Chi sono, io?


Questo TED Talk mi capitò sott’occhio più di un anno fa e ne rimasi seriamente colpito, ma non lo compresi fino in fondo. Solo oggi, dopo mesi di letture filosofiche, ruminazioni esistenziali e — soprattutto — dopo quasi un anno di pratica meditativa giornaliera, mi rendo conto di quanto sia importante ed unica la testimonianza di Jill Bolte Taylor.

Vi è mai capitato di sentire le parole “sii te stesso”? Essendo una persona tipicamente ansiosa e con tendenze al perfezionismo, è stata una raccomandazione che mi è stata fatta spesso; addirittura, tra tutto quello che ha detto e scritto, la frase di Bob Dylan che più mi è rimasta impressa è: “All I can do is be me, whoever that is”. Ma cosa significa? Come si fa ad essere sé stessi? Chi sono, io?

Nome, età, etnia, nazionalità, professione: tutte queste cose non significano nulla, non mi definiscono, al massimo mi etichettano. La cosa buffa è che ognuno di noi, in definitiva, ha un’idea di sé soltanto in relazione agli altri: sono le nostre interazioni con le altre persone a fornirci feedback su noi stessi, in sostanza la nostra identità non è altro che l’immagine che altri ci restituiscono. Ma un’immagine è fissa, io no.

Le immagini governano la nostra vita. Sappiamo ciò che è stato, ipotizziamo ciò che sarà, decretiamo insindacabilmente ciò che dovrebbe essere, siamo così rapiti dalle nostre astrazioni mentali che non ci fermiamo nemmeno un secondo a sperimentare ciò che è. Ci sentiamo come delle entità, delle anime, prigioniere di un corpo che spesso ci ostacola, la nostra ossessione per il controllo è, al tempo stesso, motore di quasi ogni nostra azione ed opprimente gogna.

Forse essere spontanei, essere sé stessi, vuol dire fermarsi ad osservare, rendersi conto che nessuno deve essere in un determinato modo, e limitarsi ad essere consapevoli di come si è in ogni dato momento. Forse se ci si ferma ad osservare i pensieri senza rincorrerli, si scopre presto che sorgono dal nulla e nel nulla svaniscono; forse si può anche scoprire che non c’è un soggetto pensante, perché — forse — il soggetto è l’intera esperienza fenomenica che avviene qui ed ora. Forse combattendo i propri sentimenti si diventa il proverbiale cane che si morde la coda, forse se si dà loro lo spazio che chiedono, senza giudicarli, non risultano più un problema e se ne vanno da soli. Forse se smettessimo di aggrapparci alle nostre immagini mentali, l’ansia scomparirebbe definitivamente. Forse.

Però — forse — la mia intuizione è solo parziale, e Jill Bolte Taylor ha avuto la possibilità di andare oltre.1


  1. Riguardando il talk, mi è venuto in mente il “sentimento oceanico”.