Messaggio in bottiglia

Sono sempre stato solito preferire la comunicazione scritta a quella a voce. Scrivere mi viene naturale quasi come respirare, i pensieri scorrono fluidi, liberi, e le parole si intrecciano per dipingere immagini e comunicare concetti in un modo che non riuscirei mai a fare esprimendomi a voce. Questo è possibile anche perché, durante la scrittura, ci si può fermare e riflettere a fondo sulle parole da scegliere, fino a trovare l’alchimia capace — si spera — di pizzicare le corde giuste nel lettore, che poi spesso sono le stesse che vibrano in me quando faccio danzare le dita sulla tastiera del computer; la scrittura è quasi una forma di psicoterapia, un modo per ordinare i miei pensieri e dare un senso a ciò che in altri momenti non riesco a razionalizzare. È inoltre un processo che non finisce mai: si possono spendere interi minuti su di una frase per perfezionarne la punteggiatura e trovare il ritmo migliore. Scrivere vuol dire trasformare l’animo umano in una sinfonia; se ciò che leggi non suscita nulla dentro di te, l’autore ha fallito il suo compito.

La scrittura mi piace, dunque, mi piace tanto, per questo risulta molto frustrante quando non riesco ad esprimere ciò che sento realmente. Tempo fa ho detto ad un’amica: “Se dovessi togliere il superfluo da tutte le conversazioni che tengo solitamente, è probabile che finisca per non aprire bocca tutto il tempo”. Non era una spocchiosa lamentela sulle chiacchiere di circostanza (che pure non gradisco), ma una presa di coscienza sul fatto che “l’essenziale” — come scrisse Antoine de Saint-Exupéry — non solo “è invisibile agli occhi”, ma è addirittura inesprimibile.

La tecnologia che avrà davvero successo sarà quella in grado di veicolare efficacemente il risonante senso di vacua meraviglia che risulta dal contemplare la notte stellata a 2000 metri di quota, una tecnologia che riesca a gettare ponti di collegamento tra noi — uomini-isola — e donarci finalmente la connessione di cui abbiamo un bisogno disperato. Magari a quel punto sarà possibile smetterla di affidare messaggi alla corrente, sperando che arrivino a destinazione.

In attesa che questa utopia venga realizzata, consegno al mare l’ennesima bottiglia.

Uno spreco di energie

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Mi sono spesso trovato davanti a quest’immagine dell’introverso come di una persona che spende le proprie energie quando è in mezzo alla gente e si ricarica quando rimane per i fatti propri, mentre per un estroverso funziona nel modo opposto. Non ho letto libri sull’argomento e non mi sono fermato a riflettere se sia effettivamente così, ma — essendo io stesso introverso — mi sono rivisto in questa sommaria descrizione: a volte essere in compagnia di altre persone (specie se sconosciute) lo trovo drenante.

La mente umana, poi, è davvero curiosa: vuole talmente tanto trovare un senso a ciò che sperimenta, che crea all’istante collegamenti dall’apparente logica impeccabile, di modo da avere una spiegazione per tutto; gran parte dei nostri bias hanno origine da questo difetto congenito. Se ci si trova in difficoltà si pensa sempre vi sia qualcosa di sbagliato, si cerca questo elemento di disturbo e si stabiliscono possibili rimedi. Nel caso degli introversi si spazia dal vittimismo all’elitarismo, passando per una visione romantica di questa inclinazione che sembra aver preso parecchio piede su Internet.

Qual’è l’interpretazione giusta? Non ne ho idea, però è da qualche tempo che ho notato un comune denominatore per queste situazioni di disagio: la paura. Quando porto l’attenzione al mio corpo1, noto una sottilissima e costante tensione muscolare, localizzata soprattutto sulle spalle, in cui hi riconosciuto un meccanismo istintivo di difesa. Ma difesa da cosa? Cosa può capitare di male ad un party o ad una cena di gruppo? Ci si può perdere in digressioni filosofiche su questo argomento, ma ciò non avrebbe alcun senso: sono meccanismi inconsci, condizionamenti caratteriali che non scompaiono grazie ad una mera presa di coscienza.

Ciò che ho scritto è frutto di un’osservazione compiuta su me stesso, quindi non posso certo formulare un giudizio universale, ma voglio invitare gli eventuali lettori introversi a verificare se c’è del vero in quanto dico. Nell’immagine iniziale, l’autore ha usato i Dissennatori della saga letteraria Harry Potter come analogia per quello che prova quando si reca alle feste, io voglio riportare per un attimo il locus of control all’interno, dicendo che il disagio potrebbe essere causato dalla nostra reazione all’evento e non dall’evento stesso: è normale sentirsi “svuotati di energie” se si passa tutto il tempo a difendersi e contrarre muscoli.

Detto ciò, l’introversione è anche e soprattutto un modo di pensare e relazionarsi, dunque il superamento di vari automatismi difensivi non credo comporterebbe un cambio radicale della personalità; tuttavia si potrebbe, forse, vivere con una maggiore serenità.


  1. Devo ringraziare la meditazione per questo genere di intuizioni. 

100 cartoncini azzurri

Era una fredda mattinata invernale, mi pare fosse dicembre, ed io camminavo per le strade milanesi, intento a raggiungere l’università. Procedevo assorto nei miei pensieri, forse un po’ malinconici, ma talmente invitanti da non farmi percepire il disagio del vento gelido sulle mie guance; era un “periodo così”, tra tanti “periodi così” che si incontrano di quando in quando, e ricordo chiaramente la fin troppo familiare sensazione di trovarmi chiuso in una gabbia invisibile, con una voglia travolgente di libertà che mi ardeva in petto, ma che cozzava con un’inspiegabile senso di impotenza.

Girai l’angolo ed entrai spedito in una fermata della metropolitana, con il corpo che si muoveva senza bisogno di alcun intervento da parte del mio cervello, talmente il percorso era abituale. Arrivai sulla banchina ancora avvolto dalla coltre di pensieri, ma questi si interruppero di botto al suono del treno in avvicinamento; trovo sempre stupefacente la potenza dell’istinto di sopravvivenza: non importa cosa stai facendo, se i tuoi sensi captano un potenziale pericolo, tutta la tua attenzione viene catalizzata istantaneamente verso la potenziale minaccia.

Un treno non è però una minaccia, o almeno non lo è stato in quel frangente. Una volta varcata la soglia mi sedetti al primo posto libero e mi guardai attorno: il vagone era semi-vuoto, silenzioso. Con diverse fermate da affrontare decisi che l’opzione migliore era impormi la veglia e resistere al richiamo di Morfeo, sempre troppo bravo a sedurre quando viaggio sui mezzi di trasporto; con il senno di poi, è stata una delle migliori decisioni che presi quel giorno.

Il treno ripartì. Dopo qualche minuto ed una manciata di fermate, le porte davanti a me si aprirono su di una ragazza che, nell’entrare, catturò all’istante la mia attenzione. Non era una bellezza folgorante, sicuramente non si trattava di una di quelle ragazze che fan girare la testa ai passanti, ma aveva un qualcosa nel viso che me la fece piacere davvero molto, a primo impatto. Notai inoltre una strana luce nei suoi occhi: non so bene il perché, ma mi sembrava molto triste.

Ricordo di aver pensato quanto fosse un peccato che una così bella ragazza fosse avvolta da una tale aurea di tristezza, da lì il mio cervello si mise in moto: pensai che tutte le persone che incontro quotidianamente e che spesso non degno nemmeno di uno sguardo, hanno vite ricche di emozioni, gioie e dolori1; pensai che, a volte, un solo gesto o una sola parola possono fare la differenza nella giornata di qualcuno, come diverse volte era capitato a me; pensai che, forse, avrei potuto fare io quel gesto, invece di sperare che altri lo facessero nei miei confronti. Fu così che mi venne quella che reputo una delle migliori idee che abbia mai avuto.

Appena ebbi un attimo di tempo, mi recai sul sito di MOO ed ordinai cento minicard come queste.

Qual era il mio piano? Donarne una ad ogni ragazza che, per un motivo o per l’altro, mi avesse colpito in positivo. Il gesto avrebbe dovuto essere completamente disinteressato, e per raggiungere lo scopo ho volutamente tralasciato di aggiungere i miei contatti sui biglietti: l’unica motivazione era portare un sorriso.

Ad essere completamente onesto, una seconda motivazione c’era: volevo uscire dalla mia comfort-zone, volevo vincere timidezza e paure infondate e questo mi sembrò un ottimo metodo, senza contare che mi avrebbe anche consentito di ampliare il mio giro di conoscenze. Un win-win totale, insomma.

Tutto questo accadde un anno e mezzo fa e, da allora, sono successe molte cose. Ricordo nitidamente il primo biglietto consegnato: lo diedi ad una biondina che avevo visto in università, con il cuore che batteva a mille e lo stomaco in una morsa. Dissi soltanto: “Ciao, questo è per te” e, senza quasi guardarla in faccia, mi allontanai a passo spedito con le ginocchia tremolanti. Come ebbi modo di realizzare in seguito, non interpretò benissimo il gesto e si tenne a debita distanza per tutti i giorni a seguire.

A pensarci oggi mi viene da ridere, ma al tempo fu un gran colpo al mio morale: indipendentemente dai miei propositi, io volevo suscitare impressioni positive. Gli intoppi capitano, comunque, e il meglio che si possa fare è rialzarsi dopo ogni caduta, così iniziai a cogliere ogni occasione possibile per distribuire le minicard; le cose iniziarono ad ingranare. Ci misi un po’ a contrastare l’istinto alla fuga che mi assaliva ogni qualvolta ne consegnavo una, ma gradualmente la tensione si assottigliava ed io apparivo sempre più sicuro negli atteggiamenti, imparando anche a sfruttare i momenti di imbarazzo in cui venivo scambiato per un qualche addetto al volantinaggio.

Reazioni memorabili? Ricordo sempre con piacere quel bacio (sulla guancia, purtroppo) che ha costretto un amico — scettico riguardo il mio progetto — ad offrirmi una birra. Tuttavia se dovessi scegliere il momento più bello, penso che indicherei quella volta in cui lo consegnai ad una ragazza seduta in metropolitana.

Avrà avuto vent’anni o poco più, ma i suoi zigomi piuttosto alti le conferivano un’aria da signora, più che da ragazza. Dai lucenti capelli corvini tenuti a caschetto, una ciocca si era separata per ricadere proprio davanti ai suoi grandi occhi marroni, ma lei pareva non farci caso, probabilmente era assorta nei suoi pensieri; era visibilmente triste. Le allungai un biglietto senza proferire parola, mantenendo lo sguardo fisso su di lei e accennando un sorriso. Lei lo prese e lo fissò per qualche secondo. I suoi occhi si illuminarono ed un sorriso stupendo le rischiarò in viso. Il suo “grazie”, più mimato con le labbra che effettivamente pronunciato, è ciò che più di ogni altra cosa mi fa dire: “ne è valsa la pena”.

Questa esperienza mi ha fatto crescere molto, insegnandomi ad affrontare i confronti con altre persone e — soprattutto — ad osservare. C’è un abisso tra il camminare per strada con le auricolari inforcate e il farlo guardandosi attorno, notando le persone e le loro azioni: si trova dello schifo, è vero, ma anche delle perle che non ci si aspetterebbe mai, ed è a quelle che bisogna dare valore. Non sono andato a spasso per le vie milanesi gettando minicard a destra e a manca durante la Settimana della Moda, sono andato a cercare tra la folla quelle ragazze che — per aspetto o atteggiamento — riuscivano a smuovermi qualcosa dentro. Bisogna allenarsi a filtrare del segnale in un marasma di rumore.

Se qualcuno di voi, leggendo questo post, si dovesse per caso sentire tentato di fare qualcosa di simile, lo incoraggio a rubare la mia idea senza troppi complimenti. Molti non capiranno e alcuni vi prenderanno in giro; è successo anche a me e so che non fa affatto piacere. Pensate però ad una cosa: come si può arrivare in posti nuovi, se si continua a percorrere le solite strade?

Buona fortuna.


  1. Ho scoperto pochi giorni fa che questa sensazione ha un nome: sonder 

Lo smartphone è un capezzolo

Ho avuto il piacere di partecipare come ospite all’ultima puntata di ‘Metro’, ottimo podcast condotto da alcuni amici1, in cui si è cercato di stilare un discorso organico che parlasse del nostro rapporto con i gadget tecnologici. Come sempre sono partito per la tangente, entrando in una dimensione più intima e riprendendo molti temi conduttori di questo blog. Ve la segnalo perché mi è riuscito di tradurre in parole alcuni concetti che da tempo avevo il desiderio di esprimere e che trovo possano integrare diversi miei post passati.

Ci sono ancora tante (troppe) cose che vorrei dire, ma non ho ancora trovato il modo idoneo per farlo; aspettatevi quindi nuovi post e, perché no, nuovi interventi come ospite di qualche podcast. Chissà, magari sarò in grado di gettare un po’ di luce su alcuni aspetti che mi riesce difficile mettere in risalto e che generano comprensibili perplessità.

Non c’è nessun manuale

Esiste un modo di dire Zen che ricorre spesso in varie forme, può essere esemplificato con: “Qualsiasi atteggiamento è inappropriato, eccetto quando è appropriato”. Ovviamente non c’è una spiegazione del concetto e, nel sentirlo per la prima volta, si rimane sempre un po’ spiazzati, però si può capire abbastanza in fretta a cosa si riferisca: puoi spendere quanto tempo vuoi ad elaborare complesse strategie di azione, ma non arriverai mai ad ottenere regole generali sempre applicabili, perché ogni momento è unico.

È difficile non aggrapparsi a qualcosa, è difficile accettare l’incertezza, ma non hai molte alternative. Liberati da illusioni ed immagini mentali; passo dopo passo, affronta ciò che c’è. Se la mente vuole catturarti per farti sprofondare in una voragine senza fine, tratta questa illusione come un rumore di fondo e riporta l’attenzione a ciò che stai vivendo. Le contrazioni dei tuoi muscoli, l’acqua sulla tua pelle, le lacrime, la tua voce che vibra nella trachea, le emozioni che ti riempiono il petto: tutto questo è reale, è ciò che sei adesso. I pensieri che sorgono spontanei sono solo l’eco delle tue insicurezze, sono privi di realtà.

La realtà, già. Magari non ti piace, magari preferisci cullarti in una fantasia, cercare un modo qualsiasi per scappare, ma alla fine non c’è nessun posto dove puoi andare. Puoi soltanto affrontare ciò che ti si presenta davanti, sapendo che qualsiasi reazione è appropriata, fintanto che non fuggi; se poi dovessi compiere qualche errore, non perdere tempo coi sensi di colpa (anche quelli senza realtà) e affronta le conseguenze con lo stesso spirito. Soprattutto, però, impara a perdonarti. Sempre.

Rompi lo schema

Find the others
Fonte

Non sono (più) un fan del “non sei come loro” che fa da incipit all’illustrazione, trovo infatti che in qualche modo si sia tutti sulla stessa barca, la sola differenza è che alcuni sono più consapevoli di altri delle costrizioni a cui si sottopongono, dell’essere portati ad adattarsi ad un’immagine che rientri nella normalità. Bisogna sottolineare che per “normalità” si intende la normalità statistica, ossia il comportamento più diffuso; va da sé che tale comportamento può anche essere, a seconda dei casi, la peggiore modalità adottabile.

Bisogna mettere in discussione ciò in cui si crede per poter crescere e maturare, bisogna essere senza forma per poter assumere qualsiasi forma, non per niente l’acqua — che si adatta ad ogni situazione — è il soggetto preferito delle metafore Zen. Rinunciare alle proprie certezze, uscire dall’armatura, apre nuovi scenari e permette un vero incontro con altre persone, incontro che potrebbe cambiarti la vita. Per fare questo, però, è necessario rivelare le proprie vulnerabilità.

Uscire dagli schemi è tremendamente importante, comportarsi come formiche significa rinunciare a vivere in virtù di un comfort che non esiste.

Un cozzare di armature

È curioso quanto spesso ci si trovi a cullarsi in un bozzolo di pensieri melodrammatici. Un po’ come quando abbiamo male a un dente e continuiamo imperterriti a stuzzicarlo con la lingua, pur sapendo che ciò non serve a nulla se non ad aumentare il fastidio, allo stesso modo rimuginiamo su situazioni spiacevoli, creiamo film mentali, il tutto esclusivamente per poterci lamentare del dolore da noi stessi inflitto: il dramma ci piace da impazzire, ci fa sentire importanti.

Mi è capitato più volte di lagnarmi perché “è difficile trovare qualcuno che mi capisca”, ma solo di recente ho iniziato a vedere questo pensiero per quello che è: vittimismo. Tale considerazione è strettamente imparentata con una lamentela diffusissima che praticamente chiunque ha espresso almeno una volta, ossia: “perché capitano tutte a me?!”. Non c’è un perché e — soprattutto — non capitano solo a te: tu non sei il centro del mondo, nonostante sia portato a pensarlo. Gli eventi capitano e se li si rifiuta additandoli come ingiusti semplicemente perché non è ciò che si vuole (vittimismo), non si fa altro che aggiungere strati di sofferenza ad una situazione che già di per sé non è rosea. Rimane comunque difficile rinunciare alla culla dell’autocommiserazione, perché significherebbe correre il rischio di mostrarsi vulnerabili, di far vedere che abbiamo una paura fottuta.

Non è difficile “trovare qualcuno che mi capisca”, è difficile entrare davvero in contatto con una persona. Come si entra in contatto con qualcuno? Uscendo dalla corazza e mostrando le proprie vulnerabilità. È però qualcosa che deve avvenire da entrambe le parti: io posso anche spogliarmi di ogni travestimento, ma se l’altra persona non fa altrettanto è difficile che si instauri una vera connessione. Eppure qualcuno deve fare il primo passo.

L’alternativa è il solito cozzare di armature.

Chi sono, io?


Questo TED Talk mi capitò sott’occhio più di un anno fa e ne rimasi seriamente colpito, ma non lo compresi fino in fondo. Solo oggi, dopo mesi di letture filosofiche, ruminazioni esistenziali e — soprattutto — dopo quasi un anno di pratica meditativa giornaliera, mi rendo conto di quanto sia importante ed unica la testimonianza di Jill Bolte Taylor.

Vi è mai capitato di sentire le parole “sii te stesso”? Essendo una persona tipicamente ansiosa e con tendenze al perfezionismo, è stata una raccomandazione che mi è stata fatta spesso; addirittura, tra tutto quello che ha detto e scritto, la frase di Bob Dylan che più mi è rimasta impressa è: “All I can do is be me, whoever that is”. Ma cosa significa? Come si fa ad essere sé stessi? Chi sono, io?

Nome, età, etnia, nazionalità, professione: tutte queste cose non significano nulla, non mi definiscono, al massimo mi etichettano. La cosa buffa è che ognuno di noi, in definitiva, ha un’idea di sé soltanto in relazione agli altri: sono le nostre interazioni con le altre persone a fornirci feedback su noi stessi, in sostanza la nostra identità non è altro che l’immagine che altri ci restituiscono. Ma un’immagine è fissa, io no.

Le immagini governano la nostra vita. Sappiamo ciò che è stato, ipotizziamo ciò che sarà, decretiamo insindacabilmente ciò che dovrebbe essere, siamo così rapiti dalle nostre astrazioni mentali che non ci fermiamo nemmeno un secondo a sperimentare ciò che è. Ci sentiamo come delle entità, delle anime, prigioniere di un corpo che spesso ci ostacola, la nostra ossessione per il controllo è, al tempo stesso, motore di quasi ogni nostra azione ed opprimente gogna.

Forse essere spontanei, essere sé stessi, vuol dire fermarsi ad osservare, rendersi conto che nessuno deve essere in un determinato modo, e limitarsi ad essere consapevoli di come si è in ogni dato momento. Forse se ci si ferma ad osservare i pensieri senza rincorrerli, si scopre presto che sorgono dal nulla e nel nulla svaniscono; forse si può anche scoprire che non c’è un soggetto pensante, perché — forse — il soggetto è l’intera esperienza fenomenica che avviene qui ed ora. Forse combattendo i propri sentimenti si diventa il proverbiale cane che si morde la coda, forse se si dà loro lo spazio che chiedono, senza giudicarli, non risultano più un problema e se ne vanno da soli. Forse se smettessimo di aggrapparci alle nostre immagini mentali, l’ansia scomparirebbe definitivamente. Forse.

Però — forse — la mia intuizione è solo parziale, e Jill Bolte Taylor ha avuto la possibilità di andare oltre.1


  1. Riguardando il talk, mi è venuto in mente il “sentimento oceanico”. 

Scambio epistolare

Tempo fa, in seguito al post “Fai parlare le tue azioni”, Ryan Cooper mi ha scritto per chiedermi delle delucidazioni in merito. È nato quindi un breve ed intenso scambio di punti di vista, un botta e risposta che ha avuto il merito di farmi rielaborare molti concetti su cui ruminavo da diverso tempo. Non so se sono davvero riuscito a fugare i dubbi di Ryan, né se le riflessioni da me proposte siano abbastanza chiare e lineari da poter essere condivise, ma di sicuro ho gradito la nostra conversazione e quindi, con il consenso del diretto interessato, ho deciso di riportarla di seguito.

Ryan:

Jacopo, bel pezzo, sono assolutissimamente d’accordo con te sul fatto che il fare venga sempre prima del dire.

Ero curioso, una domanda, anzi volevo fartene più di una.
Come si fa a classificare “ciò che vale davvero la pena conoscere” da ciò che non lo è? Da quello che hai scritto nel post possiamo sintetizzare che si sta cercando di fare una distinzione tra chi dice senza fare e chi non dice ma fa solamente? E a questo punto, quelli che fanno e anche dicono come sono in relazione ai precedenti? Quelli che fanno e anche dicono, ad esempio scrivendo un libro, tentando di esplicitare a parole ciò che hanno fatto con le loro azioni, non sono perlomeno da elogiare per il tentativo di esporre il loro sapere a noi che non sappiamo?

Forse ho confuso il fine del post.

Nel post c’è scritto: “ciò che vale davvero la pena conoscere non può venire insegnato”, ma per “insegnato” intendi tentare di fare comprendere tramandando il sapere solo per via orale, senza che ci sia uno sforzo operativo da parte di chi sta imparando? Prendendo per buona questa interpretazione e supponendo che sia vera, cosa uno dovrebbe fare a questo punto? Come uno dovrebbe incorporare le conseguenze di tali intuizioni nella propria vita quotidiana, ed essere un tutt’uno con la propria forma mentis?

Chiedo perché i tuoi post fanno pensare e fanno sorgere domande. E questo è piacevole 🙂

Jacopo:

Purtroppo il discorso è ingabbiato nel poco spazio che gli concede la semantica, quindi non so se posso risponderti in modo soddisfacente, ma ci provo volentieri.

Premettendo che io per primo mi colloco nel marasma generale di persone alla ricerca della strada a loro più consona, la distinzione essenziale che cercavo di fare è tra “saggezza” e “conoscenza”. La conoscenza (in senso lato) può essere insegnata: puoi imparare la matematica, la scienza e svariate altre materie; non puoi però studiare come diventare saggio: lo diventi — eventualmente — continuando a sbagliare, cogliendo le strutture sottese dai tuoi errori e notando ciò che le azioni più funzionali hanno in comune tra loro.

Premesso ciò, devo aggiungere che ogni disciplina insegnabile consente di acquisire una specifica forma di saggezza, un’intuitività, per così dire; siccome tutto il sapere fa parte di un’unica struttura, è altamente probabile che la Saggezza propriamente detta sia versatile e la si possa applicare ad ogni campo (stando attenti a non cadere nel bias di conferma).

Esiste una saggezza univoca? Qualcosa che per tutti vale davvero la pena sapere? Sì e no. Individui diversi hanno modi diversi di vedere la realtà e non sono certo io quello in grado di dare la risposta definitiva a questa tua domanda, ma ho notato che filosofie anche molto differenti finiscono per dire la stessa cosa con parole diverse: c’è meno differenza tra Cristianesimo e Buddhismo di quello che si pensa, e persino un ateo potrebbe serenamente accettare le strutture di fondo su cui praticamente ogni dottrina si poggia. Ecco, forse questo che può venire inteso come “saggezza”: sapere cogliere il substrato comune ad ogni realtà.

Tornando alle tue domande, ovviamente non voglio screditare gli insegnanti (sono essenziali) perché il loro compito è differente; né chi prova a comunicare ciò che è quasi impossibile rendere a parole. Tuttavia chi realmente ha fatto fruttare le proprie riflessioni difficilmente fa proselitismo, perché è conscio del fatto di non potere trasmettere quello che sa, quindi semplicemente fa (o non fa, a seconda dei casi).

Per portare un esempio pratico: è come provare a curare il cuore infranto di un amico che ha perduto il suo primo amore; sai bene cosa sta passando, sai che molte sue azioni non faranno altro che peggiorare le cose, ma non puoi fargli sapere come superare quel dolore. Deve sbattere la testa da solo. Questa cosa mi ricorda vagamente il libro “Siddharta”.

Come fare, dunque, ad incorporare le proprie intuizioni nella quotidianità? Penso che sia quasi un automatismo, giunti ad un certo punto. So che serve tempo e servono molti errori per diventare bravi in un arte, figurarsi se l’arte in questione è quella della Vita; mica per niente l’immagine tipica del saggio coincide con quella di un vecchio in pace con sé stesso.

Ryan

Sto ancora cercando di capire con chiarezza cosa intendi con “la distinzione tra saggezza e conoscenza”. Provo a spiegarti ciò che ho capito dal tuo discorso, e nel caso, farti domande dove penso di non aver capito.

Domanda: cosa intendi per saggezza, e cosa intendi per conoscenza? Potresti definire il significato delle due parole? Mi trovi in disaccordo sulla scelta dell’esempio sull’imparare la matematica e la scienza, contrapponendolo al divenire saggio. Dici che si diventa saggi “eventualmente – continuando a sbagliare, cogliendo le strutture sottese dai tuoi errori e notando ciò che le azioni più funzionali hanno in comune tra loro.”

La matematica, così come le scienze (ma amplierei a questo punto anche a tutto lo scibile) si impara solo attraverso esperienza diretta, non basta leggerla e di sicuro non basta una persona che ti esponga i concetti. Se non ti sporchi le mani, se non vai sul campo di battaglia, se non ti sforzi attivamente a capire, a mettere in pratica, a provare, a sbagliare, nulla verrà imparato, se non qualche definizione a memoria. Cioè non verrà acquisita la semantica, se non qualche sintattica a memoria.

Forse con “differenza tra conoscenza e saggezza” intendi la differenza tra il conoscere il nome di qualcosa e l’aver capito qualcosa, cioè averla compresa. Quando si è compreso qualcosa, si è capito il suo significato, la sua semantica, l’idea sottostante. Tale idea è quindi indipendente dalla sintattica con cui essa viene espressa. Forse con “cogliere le strutture sottese” e “sapere cogliere il medesimo substrato in ogni realtà”, intendi proprio il processo di comprensione della semantica di un concetto astraendo dalla sintattica con cui tale concetto è espresso. Dove tu dici “conoscenza”, io dico il conoscere la sintattica, e dove tu dici “saggezza”, io dico il conoscere della semantica.

Devo ammettere di non aver capito il tuo terzo capoverso. Che intendi con “tutto il sapere fa parte di un’unica struttura”? Che cos’è la “Saggezza propriamente detta”? Cosa vuol dire stare attenti a non cadere nel bias di conferma quando si applica ad ogni campo la Saggezza propriamente detta? Che relazione esiste tra “ciò che sappiamo essere vero a prescindere da come individui diversi vedano la realtà” e “la saggezza univoca”?

Chiedo scusa se le domande possono essere banali; è colpa mia forse perché sono abituato a leggere troppa matematica dove i concetti vengono definiti sempre prima di essere usati nell’argomentazione.

In definitiva hai ragione: è difficile trasmettere a parole la saggezza perché essa (la saggezza) deve essere prima compresa attraverso lo studio attivo della sintattica con cui è espressa, ed in seguito acquisita del tutto tramite un’attiva esperienza dell’allievo.

Uno dei problemi principali della comunicazione (o, se vogliamo dire, della trasmissione della saggezza, o della conoscenza della semantica) è che il linguaggio naturale (cioè tutte le lingue parlate nel mondo) sono ambigue, sono imperfette, perché per una parola scritta possono esserci diversi significati e per un concetto possono esistere più parole che lo descrivono, cioè tra sintattica e semantica c’è una relazione molti-a-molti. Questo è anche uno dei motivi per cui non esistono macchine intelligenti quanto noi umani, perché il processo di attribuzione della semantica a partire da una certa sintattica non è deterministico, cioè per noi umani risulta fattibile, mentre per una macchina non lo è.

Questo problema di acquisire la saggezza, o se si vuole dire conoscenza, o meglio, riuscire a fare propria la semantica di un concetto, nell’ambito della la lettura di un libro è ben trattato nel saggio di Adler e Van Doren. Ma di certo loro non sono i primi ad averne discusso (ricordo un video di una intervista a Feynman dove ne parlava con entusiasmo).

Loro parlano di come la lettura debba essere un processo attivo da parte del lettore. Trattano ampiamente il problema della relazione tra sintattica e semantica, e alla fine espongono due metodi per testare il grado di comprensione della semantica dei concetti esposti in un libro (ovviamente si parla di libri che convengono conoscenza, non-fiction):

  1. Esporre a parole tue ciò che hai letto. Se uno riesce a farlo vuol dire che è riuscito ad astrarre dalla sintattica e ha compreso la semantica del concetto
  2. Enunciare un esempio di applicazione del concetto. Se uno riesce a farlo vuol dire che sa di cosa parla, e non sta “giocando con le parole”.

E niente, per concludere direi che per sapere bisogna fare, ma ben venga se c’è un guida da cui possiamo imparare.

Jacopo

A quanto sembra mi devo scusare: forse, nel tentativo di rispondere nel modo più concreto possibile, sono risultato invece troppo vago ed impreciso; probabilmente anche perché alcuni pensieri che mi ronzavano in testa non erano stati ben organizzati.

Purtroppo quello che sto per dire non credo ti piacerà, oppure farai fatica ad accettarlo completamente. Rispondo alle tue domande di apertura con affermazioni molto tranchant e provocatorie.

  1. Cos’è la saggezza? La comprensione intuitiva di come la realtà è.
  2. Cos’è la conoscenza? La comprensione del funzionamento della realtà, basata sull’immagine che noi abbiamo di quest’ultima.

Al contrario tuo, io non leggo abitualmente saggi sulla matematica e quindi posso aver sbagliato nel prenderla ad esempio, ma una cosa la so: parole e numeri sono simboli ed i simboli non sono realtà. Il grande limite del linguaggio è che indica cosa reali, ma non le incarna: è un riflesso, spesso sbiadito o distorto. Se ho davanti a me un bicchiere, posso dire: “questo è un bicchiere”, ma in realtà sarebbe più appropriato dire: “questo è l’oggetto indicato dal fonema ‘bicchiere’”. Pur essendo ignorante in materia, mi sento di dire che in tal senso i numeri sono decisamente più affidabili, ma rimangono una rappresentazione e falliscono quando si tratta di studiare realtà non quantificabili — si pensi al concetto di qualità o alle emozioni.

Non ho ancora familiarità con la linguistica (colmerò presto la lacuna), quindi non me la sento di parlare in termini di sintattica e semantica, però credo che grossomodo tu abbia centrato il punto. È tuttavia importante ribadire che la linguistica può essere vista come la scienza che studia un miraggio, un illusione — benché sia un’illusione necessaria e dall’indubbia utilità pratica.

Proseguendo con le tue domande, quando ho detto che “il sapere fa parte di un’unica struttura”, intendevo dire che ogni branca del sapere è collegata con le altre, esattamente come la Realtà è un complesso unico che noi — in modo totalmente arbitrario — dividiamo in categorie. Ripeto: non dico che tutto questo sia sbagliato, dico che può diventare limitante ed in certi casi dannoso, perché porta ad una certa rigidità mentale. Il detto “viaggiare apre la mente” è vero nel senso che l’incontro con culture molto diverse dalla propria pone fine all’illusione che un particolare modo di vedere le cose sia quello giusto.

La “Saggezza propriamente detta” potrebbe essere semplicemente la consapevolezza di tutto questo, il riuscire a vedere oltre il velo di Maya. Ed è qualcosa che puoi ottenere soltanto tramite esperienza diretta. Come? Non lo so. Il Buddhismo ha come fine ultimo proprio questo, ed è compatibile con ogni tipo di credenza e stile di vita proprio perché non ha alcun interesse per le sovrastrutture della mente umana: vuole toccare con mano il substrato su cui posano. Sottolineo che si tratta di un “toccare con mano” perché un Buddhista degno di questo nome non crede a nulla al di fuori di ciò che ha sperimentato.

Ma ho divagato, forse.

Sull’utilità dei libri non posso che essere d’accordo, ma la loro funzione varia a seconda della tipologia di argomento trattato: un libro di filosofia è il proverbiale dito che indica la luna, mentre un libro scientifico potrebbe essere visto come un manuale di istruzioni, oppure una mappa. Bisogna comunque tenere a mente che la mappa non è il territorio, bensì la sua rappresentazione.

Mi è venuto in mente ora il Tao Te Ching, in cui Laozi dopo molte affermazioni dice: “Come so questo? per via di questo!”. Sembra una supercazzola, ma in realtà vuol dire che tutto ciò che si sta cercando lo si ha davanti agli occhi, solo che invece di vederlo per quello che è, lo si riconosce per quello che si pensa esso sia.

A tal proposito, mi è venuto in mente un koan zen che lessi tempo fa, lo cito di seguito a memoria.

Il maestro porge all’allievo una mela e dice: “Cos’è questo? Se mi rispondi che è una mela, verrai punito; se mi rispondi che non è una mela, verrai punito”. L’allievo prende la mela, le dà un sonoro morso e procede a masticare con gusto, guadagnando l’approvazione del maestro.

Sembra senza senso, ma non è così: “mela” non vuol dire nulla perché non rivela niente della realtà del frutto. Una mela è “gnam gnam gnam”! La realtà è azione, più precisamente, è l’azione compiuta-percepita in questo preciso istante da chi vive l’esperienza.

Tu puoi parlarmi del vento, descrivermelo alla perfezione o spiegarmelo con una metodica formula matematica, ma capirò di cosa si tratta solo quando lo sentirò sulla mia pelle.

It’s just a ride


Il mondo è come un giro sulla giostra di un parco divertimenti, e quando scegli di salire pensi sia tutto reale, perché questo è il potere che hanno le nostre menti. E la giostra va su e giù e in tondo, provoca emozioni e brividi, tutto è dipinto con colori accesi e fa un fracasso assurdo. Ed è divertente, per un po’.

Alcuni sono stati sulla giostra per molto tempo e hanno iniziato a chiedersi: “È vero tutto questo, o è solo un gioco?”; altre persone se ne sono ricordate e sono tornate indietro da noi per dire: “Hey, non preoccupatevi. Non abbiate paura, mai, perché questa è solo una giostra!”. E noi…abbiamo ucciso quelle persone.

“Fatelo stare zitto! Abbiamo investito molto in questa giostra! FATELO TACERE! Guardate le mie rughe da preoccupazione, guardate il mio conto in banca, la mia famiglia. Questo deve essere reale!”

È solo una giostra.

Ma noi uccidiamo sempre questi bravi ragazzi che provano a metterci in guardia. Ci avete mai fatto caso? E lasciamo i demoni correre come pazzi, ma non importa perché…è solo una giostra.

E noi possiamo cambiarla ogni volta che vogliamo. È solo una scelta. Nessuno sforzo, nessun lavoro, nessun risparmiar soldi. Una scelta, ora, tra paura e amore. Gli occhi della paura vogliono che tu metta lucchetti alla tua porta, che tu compri armi per proteggerti e ti isoli da tutto e tutti. Gli occhi dell’amore, invece, vedono che siamo tutti una cosa sola.

Ecco ciò che possiamo fare per trasformare il mondo, sin da subito, in una giostra migliore: prendere tutti i soldi che spendiamo ogni anno per le armi e la difesa ed impiegarli in cibo, vestiti ed educazione per la povera gente, senza escludere un singolo essere umano; e poi possiamo esplorare lo Spazio assieme, sia quello esterno che quello interno a noi. Per sempre in pace.

Questo stupendo monologo di Bill Hicks spiega in modo molto più diretto la morale del mio post precedente: la vita è una giostra, un gioco, e la morte è ciò che rende possibile vivere. Continuiamo pure a recitare la nostra parte e fare del nostro meglio, ma con la consapevolezza che alla fine è tutto un parco divertimenti, con montagne russe che hanno i loro alti e bassi, e che non vale mai la pena di prendersi troppo sul serio.