Portare su Marte l’atmosfera di Venere

Stavo riflettendo sul fatto che mi è sempre stato molto più facile entrare in sintonia con le ragazze, piuttosto che con i ragazzi. Non ho mai provato ad indagare le cause, forse perché pensavo fosse un mio difetto o semplicemente un’abitudine consolidata dopo che, anni fa, alcuni miei grandi amici mi voltarono le spalle da un giorno all’altro. Oggi però, riflettendo su ciò che apprezzo davvero in un rapporto inter-personale, credo di aver capito dove stia la differenza tra le due categorie di persone: le donne tendono ad essere molto più disposte all’introspezione e non hanno grossi problemi a mostrarsi vulnerabili, una volta che si sentono a loro agio1.

Ormai ho capito da un po’ che io bramo connessione nei rapporti umani e provo un gran senso di appagamento quando riesco ad entrare in sintonia con una persona, è una tematica che mi è capitato di toccare anche in questo blog, un paio di anni fa. Ebbene, questa intesa si realizza se entrambe le parti sono disposte ad abbassare le difese e lasciarsi completamente andare; è come una trust fall: quel gioco in cui ti lasci cadere all’indietro, sicuro che la persona alle tue spalle ti prenderà tra le sue braccia, arrestando la caduta. Questo meccanismo funziona solo se c’è quel senso di cieca fiducia nel fatto che nessuno approfitterà di questa tua condizione svantaggiosa, ma fidarsi a tal punto da esporsi in questo modo è molto difficile.

È difficile per tutti, ma la mia esperienza mi dice che lo è di più per gli uomini che per le donne. Chiariamoci: sono riuscito ad instaurare questo tipo di rapporto anche con alcuni miei amici maschi, ma ci è voluto tanto tempo e ancora oggi noto occasionali resistenze. Di solito quando mi trovo a conversare con ragazzo e cerco di virare verso argomenti più introspettivi, finisco per trovarmi davanti ad un blocco monolitico da erodere pezzo dopo pezzo per arrivare al nucleo vitale, come risultato tendo ad irrigidirmi anche io e proiettare un’immagine di me che sarà anche quella più appropriata alla circostanza, ma non è rappresentativa di ciò che sento davvero. Spesso e volentieri, invece, una ragazza quasi mi invita a sciogliermi, mi mette a mio agio e si verifica quella compenetrazione di anime che tanto mi piace.

Nel primo caso l’interazione finisce spesso per risultare stressante e priva di significato, mentre nel secondo è molto più rilassante ed appagante. Non ho fatto alcuna ricerca in merito, ma penso che queste diverse modalità possano essere dovute in parte a differenze biologiche (e ormonali) che rendono più intuitivi certi comportamenti, e in parte da modelli interiorizzati durante la crescita. La biologia consente però margini di variazione, così come i modelli possono essere alterati e rimpiazzati; forse se le donne stanno imparando ad essere più assertive, anche gli uomini dovrebbero allenarsi all’introspezione e raggiungere così una maggiore maturità emotiva.

Questo pensiero può sembrare fin troppo campato in aria e infatti ero restio a condividerlo su queste pagine, ma poi sono incappato in un video molto interessante. Si tratta dell’esperienza di una donna che, per capire il più possibile cosa significhi essere uomo, decide di vestirne i panni per 18 mesi; tra le varie considerazioni ve ne sono anche di simili alle mie, con la differenza che le sue hanno un peso decisamente maggiore per via del modo in cui sono maturate.


  1. Quasi sicuramente esiste continuum che presenta varie posizioni, il mio discorso è una semplificazione a fini esplicativi. 

Donald Trump è colpa nostra

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Non mi lancio in nessun tipo di analisi, francamente non ne ho voglia, tanto nei prossimi giorni vi troverete bombardati dal parere di personaggi illustri e non. Scrivo soltanto per comunicare il mio disgusto verso i responsabili di questo declino dell’Occidente che sembra destinato a non arrestarsi tanto presto: noi.

Con “noi” mi riferisco al frammento demografico cui gioco forza mi trovo ad appartenere: quello composto da persone mediamente colte, provenienti dall’ormai quasi estinta classe media, promotrici di valori liberali; persone che hanno fatto il liceo (magari il classico) con l’idea poi di iscriversi all’università, laurearsi, ottenere un lavoro rispettabile ed entrare a fare parte della “classe dirigente”. Le stesse persone che ora si sdegnano per la Brexit e Trump, invocando un ritorno al passato, ad un’oligarchia aristocratica priva del poco conveniente suffragio universale. Già, perché il problema è la “gggente”, mentre noi siamo virtuosi, vero? Non abbiamo capito un cazzo.

Ci siamo dati pacche sulle spalle nelle nostre torri d’avorio, ridendo del “popolino” e dei loro ridicoli rappresentanti, ignorando e male interpretando un disagio che ha continuato a crescere e bollando i suoi sfoghi come “ignoranza”. Certo, l’ignoranza è un fattore, ma è da stupidi puntare il dito verso la fiammella invece che occuparsi di chi ci sta soffiando sopra. No, non sto parlando di Salvini o Grillo (il loro ruolo viene dopo), sto parlando delle passate generazioni che, spreco dopo spreco, hanno rotto le finestre del condominio dove questa gente abita, fregandosene delle lamentele e deridendo apertamente chi invece — (forse) per opportunismo — ha mostrato di dar loro ascolto.

A furia di tirare, la corda si spezza e si finisce con la schiena nel fango. I cosiddetti (e spesso auto-proclamati) intellettuali non sono più visti come guide autorevoli, ma come antagonisti; nel migliore dei casi come una manica di egoisti boriosi, incapaci di prevedere la crisi economica1 o anche solo di avere una stima affidabile dei risultati elettorali poche ore prima del voto. La reazione di chi ha perso ogni fiducia nello status quo mira a sovvertirlo, dando nuovo impeto a tutti quei movimenti che contrastano i valori cari all’élite, dalla scienza alla democrazia.

La rabbia è molto facile da incanalare, se si toccano i punti giusti: è un meccanismo vecchissimo esemplificato molto bene da Freud nel saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”.

La folla giunge subito agli estremi. Un accenno di sospetto si trasforma immediatamente in indiscutibile evidenza. Una semplice antipatia diviene subito odio feroce. Portata a tutti gli eccessi, la folla è influenzata solo da eccitazioni esasperate. Chiunque voglia agire su di essa, non ha bisogno di dare ai propri argomenti un carattere logico: deve presentare immagini dai colori più stridenti, esagerare, ripetere incessantemente la stessa cosa.2

Non c’è da stupirsi di Trump, Grillo o Salvini, ma soprattutto non è loro la colpa: sono solo sintomi, manifestazioni di un profondo disagio di cui noi siamo concausa. Possiamo fare autocritica e cercare di riunificare la frattura che si è creata all’interno del nostro (ma non solo) Paese, oppure possiamo fare come al solito e puntare il dito contro la proverbiale “casalinga di Voghera”.


In questo mio sfogo ho ricondotto l’elezioni di Trump allo scenario italiano perché è quello a me più familiare. Senza dubbio si tratta di una forzatura, ma non così importante come potrebbe sembrare, dal momento che l’intero Occidente è piuttosto omogeneo sotto alcuni punti di vista. A riprova di ciò metto qui di seguito un paio di link ad articoli che trattano le stesse tematiche dalla prospettiva statunitense (entrambi in Inglese, mi spiace).

  • How Half Of America Lost Its F**king Mind: il giornalista che scrive, cresciuto in uno Stato rurale, conservatore e ultra-cristiano, prova a dare una spiegazione del sucesso elettorale di Trump fornendo una prospettiva diversa dal solito.
  • The Intellectual Yet Idiot: il filosofo Nassim Nicholas Taleb critica aspramente gli odierni intellettuali, evidenziando in modo un po’ comico le contraddizioni insite nel loro modo di pensare.

  1. Nel novembre 2008 la Regina Elisabetta II chiese ai docenti di economia della London School of Economics come mai non avessero previsto il sopraggiungere della crisi. Dopo mesi di consultazioni risposero con una lettera aperta, dicendo di aver perso di vista il cosiddetto “rischio sistemico” e di essersi abbandonati ad una “psicologia del diniego”. Fonte: D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano, 2011. 
  2. S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Bollati Boringhieri, Torino, 1978. 

La Biblioteca di Babele

Non so quanti di voi conoscano la Biblioteca di Babele, quindi faccio una breve introduzione. Si tratta di un posto descritto da Jorge Luis Borges nella sua omonima opera; lo scrittore descrive una struttura con estensione infinita, composta da sale esagonali, ciascuna delle quali ha quattro pareti adibite a libreria, con cinque scaffali ciascuna e 32 volumi di 410 pagine in ogni mensola; ciascun libro di questa biblioteca presenta sequenze di caratteri senza ordine, in tutte le loro possibili combinazioni. Nel racconto gli uomini si muovono con affanno in questo luogo alla ricerca del libro contenente la Verità.

Ho deciso di scriverne perché a quanto pare qualcuno ha creato un sito web con lo scopo di emulare questa biblioteca: Library of Babel. Tramite un algoritmo sono state generate e raccolte in volumi tutte le possibili combinazioni delle 26 lettere dell’alfabeto inglese, con l’aggiunta di spazio, virgola e punto; l’intero catalogo è liberamente consultabile è ha come unico fastidioso limite l’assenza delle lettere accentate (non previste dalla lingua Inglese), il che castra un po’ l’esperienza se si prova a cercare del testo in lingua italiana. Usando la funzione di ricerca potete trovare ogni frase che la vostra mente sta pensando, generata automaticamente dal sistema molto tempo prima che voi abbiate iniziato ad articolarla. La frase che ho appena scritto, ad esempio, si trova nel volume intitolato “dbj,ljviawt”, a pagina 390.

Nonostante l’estrema banalità del principio alla base del sito, non posso fare a meno di provare un misto di ammirazione ed irrequietezza ad ogni ricerca. Ricordate la teoria secondo cui delle scimmie che battono a caso di tasti di una macchina da scrivere, dato un tempo sufficientemente lungo, sarebbero in grado di comporre tutte le opere di Shakespeare? Ecco, avete sotto gli occhi la dimostrazione pratica della veridicità di questa ipotesi (che a quanto pare ha origine nella Grecia antica, tanto per cambiare1).

All’inizio volevo strutturare questo post come una riflessione su creatività ed originalità, ma poi ho desistito perché mi sono reso conto che l’impianto era un po’ troppo pretestuoso; una volta ogni tanto è bello anche semplicemente fare una segnalazione e basta, senza dilungarsi troppo oltre.

Quindi che dire ancora…buona ricerca!


  1. Un’affermazione molto diffusa in ambito accademico e che ho sentito fare dal vivo al Professor Umberto Galimberti può essere così riassunta: “Il picco della civiltà Occidentale è stato raggiunto nella Grecia antica, da lì in poi si è soltanto regrediti”. All’inizio mi sembrava quasi oltraggiosa, ma adesso inizio a credere che ci sia un fondo di verità. 

Cosa vuol dire “Sii te stesso?”

Quante volte avete dato (o ricevuto) il consiglio “Sii te stesso”? È una frase talmente abusata da aver quasi perso significato, attirando anche un sacco di critiche, più o meno sensate. Ma cosa vuol dire sul serio?

Non intendo attaccare un pippone senza fine sull’origine dell’Io e sul concetto di identità perché sarebbe fuori luogo e forse anche al di là delle mie possibilità, intendo invece riflettere un attimo su cosa si intenda davvero suggerire quando si dà quel consiglio e sul perché il più delle volte non lo si capisca realmente. Il vero problema non risiede nel suggerimento in sé, ma in come viene strutturato: “Sii te stesso” rimanda all’immagine che la persona ha di sé e la spinge a tenerla ben presente nel corso della situazione che questa si trova ad affrontare.

Credo di averlo già detto in altri post, ma mi ripeto: il problema delle immagini è che sono statiche, mentre le persone si evolvono continuamente1. La differenza è notevole tra un anno e l’altro, ma può essere percepibile anche a distanza di qualche mese, cambiamo così rapidamente che la nostra immagine non è mai adeguatamente aggiornata. Un problema correlato è poi la bidimensionalità delle immagini, le quali sono mere rappresentazioni della realtà e non riescono a trasmetterne tutta la complessità. In sostanza, cercando attivamente di essere “noi stessi” finiamo per indossare degli abiti di cartongesso che inibiscono i movimenti e ostacolano la nostra performance. Eppure lo scenario descritto è il male minore, poiché il più delle volte si ha in mente come ci si dovrebbe comportare in determinate situazioni e si cerca l’allineamento a questo modello aprioristico calato dall’alto; non c’è nemmeno bisogno di dire che il risultato è spesso disastroso.

Quello di cui realmente abbiamo bisogno non è l’immagine giusta da presentare, ciò che ci serve è la capacità di essere spontanei. Ok ma, ora che abbiamo strutturato meglio il concetto, come si diventa spontanei2? Altra domanda su cui si sono arrovellate parecchie scuole di pensiero (specialmente in Oriente) e che richiederebbe un trattato per rispondere. Questo post è però più una chiacchierata informale atta a fornire spunti riflessivi, quindi rispondo con una sola parola: rilassandosi.

“Take it easy”, “Stai sciallato”, “Non farti seghe mentali”, sono tutti consigli eccellenti è molto più puntuali dell’abusato “Sii te stesso”! Quanta saggezza che c’è nei cliché, vero? Chi l’avrebbe mai detto?! Continuando a pensare e pianificare le cose giuste da fare o dire la mente si ingolfa di pensieri, l’attenzione cala, la reattività diminuisce, la tensione muscolare aumenta, l’ansia cresce; tutto questo finirà per mettervi i bastoni fra le ruote e aumenterà la vostra avversione verso un certo tipo di situazioni. Non sono però le circostanze a generare il disagio, bensì l’atteggiamento che si ha nei loro confronti.

Va benissimo cercare di migliorare alcune caratteristiche di sé, è necessario studiare per gli esami universitari, è sempre meglio prepararsi prima di un colloquio lavorativo o prima di parlare in pubblico, ma il lavoro concettuale deve fermarsi a quella fase preliminare. Quando arriva il momento di agire tutto il resto deve passare in secondo piano, perché quando i pensieri interferiscono con le azioni il risultato non è mai ottimale3; non può esistere una “spontaneità controllata”4.

Inspira, fai vuoto nella mente. Espira, sciogli le tue ansie. Avanza e inizia lo spettacolo.


  1. J. Baggini, Is there a real you? 
  2. Ho il sospetto che tornerò sull’argomento, in futuro; ad ogni modo la meditazione aiuta senza dubbio. 
  3. B. Sian & C. Thomas, On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure? in “Journal of Experimental Psychology: General”, 2001. 
  4.  Essere spontanei non è importante solo perché piacevole e perché garantisce un maggior grado di efficienza in determinati contesti, ma ha anche il pregio di essere ben recepita dagli altri. Paradossalmente si ha una maggiore probabilità di fare una buona impressione se non ci si preoccupa troppo dell’impressione che si vuole dare. 

Il mondo è un po’ più freddo

Domenica 5 giugno 2016 è morto mio padre.

Non mi viene in mente nulla di sensato da dire. Eppure vorrei. Vorrei parlare di come mi sento in colpa per non avergli dimostrato l’affetto che meritava, quando era in vita. Vorrei scusarmi per tutti i casini che ho causato in famiglia e le preoccupazione che gli ho fatto provare, per colpa del mio carattere non proprio facile. Vorrei ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per me, vorrei dirgli che ora capisco quanto fosse importante ogni minima cosa che faceva e vorrei dirgli che i suoi difetti, in fondo, erano poca roba.

Vorrei dirgli che mi rendo conto solo ora di quanto io sia stato fortunato ad avere lui come padre, lui che forse a prima vista poteva non colpire particolarmente, ma che era in grado di essere un grande esempio di correttezza ed era capace di un Amore incredibile. Lui, che con i polmoni quasi completamente divorati dai funghi ha avuto il coraggio di non lamentarsi mai e di dissimulare la sua sofferenza per non allarmare mia madre, dicendo semplicemente: “Mi sento un po’ a disagio”; è in momenti come questi che si vede il coraggio di un uomo e io posso dire che, sì, mio padre era coraggioso e ha lottato come un leone fino alla fine. Mi distrugge pensare che tutte queste qualità ho potuto realizzarle soltanto quando è stato troppo tardi. Soltanto quando ho visto la gente che gremiva la chiesa andare verso mia madre per dirle che persona immensa mio padre fosse.

La sua assenza è straordinariamente presente. Sono in alto mare e ho perso la mia bussola.

Domenica 5 giugno 2016, da quel giorno il mondo è un po’ più freddo.

Il valore della vita

The MOON: Com’è uccidere un animale?

Lynx: È qualcosa che ti cambia la vita. Tenere nelle tue mani il corpo caldo di un animale, di un essere vivente che respira, scostare la sua pelliccia o le sue piume prima di sgozzarlo…ti riempie di umiltà. Richiede davvero la tua piena attenzione, realizzi che un altro essere sta per dare la sua vita così che tu possa nutrirti. Quando so che il giorno seguente dovremo uccidere, non riesco ad addormentarmi.

È molto diverso uccidere un animale addomesticato rispetto ad uno selvatico. I primi sono così docili, è quasi come se si concedessero a te. Preferisco decisamente cacciare un cervo che ha passato la sua vita a correre in libertà, piuttosto che uccidere un animale addomesticato.

Tiriamo a sorte per decidere chi dovrà materialmente ammazzare l’animale. Nell’ultima classe è toccato ad una ragazza vegetariana. Ha voluto farlo: ha voluto sapere cosa si provasse ad assumersi la piena responsabilità per la propria vita, il che include le vite che vengono sacrificate per lei.

Ha fatto un buon lavoro, si è impegnata con tutta sé stessa (uccidiamo sempre con sommo rispetto). Non so cosa abbia provato, ma so che ha mangiato ogni pezzo di quella pecora.

Ecco un’altra cosa che accade quando sai che un altro animale ha sacrificato la sua vita per te: non sprechi nulla. Mangiamo tutta la carne e gli organi. Usiamo le cervella per la concia, zoccoli e legamenti per la colla, ossa per utensili, gioielli e persino strumenti musicali. Ogni parte dell’animale diventa preziosa.

Quando vivi la tua vita in questo modo, tutto è ricondotto ad una storia. La storia della pecora che hai ucciso, mangiato, indossato e da cui hai ricavato strumenti è molto più ricca e duratura rispetto alla storia del pezzo di carne avvolto nel cellopane che hai comprato al negozio e di cui non sai assolutamente nulla. Quando conosci al storia del tuo cibo, vieni portato in contatto con la vita a livello viscerale. Quando non conosci la storia di ciò che mangi, sei disconnesso.

Quella che avete letto è parte di quest’interessante intervista di cui consiglio caldamente la lettura.

Non sono un fan di scelte alimentari radicali e, per quanto non mi piaccia infliggere sofferenza, adoro mangiare carne. Tuttavia noto che si sta sempre di più perdendo la consapevolezza di ciò che mangiamo e di che cosa significhi nutrirsi: affinché si possa sopravvivere, altri esseri viventi — senzienti e non — devono sacrificarsi per noi.

L’Uomo è parte integrante del sistema in cui si trova, ma col passare del tempo stiamo sempre più dimenticando questa verità fondamentale e ciò ha avuto pesanti effetti su ambiente, società e psiche. Lynx Vilden ha trovato un modo un po’ radicale per ristabilire il contatto con ciò che è essenziale e non credo che questo percorso sia adatto a tutti, ma credo che ognuno di noi debba, una volta al giorno, fermarsi ed aprirsi alla consapevolezza di essere vivo, cercando di capire pienamente ciò che questo comporta.

Dal canto mio, grazie a quell’intervista ho scoperto l’esistenza del progetto Living Wild e ho notato che ci sono corsi proposti in Italia; forse la prossima primavera farò un campeggio alternativo, chi lo sa.

Autobiografia in cinque brevi capitoli

  1. Cammino per la strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci casco dentro.
    Sono perduto, sono disperato.
    Non è colpa mia.
    Mi ci vuole parecchio per uscirne.

  2. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Fingo di non vederla
    e ci casco dentro di nuovo.
    Non posso credere di essere nello stesso posto.
    Ma non è colpa mia.
    Mi ci vuole di nuovo parecchio per uscirne.

  3. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Vedo che è lì.
    Ci casco dentro comunque…è diventata un’abitudine.
    Ho gli occhi aperti,
    so dove sono.
    È proprio colpa mia.
    Ne esco immediatamente.

  4. Cammino per la stessa strada.
    C’è una buca profonda sul marciapiede.
    Ci giro attorno.

  5. Cambio strada.

 
Portia Nelson

Un approccio pragmatico all’idealismo

Come chi mi conosce bene sa (e come ho già avuto modo di scrivere) mi sento spesso attanagliato da un’angosciante sensazione di ignoranza, dalla consapevolezza di non sapere mai abbastanza. Certo, questo è un ottimo propellente per la mia già vorace curiosità, mi spinge ad informarmi sempre di più ed ampliare la mia cultura, ma più conoscenza acquisisco, più la consapevolezza della mia ignoranza aumenta. È un paradosso noto fin dai tempi di Socrate, che oggi va sotto il nome di effetto Dunning-Kruger, Bertrand Russell lo ha così riassunto: “Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni”.

Il fatto di poter dare un nome a questa condizione non allevia però il disagio di doverci avere a che fare, soprattutto se hai 25 anni e devi impegnarti a costruire il tuo futuro, devi incanalare il fuoco che hai dentro. “A vent’anni è tutto ancora intero“, cantava Guccini, beh qualcuno lo dica alla mia testa perché non c’è ideale a me caro che un’attenta analisi di realtà non riduca in pezzi. Perché io sono un idealista, ma sono anche quello che gli anglofoni definirebbero un overthinker e queste due caratteristiche collidono tra loro, alimentando un malessere interiore che non sempre riesco a gestire.

Eppure bisogna credere in qualcosa, nonostante tutto, bisogna attivarsi per lasciare la propria impronta nel mondo, non per una qualche spinta narcisistica (sebbene quella aiuti) ma perché è importante dare uno scopo a ciò che si fa, dovesse anche essere traballante o posticcio. Il problema degli idealisti è che — più o meno consciamente — vogliono cambiare il mondo e hanno la presunzione di sapere qual è la direzione giusta da prendere per migliorare le cose. Il problema dei cinici invece è che non provano mai davvero a migliorare le cose, preferendo occuparsi del proprio tornaconto personale; molti di loro sono però ex-idealisti che si sono scontrati con il potere che lo status quo ha di corrompere anche i più nobili progetti, così si sono arresi.

Un mese fa stavo parlando con una donna che lavora per un’importante associazione senza scopo di lucro, mi ha raccontato schifata della corruzione dilagante e degli sprechi che affliggono simili realtà. È arrivata a dire che lei, da quando è venuta a conoscenza di come vengono usati i soldi che le varie No Profit o ONG raccolgono tramite le donazioni, non donerà più nemmeno un Euro per supportarle. Qualcosa di simile lo aveva detto, poco tempo prima, Umberto Galimberti durante una conferenza a cui ho assistito: se fai una donazione all’Unicef o simili, è molto probabile che vada a pagare gli hotel cinque stelle degli operatori mandati in missione. E pensare che io stavo accarezzando l’idea di avvicinarmi al mondo delle Organizzazioni Non Governative, con l’intento di aiutare gli altri.

La signora di cui sopra, alla fine del suo discorso ha chiosato: “Viviamo in mondo brutto, che ci vuoi fare”. Ecco, io però — nel mio piccolo — qualcosa vorrei fare. Ho notato che si ha sempre il (lodevole) istinto di pensare in grande, mentre forse quando si affrontano argomenti molto complessi si dovrebbe pensare in piccolo, molto in piccolo: sono un fan dei miglioramenti incrementali e credo che chiunque possa fare la differenza per l’equilibrio generale, se agisce in modo consapevole. All’inizio di questo post ho parlato dell’effetto Dunning-Kruger e di come contribuisca al senso di impotenza che sento dentro di me: ho abbastanza nozioni per comprendere la complessità delle sfide che la nostra epoca storica ci sta lanciando, ma non ho minimamente le competenze per abbozzare possibili soluzioni. Forse non avrò mai queste competenze, ma credo di poter lo stesso dare il mio decisivo contributo.

L’approccio che ho deciso di adottare si basa in larga parte sulle riflessioni pubblicate da Hagop Sarkissian nel saggio “Minor tweaks, major payoffs: The problems and promise of situationism in moral philosophy” in cui illustra il tema del situazionismo.

Per chi non lo sapesse, i situazionisti ridimensionano la portata che i tratti caratteriali hanno nel determinare i comportamenti individuali, affermando anzi che le persone sono molto malleabili e le loro azioni sono grandemente influenzate dal tipo di ambiente in cui si trovano. A tal proposito non può non venire in mente il celeberrimo esperimento condotto da Philip Zimbardo all’Università di Stanford, capace di trasformare dei bravissimi ragazzi in veri e propri aguzzini; il libro “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” che Zimbardo scrisse in seguito, spiega quali sono le condizioni ambientali in grado di far germogliare il male nell’animo umano.

Sarkissian però non si arrocca su una posizione di determinismo ambientale, figlia del dualismo che troppo spesso permea il nostro modo di ragionare. Scrive:

Siamo variabili importanti delle nostre relazioni interpersonali, essendo le nostre azioni legate indissolubilmente a quelle altrui. […] Gli individui possono essere visti come parti di un contesto, come punti focali di una rete sociale. Da questa prospettiva un individuo, per quanto unico, resta connesso a ed influenzato da una più larga struttura sociale, mentre al contempo ne condizona le dinamiche con il suo stesso comportamento.

L’idea, benché non convenzionale, non è certo nuova1 ed è comune presso le culture asiatiche, abituate ad avere una visione olistica sul mondo. Sarkissian stesso arriva a citare gli Annali di Confucio, abbracciando la tesi dell’autocoltivazione come mezzo per influenzare positivamente l’ambiente in cui ci si trova, di modo da migliorarlo ed esserne a nostra volta positivamente influenzati.

Non entro nel merito di tutti gli argomenti discussi: il saggio è ben fatto, scorrevole e piuttosto breve (10 pagine), quindi ne consiglio vivamente la lettura. Quello che mi interessa, al fine di questa riflessione mista a sfogo, è spiegare quello che da un po’ di tempo sto cercando di fare, mentre finisco di sistemare i dettagli necessari per iniziare una vera e propria carriera lavorativa. Invece di mirare a cambiare il mondo, sto cercando di migliorare il più possibile quel pezzo di mondo che mi circonda, scegliendo consapevolmente di agire in modo costruttivo ogni volta che me ne si presenti l’occasione.

Da un lato cerco di frequentare ambienti che stimolino la mia crescità anziché ostacolarla, dall’altro coltivo in vari modi una disposizione d’animo che abbia un’influenza positiva sulle persone con cui interagisco. Come si evince dal lavoro di Sarkissian (e come scrissi anni fa), persino un sorriso o una parola cordiale possono avere un potere trasformativo sulla giornata di chi li riceve e, per riflesso, su quella di molta altra gente. Non mi spingo troppo in là cercando di incarnare il jūnzǐ di confuciana memoria — credo diventerei nevrotico nel provarci — ma voglio assumermi la piena responsabilità delle mie azioni (anche piccole) e prendere coscienza del fatto che sì: posso fare la differenza, anche come sig. Nessuno.

Forse è troppo sperare che questa idea prenda piede presso un numero abbastanza corposo di persone da mitigare in modo sostanziale i conflitti presenti nella società odierna, fino magari a raggiungere una massa critica tale da operare un cambio di paradigma culturale, ma ormai lo sapete: sono un idealista, lasciatemi sognare.


  1. Anche Epitteto aveva affrontato il problema, in qualche modo.