Il mio tassello del puzzle

Premessa: il post seguente è frutto di una discussione avuta con un’amica, ho apportato lievi modifiche al discorso originale per fare in modo che mantenesse un senso anche al di fuori dal dialogo che l’ha generato. Tutto ciò perché sono finalmente riuscito a mettere in parole alcuni pensieri che mi ronzavano in testa da parecchio (sì alcune tematiche le ho già affrontate, ma a me piace ripetermi)


Ci sono poche cose che sento di avere imparato con un determinato grado di sicurezza, nella mia pur breve esperienza di vita, una di queste è la seguente: vi sono modi pressoché illimitati di vedere una questione e spesso la “verità” non è univoca.

Uno dei motivi per cui mi piace parlare con le persone di argomenti impegnativi (qualcuno li definirebbe “esistenziali”) è che ogni individuo è custode di un interpretazione, un modo di vedere le cose che non può venire liquidato con termini arbitrari come “giusto” o “sbagliato”: è il tassello di un puzzle, ed entrandone in possesso è come ottenere la chiave per un nuovo mondo, il quale non è mai in contrasto con il mio, ma piuttosto ne è complementare.

Sono convinto che in ognuno di noi esista una parte oscura, ambigua, poco illuminata: un “cono d’ombra”; così come sono convinto che ognuno di noi agisca primariamente per il proprio bene. Questi dati li si può interpretare in due (o forse più?) modi differenti:

  1. Ciascuno di noi è egoista, tendenzialmente opportunista e talvolta egotico: tutti sono utili e nessuno indispensabile, meglio non fidarsi o lo si prende in quel posto.
  2. Che differenza c’è, in fondo, tra me e chiunque altro? Siamo tutti sulla stessa barca e possiamo capirci alla perfezione, prima ancora che combatterci.

Una visione non esclude l’altra, semmai si completano. Purtroppo l’ambiguità è fonte di incertezza e le persone vogliono sicurezze (esistono?), quindi ogni discussione diventa un aut-aut: o in un modo, o nell’altro.

Spesso ci sfuggono i motivi dell’agire e mi sto addirittura convincendo che, in fondo, non esista alcun libero arbitrio: tutto è incidentale, tutto è una conseguenza; siamo come palline di un flipper, ossessionate da un controllo assoluto che non potranno mai avere. Allora perché non lasciarsi andare e limitarci ad essere consapevoli di azioni/sensazioni, piuttosto che affannarci a trovare un senso e tenere tutto sotto controllo?

Però è così controintuitivo, fermarsi e cercare di capire come si è: in genere ci si lancia in una corsa volta a migliorare ed affermarsi. Nulla di male in questo, ma come si fa a migliorare qualcosa senza sapere com’è fatto il blocco di partenza? Il rischio è quello di trasformarsi in un ammasso di contraddizioni, una caricatura grottesca di quello che si vorrebbe diventare o — peggio — si pensa di essere. A volte l’immagine a cui vogliamo aderire ci viene inculcata dal sistema sociale in cui viviamo, altre volte ce la imponiamo da soli, guardando a svariati modelli, e può capitare persino di costruircela dal nulla, partendo dall’assumere un ruolo in cui ci troviamo bene, ma scordando che noi cambiamo con il tempo, mentre le immagini — le maschere — sono statiche e possono diventare prigioni.

Questa è la seconda grande lezione che ho imparato (o spero di avere imparato): tutto è transitorio. Forse essere autentici vuol dire accettare questa realtà, diventare consapevoli del tempo che scorre e della sostanza che cambia, cercando di superare etichette limitanti e arbitrarie quali “bene”, “male”, “giusto” e “sbagliato”. Fare surf sul mare della vita, degli eventi, senza avere l’arrogante pretesa di comandare il flusso dell’acqua, e dando gli opportuni aggiustamenti per rimanere in superficie; il tutto rimanendo consapevoli del Mare, del nostro essere sostanzialmente inscindibili da quest’ultimo, della nostra impotenza. A ben vedere ha poca importanza come lo si chiami: Mare, Fato, Dio, Tao, Samsara; puoi essere il più irriducibile tra gli atei o un fondamentalista religioso, non cambia niente: sei un granello di sabbia, non controlli realmente nulla. Puoi soltanto sperimentare consapevolmente la realtà in cui sei immerso, consapevole che altri, partendo dagli stessi dati, potrebbero arrivare a conclusioni differenti, a definizioni differenti. Ed è ok.

Mi viene in mente, dal nulla, Shakespeare.

La vita non è altro che un’ombra vagante:
un povero attore
che si pavoneggia
e si agita per la sua ora
sul palcoscenico,
e poi tace;
è un racconto recitato
da un idiota
gonfio di suono e di furia
che non significa nulla.

Se la vita non è nient’altro che uno spettacolo, forse abbiamo una vaga possibilità di influire sulla tipologia. Stavo pensando alla commedia; in fondo, Liza Minelli cantava che “la vita è un cabaret”.