Il ballo mascherato

Sugli esseri umani grava una maledizione subdola e potente: siamo tutti attori inconsapevoli di una recita, a cui è richiesto di interpretare molteplici personaggi. Il senso di ciò che ho appena affermato è insito nella parola “persona”, che nella sua accezione latina significa “maschera teatrale”. Se provate a riflettere sulla vostra vita, vi accorgerete che dal momento in cui siete nati avete istantaneamente occupato un numero crescente di ruoli, di maschere. Siete figli, siete cittadini, siete studenti o lavoratori, scrittori, cantanti, politici, ingegneri, medici, cristiani, etcetera; ognuno occupa i suoi ruoli e si adatta — spesso senza nemmeno rendersene conto — agli obblighi corrispondenti, tutto ciò semplicemente in quanto membri della società. In tutto ciò non c’è nulla di male, ma può portare a conseguenze spiacevoli che tratterò in seguito.

Oltre alle maschere vi sono poi quelle che chiamo etichette, queste non derivano in modo diretto dal ruolo che occupiamo, ma sono lo spiacevole effetto della tendenza tipicamente umana a categorizzare il mondo per renderlo intelleggibile. Per comodità etichettiamo gli altri individui sulla base delle loro generalità (aspetto, comportamento, ruolo, opinioni), dando così nascita a figure quali: idealisti, pragmatici, geek, hipster, e molto altro.1 Ogni persona è passibile di più etichette, anche in contrasto tra loro (dipende dai punti di vista), e viene istintivamente posta all’interno di una delle due macro-categorie: “giusto” e “sbagliato”.

Ho appena dipinto l’immagine di un individuo mascherato, che mantiene il travestimento in linea con la situazione in cui si trova, e porta al collo diverse medagliette identificative dal significato diverso a seconda di chi le interpreta; in tutto ciò, il soggetto in questione ha una possibilità di scelta limitatissima. A questo punto sorge la domanda fondamentale: chi c’è dietro la maschera? Chi sono io? Nel corso della storia credo si sia perso il conto dei filosofi che hanno cercato una risposta definitiva, dal canto mio non mi sento all’altezza di imbarcarmi in speculazioni sull’argomento, ma voglio provare a dire chi non sono.

Non sono le maschere che indosso e non sono le etichette che mi attribuiscono, ma se non sto attento corro il rischio di identificarmici. I soli momenti in cui possiamo svestirci da ogni travestimento e concederci di essere noi stessi è quando ci troviamo da soli, possibilmente senza mezzi di comunicazione a portata di mano (WhatsApp, parlo soprattutto di te), ed è questo il momento in cui molti si sentono più a disagio, vuoti, insicuri, annoiati, tristi. Ho letto, non ricordo dove, che chi impara ad abbracciare la solitudine sconfigge la paura della morte, che è come dire: chi riesce a guardarsi dentro, a conoscere ed accettare realmente sé stesso, vive in pace per il resto dei suoi giorni. Pochi fanno questo sforzo perché affrontare il disagio dato dall’incertezza fa molta paura, si preferisce un comfort illusorio, la sicurezza data dal recitare una parte.

Ecco però concretizzarsi il pericolo che paventavo prima: l’identificazione con il personaggio che si interpreta. Prendiamo per esempio un professore universitario tutto d’un pezzo, sicuro nei panni della propria figura autoritaria, che appare serio ed intransigente in ogni ambito della sua vita, severo persino con sé stesso: questo è un atteggiamento estremo, la fusione totale con il ruolo prevalente che si ricopre. Vi è poi un caso più subdolo e — credo — più diffuso, ossia quando le maschere lasciano scheggie su chi le porta e le etichette vengono fatte talmente proprie da diventare più simili a dei tatuaggi, una contaminazione che getta il seme della nevrosi.

Semplificando molto, credo di poter descrivere quest’ultimo scenario come l’interiorizzazione di modelli, di immagini “giuste” a cui aderire, che portano al tentativo di controllare e/o sopprimere tutto ciò che non vi si conforma. Un intero set di emozioni normalissime vengono quindi combattute, con il solo risultato di renderle persistenti e generare ansia; la cosa tragica è che non sempre questa lotta interna viene vissuta a livello cosciente, spesso è anzi totalmente inconsapevole e ad emergere sono solo le conseguenze, come uno stato di tensione nervosa permanente. Dottore, mi dia del Lexotan: voglio continuare la recita.

Ma provate per un attimo ad immaginare il sentirsi sempre “giusti”, quale che sia l’occasione,2 non avere conflitti interni perché non c’è nulla da combattere e tutto da lasciar accadere, il poter essere spontanei al di là del travestimento adottato. Intendo vera spontaneità! La spontaneità emerge in modo naturale dall’essere come si è, perché quando si prova ad essere spontanei, non si fa altro che rincorrere un’immagine — una maschera — e quindi non lo si è realmente! Quando poi la situazione richiede di essere massimamente conformi alla maschera del momento, la si può tranquillamente indossare, ma essendo consapevoli che non è altro che una recita, un gioco.3

Non possiamo evitare i ruoli, non possiamo evitare le etichette, ma possiamo essere consapevoli che la nostra identità è qualcosa di separato, per lo più indefinito e forse indefinibile. Una volta che si è intimamente compreso che tutte le nostre attività quotidiane — per quanto vissute con la massima gravità e partecipazione — non sono niente altro che una recita, potremmo scoprire che è bello non prendersi troppo sul serio.

Non devi porre fine a tutto questo solo perché hai scoperto che non è altro che un gioco: potrebbe essere davvero divertente continuare a giocare.
— Alan Watts


  1. A causa della nostra spinta ad identificarci con un gruppo, non è infrequente che una persona si etichetti da sola in un determinato modo (si pensi ai geek). 
  2. Non fraintendetemi, non sto incoraggiando atti sconsiderati o di dubbio gusto, ma semplicemente un’armonia interiore. 
  3. Sì, la vita è un gioco. Il tuo lavoro? La tua famiglia? Mini-game previsti dal pacchetto completo e, a ben vedere, opzionali. La morte? La fine del gioco. Puoi essere serio quanto vuoi nel portarlo avanti, ma tutto questo non significa nulla, a meno che non sia tu ad apporgli un senso completamente arbitrario, quindi rilassati e goditi lo spettacolo. 

Fai parlare le tue azioni

Scrive Epitteto nel suo Enchiridion:1

Poniamo che tu — discorrendo con un gruppo di persone — notassi la conversazione volgere attorno ad argomenti speculativi: rimarrai per lo più in silenzio. Questo perché, altrimenti, correresti il rischio di esporre ciò che ancora non hai assimilato. E quando qualcuno ti accuserà di non sapere nulla, e tale accusa ti scivolerà di dosso, allora saprai che i tuoi sforzi staranno dando frutto. Se noti, le pecore non vomitano l’erba davanti al pastore per mostrare quanto hanno mangiato, bensì, dopo averla smaltita al loro interno, producono lana e latte. Allo stesso modo, tu non sbattere il tuo sapere in faccia agli altri, ma portalo a maturazione dentro di te per poi rendere conformi le tue azioni.

Quando un utente di Reddit, in risposta ad alcuni miei dubbi, mi disse semplicemente “teach by doing” (insegna facendo), non afferrai subito il concetto; ora, però, il significato di quelle parole mi diventa sempre più chiaro ogni giorno che passa.

Non importa quanto si possa essere dotti, persuasivi ed empatici: ci sono concetti a cui non si può dare forma in un discorso e, qualora ci si riesca, non avrebbero sufficiente presa per poter attecchire; questo perché ogni intuizione sufficientemente valida è, a seconda dei casi, troppo semplice o troppo complessa per poter essere trasmessa a parole.

Probabilmente è questo che intendeva Oscar Wilde quando disse “Chi sa fa, chi non sa insegna”, o Laozi con “Chi sa non parla, chi parla non sa”: ciò che vale davvero la pena conoscere non può venire insegnato, perché la saggezza non è comunicabile a parole. Continuare ad esporre le proprie convinzioni, a voler convincere gli altri della bontà delle tesi in cui si crede, è spesso sintomo di insicurezza nei confronti di ciò che si predica; e anche qualora non fosse così, sarebbe per lo più fiato sprecato. Le azioni sono molto più potenti delle parole e l’agire implica il sapere davvero ciò che si sta facendo;2 quindi, per far sì che ciò che si è capito (o si crede di aver capito) sia in grado di fare la differenza, bisognerebbe incorporare le conseguenze di tali intuizioni nella propria vita quotidiana, essere un tutt’uno con la nostra forma mentis.


  1. Il passo originale era stato tradotto da Giacomo Leopardi, la versione da me proposta è un adattamento al linguaggio corrente. 
  2. Almeno in teoria. 

In balia del comfort: bloccati in una prigione dorata

comfort
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L’immagine che vedete è stata pubblicata due giorni fa su Reddit con il titolo “Tutta questa tecnologia ci sta facendo diventare asociali”; chiaramente è una provocazione nei confronti di chi demonizza smartphone e affini, accusandoli di star deteriorando le relazioni interpersonali: a quanto sembra, si punta sempre il dito contro un capro espiatorio.

La provocazione è stata colta e rilanciata da Diego Petrucci, che ha anche pubblicato un post sul suo blog, con l’intento di fare una disamina etica sul quando sia lecito isolarsi usando dispositivi vari come scudo, e quando tale atteggiamento sia addirittura sinonimo di inciviltà. Sull’argomento nello specifico non ho molto da aggiungere, ho già abbozzato il mio pensiero in un vecchio post e ho poi cercato, in un altro ancora, di porre l’accento sul caso particolare dei social network.

Qualche giorno fa, mi è capitato di rivedere una vecchia intervista fatta a Louis C.K. da Conan O’Brien, in cui il comico spiega il motivo per cui non ha intenzione di dare alle proprie figlie uno smartphone, illustrando la sua visione della tecnologia: un modo per riempire il vuoto che coviamo dentro di noi, a discapito della nostra capacità di provare empatia. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, metto il video di seguito (niente sottotitoli, mi spiace).

Mi trovo pienamente d’accordo con Louis, ma sono convinto che non abbia centrato davvero il problema. Appurato che Internet e gadget vari altro non sono che strumenti dei quali si può fare l’uso che si vuole, come mai la tendenza principale a risultarne è la snaturazione delle comunicazioni interpresonali? Cosa porta l’Uomo — animale sociale per eccellenza — a preferire interazioni surrogate? L’incapacità di affrontare i propri demoni? In parte potrebbe essere così, ma credo sia la conseguenza di qualcos’altro: siamo in balia del comfort.

Scrivo di seguito una citazione tratta dal film “La mia cena con André”:

Voglio dire, se non hai una coperta elettrica, e il tuo appartamento è freddo, e hai bisogno di mettere un’altra coperta o prendere vestiti dall’armadio per impilarli sopra le lenzuola, solo allora saprai che fa freddo. E quella consapevolezza dà il via ad una serie di realizzazioni: hai compassione per l…beh, la persona a tuo fianco ha freddo? Ci sono altre persone al mondo che hanno freddo? Che notte gelida! Mi piace il freddo, Dio mio, non me n’ero mai reso conto, io non voglio una coperta elettrica, è divertente avere freddo, mi posso accoccolare alla persona che ho a fianco perché fa freddo! Sperimenti cose di ogni genere. Ma ecco che accendi la tua coperta elettrica ed è come prendere un tranquillante, come venire lobotomizzati guardando la TV. Entri nel mondo dei sogni. Cioè, cosa pensi ci succeda, Wally, a vivere in un ambiente in cui qualcosa di così intenso e vasto, come le stagioni o l’inverno, non ha alcun effetto su di noi? Siamo animali, dopo tutto. Cosa significa quello che ci sta succedendo? Io penso voglia dire che, invece di vivere sotto il Sole, la Luna, il cielo e le stelle, stiamo vivendo in un mondo di fantasia creato da noi stessi.
[…]
Wally, non capisci che il comfort può essere pericoloso? A te piace essere a tuo agio, e anche a me piace. Ma il comfort può cullarti in una tranquillità pericolosa. Voglio dire, mia madre conosceva una donna, Lady Hatfield, che era una delle persone più ricche al mondo, e morì di inedia perché il suo unico nutrimento era costituito da carne di pollo. Semplicemente, le piaceva il pollo e quindi mangiava solo quello, e il suo corpo stava deperendo, ma lei non se ne accorgeva perché era felice nel suo continuare a mangiare pollo; fino a che non morì! Vedi, onestamente penso che oggi siamo un po’ tutti come Lady Hatfield: abbiamo un’adorabile e comoda vita, con le nostre coperte elettriche e la nostra carne di pollo, e nel frattempo deperiamo perché siamo così disconnessi dalla realtà che non ne traiamo alcun reale sostentamento. Perché non vediamo il mondo. Non vediamo noi stessi. Non vediamo in che modo le nostre azioni hanno conseguenze sugli altri.

Le interazioni sociali hanno sempre una componente di stress e a volte è semplicemente più comodo farsi scudo con qualcosa, che sia una rivista, uno smartphone o delle auricolari. Queste barriere, erette per rendere rassicurante un ambiente potenzialmente ostile, sono al contempo fonti di piacere e spesso oggetti di desiderio; capezzoli. Siamo così immersi nel comfort da non essere più in grado di sopportare un minimo disagio, come quello dato dallo stare per qualche tempo soli: fuggiamo dalla noia, fuggiamo da noi stessi e fuggiamo anche dagli altri, perché una chat non equivale ad una conversazione ed una emoji non è un feedback emotivo.1

Non è mia intenzione demonizzare il comfort: deriva dal progresso, e il progresso è sempre positivo. Tuttavia non si può ottenere nulla senza perdere qualcosa, credo questa sia una regola universale e che quindi si debba cercare di essere consapevoli degli aspetti negativi innescati dalle nostre conquiste, di modo da poterli arginare. Inoltre è bene ricordare che la crescita — personale, così come dell’umanità — ha origine da momenti sgradevoli. Probabilmente è meglio guardare al disagio come un compagno di avventure (o al limite uno strumento), piuttosto che fuggire per lasciarsi cullare da un benessere illusorio.


  1. E se metto il punto a fine frase, non vuol dire che sono arrabbiato, diamine! 

Il mio tassello del puzzle

Premessa: il post seguente è frutto di una discussione avuta con un’amica, ho apportato lievi modifiche al discorso originale per fare in modo che mantenesse un senso anche al di fuori dal dialogo che l’ha generato. Tutto ciò perché sono finalmente riuscito a mettere in parole alcuni pensieri che mi ronzavano in testa da parecchio (sì alcune tematiche le ho già affrontate, ma a me piace ripetermi)


Ci sono poche cose che sento di avere imparato con un determinato grado di sicurezza, nella mia pur breve esperienza di vita, una di queste è la seguente: vi sono modi pressoché illimitati di vedere una questione e spesso la “verità” non è univoca.

Uno dei motivi per cui mi piace parlare con le persone di argomenti impegnativi (qualcuno li definirebbe “esistenziali”) è che ogni individuo è custode di un interpretazione, un modo di vedere le cose che non può venire liquidato con termini arbitrari come “giusto” o “sbagliato”: è il tassello di un puzzle, ed entrandone in possesso è come ottenere la chiave per un nuovo mondo, il quale non è mai in contrasto con il mio, ma piuttosto ne è complementare.

Sono convinto che in ognuno di noi esista una parte oscura, ambigua, poco illuminata: un “cono d’ombra”; così come sono convinto che ognuno di noi agisca primariamente per il proprio bene. Questi dati li si può interpretare in due (o forse più?) modi differenti:

  1. Ciascuno di noi è egoista, tendenzialmente opportunista e talvolta egotico: tutti sono utili e nessuno indispensabile, meglio non fidarsi o lo si prende in quel posto.
  2. Che differenza c’è, in fondo, tra me e chiunque altro? Siamo tutti sulla stessa barca e possiamo capirci alla perfezione, prima ancora che combatterci.

Una visione non esclude l’altra, semmai si completano. Purtroppo l’ambiguità è fonte di incertezza e le persone vogliono sicurezze (esistono?), quindi ogni discussione diventa un aut-aut: o in un modo, o nell’altro.

Spesso ci sfuggono i motivi dell’agire e mi sto addirittura convincendo che, in fondo, non esista alcun libero arbitrio: tutto è incidentale, tutto è una conseguenza; siamo come palline di un flipper, ossessionate da un controllo assoluto che non potranno mai avere. Allora perché non lasciarsi andare e limitarci ad essere consapevoli di azioni/sensazioni, piuttosto che affannarci a trovare un senso e tenere tutto sotto controllo?

Però è così controintuitivo, fermarsi e cercare di capire come si è: in genere ci si lancia in una corsa volta a migliorare ed affermarsi. Nulla di male in questo, ma come si fa a migliorare qualcosa senza sapere com’è fatto il blocco di partenza? Il rischio è quello di trasformarsi in un ammasso di contraddizioni, una caricatura grottesca di quello che si vorrebbe diventare o — peggio — si pensa di essere. A volte l’immagine a cui vogliamo aderire ci viene inculcata dal sistema sociale in cui viviamo, altre volte ce la imponiamo da soli, guardando a svariati modelli, e può capitare persino di costruircela dal nulla, partendo dall’assumere un ruolo in cui ci troviamo bene, ma scordando che noi cambiamo con il tempo, mentre le immagini — le maschere — sono statiche e possono diventare prigioni.

Questa è la seconda grande lezione che ho imparato (o spero di avere imparato): tutto è transitorio. Forse essere autentici vuol dire accettare questa realtà, diventare consapevoli del tempo che scorre e della sostanza che cambia, cercando di superare etichette limitanti e arbitrarie quali “bene”, “male”, “giusto” e “sbagliato”. Fare surf sul mare della vita, degli eventi, senza avere l’arrogante pretesa di comandare il flusso dell’acqua, e dando gli opportuni aggiustamenti per rimanere in superficie; il tutto rimanendo consapevoli del Mare, del nostro essere sostanzialmente inscindibili da quest’ultimo, della nostra impotenza. A ben vedere ha poca importanza come lo si chiami: Mare, Fato, Dio, Tao, Samsara; puoi essere il più irriducibile tra gli atei o un fondamentalista religioso, non cambia niente: sei un granello di sabbia, non controlli realmente nulla. Puoi soltanto sperimentare consapevolmente la realtà in cui sei immerso, consapevole che altri, partendo dagli stessi dati, potrebbero arrivare a conclusioni differenti, a definizioni differenti. Ed è ok.

Mi viene in mente, dal nulla, Shakespeare.

La vita non è altro che un’ombra vagante:
un povero attore
che si pavoneggia
e si agita per la sua ora
sul palcoscenico,
e poi tace;
è un racconto recitato
da un idiota
gonfio di suono e di furia
che non significa nulla.

Se la vita non è nient’altro che uno spettacolo, forse abbiamo una vaga possibilità di influire sulla tipologia. Stavo pensando alla commedia; in fondo, Liza Minelli cantava che “la vita è un cabaret”.

Il limite delle parole

Il Tao che il mondo apprezza è quello che si trova nei libri. Il libro è fatto solo di parole. Ciò che vi è di prezioso nella parola, è l’idea. Ma l’idea trae vita da qualcosa di ineffabile. Il mondo apprezza le parole e le trasmette attraverso i libri. Benché il mondo stimi i libri, io li considero indegni di stima, perché ciò che in essi viene stimato, non mi sembra stimabile. Come non si possono vedere che forme e colori, così non si possono udire che nomi e fonemi. Ahimè! Tutti pensano che le forme e i colori, i nomi e i fonemi rappresentino la realtà delle cose, e questo non è vero. È in questo senso che si dice: «Chi sa non parla, chi parla non sa». Ma come potrebbe accorgersene, il mondo?

Un giorno, il duca Huan [di Qi] leggeva nella sala, in alto, mentre sotto la sala, in basso, il carraio Bian stava costruendo una ruota. Il carraio posò martello e scalpello e chiese al duca:
«Che cosa state leggendo?».
«Le parole dei Saggi» rispose il duca.
«I Saggi sistono ancora?» chiese Bian.
«Sono morti» disse il duca.
«Allora quel che leggete non è altro che la feccia degli Antichi».

Il duca riprese:
«Io leggo e non ho bisogno di chiedere il parere di un carraio. Tuttavia ti permetto di spiegarti. Se non ti riesce, sarai messo a morte».
«Ecco quello che il mestiere del vostro servitore gli ha permesso di osservare. Quando faccio una ruota, se vado adagio, il lavoro è piacevole, ma non solido. Se vado veloce, il lavoro è penoso e trasandato. Non devo procedere né lento né veloce, devo trovare un’andatura giusta, che convenga alla mano e corrisponda al cuore. C’è in questo qualcosa che non si può esprimere con le parole. Non ho quindi potuto farlo capire a mio figlio, che non ha potuto essere istruito da me. Per questo, a settant’anni, lavoro ancora a fabbricare le mie ruote. Quello che gli Antichi non hanno potuto trasmettere è morto, e i libri che leggete non sono altro che la loro feccia».

Questo passo è tratto dal Zhuang-zi, uno dei classici del Taoismo.

Ora, io non disprezzo i libri, considero anzi la lettura un’attività quasi spirituale, un mezzo tramite cui l’essere umano può apprendere nozioni importanti e maturare una maggiore consapevolezza di sé e dell’ambiente in cui vive. Ciò detto, capisco perfettamente ciò di cui parla l’autore e mi trovo d’accordo: le parole sono dannatamente limitate e, quale che sia l’abilità nel loro utilizzo, tramite di esse non si può carpire che uno sbiadito riflesso della sostanza che cercano di trasmettere.

L’essere umano impara e migliora soprattutto tramite l’esperienza, ed è paradossale come uno dei nostri tratti distintivi — il linguaggio — non sia in grado di comunicarla efficacemente. Me ne rendo conto ogni giorno di più, quando vedo amici stare male e mi sento inutile perché, pur sapendo cosa stanno passando e vedendo i loro errori, non riesco a trovare le parole adatte per aiutarli. Me ne rendo conto persino quando scrivo dei post con l’intento di comunicare qualcosa che ho dentro, ma ho la sensazione di non scalfire che la superficie; in un certo senso è la stessa cosa che sta accadendo ora.

Penso che la limitatezza nel comunicare determinati concetti non sia imputabile soltanto alle parole, penso che ad essere inadeguato sia innanzitutto il nostro intelletto. È paradossale questa affermazione, visto l’enorme balzo evolutivo compiuto dalla società umana tramite le capacità intellettive dei propri membri, eppure sono sempre più convinto che la razionalità abbia limiti congeniti che non le possono permettere di definire e comprendere ogni aspetto della realtà. Vi sfido a delineare in modo esauriente ed oggettivo concetti quali “amore”, “felicità”, “passione”, “intuito”, “qualità”, “talento”; indubbiamente rappresentano una parte della realtà umana che ciascuno di noi percepisce e di cui ha una propria immagine mentale, ma che non è quantificabile. Credo che ogni possibile descrizione risulterebbe, per forza di cose, terribilmente parziale.

Ho notato che quando mi sforzo davvero molto per tradurre in parole qualcosa che ho compreso a livello esperienziale, ma non ho ancora ben consolidato, un meccanismo dentro di me si inceppa: quello che credevo di aver capito, improvvisamente si dissolve, lasciando soltanto un vortice di pensieri, un’entropia che aumenta in modo proporzionale ai miei sforzi di rimettere tutto in ordine; fino al momento in cui mi arrendo e sospendo ogni tentativo di capire, di analizzare.

Alcune cose ci si deve limitare a percepirle. Alcune cose non si possono comunicare.

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao
I nomi che si possono nominare non sono nomi eterni

Una folle teoria

Oggi voglio esporre una teoria. È qualcosa di difficile da comunicare a parole, qualcosa che ho percepito più a livello di istinto (magari aiutato da pratiche meditative e ruminazioni filosofiche), ma che paradossalmente è poco intuitivo da capire se spiegato con un discorso.

Il concetto base è: togliendo ogni tipo di sovrastruttura, siamo tutti perfettamente uguali — talvolta persino indistinguibili — e non ha alcun senso affermare di essere superiori o inferiori a qualcun altro; a ben vedere anche il termine “uguale” è vuoto di significato: sarebbe più corretto dire che siamo “sintonizzati”. Non c’è alcuna reale distinzione tra me, te, ed un tizio a caso preso dalla strada.

Mi rendo conto di dover spiegare quello che intendo ed è qui che sorgono le difficoltà. Siamo tutti esseri umani accomunati da una quotidiana sofferenza e da una perpetua ricerca della felicità, spesso (secondo me erroneamente) identificata con il piacere. Ogni emozione che provo la stanno provando, l’hanno provata, o la possono provare anche tutti gli altri abitanti di questo pianeta; siamo tutti — chi più chi meno — insicuri riguardo a qualcosa e abbiamo tutti paura. In un modo o nell’altro siamo tutti connessi.1

Notando questo, è cambiato lievemente il mio modo di guardare il mondo: adesso ogni persona la vedo come una copia di me, un mio riflesso. Ognuno vive la propria vita e ha un mondo nella propria testa, ha sofferenze e preoccupazioni a me ignote ed io non posso sapere cosa realmente significhino le loro azioni: persino quelle che sembrano non lasciare adito a dubbi, possono sottendere molteplici significati. Quando ho fretta e sono scontroso perché tutti mi sembrano un ostacolo, automaticamente realizzo che altri, nella mia situazione, potrebbero vedere me allo stesso modo. Quando mi sento stuzzicato, ferito o deriso e reagisco con un moto d’orgoglio, rischiando di sembrare arrogante o saccente, mi ricordo di varie persone che in passato ho etichettato in quel modo. Tutto d’un tratto mi sembra miope il categorizzare le persone, perché è come se stessi giudicando (e condannando) me stesso.

A tal proposito può essere utile accennare che tanto per il Buddhismo, quanto per la moderna psicologia comportamentale, le persone non sono altro che degli specchi per il soggetto preso in analisi: “la mia reazione a te è una percezione di me”.2 Molto spesso quando non ci va a genio una persona è perché — a livello inconscio — la vediamo incarnare aspetti o comportamenti che noi stessi abbiamo, ma che non accettiamo, che ci danno fastidio, oppure che mettono in risalto ciò che noi percepiamo come una nostra mancanza.

Tornando alla mia teoria, ho questa sensazione che tutte le azioni siano incidentali. Una storia taoista parla di due pescatori sulla loro barca, in mezzo ad un lago, che cercano di prendere qualche pesce. Ad un certo punto un’altra imbarcazione li sperona; i due, dopo essere riusciti a non farsi catapultare in acqua, si voltano rabbiosi, pronti ad inveire contro il responsabile, ma vedono che la barca che li ha colpiti è vuota: è stata trasportata alla deriva dalla corrente. La loro rabbia scompare.

Non ho mai capito il senso di questo racconto fino a tempi recenti: ciascuno di noi è una barca senza conducente, non ha senso arrabbiarsi o prendere le azioni altrui come attacchi personali.3 Siamo in preda al nostro Ego4 e ci vediamo come i protagonisti assoluti di un immaginario film personale; secondo la nostra ottica, nulla ci può andare storto, eppure molte cose non vanno come noi vogliamo e non riusciamo ad accettarlo intimamente. Questo essere così ego-centrati è una caratteristica comune a tutti, e rende la maggior parte delle discussioni dei dialoghi tra sordi; siamo talmente avvolti dalla nostra prospettiva che non comprendiamo quella altrui e finiamo con il criticare atteggiamenti che, a ben vedere, sono gli stessi nostri.

Segue un piccolo aneddoto. Meno di un mese fa stavo riflettendo sulla totale mancanza di empatia di alcune persone che conosco, di quanto si prendano troppo sul serio senza mettersi mai in discussione, e mi sono chiesto come mai non si sforzino un po’ di vedere le cose con una prospettiva simile alla mia. Poi mi sono reso conto di avere — in pratica — detto: “Quanto sono arroganti! Come mai non possono essere tutti umili come me?!”, e sono scoppiato a ridere per il paradosso.

Ovviamente non si può essere agnelli in un mondo di lupi. Non è di alcuna utilità l’accettare a braccia aperte gli egoismi altrui e cercare di liberarsi dai propri, ma sarebbe auspicabile riuscire a mantenere una prospettiva più ampia, di modo da affrontare le avversità in modo sereno. A tal proposito è stata una sorpresa la mia reazione ad un evento di qualche giorno fa: ho frainteso le intenzioni di un automobilista e ho rischiato l’incidente; quando ho visto il tizio mandarmi a quel paese, assieme al mio parentado di facili costumi, per tutta risposta mi è scappata una risata. Poi ho proseguito, dimenticandomi subito dell’accaduto. Soltanto sei mesi fa, avrei lasciato che quell’incomprensione e quegli insulti mi rovinassero l’umore per tutta la successiva ora: d’altronde non ho avuto cattive intenzioni e sono una brava persona. Ogni persona si reputa una brava persona.

Concludo parafrasando un sùtra Buddhista: io non sono superiore a nessuno, anche se a volte mi sorprendo a pensarlo; non sono inferiore; non sono in alcun modo speciale, e — probabilmente — non sono nemmeno unico.


  1. A quanto ne so, questa asserzione è concorde con varie filosofie orientali e con la meccanica quantistica: non vi è reale distinzione tra soggetto e oggetto, in quanto tutto ciò che esiste è espressione di un unico continuum energetico. Non ho tuttavia approfondito, quindi non mi lancio in speculazioni eccessive; cercherò di dedicarmi al più presto ad interessanti letture ed astruse teorie
  2. Ovviamente se la persona in questione ha un atteggiamento aggressivo o lesivo nei nostri confronti, non c’è bisogno di ricorrere ad elaborate meta-analisi, per capire la fonte del nostro disagio: Occam docet. 
  3. Lungi da me il sollevare gli individui dalla responsabilità di ciò che fanno. Voglio solo dire che, da un punto di vista allargato, ogni azione è una reazione a qualcos’altro; essenzialmente noi non siamo le nostre azioni. In modo analogo, sebbene possiamo dire di possedere determinate qualità, noi non siamo quelle qualità. 
  4. Mi rendo conto che per poter parlare di qualcosa è necessario prima definirlo, ma purtroppo il campo delle teorie psico-filosofiche su cosa sia effettivamente l’Ego è un guazzabuglio indistricabile. Non sto parlando dell’Ego psicologico definito da Freud, ma di quello concepito dalle filosofie orientali come un filtro che, pur essendo utile alla nostra sopravvivenza nella quotidianità, ci impedisce di vedere nitidamente ciò che abbiamo davanti agli occhi. Un giorno raccoglierò dati e scriverò un post a riguardo, per il momento prego i lettori di perdonare questa mia leggerezza espositiva. 

Cogli l’utile in ogni cosa

Le riflessioni che seguono sorgono da un fiume ininterrotto di pensieri che scorre nella mia mente ormai da diverso tempo. Ci sono varie tematiche che negli ultimi mesi sono zampillate, per finire in una serie di post non pubblicati perché mai davvero completi. Sento però che questo sarà diverso, come se gli ingranaggi si fossero improvvisamente allineati nella giusta sequenza. Il merito forse è dell’ultimo post di Fabrizio Rinaldi, oppure è soltanto un caso che mi sia giunta l’ispirazione dopo averlo letto; non lo so, ma mi sembra doveroso citarlo, viste alcune tematiche contingenti a ciò che mi appresto a scrivere.

Ho già parlato di come ognuno di noi vede il mondo dal proprio oblò, tendenzialmente non curandosi di quale possa essere la visuale di altri individui, ma non ho reso al meglio tutte le conseguenze di questo atteggiamento istintivo; in effetti non è nemmeno possibile, perché ogni conseguenza dà origine ad una serie di esiti, innescando un effetto a catenza potenzialmente infinito. Il linguaggio è molto limitato quando si tratta di esprimere questo tipo di concetti, ma voglio provarci ugualmente.

Non considerare punti di vista diversi dai propri, o liquidarli in modo sbrigativo, è un atteggiamento piuttosto miope, perché esclude importanti variabili che contribuiscono a plasmare la realtà sociale di cui tutti, volenti o nolenti, facciamo parte. Tendiamo ad affermare il nostro ego, annientando indiscriminatamente ogni opposizione, ma non ci fermiamo mai a pensare a cosa succederebbe all’ordine generale delle cose, se ciò che noi viviamo come un ostacolo non esistesse. Che titolo abbiamo per bollare una data cosa come “inutile”? Come definiamo l’utilità?

Si potrebbe dire che qualcosa sia utile se le sue conseguenze ultime portano progresso alla collettività, affermazione che mi sento di condividere: anche il miglioramento individuale, essendo la società composta da singoli, può essere a vantaggio di tutti. Però ognuno ha una propria peculiare concezione di cosa effettivamente comporti dei benefici, in genere si impugna la spada del pragmatismo per tagliare i rami secchi, per eliminare il “superfluo”, ma ci si concentra solo su ciò che è immediatamente percepibile, ignorando una serie di correlazioni che possono essere osservate soltando cambiando il proprio modo di ragionare. È lapalissiano che la professione di medico-chirurgo sia indispensabile e che, soprattutto al giorno d’oggi, sia importante investire in facoltà informatiche e di ingegneria; per contro le facoltà artistiche, quella di filosofia e le varie “scienze delle merendine” vengono viste dai più come inutili per definizione, come uno spreco di soldi.

Analogamente, in ambito geek, si discute su quale possa essere il senso di spendere migliaia di parole nel recensire un’applicazione per smartphone, o decine di pagine web per descrivere qualche scarna nuova funzione di OSX. Un paio di giorni fa ho letto su Twitter persone che discutevano sui motivi per cui le mani di Fabio Volo non dovrebbero mai toccare una penna (tesi per cui mi sento di simpatizzare). Uscendo dal proprio schema mentale, non è difficile capire che ciò che per una persona può essere uno spreco di tempo/energie/denaro, per un altra potrebbe rappresentare una forte passione. Conosco persone a cui interessa leggere pagine su pagine di elucubrazioni su un software, ed è a queste persone che sono indirizzati determinati contenuti. Allo stesso modo, non è in alcun modo sbagliato che le uniche letture della casalinga di Voghera1 siano ‘Novella 2000’ e i vari libri di Volo, perché non a tutti piace Dostoevskij e — cosa importante da tenere a mente — non è stabilito da nessuna parte che si debbano apprezzare scrittori talentuosi.2

«Ma il progresso? La crescita? L’utilità? Bisogna rimanere coi piedi per terra! Non ci si può abbandonare al relativismo!», potreste dirmi. E non avreste nemmeno tutti i torti. Nel post citato in apertura, Fabrizio chiama in causa in modo neanche troppo velato Federico Viticci, fondatore di MacStories — ragazzo abituato a scrivere dei post su applicazioni e workflow che possono lasciare perplessi per il loro essere lunghi ed articolati. La sua recensione di Tweetbot 3.0 conta circa 5000 parole (per dare un’idea: fino ad ora io ne ho scritte 690) e, al di là delle persone che apprezzano il suo lavoro e si svagano leggendo quelle che in molti potrebbero definire seghe mentali, sembrerebbe che questi sforzi siano molto fini a sé stessi, superflui, inutili. Eppure ogni azione ha svariati effetti che spesso passano in sordina: al di là di tutto, senza quel post di Federico, può essere che Fabrizio non avrebbe messo in moto le riflessioni che lo hanno portato a dire la sua su Feelmaking; in ultima analisi, questa stessa mia riflessione non esisterebbe.

Se ammettiamo il pensiero come base dell’essere umano, allora si può oggettivamente dire che tutto ciò che stimola riflessioni abbia utilità per il solo fatto di esistere. In fondo il pensiero è quel fantasma immateriale che plasma il mondo in cui noi, suoi strumenti, viviamo. Tutto ciò che esiste ha una sua utilità oggettiva per il solo fatto di esistere, anche se non lo si comprende, anche se non lo si accetta o se lo si osteggia per varie ragioni: nulla è inutile.3

Mi rendo conto della parzialità del mio ragionamento e mi scuso per non essere in grado di sviscerare ulteriormente la mia tesi, ma temo che il discorso si allargherebbe troppo. Voglio solo invitare chi sta leggendo questo pezzo a fermarsi, di tanto in tanto, ad immaginare il mondo parallelo che avrebbe origine se un qualche cosa che esula dalla sua comprensione non fosse mai esistito. Nel mio piccolo, posso dire che se avessi dato retta ai pragmatici dell’ultim’ora, non avrei mai aperto questo blog; cosa ci sarebbe di diverso?


  1. Con ciò non voglio assolutamente sminuire né la categoria delle casalinghe, né gli abitanti di Voghera. 
  2. Ci vuole il giusto mezzo, comunque: la cultura è importante. 
  3. Per transitività mi sento di dire che tutte le persone sono interessanti, ma forse ne parlerò in dettaglio più in là. 

Il mondo nella nostra testa

Some People
Fonte


Guardati allo specchio. La vedi quella immagine? Poco importa se quel volto suscita in te sentimenti di stima, vergogna, preoccupazione, o tutti quanti assieme: l’individuo che stai fissando è tutto il tuo mondo. È l’unica persona che puoi dire di conoscere realmente (anche se, forse, la conosci meno di ciò che credi), l’unica persona che è sempre stata con te e che — puoi star sicuro — rimarrà fino alla fine, l’unica persona di cui sai con certezza pensieri ed opinioni. Quella persona è il perno di tutta la tua esistenza, la sola di cui puoi verosimilmente dare una valutazione complessiva.

Per ognuno di noi è così. Eppure continuiamo a proiettarci sugli altri, negli altri; continuiamo imperterriti ad attribuire a terze persone una serie di pensieri, atteggiamenti, modi di essere, categorizzazioni, spesso senza neanche mettere in dubbio il nostro giudizio. Che titolo abbiamo per farlo? Sarebbe un azzardo anche se conoscessimo per filo e per segno la loro storia, figurarsi quando — come spesso accade — ci basiamo sulla singola diapositiva catturata dai nostri occhi e passata sotto il filtro di esperienze passate, pregiudizi e comun sentire. Stabiliamo come una persona è e, talvolta, persino come o cosa diventerà.

Non ha senso dare giudizi sulle persone, perché nessuno è sempre in un modo, e spesso non capiamo nemmeno ciò che si trova sotto i nostri occhi. Definire un individuo come “buono” o “cattivo”, significa condannarlo ad essere sempre identico a sé stesso;1 è come compiere un omicidio: nella nostra mente noi uccidiamo qualcuno, per sostituirlo con l’immagine che ci siamo creati di lui, tramite l’assolutizzazione delle nostre percezioni.

Questo comportamento è figlio della malsana ossessione che abbiamo per noi stessi, la stessa ossessione che alimenta lo Spotlight Effect e rende la nostra vita quotidiana sempre più stressante. Temiamo il giudizio altrui, eppure siamo i primi a giudicare il prossimo: è un cane che si morde la coda.

È bene tener presente il confine tra pensiero e realtà.


  1. Questa frase è tratta da un più ampio discorso che una monaca zen ha tenuto allo scorso Festival dell’Oriente, a Milano. 

Grazie

Ho voglia di scrivere un post, così, di getto, senza neanche riflettere bene su ciò che effettivamente voglio dire; so solo che voglio comunicare una sensazione. Sono ormai due giorni che mi sento davvero bene, come non mi capitava da tantissimo tempo. Certo, ho sempre i miei problemi quotidiani e le mie preoccupazioni, ma sono come immerse in una rinnovata consapevolezza che gonfia tantissimo il mio umore.

La scorsa domenica sera mi sono recato a Como, ad incontrare una mia vecchia conoscenza persa di vista per quattro lunghi anni (un’era geologica, vista la mia età), questa gitarella fuori porta era dettata dal mio bisogno di staccare un po’ la spina da vari pensieri che mi perseguitavano e perdermi in chiacchierate liberatorie davanti ad una buona birra. Se devo essere sincero, nonostante avessi davvero voglia di rivederla, ero leggermente nervoso: sapete, è sempre un po’ farraginoso — soprattutto per chi, come me, non ha una natura espansiva — conversare fluidamente e a lungo con qualcuno con cui non hai confidenza e che non vedi da tantissimo.

La serata, invece, è andata alla grande. Abbiamo parlato a ruota libera raccontandoci aneddoti, esperienze e scambiando punti di vista su varie questioni, stando semplicemente seduti in un minuscolo bar a sorseggiare birra. Ma perché sto raccontando questo? Perché per la prima volta mi sono trovato nella condizione di non porre filtri tra me ed il mio interlocutore, ed è stato liberatorio. Ho mostrato aspetti di me che normalmente tengo celati per molto tempo — spesso perché potrebbero essere considerate stranezze — e ho riscontrato una totale apertura dall’altra parte, quando non dei feedback positivi.

Se due persone interagiscono mostrandosi per come sono realmente — e rispettando chi hanno di fronte — entrano davvero in contatto; questo si rivela estremamente appagante. Lasciarsi andare può essere piuttosto difficile, difatti quando sono stato incoraggiato a parlare di me ho avuto qualche tentennamento, ma diamine se soddisfa!

Non so se io abbia avuto fortuna a trovarmi davanti una persona genuina e vitale, magari con qualcun altro sarebbe stato diverso, so solo che ora mi sento molto più leggero e con un gran entusiasmo per alcuni miei piccoli progetti che avevo temporaneamente accantonato. Spero di essere stato piacevole/utile anche solo la metà di quanto lei è lo è stata per me.

Lei sa che ho un blog, le ho dato anche l’indirizzo web, ma non posso sapere se capiterà mai su questo post. Nel caso, voglio semplicemente dirle grazie.

New Slang

—Che stai ascoltando?
—Gli Shins, li conosci?
—No.
—Devi sentire questa canzone: ti cambierà la vita.


Ci sono volte in cui fa schifo avere venti-e-qualcosa anni. Spesso è come essere al volante di una Ferrari su una strada con il limite a 20km/h, ma i cartelli non riesci a capire chi è ad averli messi; può darsi anche siano solo nella tua testa, può essere che non siano reali. Intanto il motore si ingolfa.

Sei schiavo di concetti che non ti appartengono, ma che finisci per cucirti addosso, spinto da pressioni esterne troppo sottili per essere razionalizzate. Quando sei un bambino e ti cadono a terra le patatine, subito le raccogli e le mangi comunque; quando cresci, invece, inizi a notare lo sporco annidato sulla superficie croccante e le butti via. Allo stesso modo, lentamente, inizi a precluderti tutta una serie di azioni in nome del “buon senso” — o di chissà quale altra stronzata — e costruisci, paletto dopo paletto, una cella su misura.

Prendi per buono quello che ti dicono i genitori perché sanno ciò che è bene per te, imiti chi ti circonda perché è rischioso andare contro corrente, consegni le briglie della tua identità ad un gruppo e ottieni in cambio l’illusione di essere protetto. Tutto ciò non fa altro che alimentare lo spaesamento, la malinconia; ma non lo capisci e continui a cercare risposte al di fuori di te, interpellando persone che nel tempo hai mitizzato, durante questo processo di perdita del contatto con la realtà. Non è altro che un fragile castello di carte, ma non te ne accorgi fino a quando arriva il proverbiale “fulmine a ciel sereno”, uno shock imprevedibile, un assaggio amaro di quello che è la Vita vera. Il crollo delle tue certezze ti dimostra che nulla può essere dato per certo. Fa male, malissimo, ma ti dà anche l’opportunità di ricominciare.

Ti accorgi di essere, in definitiva, solo. Una grande realizzazione che tipicamente porta momenti di disperato diniego, vuoi qualcosa a cui aggrapparti e, se non c’è nulla attorno a te, provi a rievocare il passato. Contatti amici che hai perso di vista, o vecchi partner rimasti vittime di un amore troppo acerbo; ci parli per una sera e ti senti vivo, libero dai problemi, mentre le vostre parole riportano in vita aneddoti racchiusi nei meandri della memoria. Qualsiasi evento appare sempre più luminoso, una volta declinato al passato. Però ti accorgi che loro hanno una loro vita indipendende dalla tua, ti sembrano addirittura in gran forma; ti rendi conto di non essere indispensabile.

Al diniego, segue la rabbia: sei incazzato con il Mondo perché non riesci a trovare il tuo posto. Qualsiasi cosa ti manchi, che sia l’amore, un lavoro che ti piace, o una passione, finisci per odiare chi invece quella cosa è riuscito ad ottenerla. Perché tu no? Devi fare qualcosa, devi rimediare, devi essere completo. Provi allora a scendere a patti con la tua situazione, di modo da rialzare al testa, recuperi qualche tacca di morale, fai programmi su programmi, ma sei così concentrato su quell’astrazione che è il “futuro”, da non prestare sufficiente attenzione a ciò che stai facendo. Inciampi. Cadi faccia a terra. Ti disperi. Sei triste come non mai e, per contrasto, tutti coloro su cui posi gli occhi sembrano felici, non possono che essere felici, visto come si comportano. Sei così egocentrico da non contemplare nemmeno la possibilità che si sia tutti sulla stessa barca.

A questo punto sta a te. Puoi essere così fortunato da incontrare una persona che ti cambia la vita, ma più verosimilmente devi fermarti e ricalibrare le tue percezioni; devi arrenderti per poter ricostruire qualcosa dalle macerie. Il lutto che ha sconquassato il tuo castello di carte può portarti ad una degradante vita di autocommiserazione, oppure può darti la scossa decisiva per farti aprire gli occhi, per farti capire che non hai mai realmente iniziato a vivere.

I tratti di strada in cui procedere a 20km/h non sono poi così tanti, e non sarà certo un po’ di sporco sulle patatine ad ucciderti. Fai in modo che il tuo nuovo linguaggio (New Slang) da adulto sia una naturale evoluzione della tua voce interiore, non un’accozzaglia di convenzioni linguistiche imposte dall’alto, se non vuoi cadere in un perenne stato di nolontà.

Questa è la vita. A volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo.


Nota: questo post è stato ispirato dalla canzone messa in apertura e dalla visione del film ‘Garden State‘, dal quale sono tratte anche le due citazioni.