il celeberrimo esperimento condotto da Philip Zimbardo all’Università di Stanford, capace di trasformare dei bravissimi ragazzi in veri e propri aguzzini; il libro “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” che Zimbardo scrisse in seguito, spiega quali sono le condizioni ambientali in grado di far germogliare il male nell’animo umano.

Sarkissian però non si arrocca su una posizione di determinismo ambientale, figlia del dualismo che troppo spesso permea il nostro modo di ragionare. Scrive:

Siamo variabili importanti delle nostre relazioni interpersonali, essendo le nostre azioni legate indissolubilmente a quelle altrui. […] Gli individui possono essere visti come parti di un contesto, come punti focali di una rete sociale. Da questa prospettiva un individuo, per quanto unico, resta connesso a ed influenzato da una più larga struttura sociale, mentre al contempo ne condizona le dinamiche con il suo stesso comportamento.

L’idea, benché non convenzionale, non è certo nuova1 ed è comune presso le culture asiatiche, abituate ad avere una visione olistica sul mondo. Sarkissian stesso arriva a citare gli Annali di Confucio, abbracciando la tesi dell’autocoltivazione come mezzo per influenzare positivamente l’ambiente in cui ci si trova, di modo da migliorarlo ed esserne a nostra volta positivamente influenzati.

Non entro nel merito di tutti gli argomenti discussi: il saggio è ben fatto, scorrevole e piuttosto breve (10 pagine), quindi ne consiglio vivamente la lettura. Quello che mi interessa, al fine di questa riflessione mista a sfogo, è spiegare quello che da un po’ di tempo sto cercando di fare, mentre finisco di sistemare i dettagli necessari per iniziare una vera e propria carriera lavorativa. Invece di mirare a cambiare il mondo, sto cercando di migliorare il più possibile quel pezzo di mondo che mi circonda, scegliendo consapevolmente di agire in modo costruttivo ogni volta che me ne si presenti l’occasione.

Da un lato cerco di frequentare ambienti che stimolino la mia crescità anziché ostacolarla, dall’altro coltivo in vari modi una disposizione d’animo che abbia un’influenza positiva sulle persone con cui interagisco. Come si evince dal lavoro di Sarkissian (e come scrissi anni fa), persino un sorriso o una parola cordiale possono avere un potere trasformativo sulla giornata di chi li riceve e, per riflesso, su quella di molta altra gente. Non mi spingo troppo in là cercando di incarnare il jūnzǐ di confuciana memoria — credo diventerei nevrotico nel provarci — ma voglio assumermi la piena responsabilità delle mie azioni (anche piccole) e prendere coscienza del fatto che sì: posso fare la differenza, anche come sig. Nessuno.

Forse è troppo sperare che questa idea prenda piede presso un numero abbastanza corposo di persone da mitigare in modo sostanziale i conflitti presenti nella società odierna, fino magari a raggiungere una massa critica tale da operare un cambio di paradigma culturale, ma ormai lo sapete: sono un idealista, lasciatemi sognare.


  1. Anche Epitteto aveva affrontato il problema, in qualche modo. 

L’odio si adatta a tutto

X-Men

 

La formazione primigenia dell’identità avviene tramite un processo chiamato identificazione contro: definiamo noi stessi come “ciò che non è altro”. Questo meccanismo si estende al gruppo sociale di appartenenza, tramite cui si sviluppa un’identità collettiva che contiene ed influenza quella individuale; siamo spinti al conformismo, a compiacere i nostri simili, al punto che un gruppo isolato arriva ad avere una mentalità quasi perfettamente omogenea.

I gruppi però raramente sono isolati, per questo si arriva a distinguere tra in-group e out-group: il primo rappresenta i valori di riferimento (ciò che è bene), mentre il secondo rappresenta il “diverso” e potenzialmente minaccioso (ciò che è male). La maggior parte dei conflitti, se non proprio tutti, ricalca questo schema di base. In una società abbastanza complessa e stratificata si hanno vari gruppi di appartenenza, alcuni dei quali si sovrappongono, per cui è necessario avere gli strumenti — culturali e istituzionali — idonei a limare gli attriti e promuovere un livello accettabile di ordine.

Il sistema che al giorno d’oggi è assunto a modello vede uno dei punti chiave nella tutela di determinati diritti e libertà considerati fondamentali e votati all’inclusione. Così come i pesci che nuotano hanno difficoltà a comprendere cosa sia l’acqua, noi esseri umani ci lasciamo intorpidire dall’abitudine e ci accorgiamo di ciò che realmente è importante solo quando iniziamo a perderlo. Il muro più solido può crollare come un castello di carte facendo leva su di una minima crepa, per questo è importante che determinati diritti siano estesi a tutti e considerati inviolabili indipendentemente dalle circostanze.

Finché — almeno formalmente — siamo tutti uguali (leggi: abbiamo uguali diritti) godiamo di una complessiva immunità di gregge nei confronti di soprusi provenienti da chi ha una posizione di potere, ma nel momento in cui alcuni diventano più uguali degli altri ha inizio un effetto domino che prima o poi finirà per colpire anche coloro che inizialmente, magari scherzando, auspicavano tale cambiamento.

Il problema del promuovere l’esclusività in nome di un “bene più grande” è che si tratta di una visione estremamente miope e sottende un concetto così fumoso da poter essere adattato per giustificare ogni aberrazione; sfugge presto di mano e produce effetti inizialmente non previsti. Misure simili vengono prese in considerazione quando si è di fronte ad una minaccia e questo è più che comprensibile, ma è proprio quando ciò a cui teniamo di più viene minacciato che bisogna astenersi dal reagire di istinto.

Quando le minoranze sono discriminate istituzionalmente, tutti noi ci troviamo in una posizione precaria.

 

Più liberi o più sicuri? Riflessioni sul caso “Apple vs FBI”

A meno che non siate completamente disconnessi dal mondo, è probabile che abbiate sentito parlare della controversia sorta tra Apple e FBI riguardo l’accesso ai dati contenuti nell’iPhone appartenuto all’attentatore della strage di San Bernardino.1

Cerco di riportare i fatti in breve. Il 16 febbraio scorso, in una lettera aperta, il CEO di Apple Tim Cook ha reso noto che l’FBI ha chiesto e ottenuto un’ordinanza per indurre l’azienda a collaborare nel recupero dei dati contenuti in un iPhone trovato durante le indagini. Chiaramente Apple aveva già fatto la sua parte, fornendo alle autorità le informazioni presenti nei server di Cupertino, ma il sistema operativo degli iPhone è strutturato in modo tale da rendere impossibile l’accesso al contenuto del dispositivo senza conoscere il codice di sblocco.

Dopo due mesi ti tentativi infruttuosi, l’FBI ha dunque chiesto ad Apple di compilare ad hoc una versione di iOS priva di alcuni sistemi di sicurezza, di modo da poterla poi installare sul telefono in loro possesso e accedere ai dati con maggiore facilità. L’ordinanza del giudice impugnata dai Federali non è però vincolante e lascia all’azienda la possibilità di opporvisi, facoltà che Tim Cook ha deciso di esercitare, spiegando le sue ragioni nella lettera citata in apertura.

A fronte di questa spinosa vicenda, come spesso accade, l’opinione pubblica si è polarizzata: da un lato chi vede Apple come paladina della privacy, dall’altro chi ritiene che un’azienda non possa metter becco nelle questioni di sicurezza nazionale.

Tempo fa scrissi un post dal titolo “Ecco perché continuerò ad usare iPhone”, il che non lascia dubbi su quale sia la mia opinione. In quel post non provai nemmeno a nascondere la natura ideologica della mia posizione, ma per quanto riguarda questa vicenda ho invece un parere ben più ragionato che credo valga la pena esporre; lo farò sotto forma di risposta alle due critiche che maggiormente ho visto rivolgere a Tim Cook.

 

Critica 1 – L’FBI è interessata a quello specifico iPhone, accontentarla non mette a rischio tutti gli utenti.

Occorre innazitutto ricordare che l’Intelligence degli Stati Uniti ha un pessimo precedente in materia di violazione della privacy: poco più di due anni fa Edward Snowden rivelò pubblicamente i dettagli dei programmi di sorveglianza di massa svolti dall’NSA, il che fa sollevare più di un legittimo dubbio riguardo le intenzioni dei federali e la loro effettiva volontà di distruggere la versione modificata di iOS, una volta raggiunto il loro scopo.

La vera risposta alla critica però la fornisce già Tim Cook nella sua lettera aperta: la sola esistenza di una simile versione di iOS sarebbe un rischio enorme per la sicurezza di moltissimi utenti. Non esistono infatti “mani” abbastanza sicure quando si tratta di custodire del codice informatico, figurarsi poi se l’oggetto in questione è la chiave d’accesso ai dati contenuti in un numero impressionante di dispositivi; i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) cybercriminali in circolazione non esiterebbero un minuto a cercare di impadronirsene.

Infine, per sgretolare la tanto abusata tesi “ma tanto non ho nulla da nascondere”, basta citare il recente caso riguardante Hacking Team. Per chi non lo sapesse, Hacking Team è una società Italiana che vende software di sorveglianza elettronica a governi e servizi segreti di tutto il mondo, è talmente famigerata che Reporter senza frontiere l’ha inserita nella lista dei “nemici di Internet”. È balzata agli onori della cronaca per essere stata vittima — ironia della sorte — di un attacco informatico, in seguito al quale tantissime informazioni riservate sono diventate di dominio pubblico tramite il sito WikiLeaks. Si è venuti quindi a conoscenza di dettagli preoccupanti, quali trattative con governi non rispettosi dei diritti umani e verso cui vige l’embargo dell’ONU (ad esempio il Sudan), oppure l’ultilizzo di exploit per fabbricare false prove con cui incriminare dei bersagli.

Questa vicenda non insegna solo che gli strumenti di sorveglianza possono essere utilizzati per fini malevoli, ma anche che persino chi lavora nell’ambito della sicurezza informatica può cadere vittima di attacchi esterni e venire pesantemente danneggiata. Ne consegue che le mani dell’FBI non possono dirsi sicure.

Pandora's iPhone

 

Critica 2 – La mancanza di fiducia in governo ed autorità giudiziaria compromette il contratto sociale su cui la società stessa si basa.

Questa critica è stata mossa, tra gli altri, anche da Beppe Severgnini in un suo articolo e solleva una tematica tanto spinosa quanto interessante.

Il contratto sociale è, secondo diversi filosofi, l’atto con cui gli esseri umani superano l’incertezza dello stato di natura, cedendo una parte della loro libertà in cambio della protezione statale.

Il tradeoff “libertà-sicurezza” è al centro della prospettiva contrattualistica ed ha assunto primissima rilevanza in seguito all’attentato dell’11 settembre 2001, data di inizio di quella che è stata battezzata la “guerra al terrore”. Ora, dando per scontato che vivere in una democrazia sia ampiamente desiderabile, occorre sottolineare che nel passaggio da un’organizzazione autoritaria ad una democratica dei poteri dello Stato, pari quantità di sicurezza dovrebbero essere compatibili con più elevate quantità di libertà.

Il deflagare del terrorismo nel nuovo millennio e le risposte messe in campo da molti governi occidentali, hanno conferito nuovo smalto all’entità statale quale garante della sicurezza dei propri cittadini; come risultato stiamo assistendo alla proposizione di politiche che limitano la libertà dei cittadini promettendo in cambio maggiore sicurezza. Questa tesi è la stessa da cui muoveva le sue riflessioni Thomas Hobbes e può essere sintetizzata nella domanda fondamentale: “Più liberi o più sicuri?”. La prospettiva del filosofo britannico vede necessario rinunciare a qualche grado di libertà per ottenere un po’ più di ordine e sicurezza; qua di seguito vediamo la “curva di Hobbes” rappresentata su un piano cartesiano.

Curva di Hobbes

Ad integrare il punto di vista pessimistico appena illustrato, conviene segnalare l’osservazione di John Locke che, diversamente dal suo connazionale, era più preoccupato dalle minacce alla sicurezza che governi autoritari possono attuare nei confronti dei loro cittadini. Alla domanda “Più liberi o più sicuri?” Locke risponde: “Sicuri perché liberi!”; se per Hobbes il trade-off “libertà-sicurezza” è negativo, per Locke diventa invece positivo: la crescita della prima è garanzia per la crescita della seconda. Ecco di seguito la “retta di Locke”.

Retta di Locke

Chi dei due ha ragione? La risposta è piuttosto banale: entrambi. La garanzia di stabilità interna e di difesa dall’esterno non elimina i potenziali danni dello Stato nei confronti della sicurezza individuale, la quale risulta tutelata da una serie di diritti fondamentali che le istituzioni sono strutturate per garantire. Ecco infatti quello che accade combinando la “curva di Hobbes” con la “retta di Locke”.

Hobbes&Locke

Al di sopra un livello minimo di libertà (L1) prevale la curva, ma quando si scende al di sotto di tale soglia inizia a prevalere la retta, dal momento che alle minacce provenienti dalla società o dall’esterno si sommano quelle causate da governanti autoritari: sotto il livello L1 ogni rinuncia — anche piccola — in termini di libertà produce solo minore sicurezza.

Quindi, a mano a mano che si decidesse di rinunciare (anche provvisoriamente) all’esercizio e alla tutela di qualche diritto legittimo nella speranza di recuperare sicurezza, si finirebbe in realtà con l’alimentare una spirale diretta al peggioramento tanto in termini di libertà quanto in termini di sicurezza.2 È proprio per questo che, a mio modo di vedere, Apple ha tutte le ragioni di questo mondo per opporsi alla decisione dell’FBI.

 

Recentemente intervistato sulla vicenda, l’amministratore delegato di Apple ha rivelato che negli ultimi cinque mesi i federali hanno avanzato simili richieste ben quindici volte, segnale dunque di un interesse non circoscritto agli avvenimenti di San Bernardino. Acconsentire vorrebbe dire creare un precedente con implicazioni ben al di là di quello che possiamo immaginare. Non viviamo affatto in una società perfetta, ma quel minimo di conquiste di cui oggi possiamo godere sono state ottenute grazie a persone che hanno dato la vita per costruire un futuro migliore; dobbiamo riflettere molto a lungo prima di concedere anche solo una minima ed (apparentemente) insignificante deroga a quelli che sono i pilastri di un ordinamento democratico.

Spero che questo mio post possa fungere da invito a riflettere su di una posizione che non ho visto molto considerata — per lo meno dalla stampa italiana.


AGGIORNAMENTO 15/03/2016: John Oliver, nell’episodio di Last Week Tonight andato in onda tre giorni fa, parla di crittografia e mette in luce la complessità del caso Apple vs FBI anche da punti di vista che non ho considerato. Lo aggiungo di seguito, in quanto credo possa essere una buona integrazione al discorso.


  1. Per avere un quadro completo della vicenda, suggerisco la lettura di questo articolo del Post e di quest’ottima analisi scritta da Fabio Chiusi per ValigiaBlu. 
  2. Cfr. F. Andreatta, M. Clementi, A. Colombo, M. Koenig-Archibugi
    V. E. Parsi, Relazioni Internazionali – Seconda edizione, Il Mulino, Bologna 2012, pp. 269-271. 

Avventurati nelle terre selvagge

Premessa: questo post contiene una riflessione sul film “Into the Wild – Nelle terre selvagge” e contiene pertanto degli spoiler. Non proseguite la lettura se non ne conoscete la trama.

La settimana scorsa ho deciso di rivedere il film “Into The Wild”, che tanto avevo apprezzato anni fa. Mi ha fatto uno strano, ma piacevole effetto: alla luce della mia evoluzione caratteriale (una maturazione, si spera), ho potuto notare delle sfumature che in prima istanza mi erano sfuggite, o che avevo finto di non vedere.

Questa volta, pur comprendendo in pieno le motivazioni di Christopher McCandless, sono stato in grado di cogliere a pieno anche le contraddizioni (o, se si vuole, i paradossi) interni al suo percorso. Il protagonista decide di imbarcarsi in un viaggio verso le terre selvagge dell’Alaska, così da riscoprire cosa significhi “Vivere” nella sua accezione più pura, libera da condizionamenti sociali e preconcetti mentali. È quindi interessante notare come, in perfetta sintonia con uno dei più grandi cliché, la parte fondamentale per il suo processo di crescita non è data dalle esperienze che vive quando giunge a destinazione, bensì da quelle avute durante il viaggio che compie. Fondamentali risultano in particolar modo le amicizie che stringe: ogni persona incontrata durante il suo vagabondare verso nord, gli trasmette importanti insegnamenti o abilità che gli saranno poi utili per sopravvivere in Alaska.

Christopher Johnson McCandless fugge dalla famiglia e dall’intera società spinto da una incessante sete di libertà, crea quindi l’alter ego Alexander Supertramp e si imbarca in una lunga epopea tramite cui comprende che sin dal principio non c’era mai stato nulla da cui fuggire. Impara la lezione nel modo più brutale, scrivendo la frase: “La felicità è reale solo quando condivisa” e riappropriandosi in punto di morte del suo nome di battesimo.

È una storia — tragica — di formazione, la sua. Il motivo per cui risalta tra le mille altre esistenti è che si tratta di una biografia: Christopher McCandless è realmente esistito e ha fatto davvero tutto ciò che è narrato nel film. Le sue azioni sono state il risultato dell’estremizzazione e spettacolarizzazione di un processo che, in un modo nell’altro, vive ciascuno di noi. Nel mio piccolo, mi illudo di aver capito che strade anche radicalmente diverse portano alle stesse destinazioni, che per arrivare alle conclusioni di Christopher non sia necessario andare ad invischiarsi in situazioni di palese rischio vita; a ben vedere sono anche concetti triti e ritriti, cliché che possono essere letti in moltissimi libri, ma per coglierne la verità, interiorizzarla ed uscirne trasformati dobbiamo sperimentarli sulla nostra pelle.

In un certo qual modo dobbiamo soffrire, dobbiamo morire. Non parlo della morte fisica, bensì di quella trasmutazione che emerge dallo smantellamento di precedenti schemi mentali, di quel terremoto che riduce in briciole le fondamenta della tua stessa esistenza e ti lascia vuoto, impotente. È in questa condizione che, più o meno consapevolmente, avviene il passaggio ad una fase nuova della vita, si arriva ad avere una prospettiva più ampia sulle cose e aumenta la consapevolezza di quanto ancora si deve imparare. Non credo che si attraversi una volta sola questo passaggio, penso lo si affronti ciclicamente, talvolta imparando sempre una stessa lezione che fatica ad essere assimilata a dovere.

In questo, credo, siamo tutti perfettamente uguali. Penso che la vita consista in un flusso di coscienza che, cristallizatosi in un Io, attraversa sempre le stesse fasi, imparando le stesse lezioni e arrivando grossomodo alle stesse conclusioni; ciò che cambia è solo l’angolazione della prospettiva. Il cammino della nostra crescita è prima di tutto un percorso interiore e gli accidenti esterni non fanno altro che innescare una proiezione della nostra psiche sul mondo, esteriore ed interiore si fondono in perfetta identità.

Le terre selvagge le abbiamo dentro e non ci resta che esplorarle.

 

Basta poco per essere un eroe

Su questo blog riporto mie riflessioni su vari argomenti, riflessioni che spesso partono da eventi vissuti nella mia vita, tuttavia non credo di aver mai parlato in modo diretto di me e ciò che mi riguarda; oggi voglio fare un’eccezione.

Come sapranno coloro che mi conoscono di persona, due anni fa mio padre si è ammalato di leucemia mieloide acuta, diagnosi che ha dilaniato la nostra routine famigliare come mai nessun altro evento prima di allora. Con fatica e determinazione ha affrontato il lungo percorso che lo ha portato ad effettuare un trapianto di midollo osseo, non è stato semplice né per lui, né per mia madre e me, ma alla fine sembrava aver superato la malattia con successo. Sembrava, appunto: venerdì scorso, a poco più di un anno dal trapianto, ha scoperto di essere in recidiva di malattia.

Dovrà quindi affrontare un nuovo trapianto e i medici del San Raffaele sono già alla ricerca di un donatore. Non è detto che un futuro trapianto darà esito positivo e porterà ad una guarigione, ma è la migliore delle strade che abbiamo e la percorreremo fino in fondo. Il problema grosso però sta a monte: bisogna trovare un donatore con un grado accettabile di compatibilità.

Proprio poco fa mi è capitato di leggere della campagna “Match4Lara” iniziativa che ha riscosso un successo davvero incredibile e che sta avendo il merito di porre l’accento sull’importanza della donazione di midollo osseo, tramite anche la mobilitazione di personaggi di spicco quali J. K. Rowling e il Primo Ministro UK David Cameron.

Diversamente da altri tipi di trapianti, quello di midollo non necessita che al donatore vengano espiantati degli organi, come dice l’articolo di Repubblica:

Donare è facile. “Non dovete spaventarvi all’idea della donazione di cellule staminali. È come fare un prelievo di sangue, quindi non è doloroso e soprattutto non ha conseguenze sulla salute”, dice Lara. In Italia, il punto di riferimento è l’Admo. Per diventare donatori è necessario presentarsi, senza impegnativa medica, presso un Centro donatori che aderisce al progetto, per sottoporsi al prelievo di un campione di sangue (come per una normale analisi). Il Centro donatori farà firmare l’adesione al Registro italiano donatori midollo osseo. I risultati delle analisi verranno poi inseriti in un archivio elettronico gestito a livello regionale e a livello nazionale. In seguito, al riscontro di una prima compatibilità con un paziente, il donatore sarà chiamato a ulteriori prelievi, sempre di sangue, per definire ancora meglio il livello di compatibilità.

Se tutti (o anche solo la maggioranza di noi) si registrassero alla banca dei donatori, l’intera collettività trarrebbe un immenso beneficio con un minimo dispendio di energie. È vero, mi sto interessando alla tematica in larga parte per vicende personali, purtroppo è un peccato condiviso che ha le sue radici nella miopia da cui siamo affetti un po’ tutti: ci preoccupiamo davvero della morte solo quando iniziamo ad avvertirne i passi. L’atteggiamento generale, più o meno conscio, è quello di dire: “Perché deve capitare proprio a me?”, mentre invece sarebbe più opportuno chiedersi perché non dovrebbe capitare; quando si tratta di tumore non è tanto questione del “se”, ma piuttosto del “quando”.

Io non sono uno scrittore di successo o un Primo Ministro, ma voglio lo stesso lanciare un appello: andate a registrarvi alla banca dei donatori e sensibilizzate al tema parenti e amici. Fatelo per Lara, fatelo per mio padre, fatelo per voi stessi. Fatelo per noi tutti.

Grazie.

Una risata ci libererà

Ho sempre l’impulso di cercare la posizione intermedia, conciliante tra i due estremi, tanto che col tempo sono arrivato a definirmi un “cultore della via di mezzo”; magari è uno dei motivi per cui sono attratto dal Buddismo, che ha questo principio tra i capisaldi. Forse questa mia necessità di comprendere ciò che succede, di cogliere anche la più piccola sfumatura cromatica deriva dalla tendenza che ho, quando sotto stress, ad adottare istanze manichee.

Non è però un vizio soltanto mio: più si analizza qualcosa, più ci si rende conto di quanto questa sia complessa e di quanto la nostra prospettiva sia estremamente limitata. Siamo sempre ignoranti in un modo o nell’altro, l’ignoranza porta insicurezza e, siccome la precarietà non ci piace, il nostro bisogno di ordine ci porta a semplificare; vedere il mondo in codice binario è rassicurante: ogni cosa è al proprio posto, c’è il bene e c’è il male. Fine.

Poco importa che la morale sia estremamente relativa e che il concetto di “bene” sia solitamente associato al proprio gruppo di appartenenza (e quindi a sé stessi), mentre il “male“ è il “diverso da noi”. Se il modello è semplice e rassicurante ci attrae, quindi lo si accetta e si finisce a vedere soltanto conferme della propria opinione.

Purtroppo rendersi conto dei propri bias non è sufficiente per non cadere nelle loro trappole. Il problema del cercare la via di mezzo è lo stesso di ogni soteriologia: stabilisci un obiettivo desiderabile e lo rendi “il bene”, ma per far ciò hai già ben chiaro in testa quale sia “il male“; ecco che hai radicalizzato la tua posizione, rendendo la “via di mezzo” nient’altro che l’estremo di un continuum. Serve grande umiltà per accettare la propria impotenza di fronte a questo meccanismo perverso.

Ho esposto il problema della “via di mezzo”, ma credo che il concetto abbia applicazione universale: un’idea nobile mossa dai migliori intenti corre sempre il rischio di venire snaturata dalle persone che cercano di attuarla, trasformandosi così in ideologia. Visto il periodo che stiamo vivendo non possono non venirmi in mente i moti per l’equità sociale, tematica verso cui sono estremamente sensibile e a cui mi trovo a pensare spesso. Vuoi per emergenza, vuoi per eccesso di enfasi, vuoi per strumentalizzazione politica, credo che certe questioni non vengano analizzate con l’accortezza che meritano. Il dibattito pubblico si traduce inevitabilmente in uno scontro tra posizioni, “noi” contro “loro”, “giusto” contro “sbagliato”. È follia.

Da una parte vengono coniati neologismi come “Social Justice Warrior” o il nostrano “buonista”1 per identificare il nemico, mentre dall’altra fioccano epiteti dal sapore partigiano. Tutto ciò non è funzionale a risolvere un problema, ma solo a vedere chiaramente chi è colui contro il quale si deve combattere. Non ci sono più proposte, tutto si riduce a slogan.

Oltre a questo, come accennavo in apertura, la cosa davvero preoccupante è la snaturazione delle intenzioni iniziali per cui il desiderio di equità, nella foga dello scontro, diventa richiesta di privilegi discriminanti in senso opposto; a tal proposito non possono non venirmi in mente le quote rosa, provvedimento palesemente incostituzionale ed iniquo. Le disparità di trattamento ovviamente esistono e c’è esigenza che vengano appianate,2 ma bisogna che ogni mossa sia studiata nei minimi dettagli poiché il più piccolo errore potrebbe avere conseguenze inaspettate e molto gravi, data la natura olistica della società.

Purtroppo però non ho dati e conoscenze adeguate per parlare in dettaglio dell’argomento. Mi sono messo a scrivere questa riflessione perché, nella mia limitata esperienza, mi sono reso conto che i paradossi sono ovunque e il modo migliore per affrontarli senza rimetterci la salute (fisica e mentale) è imparare a riderne. È qua che volevo arrivare: abbiamo un bisogno disperato della satira.

Immagino abbiate tutti presente il detto “scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”. Ebbene, la satira deve prendersela soprattutto con i santi: deve dissacrare, cioè “mettere in discussione il sacro”. Noi Occidentali siamo così influenzati dalle religioni abramitiche che colleghiamo automaticamente la sacralità alla fede, ma tale visione riduttiva è strettamente correlata a quella che vede la parola “religione” necessariamente connessa ad una qualche forma di teismo.

Ho già scritto un post a riguardo, ma ci torno brevemente al fine di maggior chiarezza. Émile Durkheim definiva la religione come “un complesso unificato di pratiche e credenze relative al sacro” che crea un legame sociale tra persone,3 tale complesso è un sistema di simboli che impregna di significato la vita sociale e individuale.4 Dal momento che le società odierne sono molto eterogenee, gruppi di persone diversi hanno differenti concezioni del mondo, diversi valori, ossia diverse opinioni su ciò che è sacro.

In questo contesto si inserisce la satira: il suo compito è mettere alla berlina le nostre convinzioni, esplorare i paradossi, puntare il dito verso le nevrosi della nostra società. La satira deve essere scomoda, metterci a disagio, come disse Daniele Luttazzi: “La satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare”, per questo corre sempre il rischio di venire censurata. Certo, essendo comicità deve fare ridere, ma sono risate con lo stesso sapore di un rumore improvviso che ti sveglia da un bel sogno.

L’autore satirico non è un cerchiobottista5 che prende in giro entrambi gli schieramenti, per par condicio: chi fa satira colpisce tutti perché prende di mira il tessuto stesso della società; una volta ridi di gusto perché è stato detto ciò che hai sempre pensato, la volta dopo scuoti la testa perché viene espressa un’opinione che giudichi troppo estrema.

Ogni cultura ha elaborato strumenti per evadere da sé stessa, nella nostra tradizionalmente si fa uso dei buffoni. Sarà anche vero che giullari e re rimangono tali anche dopo che è stata rivelata la nudità di questi ultimi, ma l’importante è che l’audience abbia aperto gli occhi anche solo per un istante e compreso la precarietà dello status quo.

Rimaneggiando un vecchio motto: “Una risata ci libererà”.


  1. Quanto odio quel termine, mi dà l’orticaria! 
  2. Di recente sono venuto a conoscenza del problema costituito dal razzismo istituzionale, sul tema consiglio la lettura del libro “Razzisti per legge: L’Italia che discrimina”. 
  3. Cfr. E. Durkheim, “Le forme elementari della vita religiosa” 
  4. Cfr. P. Berger, “La sacra volta: elementi per una teoria sociologica della religione” 
  5. Ironicamente, vista l’apertura di questo post, potrei rientrare in questa categoria. Beh, ridiamoci su! ;) 

Il bicchiere è già rotto

Un giorno alcune persone vennero dal maestro e chiesero: “Come fai ad essere così felice in un mondo tanto precario, in cui non puoi far nulla per proteggere coloro che ami da dolore, malattia e morte?”. Il maestro prese un bicchiere e disse: “Tempo fa mi è stato regalato questo bicchiere, mi piace davvero molto. Tiene l’acqua a mia disposizione e luccica quando esposto al sole. Lo tocco e tintinna! Un giorno il vento potrebbe farlo cadere dalla mensola, oppure potrei accidentalmente urtarlo con il gomito e buttarlo giù dal tavolo. So che questo bicchiere è già rotto, quindi posso goderne davvero.

— Achaan Chah Subhaddo

Il momento in cui ottieni qualcosa è il momento in cui inizi a perderla.