Il tempo scorre dal presente al passato

Un povero contadino viveva con suo figlio in un piccolo villaggio della Cina settentrionale. Un giorno, un cavallo selvatico si avventurò nella sua proprietà e venne prontamente catturato. Gli abitanti del villaggio corsero dall’uomo per congratularsi e lodare la sua buona sorte, ma egli disse solo: “Può essere”. A distanza di una settimana il cavallo approfittò di una disattenzione e fuggì, al che gli abitanti ritornarono dal contadino per esprimere il loro rammarico riguardo la sua sventura. Il vecchio disse: “Può essere”. Passate tre settimane, ecco il cavallo tornare portandosi al seguito un forte e bellissimo stallone. Gli uomini del villaggio, increduli, si congratulano nuovamente con l’uomo per la sua fortuna sfacciata; lui rispose imperterrito: “Può essere”.

Al figlio del contadino lo stallone piacque talmente tanto che iniziò a cavalcarlo regolarmente. Un giorno, purtroppo, venne disarcionato e si ruppe una gamba nell’atterraggio. Gli abitanti, puntuali come sempre, si fecero vivi per consolare il vecchio in seguito alla disgrazia, visto che ora avrebbe avuto due braccia in meno su cui contare per il suo lavoro. La risposta fu sempre: “Può essere”. Caso volle che, in seguito ad un’invasione barbara, il governo mandò al villaggio dei funzionari al fine di reclutare tutti i giovani in salute; il figlio del contadino, in quanto storpio, venne tralasciato. Gli abitanti erano preoccupati per le vite dei loro figli e fecero presente al vecchio che l’incidente a cavallo era stato una benedizione, nonostante tutto. Il contadino si limitò a rispondere: “Può essere”.

— Zhuangzi

Abbassa le difese

Giorno dopo giorno incappiamo in situazioni ingiuste, e pensiamo che l’unico modo per affrontarle sia fare resistenza. Le armi del combattimento sono mentali: ci armiamo con la rabbia, le opinioni, l’ipocrisia, che indossiamo come un giubbotto antiproiettile. Lo riteniamo il giusto modo di vivere. Ma tutto ciò che otteniamo è di allargare la separazione [tra noi e la realtà], di alimentare la rabbia e di rendere infelici noi stessi e gli altri.

[…]

Finché non ci inchiniamo e sopportiamo la sofferenza, senza fare opposizione, ma vivendola, essendola, non potremo conoscere la vita. Ciò non significa passività o inazione, ma l’azione che sgorga dalla totale accettazione. Anche usare la parola “accettazione” non va troppo bene; meglio dire semplicemente che sgorga dall’essere la sofferenza. Non si tratta di accettare una cosa diversa da sé, né di difendersi da qualcosa. L’apertura totale, la totale vulnerabilità alla vita è (sorpresa!) l’unico modo soddisfacente di vivere.

— Charlotte Joko Beck in “Zen Quotidiano: Amore e Lavoro

105 perle

Tempo fa mi capitò di leggere ‘The Moral Sayings of Publius Syrus’, una corposa raccolta di aforismi del filosofo romano Publilio Siro. Proseguendo nella lettura sono incappato di frequente in vere e proprie perle di saggezza, il cui valore non sta solo nell’insegnamento che l’autore ha cercato di trasmettere, ma anche nel modo estremamente efficace — talvolta poetico — con cui tale concetto viene esposto. Tra tutte le 1083 massime ho operato una difficile e rigorosa selezione, da cui sono risultate 105 perle di saggezza; sperando di fare cosa gradita, posto qua di seguito la loro traduzione in Italiano.

  1. Come uomini, siamo tutti uguali al cospetto della morte.

  2. Il male che fai agli altri potrebbe tornare indietro.

  3. Litigare con un ubriaco è come discutere con una casa vuota.

  4. Un insignificante pettegolezzo potrebbe causare una grande disgrazia.

  5. Un giudizio frettoloso è il primo passo verso il ripensamento.

  6. È difficile correggere abitudini già formate.

  7. Siamo interessati agli altri, quando questi sono interessati a noi.

  8. Ognuno eccelle in ciò in cui un altro fallisce.

  9. Non trovare la tua felicità nella sofferenza altrui.

  10. Un amante arrabbiato racconta a sé stesso molte falsità.

  11. Gli innamorati sanno ciò che vogliono, ma non ciò di cui hanno bisogno.

  12. Non c’è una punizione correlata al giuramento di un amante.

  13. L’amicizia trova i simili o rende tali.

  14. L’amicizia porta sempre benefici, ma l’amore porta sempre ferite.

  15. L’avversità mostra se si hanno amici, o solo le loro ombre.

  16. Più semplice è il tavolo, più sano è il cibo.

  17. Quando l’albero è caduto, chiunque può tagliare legna.

  18. La tensione indebolisce l’arco; la sua mancanza, la mente.

  19. Dorme bene, chi non sa di dormire male.

  20. È bene abbandonare un piacere, quando un dolore lo accompagna.

  21. Ricevere un favore equivale ad impegnare la tua libertà.

  22. Chi si vanta di un favore elargito, lo rivorrebbe indietro.

  23. Venere cede alle carezze, non alla costrizione.

  24. Un ora felice vissuta da un uomo, è bilanciata dalla sofferenza di un altro.

  25. L’aspetto peggiore della prosperità è il suo pigro godimento.

  26. La vita è breve, ma i suoi affanni la fan sembrare lunga.

  27. La rabbia divampa al suo semplice ricordo.

  28. Non c’è alcuna vista nell’occhio, quando la mente non osserva.

  29. Le ferite dell’animo lasciano sempre una cicatrice.

  30. Consulta la tua coscienza, invece dell’opinione comune.

  31. È difficile toccare ciò che causa dolore al solo contatto.

  32. Scocca molte frecce, e non ne vedrai due colpire nello stesso punto.

  33. Donare sempre vuol dire incoraggiare gli altri a pretendere quando ti rifiuti di dare.

  34. È abbastanza pensar male di un nemico, non è necessario parlarne.

  35. È difficile rimanere in possesso di ciò che chiunque brama.

  36. Evita il dolce che è probabile diventi amaro.

  37. Piacevole è il ricordo delle sventure lasciate alle spalle.

  38. La solitudine è la madre di tutte le ansie.

  39. Lo sciagurato riflette troppo o troppo poco.

  40. Il bene a cui ci siamo abituati è spesso un male.

  41. Anche un singolo capello proietta ombra.

  42. Il saggio corregge i propri errori osservando quelli altrui.

  43. Più alta la caduta, più grande il danno.

  44. Gli uomini giudicheranno le tue azioni passate basandosi sulle tue ultime.

  45. I lamenti mostrano il dolore, ma non lo rimuovono.

  46. Alcuni rimedi sono peggio delle malattie che vogliono curare.

  47. Potente è l’impero dell’abitudine.

  48. Tra molteplici progetti non viene ideato alcun piano.

  49. Quando due persone fanno la stessa cosa, non è la stessa cosa dopo tutto.

  50. Quando qualcuno mostra una via, un altro lo seguirà.

  51. Chi dà la caccia a due conigli li perderà entrambi.

  52. I fiumi maestosi possono essere guadati senza sforzo alla loro sorgente.

  53. L’equanimità è il rimedio per le disgrazie.

  54. La vita di un oratore convince più della sua eloquenza.

  55. Sforzarsi di accontentare tutti è sforzarsi di fallire.

  56. Colui che è temuto da molti, ha molti da temere.

  57. Il muschio non cresce su di una pietra che rotola.

  58. Sii il primo a ridere dei tuoi errori, e nessuno riderà di te.

  59. È piacevole fare un favore a chi non ne chiede.

  60. La verità è persa quando c’è troppa disputa in merito.

  61. Non disprezzare il più basso gradino dell’ascesa alla grandezza.

  62. Nessun uomo è felice se non si ritiene tale.

  63. Non dirigere il tuo attacco contro le corna altrui.

  64. Inizia il cammino per diventare saggio chi ha scoperto di non esserlo.

  65. Non c’è piacere il cui abuso non renda disgustoso.

  66. Non c’è nessun male che non porti con sé anche qualche vantaggio.

  67. I nostri più grandi guadagni vengono dal dividere ciò che abbiamo.

  68. I crimini vengono nascosti meglio in mezzo alla folla.

  69. Dove il fuoco ha bruciato a lungo c’è sempre un po’ di fumo.

  70. Quando l’artista è nascosto, siamo indifferenti alla musica.

  71. Fidati più dei tuoi occhi che delle tue orecchie.

  72. Alcuni nemici si nascondono dietro una maschera, altri dietro un bacio.

  73. Ogni azione scorretta ha pronta la sua scusa.

  74. La fame risiede nelle porzioni moderate, il disgusto frequenta l’abbondanza.

  75. Chi si corregge subito, contiene l’errore.

  76. Porre fine ai nostri guadagni è il solo modo per non avere più perdite.

  77. Il timido vede pericoli dove non esistono.

  78. Nessuno può fingersi a lungo chi non è.

  79. Il ricordo del dolore passato è esso stesso un dolore.

  80. Il dolore che scaccia un altro dolore è una buona medicina.

  81. Chi solca il mare non ha il vento nelle proprie mani.

  82. Ci vuole molto tempo per maturare eccellenza.

  83. Non dovresti dire a nessuno ciò che non vuoi che qualcuno sappia.

  84. Non importa chi si pensi tu sia, importa chi sei.

  85. Nessuno sa ciò che può fare fino a che non si mette alla prova.

  86. Vive bene chi ignora “mio” e “tuo”.

  87. Ti troverai spesso faccia a faccia con ciò da cui ti sforzi di fuggire.

  88. Non sempre ci aggrada ciò che è costantemente a portata di mano.

  89. Ciò che temiamo si avvera più in fretta di ciò che speriamo.

  90. Può avere ciò che desidera, chi desidera quanto basta.

  91. Domani non è mai così bello come lo è stato ieri.

  92. Una rana salterebbe da un trono dorato ad una pozzanghera.

  93. Chi impone il proprio discorso in una discussione non conversa; gioca a fare il maestro.

  94. Se dai ad un tuo amico motivo di imbarazzo, è facile che tu lo perda.

  95. Non peccheresti così spesso se sapessi alcune cose che al momento ignori.

  96. Gli occhi e le orecchie della folla sono spesso falsi testimoni.

  97. La follia è spesso compagna della saggezza.

  98. È meglio ignorare un argomento che conoscerlo a metà.

  99. Parla bene di un amico in pubblico, rimproveralo in privato.

  100. Ci sarà sempre qualcuno che ti odia, se ami te stesso.

  101. La vista di una spina è piacevole, quando è accompagnata da una rosa.

  102. Non innaffiare il prato del tuo vicino, se il tuo è secco.

  103. L’importanza di ogni parola dipende dal senso che viene loro dato.

  104. Mi sono spesso pentito delle mie parole, mai del mio silenzio.

  105. Quando il cane è troppo vecchio, non puoi farlo abituare al collare.

My running wheel

Mi sono finalmente deciso ad aprire un blog secondario, in lingua inglese. Si chiama “My running wheel” e verrà aggiornato molto meno di frequente rispetto a “Pagine passate”, non ha un tema fisso ed il suo unico motivo di esistere è la mia voglia di impratichirmi nell’Inglese scritto. Qualora qualcuno di voi lettori1 decidesse di buttare un’occhio ogni tanto e darmi feedback sullo stile di scrittura, oltre che sui contenuti, mi farebbe davvero piacere.


  1. Quando ho aperto “Pagine passate” mi aspettavo di avere sì e no 5 lettori, non immaginavo che i miei vari sproloqui potessero interessare a così tante persone. Mi fa ovviamente molto piacere e vi ringrazio davvero per i complimenti che ogni tanto mi fate. 

Cosa significa l’ansia?

Quest’oggi, il buon Fabrizio Rinaldi ha condiviso su Twitter l’articolo “Cosa significa l’ansia?” che mi ha molto colpito. L’autore parte dal libro ‘My Age of Anxiety‘ di Scott Stossel e tenta di analizzare il fenomeno dell’ansia, ripercorrendo il pensiero di coloro che nel corso della storia si sono interessati al fanomeno (Freud su tutti), e rileggendolo alla luce delle odierne conoscenze neuroscientifiche, nel tentativo di fornire un quadro per cause e soluzioni al disturbo.

L’articolo è senza dubbio ben scritto e l’autore ha evidentemente compiuto diverse ricerche in merito, ciononostante durante tutto il corso della lettura ho provato un senso di avversione per le tesi esposte. Questo mio post è il tentativo di elaborare quella sensazione in un discorso organico, tuttavia mi rendo conto di non poter fare una vera e propria critica alle idee espresse perché la mancanza di un’adeguata preparazione in materia non me lo permette. Come fare, dunque?

Intendo risparmiare qualsiasi riflessione filosofica e riferimento scientifico, di modo da evitare il più possibile le inesattezze, appellandomi soltanto al buon senso. Non so quasi nulla di depressione, ma ho esperienza diretta di ansia e fobia sociale; ovviamente dal mio vissuto non si possono trarre dati universali, ma visto che il giornalista del New Yorker è partito dalla vicenda di Scott Stossel, faccio anche io qualcosa di analogo.

Ciò che emerge abbastanza presto dalla lettura, è la promozione dell’approccio farmacologico all’ansia ed una sostanziale critica al grado di efficacia della psicoanalisi.

Tutto ciò avrebbe dovuto rendere Freud obsoleto. Ma, per molto tempo, nessuno è sembrato accorgersene. Nessuno ha evidenziato che, se i famaci funzionano, allora forse i disturbi emotivi hanno basi neurochimiche, e l’ansia probabilmente non è (come Freud1 era arrivato a supporre) riguardo cose come la paura della castrazione. E se è un disturbo neurologico, qualcosa che ha a che fare con le ammine del cervello, allora forse non ha alcun senso passare anni distesi su un divano a fare libere associazioni riguardo i sogni della notte precedente quando puoi interrompere la sofferenza ingoiando una pillola.

Ora, in quanto organismi siamo soggetti in primo luogo alle reazioni chimiche che avvengono nel nostro corpo. È chiaro che gli psicofarmaci funzionano, così come è chiaro che assumento paracetamolo, la febbre si abbassa. È altrettanto vero che la febbre non è una malattia, ma il sintomo di un’anomalia nel proprio corpo: abbassando la temperatura non si risolve nulla, al massimo si ottiene un sollievo temporaneo. Stessa cosa dicasi per le (tante) persone che trangugiano una soluzione di acqua ed OKi come se fosse la panacea di ogni male.

Al di là di predisposizioni genetiche (parenti ansiosi) e condizionamenti ambientali (lavoro, scuola, ecc), l’ansia è un campanello di allarme: vuol dire che qualcosa non funziona come dovrebbe, ma come ogni sensazione/emozione non è mai ben chiaro a cosa si riferisca. Quasi sempre cercare di controllare o evitare situazioni ansiogene, non fa altro che peggiorare lo stato d’animo di chi le vive, per questo occorre — prima di mettersi a trangugiare farmaci — analizzare un attimo sé stessi.

Il farmaco è un aiuto che ha senso solo se accompagnato da un’adeguata terapia. Non piace la parola “terapia”? Chiamiamola “introspezione guidata orientata allo sviluppo di un comportamento funzionale”. Perché la chimica del cervello influenza il comportamento, ma la relazione vale anche al contrario, quindi c’è sempre il rischio di cadere se non impari a pedalare senza rotelle.

Cosa ho notato (e noto tutt’ora) sulle basi della mia esperienza? Che l’ansia è la degenerazione della paura, è ciò che accade quando la paura viene applicata a dei modelli mentali, invece che a pericoli reali. L’ansioso tipicamente guarda sé stesso in terza persona ed è costantemente preoccupato di fare la scelta giusta, salvo poi finire per non fare nulla (paralisi da analisi). L’ansioso è spesso tormentato dal passato, ossessionato dal futuro ed infatuato di un ideale — magari estrapolato dal contesto sociale in cui si trova — che deve seguire a tutti i costi. L’ansioso non è mai sé stesso, perché si vede come qualcosa di separato da sé, è spesso narciso. Vive come se fosse un personaggio di ‘The Sims’.

Tutto ciò che ho scritto è riferito alla mia esperienza personale e sono sicuro al 100% che non si possa assolutizzare. Sono altresì certo che limitare la propria esperienza da essere vivente ad un insieme di reazioni chimiche sia quantomeno riduttivo, e che “cervello” e “psiche” siano entità diverse, sebbene strettamente correlate.

Mia convinzione (bias) è che l’approccio alla sintomatologia delle nostre nevrosi sia figlio dello stesso meccanismo che ha generato in prima istanza il problema: l’ossessione per il controllo.


  1. Come se, da Freud ad oggi, non si fossero fatti passi avanti in campo psicanalitico. 

Chi sono, io?


Questo TED Talk mi capitò sott’occhio più di un anno fa e ne rimasi seriamente colpito, ma non lo compresi fino in fondo. Solo oggi, dopo mesi di letture filosofiche, ruminazioni esistenziali e — soprattutto — dopo quasi un anno di pratica meditativa giornaliera, mi rendo conto di quanto sia importante ed unica la testimonianza di Jill Bolte Taylor.

Vi è mai capitato di sentire le parole “sii te stesso”? Essendo una persona tipicamente ansiosa e con tendenze al perfezionismo, è stata una raccomandazione che mi è stata fatta spesso; addirittura, tra tutto quello che ha detto e scritto, la frase di Bob Dylan che più mi è rimasta impressa è: “All I can do is be me, whoever that is”. Ma cosa significa? Come si fa ad essere sé stessi? Chi sono, io?

Nome, età, etnia, nazionalità, professione: tutte queste cose non significano nulla, non mi definiscono, al massimo mi etichettano. La cosa buffa è che ognuno di noi, in definitiva, ha un’idea di sé soltanto in relazione agli altri: sono le nostre interazioni con le altre persone a fornirci feedback su noi stessi, in sostanza la nostra identità non è altro che l’immagine che altri ci restituiscono. Ma un’immagine è fissa, io no.

Le immagini governano la nostra vita. Sappiamo ciò che è stato, ipotizziamo ciò che sarà, decretiamo insindacabilmente ciò che dovrebbe essere, siamo così rapiti dalle nostre astrazioni mentali che non ci fermiamo nemmeno un secondo a sperimentare ciò che è. Ci sentiamo come delle entità, delle anime, prigioniere di un corpo che spesso ci ostacola, la nostra ossessione per il controllo è, al tempo stesso, motore di quasi ogni nostra azione ed opprimente gogna.

Forse essere spontanei, essere sé stessi, vuol dire fermarsi ad osservare, rendersi conto che nessuno deve essere in un determinato modo, e limitarsi ad essere consapevoli di come si è in ogni dato momento. Forse se ci si ferma ad osservare i pensieri senza rincorrerli, si scopre presto che sorgono dal nulla e nel nulla svaniscono; forse si può anche scoprire che non c’è un soggetto pensante, perché — forse — il soggetto è l’intera esperienza fenomenica che avviene qui ed ora. Forse combattendo i propri sentimenti si diventa il proverbiale cane che si morde la coda, forse se si dà loro lo spazio che chiedono, senza giudicarli, non risultano più un problema e se ne vanno da soli. Forse se smettessimo di aggrapparci alle nostre immagini mentali, l’ansia scomparirebbe definitivamente. Forse.

Però — forse — la mia intuizione è solo parziale, e Jill Bolte Taylor ha avuto la possibilità di andare oltre.1


  1. Riguardando il talk, mi è venuto in mente il “sentimento oceanico”. 

Scambio epistolare

Tempo fa, in seguito al post “Fai parlare le tue azioni”, Ryan Cooper mi ha scritto per chiedermi delle delucidazioni in merito. È nato quindi un breve ed intenso scambio di punti di vista, un botta e risposta che ha avuto il merito di farmi rielaborare molti concetti su cui ruminavo da diverso tempo. Non so se sono davvero riuscito a fugare i dubbi di Ryan, né se le riflessioni da me proposte siano abbastanza chiare e lineari da poter essere condivise, ma di sicuro ho gradito la nostra conversazione e quindi, con il consenso del diretto interessato, ho deciso di riportarla di seguito.

Ryan:

Jacopo, bel pezzo, sono assolutissimamente d’accordo con te sul fatto che il fare venga sempre prima del dire.

Ero curioso, una domanda, anzi volevo fartene più di una.
Come si fa a classificare “ciò che vale davvero la pena conoscere” da ciò che non lo è? Da quello che hai scritto nel post possiamo sintetizzare che si sta cercando di fare una distinzione tra chi dice senza fare e chi non dice ma fa solamente? E a questo punto, quelli che fanno e anche dicono come sono in relazione ai precedenti? Quelli che fanno e anche dicono, ad esempio scrivendo un libro, tentando di esplicitare a parole ciò che hanno fatto con le loro azioni, non sono perlomeno da elogiare per il tentativo di esporre il loro sapere a noi che non sappiamo?

Forse ho confuso il fine del post.

Nel post c’è scritto: “ciò che vale davvero la pena conoscere non può venire insegnato”, ma per “insegnato” intendi tentare di fare comprendere tramandando il sapere solo per via orale, senza che ci sia uno sforzo operativo da parte di chi sta imparando? Prendendo per buona questa interpretazione e supponendo che sia vera, cosa uno dovrebbe fare a questo punto? Come uno dovrebbe incorporare le conseguenze di tali intuizioni nella propria vita quotidiana, ed essere un tutt’uno con la propria forma mentis?

Chiedo perché i tuoi post fanno pensare e fanno sorgere domande. E questo è piacevole 🙂

Jacopo:

Purtroppo il discorso è ingabbiato nel poco spazio che gli concede la semantica, quindi non so se posso risponderti in modo soddisfacente, ma ci provo volentieri.

Premettendo che io per primo mi colloco nel marasma generale di persone alla ricerca della strada a loro più consona, la distinzione essenziale che cercavo di fare è tra “saggezza” e “conoscenza”. La conoscenza (in senso lato) può essere insegnata: puoi imparare la matematica, la scienza e svariate altre materie; non puoi però studiare come diventare saggio: lo diventi — eventualmente — continuando a sbagliare, cogliendo le strutture sottese dai tuoi errori e notando ciò che le azioni più funzionali hanno in comune tra loro.

Premesso ciò, devo aggiungere che ogni disciplina insegnabile consente di acquisire una specifica forma di saggezza, un’intuitività, per così dire; siccome tutto il sapere fa parte di un’unica struttura, è altamente probabile che la Saggezza propriamente detta sia versatile e la si possa applicare ad ogni campo (stando attenti a non cadere nel bias di conferma).

Esiste una saggezza univoca? Qualcosa che per tutti vale davvero la pena sapere? Sì e no. Individui diversi hanno modi diversi di vedere la realtà e non sono certo io quello in grado di dare la risposta definitiva a questa tua domanda, ma ho notato che filosofie anche molto differenti finiscono per dire la stessa cosa con parole diverse: c’è meno differenza tra Cristianesimo e Buddhismo di quello che si pensa, e persino un ateo potrebbe serenamente accettare le strutture di fondo su cui praticamente ogni dottrina si poggia. Ecco, forse questo che può venire inteso come “saggezza”: sapere cogliere il substrato comune ad ogni realtà.

Tornando alle tue domande, ovviamente non voglio screditare gli insegnanti (sono essenziali) perché il loro compito è differente; né chi prova a comunicare ciò che è quasi impossibile rendere a parole. Tuttavia chi realmente ha fatto fruttare le proprie riflessioni difficilmente fa proselitismo, perché è conscio del fatto di non potere trasmettere quello che sa, quindi semplicemente fa (o non fa, a seconda dei casi).

Per portare un esempio pratico: è come provare a curare il cuore infranto di un amico che ha perduto il suo primo amore; sai bene cosa sta passando, sai che molte sue azioni non faranno altro che peggiorare le cose, ma non puoi fargli sapere come superare quel dolore. Deve sbattere la testa da solo. Questa cosa mi ricorda vagamente il libro “Siddharta”.

Come fare, dunque, ad incorporare le proprie intuizioni nella quotidianità? Penso che sia quasi un automatismo, giunti ad un certo punto. So che serve tempo e servono molti errori per diventare bravi in un arte, figurarsi se l’arte in questione è quella della Vita; mica per niente l’immagine tipica del saggio coincide con quella di un vecchio in pace con sé stesso.

Ryan

Sto ancora cercando di capire con chiarezza cosa intendi con “la distinzione tra saggezza e conoscenza”. Provo a spiegarti ciò che ho capito dal tuo discorso, e nel caso, farti domande dove penso di non aver capito.

Domanda: cosa intendi per saggezza, e cosa intendi per conoscenza? Potresti definire il significato delle due parole? Mi trovi in disaccordo sulla scelta dell’esempio sull’imparare la matematica e la scienza, contrapponendolo al divenire saggio. Dici che si diventa saggi “eventualmente – continuando a sbagliare, cogliendo le strutture sottese dai tuoi errori e notando ciò che le azioni più funzionali hanno in comune tra loro.”

La matematica, così come le scienze (ma amplierei a questo punto anche a tutto lo scibile) si impara solo attraverso esperienza diretta, non basta leggerla e di sicuro non basta una persona che ti esponga i concetti. Se non ti sporchi le mani, se non vai sul campo di battaglia, se non ti sforzi attivamente a capire, a mettere in pratica, a provare, a sbagliare, nulla verrà imparato, se non qualche definizione a memoria. Cioè non verrà acquisita la semantica, se non qualche sintattica a memoria.

Forse con “differenza tra conoscenza e saggezza” intendi la differenza tra il conoscere il nome di qualcosa e l’aver capito qualcosa, cioè averla compresa. Quando si è compreso qualcosa, si è capito il suo significato, la sua semantica, l’idea sottostante. Tale idea è quindi indipendente dalla sintattica con cui essa viene espressa. Forse con “cogliere le strutture sottese” e “sapere cogliere il medesimo substrato in ogni realtà”, intendi proprio il processo di comprensione della semantica di un concetto astraendo dalla sintattica con cui tale concetto è espresso. Dove tu dici “conoscenza”, io dico il conoscere la sintattica, e dove tu dici “saggezza”, io dico il conoscere della semantica.

Devo ammettere di non aver capito il tuo terzo capoverso. Che intendi con “tutto il sapere fa parte di un’unica struttura”? Che cos’è la “Saggezza propriamente detta”? Cosa vuol dire stare attenti a non cadere nel bias di conferma quando si applica ad ogni campo la Saggezza propriamente detta? Che relazione esiste tra “ciò che sappiamo essere vero a prescindere da come individui diversi vedano la realtà” e “la saggezza univoca”?

Chiedo scusa se le domande possono essere banali; è colpa mia forse perché sono abituato a leggere troppa matematica dove i concetti vengono definiti sempre prima di essere usati nell’argomentazione.

In definitiva hai ragione: è difficile trasmettere a parole la saggezza perché essa (la saggezza) deve essere prima compresa attraverso lo studio attivo della sintattica con cui è espressa, ed in seguito acquisita del tutto tramite un’attiva esperienza dell’allievo.

Uno dei problemi principali della comunicazione (o, se vogliamo dire, della trasmissione della saggezza, o della conoscenza della semantica) è che il linguaggio naturale (cioè tutte le lingue parlate nel mondo) sono ambigue, sono imperfette, perché per una parola scritta possono esserci diversi significati e per un concetto possono esistere più parole che lo descrivono, cioè tra sintattica e semantica c’è una relazione molti-a-molti. Questo è anche uno dei motivi per cui non esistono macchine intelligenti quanto noi umani, perché il processo di attribuzione della semantica a partire da una certa sintattica non è deterministico, cioè per noi umani risulta fattibile, mentre per una macchina non lo è.

Questo problema di acquisire la saggezza, o se si vuole dire conoscenza, o meglio, riuscire a fare propria la semantica di un concetto, nell’ambito della la lettura di un libro è ben trattato nel saggio di Adler e Van Doren. Ma di certo loro non sono i primi ad averne discusso (ricordo un video di una intervista a Feynman dove ne parlava con entusiasmo).

Loro parlano di come la lettura debba essere un processo attivo da parte del lettore. Trattano ampiamente il problema della relazione tra sintattica e semantica, e alla fine espongono due metodi per testare il grado di comprensione della semantica dei concetti esposti in un libro (ovviamente si parla di libri che convengono conoscenza, non-fiction):

  1. Esporre a parole tue ciò che hai letto. Se uno riesce a farlo vuol dire che è riuscito ad astrarre dalla sintattica e ha compreso la semantica del concetto
  2. Enunciare un esempio di applicazione del concetto. Se uno riesce a farlo vuol dire che sa di cosa parla, e non sta “giocando con le parole”.

E niente, per concludere direi che per sapere bisogna fare, ma ben venga se c’è un guida da cui possiamo imparare.

Jacopo

A quanto sembra mi devo scusare: forse, nel tentativo di rispondere nel modo più concreto possibile, sono risultato invece troppo vago ed impreciso; probabilmente anche perché alcuni pensieri che mi ronzavano in testa non erano stati ben organizzati.

Purtroppo quello che sto per dire non credo ti piacerà, oppure farai fatica ad accettarlo completamente. Rispondo alle tue domande di apertura con affermazioni molto tranchant e provocatorie.

  1. Cos’è la saggezza? La comprensione intuitiva di come la realtà è.
  2. Cos’è la conoscenza? La comprensione del funzionamento della realtà, basata sull’immagine che noi abbiamo di quest’ultima.

Al contrario tuo, io non leggo abitualmente saggi sulla matematica e quindi posso aver sbagliato nel prenderla ad esempio, ma una cosa la so: parole e numeri sono simboli ed i simboli non sono realtà. Il grande limite del linguaggio è che indica cosa reali, ma non le incarna: è un riflesso, spesso sbiadito o distorto. Se ho davanti a me un bicchiere, posso dire: “questo è un bicchiere”, ma in realtà sarebbe più appropriato dire: “questo è l’oggetto indicato dal fonema ‘bicchiere’”. Pur essendo ignorante in materia, mi sento di dire che in tal senso i numeri sono decisamente più affidabili, ma rimangono una rappresentazione e falliscono quando si tratta di studiare realtà non quantificabili — si pensi al concetto di qualità o alle emozioni.

Non ho ancora familiarità con la linguistica (colmerò presto la lacuna), quindi non me la sento di parlare in termini di sintattica e semantica, però credo che grossomodo tu abbia centrato il punto. È tuttavia importante ribadire che la linguistica può essere vista come la scienza che studia un miraggio, un illusione — benché sia un’illusione necessaria e dall’indubbia utilità pratica.

Proseguendo con le tue domande, quando ho detto che “il sapere fa parte di un’unica struttura”, intendevo dire che ogni branca del sapere è collegata con le altre, esattamente come la Realtà è un complesso unico che noi — in modo totalmente arbitrario — dividiamo in categorie. Ripeto: non dico che tutto questo sia sbagliato, dico che può diventare limitante ed in certi casi dannoso, perché porta ad una certa rigidità mentale. Il detto “viaggiare apre la mente” è vero nel senso che l’incontro con culture molto diverse dalla propria pone fine all’illusione che un particolare modo di vedere le cose sia quello giusto.

La “Saggezza propriamente detta” potrebbe essere semplicemente la consapevolezza di tutto questo, il riuscire a vedere oltre il velo di Maya. Ed è qualcosa che puoi ottenere soltanto tramite esperienza diretta. Come? Non lo so. Il Buddhismo ha come fine ultimo proprio questo, ed è compatibile con ogni tipo di credenza e stile di vita proprio perché non ha alcun interesse per le sovrastrutture della mente umana: vuole toccare con mano il substrato su cui posano. Sottolineo che si tratta di un “toccare con mano” perché un Buddhista degno di questo nome non crede a nulla al di fuori di ciò che ha sperimentato.

Ma ho divagato, forse.

Sull’utilità dei libri non posso che essere d’accordo, ma la loro funzione varia a seconda della tipologia di argomento trattato: un libro di filosofia è il proverbiale dito che indica la luna, mentre un libro scientifico potrebbe essere visto come un manuale di istruzioni, oppure una mappa. Bisogna comunque tenere a mente che la mappa non è il territorio, bensì la sua rappresentazione.

Mi è venuto in mente ora il Tao Te Ching, in cui Laozi dopo molte affermazioni dice: “Come so questo? per via di questo!”. Sembra una supercazzola, ma in realtà vuol dire che tutto ciò che si sta cercando lo si ha davanti agli occhi, solo che invece di vederlo per quello che è, lo si riconosce per quello che si pensa esso sia.

A tal proposito, mi è venuto in mente un koan zen che lessi tempo fa, lo cito di seguito a memoria.

Il maestro porge all’allievo una mela e dice: “Cos’è questo? Se mi rispondi che è una mela, verrai punito; se mi rispondi che non è una mela, verrai punito”. L’allievo prende la mela, le dà un sonoro morso e procede a masticare con gusto, guadagnando l’approvazione del maestro.

Sembra senza senso, ma non è così: “mela” non vuol dire nulla perché non rivela niente della realtà del frutto. Una mela è “gnam gnam gnam”! La realtà è azione, più precisamente, è l’azione compiuta-percepita in questo preciso istante da chi vive l’esperienza.

Tu puoi parlarmi del vento, descrivermelo alla perfezione o spiegarmelo con una metodica formula matematica, ma capirò di cosa si tratta solo quando lo sentirò sulla mia pelle.

It’s just a ride


Il mondo è come un giro sulla giostra di un parco divertimenti, e quando scegli di salire pensi sia tutto reale, perché questo è il potere che hanno le nostre menti. E la giostra va su e giù e in tondo, provoca emozioni e brividi, tutto è dipinto con colori accesi e fa un fracasso assurdo. Ed è divertente, per un po’.

Alcuni sono stati sulla giostra per molto tempo e hanno iniziato a chiedersi: “È vero tutto questo, o è solo un gioco?”; altre persone se ne sono ricordate e sono tornate indietro da noi per dire: “Hey, non preoccupatevi. Non abbiate paura, mai, perché questa è solo una giostra!”. E noi…abbiamo ucciso quelle persone.

“Fatelo stare zitto! Abbiamo investito molto in questa giostra! FATELO TACERE! Guardate le mie rughe da preoccupazione, guardate il mio conto in banca, la mia famiglia. Questo deve essere reale!”

È solo una giostra.

Ma noi uccidiamo sempre questi bravi ragazzi che provano a metterci in guardia. Ci avete mai fatto caso? E lasciamo i demoni correre come pazzi, ma non importa perché…è solo una giostra.

E noi possiamo cambiarla ogni volta che vogliamo. È solo una scelta. Nessuno sforzo, nessun lavoro, nessun risparmiar soldi. Una scelta, ora, tra paura e amore. Gli occhi della paura vogliono che tu metta lucchetti alla tua porta, che tu compri armi per proteggerti e ti isoli da tutto e tutti. Gli occhi dell’amore, invece, vedono che siamo tutti una cosa sola.

Ecco ciò che possiamo fare per trasformare il mondo, sin da subito, in una giostra migliore: prendere tutti i soldi che spendiamo ogni anno per le armi e la difesa ed impiegarli in cibo, vestiti ed educazione per la povera gente, senza escludere un singolo essere umano; e poi possiamo esplorare lo Spazio assieme, sia quello esterno che quello interno a noi. Per sempre in pace.

Questo stupendo monologo di Bill Hicks spiega in modo molto più diretto la morale del mio post precedente: la vita è una giostra, un gioco, e la morte è ciò che rende possibile vivere. Continuiamo pure a recitare la nostra parte e fare del nostro meglio, ma con la consapevolezza che alla fine è tutto un parco divertimenti, con montagne russe che hanno i loro alti e bassi, e che non vale mai la pena di prendersi troppo sul serio.

Il ballo mascherato

Sugli esseri umani grava una maledizione subdola e potente: siamo tutti attori inconsapevoli di una recita, a cui è richiesto di interpretare molteplici personaggi. Il senso di ciò che ho appena affermato è insito nella parola “persona”, che nella sua accezione latina significa “maschera teatrale”. Se provate a riflettere sulla vostra vita, vi accorgerete che dal momento in cui siete nati avete istantaneamente occupato un numero crescente di ruoli, di maschere. Siete figli, siete cittadini, siete studenti o lavoratori, scrittori, cantanti, politici, ingegneri, medici, cristiani, etcetera; ognuno occupa i suoi ruoli e si adatta — spesso senza nemmeno rendersene conto — agli obblighi corrispondenti, tutto ciò semplicemente in quanto membri della società. In tutto ciò non c’è nulla di male, ma può portare a conseguenze spiacevoli che tratterò in seguito.

Oltre alle maschere vi sono poi quelle che chiamo etichette, queste non derivano in modo diretto dal ruolo che occupiamo, ma sono lo spiacevole effetto della tendenza tipicamente umana a categorizzare il mondo per renderlo intelleggibile. Per comodità etichettiamo gli altri individui sulla base delle loro generalità (aspetto, comportamento, ruolo, opinioni), dando così nascita a figure quali: idealisti, pragmatici, geek, hipster, e molto altro.1 Ogni persona è passibile di più etichette, anche in contrasto tra loro (dipende dai punti di vista), e viene istintivamente posta all’interno di una delle due macro-categorie: “giusto” e “sbagliato”.

Ho appena dipinto l’immagine di un individuo mascherato, che mantiene il travestimento in linea con la situazione in cui si trova, e porta al collo diverse medagliette identificative dal significato diverso a seconda di chi le interpreta; in tutto ciò, il soggetto in questione ha una possibilità di scelta limitatissima. A questo punto sorge la domanda fondamentale: chi c’è dietro la maschera? Chi sono io? Nel corso della storia credo si sia perso il conto dei filosofi che hanno cercato una risposta definitiva, dal canto mio non mi sento all’altezza di imbarcarmi in speculazioni sull’argomento, ma voglio provare a dire chi non sono.

Non sono le maschere che indosso e non sono le etichette che mi attribuiscono, ma se non sto attento corro il rischio di identificarmici. I soli momenti in cui possiamo svestirci da ogni travestimento e concederci di essere noi stessi è quando ci troviamo da soli, possibilmente senza mezzi di comunicazione a portata di mano (WhatsApp, parlo soprattutto di te), ed è questo il momento in cui molti si sentono più a disagio, vuoti, insicuri, annoiati, tristi. Ho letto, non ricordo dove, che chi impara ad abbracciare la solitudine sconfigge la paura della morte, che è come dire: chi riesce a guardarsi dentro, a conoscere ed accettare realmente sé stesso, vive in pace per il resto dei suoi giorni. Pochi fanno questo sforzo perché affrontare il disagio dato dall’incertezza fa molta paura, si preferisce un comfort illusorio, la sicurezza data dal recitare una parte.

Ecco però concretizzarsi il pericolo che paventavo prima: l’identificazione con il personaggio che si interpreta. Prendiamo per esempio un professore universitario tutto d’un pezzo, sicuro nei panni della propria figura autoritaria, che appare serio ed intransigente in ogni ambito della sua vita, severo persino con sé stesso: questo è un atteggiamento estremo, la fusione totale con il ruolo prevalente che si ricopre. Vi è poi un caso più subdolo e — credo — più diffuso, ossia quando le maschere lasciano scheggie su chi le porta e le etichette vengono fatte talmente proprie da diventare più simili a dei tatuaggi, una contaminazione che getta il seme della nevrosi.

Semplificando molto, credo di poter descrivere quest’ultimo scenario come l’interiorizzazione di modelli, di immagini “giuste” a cui aderire, che portano al tentativo di controllare e/o sopprimere tutto ciò che non vi si conforma. Un intero set di emozioni normalissime vengono quindi combattute, con il solo risultato di renderle persistenti e generare ansia; la cosa tragica è che non sempre questa lotta interna viene vissuta a livello cosciente, spesso è anzi totalmente inconsapevole e ad emergere sono solo le conseguenze, come uno stato di tensione nervosa permanente. Dottore, mi dia del Lexotan: voglio continuare la recita.

Ma provate per un attimo ad immaginare il sentirsi sempre “giusti”, quale che sia l’occasione,2 non avere conflitti interni perché non c’è nulla da combattere e tutto da lasciar accadere, il poter essere spontanei al di là del travestimento adottato. Intendo vera spontaneità! La spontaneità emerge in modo naturale dall’essere come si è, perché quando si prova ad essere spontanei, non si fa altro che rincorrere un’immagine — una maschera — e quindi non lo si è realmente! Quando poi la situazione richiede di essere massimamente conformi alla maschera del momento, la si può tranquillamente indossare, ma essendo consapevoli che non è altro che una recita, un gioco.3

Non possiamo evitare i ruoli, non possiamo evitare le etichette, ma possiamo essere consapevoli che la nostra identità è qualcosa di separato, per lo più indefinito e forse indefinibile. Una volta che si è intimamente compreso che tutte le nostre attività quotidiane — per quanto vissute con la massima gravità e partecipazione — non sono niente altro che una recita, potremmo scoprire che è bello non prendersi troppo sul serio.

Non devi porre fine a tutto questo solo perché hai scoperto che non è altro che un gioco: potrebbe essere davvero divertente continuare a giocare.
— Alan Watts


  1. A causa della nostra spinta ad identificarci con un gruppo, non è infrequente che una persona si etichetti da sola in un determinato modo (si pensi ai geek). 
  2. Non fraintendetemi, non sto incoraggiando atti sconsiderati o di dubbio gusto, ma semplicemente un’armonia interiore. 
  3. Sì, la vita è un gioco. Il tuo lavoro? La tua famiglia? Mini-game previsti dal pacchetto completo e, a ben vedere, opzionali. La morte? La fine del gioco. Puoi essere serio quanto vuoi nel portarlo avanti, ma tutto questo non significa nulla, a meno che non sia tu ad apporgli un senso completamente arbitrario, quindi rilassati e goditi lo spettacolo. 

Vette e valli procedono di pari passo

Diamo importanza agli eventi della vita quando corrispondono alle vette: è la cima che conta, che ci sembra importante, non la valle che separa un’altura dall’altra. Eppure, non sarebbe possibile avere rilievi senza le depressioni. Ma noi ignoriamo questo fatto, non notiamo le valli perché puntano in basso, mentre le montagne svettano verso il cielo e noi preferiamo ciò che punta in l’alto perché l’alto è “bene”, mentre il basso è “male”. C’è da dire però che non lodiamo le montagne per essere alte e accusiamo le valli di essere basse.

Eppure questo è il motivo basilare per cui ignoriamo le valli della vita, mantenendo la nostra attenzione focalizzata sulle vette ed escludendo qualsiasi altra cosa. Questo però ci mette a disagio perché proprio la ricerca di piacere (guardare le montagne) è ciò che ci priva del piacere, dal momento che nel nostro intimo sappiamo che ogni rilievo è seguito da una depressione; e siamo sempre spaventati perché non abbiamo l’abitudine di guardare a valle, di includerla nella nostra vita, quindi per noi rappresenta qualcosa di sconosciuto, di estraneo, di pericoloso. Forse abbiamo paura che collassi su sé stessa e ci intrappoli al suo interno, negandoci il raggiungimento delle vette. Forse la morte è più forte della vita, perché la vita sembra sempre richiedere uno sforzo, mentre verso la morte si scivola senza che venga chiesto alcun impegno. Forse “nulla” avrà la meglio su “tutto”, alla fine. Non sarebbe tragico? Quindi resistiamo al cambiamento, ignorando il fatto che la vita è cambiamento e che “nulla” è senza ombra di dubbio l’altra faccia di “tutto”.

La maggior parte delle persone ha paura dello spazio e pensa che esso sia “il nulla”, ma “spazio” e “materia” sono due modi diversi per parlare della stessa cosa: non trovi “materia” senza “spazio” e non trovi “spazio” senza “materia”. Se si affermasse un universo senza nient’altro che “spazio”, sarebbe spazio tra che cosa, esattamente? “Spazio” è una relazione e va sempre a braccetto con “materia”, così come fa “dietro” con “davanti”. Ma la nostra mente ignora lo spazio e pensa che sia la materia a comporre tutto ciò che vediamo.

In altre parole, l’attenzione cosciente ignora gli intervalli perché pensa non siano importanti. Prendete la musica come esempio: quando ascoltate un brano, ciò che davvero sentite nella melodia è l’intervallo tra un tono e l’altro. L’intervallo è essenziale. Allo stesso modo, tra questa generazione di persone e la precedente l’intervallo è importante esattamente quanto — se non di più — ciò che sta in mezzo. A dire il vero sono inscindibili ed equivalenti, ma dico che a volte l’intervallo è più importante perché si tende a sottovalutarlo, quindi voglio porre enfasi su questo punto.

Quindi: “spazio/notte/morte/oscurità/non esserci” è una componente essenziale di “esserci”; non si può avere l’uno senza avere anche l’altro, proprio come non si possono avere vette senza valli.

— Alan Watts