Errare

Mi è stato più volte detto che sono un tipo strano che fa cose strane. Fra queste “cose strane” che ogni tanto mi piace fare vi è l’andare a seguire conferenze (possibilmente gratuite) su temi che sembrano stimolanti; devo dire che si è rivelata una buona abitudine, in grado di fornirmi notevoli spunti di riflessione.

Il 22 maggio del 2015 andai ad un incontro organizzato dal gruppo Bridge Partners dedicato all’argomento dell’errore ed intitolato “Il Modo Giusto di Sbagliare”. La conferenza era moderata da una giornalista del Sole 24 Ore e i relatori erano tutti di un certo spessore: Giovanna Leone, docente di Psicologia Sociale all’Università Sapienza di Roma, Marco Delmastro, fisico ricercatore presso il CERN di Ginevra e il CNRS francese, Salvatore De Rienzo, consulente di Egon Zehnder, Alberto Fusi, Chief Human Capital Officer di ERG e Umberto Pelizzari, ex campione mondiale di apnea.

L’incontro è stato molto interessante in ogni sua parte (sorprendenti in modo particolare gli interventi di Pelizzari), tant’è che vi consiglio vivamente di ascoltare la registrazione integrale da me fatta. In questa sede vorrei parlare però dei contributi che in me hanno lasciato maggiormente il segno: quelli di Giovanna Leone. Dopo le doverose premesse, fatte anche dagli altri relatori, su quanto l’errore sia un indispensabile strumento didattico e di crescita professionale oltre che personale, ha parlato in modo molto interessante dell’educazione infantile.

Il bambino che non usa più le rotelline per andare in bicicletta fa questo passo perché un adulto ha scommesso su di lui e ha detto “ce la puoi fare”. È terribile quando le persone ti dicono “non ce la farai mai” perché se tu ci credi finirai effettivamente per non farlo: si chiama profezia che si auto-determina.

Questo è il motivo per cui il grande psicoterapeuta Viktor Frankl asseriva che le persone vanno sempre sovra-stimate ed incentivate a sperimentare cose nuove, a mettersi alla prova, mentre in parallelo si ricorda loro che la possibilità di fallire è sempre presente. L’errore però non va demonizzato: se viene visto come un qualcosa da evitare a tutti i costi, si interiorizza l’idea che non ci si può permettere di sbagliare perché la posta in palio è troppo alta; a volte le persone non cambiano perché non si mettono mai in gioco, poiché pensano che il fallimento sia la fine del mondo.

[…] L’errore è diverso dalla sciatteria: la sciatteria è quando non ti sei preparato abbastanza, invece l’errore — come dice l’etimo — vuol dire che sto errando, vagando qua e là, sperimentando; l’errore è figlio del fatto che tu stai provando. Ci sono persone che hanno il coraggio di provare, che si buttano, e poi ci sono persone che invece hanno paura. Io però non vedo tanto dei profili di personalità, quanto più delle situazioni tipiche (pur non negando aspetti caratteriali e genetici). Ci sono degli ambiti che permettono alle persone di sbagliare, di provarci.

Ad esempio a noi è capitato di osservare situazioni di bambini che giocano con vicino l’insegnante — che sa di essere filmata, quindi cerca di ottenere il massimo rendimento — e sono alla presa, ad esempio, con un puzzle adeguato alle loro capacità. Emergono dati interessanti, ad esempio un bambino viene di solito lasciato più libero di sbagliare rispetto ad una bambina: c’è più tolleranza per gli errori commessi dai maschi; questo atteggiamento educativo può essere alla base del cattivo rapporto che spesso le donne hanno con gli errori. Se guardiamo poi a contesti in cui sono presenti bambini appartenenti a minoranze svantaggiate (ad esempio minori Rom) riscontriamo situazioni di sovra-aiuto benevolo in cui il bambino viene continuamente corretto: lui inizia a fare il puzzle e la maestra gira i pezzi al posto suo; questo suona come dire “chissà se tu ce la fai”. Tale aspetto lo abbiamo riscontrato soprattutto nelle madri dei bambini malati cronici, che tipicamente fanno il puzzle al posto dei figli per evitare loro ulteriori fattori di stress. Questo può aumentare la paura di sbagliare, e se tu temi di sbagliare impari di meno perché la risposta più ovvia alla paura è l’inazione. Questo riconduce al problema dei genitori ansiosi che vogliono iper-controllare tutto per timore che i figli si facciano male: a volte è importante che la persona sbagli un po’.

Questo è un tema che noto tornare ciclicamente nelle mie esperienze e nelle mie letture, al punto che inizio a ritenere sia una costante su cui poter fare sempre affidamento: l’unico modo per crescere ed evolvere la propria situazione è sperimentare, correre rischi ed esporsi alla prospettiva di un fallimento che non va visto come condanna, bensì come opportunità. Tutti i discorsi sull’uscire dalla comfort zone, che fioccano a destra e a manca tanto da esser quasi diventati cliché, si basano su questa regola fondamentale.

Instaurare un rapporto costruttivo con l’errore significa ridimensionare le proprie paure, aumentare la capacità di adattamento migliorare la relazione che si ha con sé stessi1 e soprattutto facilitare l’apprendimento di nuove abilità; c’è solo un modo per riuscirci: fare cose nuove. Gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non fanno nulla, cioè quelli che rimangono sempre uguali a loro stessi.


  1. C’è un curioso slittamento semantico che in molti hanno nel parlare degli errori commessi da sé e/o altri: “ho sbagliato” diventa automaticamente “sono sbagliato”, ma questo tipo di giudizio morale, oltre a non avere alcuna base, risulta un ostacolo insidioso ad ogni cambiamento costruttivo. 

Portare su Marte l’atmosfera di Venere

Stavo riflettendo sul fatto che mi è sempre stato molto più facile entrare in sintonia con le ragazze, piuttosto che con i ragazzi. Non ho mai provato ad indagare le cause, forse perché pensavo fosse un mio difetto o semplicemente un’abitudine consolidata dopo che, anni fa, alcuni miei grandi amici mi voltarono le spalle da un giorno all’altro. Oggi però, riflettendo su ciò che apprezzo davvero in un rapporto inter-personale, credo di aver capito dove stia la differenza tra le due categorie di persone: le donne tendono ad essere molto più disposte all’introspezione e non hanno grossi problemi a mostrarsi vulnerabili, una volta che si sentono a loro agio1.

Ormai ho capito da un po’ che io bramo connessione nei rapporti umani e provo un gran senso di appagamento quando riesco ad entrare in sintonia con una persona, è una tematica che mi è capitato di toccare anche in questo blog, un paio di anni fa. Ebbene, questa intesa si realizza se entrambe le parti sono disposte ad abbassare le difese e lasciarsi completamente andare; è come una trust fall: quel gioco in cui ti lasci cadere all’indietro, sicuro che la persona alle tue spalle ti prenderà tra le sue braccia, arrestando la caduta. Questo meccanismo funziona solo se c’è quel senso di cieca fiducia nel fatto che nessuno approfitterà di questa tua condizione svantaggiosa, ma fidarsi a tal punto da esporsi in questo modo è molto difficile.

È difficile per tutti, ma la mia esperienza mi dice che lo è di più per gli uomini che per le donne. Chiariamoci: sono riuscito ad instaurare questo tipo di rapporto anche con alcuni miei amici maschi, ma ci è voluto tanto tempo e ancora oggi noto occasionali resistenze. Di solito quando mi trovo a conversare con ragazzo e cerco di virare verso argomenti più introspettivi, finisco per trovarmi davanti ad un blocco monolitico da erodere pezzo dopo pezzo per arrivare al nucleo vitale, come risultato tendo ad irrigidirmi anche io e proiettare un’immagine di me che sarà anche quella più appropriata alla circostanza, ma non è rappresentativa di ciò che sento davvero. Spesso e volentieri, invece, una ragazza quasi mi invita a sciogliermi, mi mette a mio agio e si verifica quella compenetrazione di anime che tanto mi piace.

Nel primo caso l’interazione finisce spesso per risultare stressante e priva di significato, mentre nel secondo è molto più rilassante ed appagante. Non ho fatto alcuna ricerca in merito, ma penso che queste diverse modalità possano essere dovute in parte a differenze biologiche (e ormonali) che rendono più intuitivi certi comportamenti, e in parte da modelli interiorizzati durante la crescita. La biologia consente però margini di variazione, così come i modelli possono essere alterati e rimpiazzati; forse se le donne stanno imparando ad essere più assertive, anche gli uomini dovrebbero allenarsi all’introspezione e raggiungere così una maggiore maturità emotiva.

Questo pensiero può sembrare fin troppo campato in aria e infatti ero restio a condividerlo su queste pagine, ma poi sono incappato in un video molto interessante. Si tratta dell’esperienza di una donna che, per capire il più possibile cosa significhi essere uomo, decide di vestirne i panni per 18 mesi; tra le varie considerazioni ve ne sono anche di simili alle mie, con la differenza che le sue hanno un peso decisamente maggiore per via del modo in cui sono maturate.


  1. Quasi sicuramente esiste continuum che presenta varie posizioni, il mio discorso è una semplificazione a fini esplicativi. 

Donald Trump è colpa nostra

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Non mi lancio in nessun tipo di analisi, francamente non ne ho voglia, tanto nei prossimi giorni vi troverete bombardati dal parere di personaggi illustri e non. Scrivo soltanto per comunicare il mio disgusto verso i responsabili di questo declino dell’Occidente che sembra destinato a non arrestarsi tanto presto: noi.

Con “noi” mi riferisco al frammento demografico cui gioco forza mi trovo ad appartenere: quello composto da persone mediamente colte, provenienti dall’ormai quasi estinta classe media, promotrici di valori liberali; persone che hanno fatto il liceo (magari il classico) con l’idea poi di iscriversi all’università, laurearsi, ottenere un lavoro rispettabile ed entrare a fare parte della “classe dirigente”. Le stesse persone che ora si sdegnano per la Brexit e Trump, invocando un ritorno al passato, ad un’oligarchia aristocratica priva del poco conveniente suffragio universale. Già, perché il problema è la “gggente”, mentre noi siamo virtuosi, vero? Non abbiamo capito un cazzo.

Ci siamo dati pacche sulle spalle nelle nostre torri d’avorio, ridendo del “popolino” e dei loro ridicoli rappresentanti, ignorando e male interpretando un disagio che ha continuato a crescere e bollando i suoi sfoghi come “ignoranza”. Certo, l’ignoranza è un fattore, ma è da stupidi puntare il dito verso la fiammella invece che occuparsi di chi ci sta soffiando sopra. No, non sto parlando di Salvini o Grillo (il loro ruolo viene dopo), sto parlando delle passate generazioni che, spreco dopo spreco, hanno rotto le finestre del condominio dove questa gente abita, fregandosene delle lamentele e deridendo apertamente chi invece — (forse) per opportunismo — ha mostrato di dar loro ascolto.

A furia di tirare, la corda si spezza e si finisce con la schiena nel fango. I cosiddetti (e spesso auto-proclamati) intellettuali non sono più visti come guide autorevoli, ma come antagonisti; nel migliore dei casi come una manica di egoisti boriosi, incapaci di prevedere la crisi economica1 o anche solo di avere una stima affidabile dei risultati elettorali poche ore prima del voto. La reazione di chi ha perso ogni fiducia nello status quo mira a sovvertirlo, dando nuovo impeto a tutti quei movimenti che contrastano i valori cari all’élite, dalla scienza alla democrazia.

La rabbia è molto facile da incanalare, se si toccano i punti giusti: è un meccanismo vecchissimo esemplificato molto bene da Freud nel saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”.

La folla giunge subito agli estremi. Un accenno di sospetto si trasforma immediatamente in indiscutibile evidenza. Una semplice antipatia diviene subito odio feroce. Portata a tutti gli eccessi, la folla è influenzata solo da eccitazioni esasperate. Chiunque voglia agire su di essa, non ha bisogno di dare ai propri argomenti un carattere logico: deve presentare immagini dai colori più stridenti, esagerare, ripetere incessantemente la stessa cosa.2

Non c’è da stupirsi di Trump, Grillo o Salvini, ma soprattutto non è loro la colpa: sono solo sintomi, manifestazioni di un profondo disagio di cui noi siamo concausa. Possiamo fare autocritica e cercare di riunificare la frattura che si è creata all’interno del nostro (ma non solo) Paese, oppure possiamo fare come al solito e puntare il dito contro la proverbiale “casalinga di Voghera”.


In questo mio sfogo ho ricondotto l’elezioni di Trump allo scenario italiano perché è quello a me più familiare. Senza dubbio si tratta di una forzatura, ma non così importante come potrebbe sembrare, dal momento che l’intero Occidente è piuttosto omogeneo sotto alcuni punti di vista. A riprova di ciò metto qui di seguito un paio di link ad articoli che trattano le stesse tematiche dalla prospettiva statunitense (entrambi in Inglese, mi spiace).

  • How Half Of America Lost Its F**king Mind: il giornalista che scrive, cresciuto in uno Stato rurale, conservatore e ultra-cristiano, prova a dare una spiegazione del sucesso elettorale di Trump fornendo una prospettiva diversa dal solito.
  • The Intellectual Yet Idiot: il filosofo Nassim Nicholas Taleb critica aspramente gli odierni intellettuali, evidenziando in modo un po’ comico le contraddizioni insite nel loro modo di pensare.

  1. Nel novembre 2008 la Regina Elisabetta II chiese ai docenti di economia della London School of Economics come mai non avessero previsto il sopraggiungere della crisi. Dopo mesi di consultazioni risposero con una lettera aperta, dicendo di aver perso di vista il cosiddetto “rischio sistemico” e di essersi abbandonati ad una “psicologia del diniego”. Fonte: D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano, 2011. 
  2. S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Bollati Boringhieri, Torino, 1978. 

La Biblioteca di Babele

Non so quanti di voi conoscano la Biblioteca di Babele, quindi faccio una breve introduzione. Si tratta di un posto descritto da Jorge Luis Borges nella sua omonima opera; lo scrittore descrive una struttura con estensione infinita, composta da sale esagonali, ciascuna delle quali ha quattro pareti adibite a libreria, con cinque scaffali ciascuna e 32 volumi di 410 pagine in ogni mensola; ciascun libro di questa biblioteca presenta sequenze di caratteri senza ordine, in tutte le loro possibili combinazioni. Nel racconto gli uomini si muovono con affanno in questo luogo alla ricerca del libro contenente la Verità.

Ho deciso di scriverne perché a quanto pare qualcuno ha creato un sito web con lo scopo di emulare questa biblioteca: Library of Babel. Tramite un algoritmo sono state generate e raccolte in volumi tutte le possibili combinazioni delle 26 lettere dell’alfabeto inglese, con l’aggiunta di spazio, virgola e punto; l’intero catalogo è liberamente consultabile è ha come unico fastidioso limite l’assenza delle lettere accentate (non previste dalla lingua Inglese), il che castra un po’ l’esperienza se si prova a cercare del testo in lingua italiana. Usando la funzione di ricerca potete trovare ogni frase che la vostra mente sta pensando, generata automaticamente dal sistema molto tempo prima che voi abbiate iniziato ad articolarla. La frase che ho appena scritto, ad esempio, si trova nel volume intitolato “dbj,ljviawt”, a pagina 390.

Nonostante l’estrema banalità del principio alla base del sito, non posso fare a meno di provare un misto di ammirazione ed irrequietezza ad ogni ricerca. Ricordate la teoria secondo cui delle scimmie che battono a caso di tasti di una macchina da scrivere, dato un tempo sufficientemente lungo, sarebbero in grado di comporre tutte le opere di Shakespeare? Ecco, avete sotto gli occhi la dimostrazione pratica della veridicità di questa ipotesi (che a quanto pare ha origine nella Grecia antica, tanto per cambiare1).

All’inizio volevo strutturare questo post come una riflessione su creatività ed originalità, ma poi ho desistito perché mi sono reso conto che l’impianto era un po’ troppo pretestuoso; una volta ogni tanto è bello anche semplicemente fare una segnalazione e basta, senza dilungarsi troppo oltre.

Quindi che dire ancora…buona ricerca!


  1. Un’affermazione molto diffusa in ambito accademico e che ho sentito fare dal vivo al Professor Umberto Galimberti può essere così riassunta: “Il picco della civiltà Occidentale è stato raggiunto nella Grecia antica, da lì in poi si è soltanto regrediti”. All’inizio mi sembrava quasi oltraggiosa, ma adesso inizio a credere che ci sia un fondo di verità. 

Cosa vuol dire “Sii te stesso?”

Quante volte avete dato (o ricevuto) il consiglio “Sii te stesso”? È una frase talmente abusata da aver quasi perso significato, attirando anche un sacco di critiche, più o meno sensate. Ma cosa vuol dire sul serio?

Non intendo attaccare un pippone senza fine sull’origine dell’Io e sul concetto di identità perché sarebbe fuori luogo e forse anche al di là delle mie possibilità, intendo invece riflettere un attimo su cosa si intenda davvero suggerire quando si dà quel consiglio e sul perché il più delle volte non lo si capisca realmente. Il vero problema non risiede nel suggerimento in sé, ma in come viene strutturato: “Sii te stesso” rimanda all’immagine che la persona ha di sé e la spinge a tenerla ben presente nel corso della situazione che questa si trova ad affrontare.

Credo di averlo già detto in altri post, ma mi ripeto: il problema delle immagini è che sono statiche, mentre le persone si evolvono continuamente1. La differenza è notevole tra un anno e l’altro, ma può essere percepibile anche a distanza di qualche mese, cambiamo così rapidamente che la nostra immagine non è mai adeguatamente aggiornata. Un problema correlato è poi la bidimensionalità delle immagini, le quali sono mere rappresentazioni della realtà e non riescono a trasmetterne tutta la complessità. In sostanza, cercando attivamente di essere “noi stessi” finiamo per indossare degli abiti di cartongesso che inibiscono i movimenti e ostacolano la nostra performance. Eppure lo scenario descritto è il male minore, poiché il più delle volte si ha in mente come ci si dovrebbe comportare in determinate situazioni e si cerca l’allineamento a questo modello aprioristico calato dall’alto; non c’è nemmeno bisogno di dire che il risultato è spesso disastroso.

Quello di cui realmente abbiamo bisogno non è l’immagine giusta da presentare, ciò che ci serve è la capacità di essere spontanei. Ok ma, ora che abbiamo strutturato meglio il concetto, come si diventa spontanei2? Altra domanda su cui si sono arrovellate parecchie scuole di pensiero (specialmente in Oriente) e che richiederebbe un trattato per rispondere. Questo post è però più una chiacchierata informale atta a fornire spunti riflessivi, quindi rispondo con una sola parola: rilassandosi.

“Take it easy”, “Stai sciallato”, “Non farti seghe mentali”, sono tutti consigli eccellenti è molto più puntuali dell’abusato “Sii te stesso”! Quanta saggezza che c’è nei cliché, vero? Chi l’avrebbe mai detto?! Continuando a pensare e pianificare le cose giuste da fare o dire la mente si ingolfa di pensieri, l’attenzione cala, la reattività diminuisce, la tensione muscolare aumenta, l’ansia cresce; tutto questo finirà per mettervi i bastoni fra le ruote e aumenterà la vostra avversione verso un certo tipo di situazioni. Non sono però le circostanze a generare il disagio, bensì l’atteggiamento che si ha nei loro confronti.

Va benissimo cercare di migliorare alcune caratteristiche di sé, è necessario studiare per gli esami universitari, è sempre meglio prepararsi prima di un colloquio lavorativo o prima di parlare in pubblico, ma il lavoro concettuale deve fermarsi a quella fase preliminare. Quando arriva il momento di agire tutto il resto deve passare in secondo piano, perché quando i pensieri interferiscono con le azioni il risultato non è mai ottimale3; non può esistere una “spontaneità controllata”4.

Inspira, fai vuoto nella mente. Espira, sciogli le tue ansie. Avanza e inizia lo spettacolo.


  1. J. Baggini, Is there a real you? 
  2. Ho il sospetto che tornerò sull’argomento, in futuro; ad ogni modo la meditazione aiuta senza dubbio. 
  3. B. Sian & C. Thomas, On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure? in “Journal of Experimental Psychology: General”, 2001. 
  4.  Essere spontanei non è importante solo perché piacevole e perché garantisce un maggior grado di efficienza in determinati contesti, ma ha anche il pregio di essere ben recepita dagli altri. Paradossalmente si ha una maggiore probabilità di fare una buona impressione se non ci si preoccupa troppo dell’impressione che si vuole dare. 

Il mondo è un po’ più freddo

Domenica 5 giugno 2016 è morto mio padre.

Non mi viene in mente nulla di sensato da dire. Eppure vorrei. Vorrei parlare di come mi sento in colpa per non avergli dimostrato l’affetto che meritava, quando era in vita. Vorrei scusarmi per tutti i casini che ho causato in famiglia e le preoccupazione che gli ho fatto provare, per colpa del mio carattere non proprio facile. Vorrei ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per me, vorrei dirgli che ora capisco quanto fosse importante ogni minima cosa che faceva e vorrei dirgli che i suoi difetti, in fondo, erano poca roba.

Vorrei dirgli che mi rendo conto solo ora di quanto io sia stato fortunato ad avere lui come padre, lui che forse a prima vista poteva non colpire particolarmente, ma che era in grado di essere un grande esempio di correttezza ed era capace di un Amore incredibile. Lui, che con i polmoni quasi completamente divorati dai funghi ha avuto il coraggio di non lamentarsi mai e di dissimulare la sua sofferenza per non allarmare mia madre, dicendo semplicemente: “Mi sento un po’ a disagio”; è in momenti come questi che si vede il coraggio di un uomo e io posso dire che, sì, mio padre era coraggioso e ha lottato come un leone fino alla fine. Mi distrugge pensare che tutte queste qualità ho potuto realizzarle soltanto quando è stato troppo tardi. Soltanto quando ho visto la gente che gremiva la chiesa andare verso mia madre per dirle che persona immensa mio padre fosse.

La sua assenza è straordinariamente presente. Sono in alto mare e ho perso la mia bussola.

Domenica 5 giugno 2016, da quel giorno il mondo è un po’ più freddo.

Il valore della vita

The MOON: Com’è uccidere un animale?

Lynx: È qualcosa che ti cambia la vita. Tenere nelle tue mani il corpo caldo di un animale, di un essere vivente che respira, scostare la sua pelliccia o le sue piume prima di sgozzarlo…ti riempie di umiltà. Richiede davvero la tua piena attenzione, realizzi che un altro essere sta per dare la sua vita così che tu possa nutrirti. Quando so che il giorno seguente dovremo uccidere, non riesco ad addormentarmi.

È molto diverso uccidere un animale addomesticato rispetto ad uno selvatico. I primi sono così docili, è quasi come se si concedessero a te. Preferisco decisamente cacciare un cervo che ha passato la sua vita a correre in libertà, piuttosto che uccidere un animale addomesticato.

Tiriamo a sorte per decidere chi dovrà materialmente ammazzare l’animale. Nell’ultima classe è toccato ad una ragazza vegetariana. Ha voluto farlo: ha voluto sapere cosa si provasse ad assumersi la piena responsabilità per la propria vita, il che include le vite che vengono sacrificate per lei.

Ha fatto un buon lavoro, si è impegnata con tutta sé stessa (uccidiamo sempre con sommo rispetto). Non so cosa abbia provato, ma so che ha mangiato ogni pezzo di quella pecora.

Ecco un’altra cosa che accade quando sai che un altro animale ha sacrificato la sua vita per te: non sprechi nulla. Mangiamo tutta la carne e gli organi. Usiamo le cervella per la concia, zoccoli e legamenti per la colla, ossa per utensili, gioielli e persino strumenti musicali. Ogni parte dell’animale diventa preziosa.

Quando vivi la tua vita in questo modo, tutto è ricondotto ad una storia. La storia della pecora che hai ucciso, mangiato, indossato e da cui hai ricavato strumenti è molto più ricca e duratura rispetto alla storia del pezzo di carne avvolto nel cellopane che hai comprato al negozio e di cui non sai assolutamente nulla. Quando conosci al storia del tuo cibo, vieni portato in contatto con la vita a livello viscerale. Quando non conosci la storia di ciò che mangi, sei disconnesso.

Quella che avete letto è parte di quest’interessante intervista di cui consiglio caldamente la lettura.

Non sono un fan di scelte alimentari radicali e, per quanto non mi piaccia infliggere sofferenza, adoro mangiare carne. Tuttavia noto che si sta sempre di più perdendo la consapevolezza di ciò che mangiamo e di che cosa significhi nutrirsi: affinché si possa sopravvivere, altri esseri viventi — senzienti e non — devono sacrificarsi per noi.

L’Uomo è parte integrante del sistema in cui si trova, ma col passare del tempo stiamo sempre più dimenticando questa verità fondamentale e ciò ha avuto pesanti effetti su ambiente, società e psiche. Lynx Vilden ha trovato un modo un po’ radicale per ristabilire il contatto con ciò che è essenziale e non credo che questo percorso sia adatto a tutti, ma credo che ognuno di noi debba, una volta al giorno, fermarsi ed aprirsi alla consapevolezza di essere vivo, cercando di capire pienamente ciò che questo comporta.

Dal canto mio, grazie a quell’intervista ho scoperto l’esistenza del progetto Living Wild e ho notato che ci sono corsi proposti in Italia; forse la prossima primavera farò un campeggio alternativo, chi lo sa.

Autobiografia in cinque brevi capitoli

  1. Cammino per la strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci casco dentro.
    Sono perduto, sono disperato.
    Non è colpa mia.
    Mi ci vuole parecchio per uscirne.

  2. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Fingo di non vederla
    e ci casco dentro di nuovo.
    Non posso credere di essere nello stesso posto.
    Ma non è colpa mia.
    Mi ci vuole di nuovo parecchio per uscirne.

  3. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Vedo che è lì.
    Ci casco dentro comunque…è diventata un’abitudine.
    Ho gli occhi aperti,
    so dove sono.
    È proprio colpa mia.
    Ne esco immediatamente.

  4. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci giro attorno.

  5. Cambio strada.

 
Portia Nelson