
Categoria: Filosofia
Consigli per i vari compleanni di Geraldine
Rimani in linea.
Resta al passo.
Le persone hanno paura di chi non va alla loro andatura.
Le fa sentire stupide per quello che fanno.
Potrebbero pensare di essere loro a stare sbagliando.
Non oltrepassare la linea rossa.
Se vai troppo lontano — in qualsiasi direzione — ti perderanno di vista.
Si sentiranno minacciati.
Penseranno di non far parte di qualcosa che li lascia indietro, si sentiranno come se stesse accadendo qualcosa di cui non hanno il minimo sentore.
Crescerà un sentimento di vendetta.
Inizieranno a pensare a come disfarsi di te.
Sii cortese con loro.
Se non lo farai, lo prenderanno come un affronto.
Quando ti ci troverai faccia a faccia, dimostra che hai bisogno di loro.
Se capiscono che non ti servono, la prima cosa che faranno sarà scaturire in te questo bisogno.
Se la tattica fallisce, allora ti diranno quanto siano loro a non avere bisogno di te.
Se non ti mostri dispiaciuta dopo questa affermazione, diranno immediatamente ad altre persone quanto non gli interessi la tua esistenza.
Il tuo nome inizierà a spuntare tra i circoli in cui le persone si riuniscono per parlare di tutta la gente che non ha importanza.
Diventerai famosa così.
Questo, comunque, non farà altro che rendere sempre più arrabbiate persone di cui non ti importava nulla sin dall’inizio.
Diventerai un importante argomento di conversazione.
Inutile dire che tutte queste persone a cui non importa di te, inzieranno ad odiare sé stesse per trovarti sempre nei loro discorsi.
Poi inizierai tu a detestarti, per provocare così tanto odio.
Come vedi, finirà tutto con un colpo di pistola.
Non fidarti mai di uno sbirro in impermeabile.
Quando ti chiedono di spiegare precisamente chi sei, dì loro che sei un matematico preciso.
Non dire o fare nulla che chi ti sta davanti non possa comprendere: penserà che tu sappia qualcosa che lui ignora.
Reagirà d’impulso e si segnerà il tuo nome.
Parla il suo linguaggio.
Se il suo linguaggio è arretrato e tu hai già superato da un pezzo quel punto, sarà ancora più facile tornare indietro.
Parla in modo che lui possa capire alla perfezione.
Parla anche soltanto per tenere in movimento la lingua.
Dopo averti sentito, potrà etichettarti come buono o cattivo.
Chiunque lo farà.
Per alcune persone c’è soltanto bene e male.
In ogni caso, lo farà sentire in qualche modo importante.
È meglio stare alla larga da queste persone.
Fai attenzione all’entusiasmo: tutto è temporaneo, non lasciarti influenzare.
Quando ti chiedono se vai in chiesa, rispondi sempre sì, senza abbassare mai lo sguardo.
Quando ti chiedono cosa ne pensi di Gene Autry che canta “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, dì che nessuno la canta meglio di
“Peter, Paul and Mary”.
Dopo l’annuncio del nuovo presidente, mangia una pinta di yogurt e vai a letto presto.
Quando ti chiedono se sei comunista, canta “America The Beautiful” con accento italiano.
Picchia lo spazzino più vicino a te.
Se per caso dovessi venire scoperta nuda in una macchina parcheggiata, accendi in fretta la radio a tutto volume
e mima l’atto della guida.
Mai lasciare casa senza un barattolo di burro d’arachidi.
Non indossare calze appaiate.
Quando ti chiedono di fare 100 piegamenti, prima cospargiti di deodorante.
Quando ti chiedono se sei capitalista, straccia la tua maglietta, canta “Buddy, Can You Spare A Dime?” con il piede destro alzato, mentre mastichi un biglietto da 1$.
Non firmare su nessuna linea punteggiata.
Non cadere nella trappola di criticare persone che non fanno altro che criticare.
Non creare nulla.
Verrà male interpretato.
Non cambierà.
Ti perseguiterà per il resto della tua vita.
Quando ti chiedono che fai per vivere, dì loro che ridi per vivere.
Stai in guardia dalle persone che minacciano di uccidersi se non sei gentile con loro.
Quando qualcuno ti chiede se ti importa dei problemi del mondo, guardalo profondamente negli occhi: non te lo chiederà di nuovo.
Quando ti chiedono se sei mai stata in galera, rispondi che anche alcuni dei tuoi migliori amici te l’hanno chiesto.
Diffida dei bagni pubblici senza scritte sui muri.
Quando ti chiedono di guardare a te stesso…non guardare mai.
Quando ti chiedono di dire il tuo vero nome…non darlo mai.
Quella che ho scritto sopra è la traduzione di “Advice For Geraldine On Her Miscellaneous Birthday”, poesia composta da Bob Dylan in occasione del concerto di Halloween alla Philharmonic Hall, nel 1964. Una versione adattata e (molto) ridotta è stata inserita nel film “I’m Not There”, con il titolo “Sette semplici regole per vivere alla macchia”.
Dylan parte da alcune esperienze di vita per redigere un elenco di consigli.
Senza senso.
O forse no.
In balia del comfort: bloccati in una prigione dorata

L’immagine che vedete è stata pubblicata due giorni fa su Reddit con il titolo “Tutta questa tecnologia ci sta facendo diventare asociali”; chiaramente è una provocazione nei confronti di chi demonizza smartphone e affini, accusandoli di star deteriorando le relazioni interpersonali: a quanto sembra, si punta sempre il dito contro un capro espiatorio.
La provocazione è stata colta e rilanciata da Diego Petrucci, che ha anche pubblicato un post sul suo blog, con l’intento di fare una disamina etica sul quando sia lecito isolarsi usando dispositivi vari come scudo, e quando tale atteggiamento sia addirittura sinonimo di inciviltà. Sull’argomento nello specifico non ho molto da aggiungere, ho già abbozzato il mio pensiero in un vecchio post e ho poi cercato, in un altro ancora, di porre l’accento sul caso particolare dei social network.
Qualche giorno fa, mi è capitato di rivedere una vecchia intervista fatta a Louis C.K. da Conan O’Brien, in cui il comico spiega il motivo per cui non ha intenzione di dare alle proprie figlie uno smartphone, illustrando la sua visione della tecnologia: un modo per riempire il vuoto che coviamo dentro di noi, a discapito della nostra capacità di provare empatia. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, metto il video di seguito (niente sottotitoli, mi spiace).
Mi trovo pienamente d’accordo con Louis, ma sono convinto che non abbia centrato davvero il problema. Appurato che Internet e gadget vari altro non sono che strumenti dei quali si può fare l’uso che si vuole, come mai la tendenza principale a risultarne è la snaturazione delle comunicazioni interpresonali? Cosa porta l’Uomo — animale sociale per eccellenza — a preferire interazioni surrogate? L’incapacità di affrontare i propri demoni? In parte potrebbe essere così, ma credo sia la conseguenza di qualcos’altro: siamo in balia del comfort.
Scrivo di seguito una citazione tratta dal film “La mia cena con André”:
Voglio dire, se non hai una coperta elettrica, e il tuo appartamento è freddo, e hai bisogno di mettere un’altra coperta o prendere vestiti dall’armadio per impilarli sopra le lenzuola, solo allora saprai che fa freddo. E quella consapevolezza dà il via ad una serie di realizzazioni: hai compassione per l…beh, la persona a tuo fianco ha freddo? Ci sono altre persone al mondo che hanno freddo? Che notte gelida! Mi piace il freddo, Dio mio, non me n’ero mai reso conto, io non voglio una coperta elettrica, è divertente avere freddo, mi posso accoccolare alla persona che ho a fianco perché fa freddo! Sperimenti cose di ogni genere. Ma ecco che accendi la tua coperta elettrica ed è come prendere un tranquillante, come venire lobotomizzati guardando la TV. Entri nel mondo dei sogni. Cioè, cosa pensi ci succeda, Wally, a vivere in un ambiente in cui qualcosa di così intenso e vasto, come le stagioni o l’inverno, non ha alcun effetto su di noi? Siamo animali, dopo tutto. Cosa significa quello che ci sta succedendo? Io penso voglia dire che, invece di vivere sotto il Sole, la Luna, il cielo e le stelle, stiamo vivendo in un mondo di fantasia creato da noi stessi.
[…]
Wally, non capisci che il comfort può essere pericoloso? A te piace essere a tuo agio, e anche a me piace. Ma il comfort può cullarti in una tranquillità pericolosa. Voglio dire, mia madre conosceva una donna, Lady Hatfield, che era una delle persone più ricche al mondo, e morì di inedia perché il suo unico nutrimento era costituito da carne di pollo. Semplicemente, le piaceva il pollo e quindi mangiava solo quello, e il suo corpo stava deperendo, ma lei non se ne accorgeva perché era felice nel suo continuare a mangiare pollo; fino a che non morì! Vedi, onestamente penso che oggi siamo un po’ tutti come Lady Hatfield: abbiamo un’adorabile e comoda vita, con le nostre coperte elettriche e la nostra carne di pollo, e nel frattempo deperiamo perché siamo così disconnessi dalla realtà che non ne traiamo alcun reale sostentamento. Perché non vediamo il mondo. Non vediamo noi stessi. Non vediamo in che modo le nostre azioni hanno conseguenze sugli altri.
Le interazioni sociali hanno sempre una componente di stress e a volte è semplicemente più comodo farsi scudo con qualcosa, che sia una rivista, uno smartphone o delle auricolari. Queste barriere, erette per rendere rassicurante un ambiente potenzialmente ostile, sono al contempo fonti di piacere e spesso oggetti di desiderio; capezzoli. Siamo così immersi nel comfort da non essere più in grado di sopportare un minimo disagio, come quello dato dallo stare per qualche tempo soli: fuggiamo dalla noia, fuggiamo da noi stessi e fuggiamo anche dagli altri, perché una chat non equivale ad una conversazione ed una emoji non è un feedback emotivo.1
Non è mia intenzione demonizzare il comfort: deriva dal progresso, e il progresso è sempre positivo. Tuttavia non si può ottenere nulla senza perdere qualcosa, credo questa sia una regola universale e che quindi si debba cercare di essere consapevoli degli aspetti negativi innescati dalle nostre conquiste, di modo da poterli arginare. Inoltre è bene ricordare che la crescita — personale, così come dell’umanità — ha origine da momenti sgradevoli. Probabilmente è meglio guardare al disagio come un compagno di avventure (o al limite uno strumento), piuttosto che fuggire per lasciarsi cullare da un benessere illusorio.
- E se metto il punto a fine frase, non vuol dire che sono arrabbiato, diamine! ↩
Il mio tassello del puzzle
Premessa: il post seguente è frutto di una discussione avuta con un’amica, ho apportato lievi modifiche al discorso originale per fare in modo che mantenesse un senso anche al di fuori dal dialogo che l’ha generato. Tutto ciò perché sono finalmente riuscito a mettere in parole alcuni pensieri che mi ronzavano in testa da parecchio (sì alcune tematiche le ho già affrontate, ma a me piace ripetermi)
Ci sono poche cose che sento di avere imparato con un determinato grado di sicurezza, nella mia pur breve esperienza di vita, una di queste è la seguente: vi sono modi pressoché illimitati di vedere una questione e spesso la “verità” non è univoca.
Uno dei motivi per cui mi piace parlare con le persone di argomenti impegnativi (qualcuno li definirebbe “esistenziali”) è che ogni individuo è custode di un interpretazione, un modo di vedere le cose che non può venire liquidato con termini arbitrari come “giusto” o “sbagliato”: è il tassello di un puzzle, ed entrandone in possesso è come ottenere la chiave per un nuovo mondo, il quale non è mai in contrasto con il mio, ma piuttosto ne è complementare.
Sono convinto che in ognuno di noi esista una parte oscura, ambigua, poco illuminata: un “cono d’ombra”; così come sono convinto che ognuno di noi agisca primariamente per il proprio bene. Questi dati li si può interpretare in due (o forse più?) modi differenti:
- Ciascuno di noi è egoista, tendenzialmente opportunista e talvolta egotico: tutti sono utili e nessuno indispensabile, meglio non fidarsi o lo si prende in quel posto.
- Che differenza c’è, in fondo, tra me e chiunque altro? Siamo tutti sulla stessa barca e possiamo capirci alla perfezione, prima ancora che combatterci.
Una visione non esclude l’altra, semmai si completano. Purtroppo l’ambiguità è fonte di incertezza e le persone vogliono sicurezze (esistono?), quindi ogni discussione diventa un aut-aut: o in un modo, o nell’altro.
Spesso ci sfuggono i motivi dell’agire e mi sto addirittura convincendo che, in fondo, non esista alcun libero arbitrio: tutto è incidentale, tutto è una conseguenza; siamo come palline di un flipper, ossessionate da un controllo assoluto che non potranno mai avere. Allora perché non lasciarsi andare e limitarci ad essere consapevoli di azioni/sensazioni, piuttosto che affannarci a trovare un senso e tenere tutto sotto controllo?
Però è così controintuitivo, fermarsi e cercare di capire come si è: in genere ci si lancia in una corsa volta a migliorare ed affermarsi. Nulla di male in questo, ma come si fa a migliorare qualcosa senza sapere com’è fatto il blocco di partenza? Il rischio è quello di trasformarsi in un ammasso di contraddizioni, una caricatura grottesca di quello che si vorrebbe diventare o — peggio — si pensa di essere. A volte l’immagine a cui vogliamo aderire ci viene inculcata dal sistema sociale in cui viviamo, altre volte ce la imponiamo da soli, guardando a svariati modelli, e può capitare persino di costruircela dal nulla, partendo dall’assumere un ruolo in cui ci troviamo bene, ma scordando che noi cambiamo con il tempo, mentre le immagini — le maschere — sono statiche e possono diventare prigioni.
Questa è la seconda grande lezione che ho imparato (o spero di avere imparato): tutto è transitorio. Forse essere autentici vuol dire accettare questa realtà, diventare consapevoli del tempo che scorre e della sostanza che cambia, cercando di superare etichette limitanti e arbitrarie quali “bene”, “male”, “giusto” e “sbagliato”. Fare surf sul mare della vita, degli eventi, senza avere l’arrogante pretesa di comandare il flusso dell’acqua, e dando gli opportuni aggiustamenti per rimanere in superficie; il tutto rimanendo consapevoli del Mare, del nostro essere sostanzialmente inscindibili da quest’ultimo, della nostra impotenza. A ben vedere ha poca importanza come lo si chiami: Mare, Fato, Dio, Tao, Samsara; puoi essere il più irriducibile tra gli atei o un fondamentalista religioso, non cambia niente: sei un granello di sabbia, non controlli realmente nulla. Puoi soltanto sperimentare consapevolmente la realtà in cui sei immerso, consapevole che altri, partendo dagli stessi dati, potrebbero arrivare a conclusioni differenti, a definizioni differenti. Ed è ok.
Mi viene in mente, dal nulla, Shakespeare.
La vita non è altro che un’ombra vagante:
un povero attore
che si pavoneggia
e si agita per la sua ora
sul palcoscenico,
e poi tace;
è un racconto recitato
da un idiota
gonfio di suono e di furia
che non significa nulla.
Se la vita non è nient’altro che uno spettacolo, forse abbiamo una vaga possibilità di influire sulla tipologia. Stavo pensando alla commedia; in fondo, Liza Minelli cantava che “la vita è un cabaret”.
Il limite delle parole
Il Tao che il mondo apprezza è quello che si trova nei libri. Il libro è fatto solo di parole. Ciò che vi è di prezioso nella parola, è l’idea. Ma l’idea trae vita da qualcosa di ineffabile. Il mondo apprezza le parole e le trasmette attraverso i libri. Benché il mondo stimi i libri, io li considero indegni di stima, perché ciò che in essi viene stimato, non mi sembra stimabile. Come non si possono vedere che forme e colori, così non si possono udire che nomi e fonemi. Ahimè! Tutti pensano che le forme e i colori, i nomi e i fonemi rappresentino la realtà delle cose, e questo non è vero. È in questo senso che si dice: «Chi sa non parla, chi parla non sa». Ma come potrebbe accorgersene, il mondo?
Un giorno, il duca Huan [di Qi] leggeva nella sala, in alto, mentre sotto la sala, in basso, il carraio Bian stava costruendo una ruota. Il carraio posò martello e scalpello e chiese al duca:
«Che cosa state leggendo?».
«Le parole dei Saggi» rispose il duca.
«I Saggi sistono ancora?» chiese Bian.
«Sono morti» disse il duca.
«Allora quel che leggete non è altro che la feccia degli Antichi».Il duca riprese:
«Io leggo e non ho bisogno di chiedere il parere di un carraio. Tuttavia ti permetto di spiegarti. Se non ti riesce, sarai messo a morte».
«Ecco quello che il mestiere del vostro servitore gli ha permesso di osservare. Quando faccio una ruota, se vado adagio, il lavoro è piacevole, ma non solido. Se vado veloce, il lavoro è penoso e trasandato. Non devo procedere né lento né veloce, devo trovare un’andatura giusta, che convenga alla mano e corrisponda al cuore. C’è in questo qualcosa che non si può esprimere con le parole. Non ho quindi potuto farlo capire a mio figlio, che non ha potuto essere istruito da me. Per questo, a settant’anni, lavoro ancora a fabbricare le mie ruote. Quello che gli Antichi non hanno potuto trasmettere è morto, e i libri che leggete non sono altro che la loro feccia».
Questo passo è tratto dal Zhuang-zi, uno dei classici del Taoismo.
Ora, io non disprezzo i libri, considero anzi la lettura un’attività quasi spirituale, un mezzo tramite cui l’essere umano può apprendere nozioni importanti e maturare una maggiore consapevolezza di sé e dell’ambiente in cui vive. Ciò detto, capisco perfettamente ciò di cui parla l’autore e mi trovo d’accordo: le parole sono dannatamente limitate e, quale che sia l’abilità nel loro utilizzo, tramite di esse non si può carpire che uno sbiadito riflesso della sostanza che cercano di trasmettere.
L’essere umano impara e migliora soprattutto tramite l’esperienza, ed è paradossale come uno dei nostri tratti distintivi — il linguaggio — non sia in grado di comunicarla efficacemente. Me ne rendo conto ogni giorno di più, quando vedo amici stare male e mi sento inutile perché, pur sapendo cosa stanno passando e vedendo i loro errori, non riesco a trovare le parole adatte per aiutarli. Me ne rendo conto persino quando scrivo dei post con l’intento di comunicare qualcosa che ho dentro, ma ho la sensazione di non scalfire che la superficie; in un certo senso è la stessa cosa che sta accadendo ora.
Penso che la limitatezza nel comunicare determinati concetti non sia imputabile soltanto alle parole, penso che ad essere inadeguato sia innanzitutto il nostro intelletto. È paradossale questa affermazione, visto l’enorme balzo evolutivo compiuto dalla società umana tramite le capacità intellettive dei propri membri, eppure sono sempre più convinto che la razionalità abbia limiti congeniti che non le possono permettere di definire e comprendere ogni aspetto della realtà. Vi sfido a delineare in modo esauriente ed oggettivo concetti quali “amore”, “felicità”, “passione”, “intuito”, “qualità”, “talento”; indubbiamente rappresentano una parte della realtà umana che ciascuno di noi percepisce e di cui ha una propria immagine mentale, ma che non è quantificabile. Credo che ogni possibile descrizione risulterebbe, per forza di cose, terribilmente parziale.
Ho notato che quando mi sforzo davvero molto per tradurre in parole qualcosa che ho compreso a livello esperienziale, ma non ho ancora ben consolidato, un meccanismo dentro di me si inceppa: quello che credevo di aver capito, improvvisamente si dissolve, lasciando soltanto un vortice di pensieri, un’entropia che aumenta in modo proporzionale ai miei sforzi di rimettere tutto in ordine; fino al momento in cui mi arrendo e sospendo ogni tentativo di capire, di analizzare.
Alcune cose ci si deve limitare a percepirle. Alcune cose non si possono comunicare.
Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao
I nomi che si possono nominare non sono nomi eterni
Una folle teoria
Oggi voglio esporre una teoria. È qualcosa di difficile da comunicare a parole, qualcosa che ho percepito più a livello di istinto (magari aiutato da pratiche meditative e ruminazioni filosofiche), ma che paradossalmente è poco intuitivo da capire se spiegato con un discorso.
Il concetto base è: togliendo ogni tipo di sovrastruttura, siamo tutti perfettamente uguali — talvolta persino indistinguibili — e non ha alcun senso affermare di essere superiori o inferiori a qualcun altro; a ben vedere anche il termine “uguale” è vuoto di significato: sarebbe più corretto dire che siamo “sintonizzati”. Non c’è alcuna reale distinzione tra me, te, ed un tizio a caso preso dalla strada.
Mi rendo conto di dover spiegare quello che intendo ed è qui che sorgono le difficoltà. Siamo tutti esseri umani accomunati da una quotidiana sofferenza e da una perpetua ricerca della felicità, spesso (secondo me erroneamente) identificata con il piacere. Ogni emozione che provo la stanno provando, l’hanno provata, o la possono provare anche tutti gli altri abitanti di questo pianeta; siamo tutti — chi più chi meno — insicuri riguardo a qualcosa e abbiamo tutti paura. In un modo o nell’altro siamo tutti connessi.1
Notando questo, è cambiato lievemente il mio modo di guardare il mondo: adesso ogni persona la vedo come una copia di me, un mio riflesso. Ognuno vive la propria vita e ha un mondo nella propria testa, ha sofferenze e preoccupazioni a me ignote ed io non posso sapere cosa realmente significhino le loro azioni: persino quelle che sembrano non lasciare adito a dubbi, possono sottendere molteplici significati. Quando ho fretta e sono scontroso perché tutti mi sembrano un ostacolo, automaticamente realizzo che altri, nella mia situazione, potrebbero vedere me allo stesso modo. Quando mi sento stuzzicato, ferito o deriso e reagisco con un moto d’orgoglio, rischiando di sembrare arrogante o saccente, mi ricordo di varie persone che in passato ho etichettato in quel modo. Tutto d’un tratto mi sembra miope il categorizzare le persone, perché è come se stessi giudicando (e condannando) me stesso.
A tal proposito può essere utile accennare che tanto per il Buddhismo, quanto per la moderna psicologia comportamentale, le persone non sono altro che degli specchi per il soggetto preso in analisi: “la mia reazione a te è una percezione di me”.2 Molto spesso quando non ci va a genio una persona è perché — a livello inconscio — la vediamo incarnare aspetti o comportamenti che noi stessi abbiamo, ma che non accettiamo, che ci danno fastidio, oppure che mettono in risalto ciò che noi percepiamo come una nostra mancanza.
Tornando alla mia teoria, ho questa sensazione che tutte le azioni siano incidentali. Una storia taoista parla di due pescatori sulla loro barca, in mezzo ad un lago, che cercano di prendere qualche pesce. Ad un certo punto un’altra imbarcazione li sperona; i due, dopo essere riusciti a non farsi catapultare in acqua, si voltano rabbiosi, pronti ad inveire contro il responsabile, ma vedono che la barca che li ha colpiti è vuota: è stata trasportata alla deriva dalla corrente. La loro rabbia scompare.
Non ho mai capito il senso di questo racconto fino a tempi recenti: ciascuno di noi è una barca senza conducente, non ha senso arrabbiarsi o prendere le azioni altrui come attacchi personali.3 Siamo in preda al nostro Ego4 e ci vediamo come i protagonisti assoluti di un immaginario film personale; secondo la nostra ottica, nulla ci può andare storto, eppure molte cose non vanno come noi vogliamo e non riusciamo ad accettarlo intimamente. Questo essere così ego-centrati è una caratteristica comune a tutti, e rende la maggior parte delle discussioni dei dialoghi tra sordi; siamo talmente avvolti dalla nostra prospettiva che non comprendiamo quella altrui e finiamo con il criticare atteggiamenti che, a ben vedere, sono gli stessi nostri.
Segue un piccolo aneddoto. Meno di un mese fa stavo riflettendo sulla totale mancanza di empatia di alcune persone che conosco, di quanto si prendano troppo sul serio senza mettersi mai in discussione, e mi sono chiesto come mai non si sforzino un po’ di vedere le cose con una prospettiva simile alla mia. Poi mi sono reso conto di avere — in pratica — detto: “Quanto sono arroganti! Come mai non possono essere tutti umili come me?!”, e sono scoppiato a ridere per il paradosso.
Ovviamente non si può essere agnelli in un mondo di lupi. Non è di alcuna utilità l’accettare a braccia aperte gli egoismi altrui e cercare di liberarsi dai propri, ma sarebbe auspicabile riuscire a mantenere una prospettiva più ampia, di modo da affrontare le avversità in modo sereno. A tal proposito è stata una sorpresa la mia reazione ad un evento di qualche giorno fa: ho frainteso le intenzioni di un automobilista e ho rischiato l’incidente; quando ho visto il tizio mandarmi a quel paese, assieme al mio parentado di facili costumi, per tutta risposta mi è scappata una risata. Poi ho proseguito, dimenticandomi subito dell’accaduto. Soltanto sei mesi fa, avrei lasciato che quell’incomprensione e quegli insulti mi rovinassero l’umore per tutta la successiva ora: d’altronde non ho avuto cattive intenzioni e sono una brava persona. Ogni persona si reputa una brava persona.
Concludo parafrasando un sùtra Buddhista: io non sono superiore a nessuno, anche se a volte mi sorprendo a pensarlo; non sono inferiore; non sono in alcun modo speciale, e — probabilmente — non sono nemmeno unico.
- A quanto ne so, questa asserzione è concorde con varie filosofie orientali e con la meccanica quantistica: non vi è reale distinzione tra soggetto e oggetto, in quanto tutto ciò che esiste è espressione di un unico continuum energetico. Non ho tuttavia approfondito, quindi non mi lancio in speculazioni eccessive; cercherò di dedicarmi al più presto ad interessanti letture ed astruse teorie. ↩
- Ovviamente se la persona in questione ha un atteggiamento aggressivo o lesivo nei nostri confronti, non c’è bisogno di ricorrere ad elaborate meta-analisi, per capire la fonte del nostro disagio: Occam docet. ↩
- Lungi da me il sollevare gli individui dalla responsabilità di ciò che fanno. Voglio solo dire che, da un punto di vista allargato, ogni azione è una reazione a qualcos’altro; essenzialmente noi non siamo le nostre azioni. In modo analogo, sebbene possiamo dire di possedere determinate qualità, noi non siamo quelle qualità. ↩
- Mi rendo conto che per poter parlare di qualcosa è necessario prima definirlo, ma purtroppo il campo delle teorie psico-filosofiche su cosa sia effettivamente l’Ego è un guazzabuglio indistricabile. Non sto parlando dell’Ego psicologico definito da Freud, ma di quello concepito dalle filosofie orientali come un filtro che, pur essendo utile alla nostra sopravvivenza nella quotidianità, ci impedisce di vedere nitidamente ciò che abbiamo davanti agli occhi. Un giorno raccoglierò dati e scriverò un post a riguardo, per il momento prego i lettori di perdonare questa mia leggerezza espositiva. ↩
Cogli l’utile in ogni cosa
Le riflessioni che seguono sorgono da un fiume ininterrotto di pensieri che scorre nella mia mente ormai da diverso tempo. Ci sono varie tematiche che negli ultimi mesi sono zampillate, per finire in una serie di post non pubblicati perché mai davvero completi. Sento però che questo sarà diverso, come se gli ingranaggi si fossero improvvisamente allineati nella giusta sequenza. Il merito forse è dell’ultimo post di Fabrizio Rinaldi, oppure è soltanto un caso che mi sia giunta l’ispirazione dopo averlo letto; non lo so, ma mi sembra doveroso citarlo, viste alcune tematiche contingenti a ciò che mi appresto a scrivere.
Ho già parlato di come ognuno di noi vede il mondo dal proprio oblò, tendenzialmente non curandosi di quale possa essere la visuale di altri individui, ma non ho reso al meglio tutte le conseguenze di questo atteggiamento istintivo; in effetti non è nemmeno possibile, perché ogni conseguenza dà origine ad una serie di esiti, innescando un effetto a catenza potenzialmente infinito. Il linguaggio è molto limitato quando si tratta di esprimere questo tipo di concetti, ma voglio provarci ugualmente.
Non considerare punti di vista diversi dai propri, o liquidarli in modo sbrigativo, è un atteggiamento piuttosto miope, perché esclude importanti variabili che contribuiscono a plasmare la realtà sociale di cui tutti, volenti o nolenti, facciamo parte. Tendiamo ad affermare il nostro ego, annientando indiscriminatamente ogni opposizione, ma non ci fermiamo mai a pensare a cosa succederebbe all’ordine generale delle cose, se ciò che noi viviamo come un ostacolo non esistesse. Che titolo abbiamo per bollare una data cosa come “inutile”? Come definiamo l’utilità?
Si potrebbe dire che qualcosa sia utile se le sue conseguenze ultime portano progresso alla collettività, affermazione che mi sento di condividere: anche il miglioramento individuale, essendo la società composta da singoli, può essere a vantaggio di tutti. Però ognuno ha una propria peculiare concezione di cosa effettivamente comporti dei benefici, in genere si impugna la spada del pragmatismo per tagliare i rami secchi, per eliminare il “superfluo”, ma ci si concentra solo su ciò che è immediatamente percepibile, ignorando una serie di correlazioni che possono essere osservate soltando cambiando il proprio modo di ragionare. È lapalissiano che la professione di medico-chirurgo sia indispensabile e che, soprattutto al giorno d’oggi, sia importante investire in facoltà informatiche e di ingegneria; per contro le facoltà artistiche, quella di filosofia e le varie “scienze delle merendine” vengono viste dai più come inutili per definizione, come uno spreco di soldi.
Analogamente, in ambito geek, si discute su quale possa essere il senso di spendere migliaia di parole nel recensire un’applicazione per smartphone, o decine di pagine web per descrivere qualche scarna nuova funzione di OSX. Un paio di giorni fa ho letto su Twitter persone che discutevano sui motivi per cui le mani di Fabio Volo non dovrebbero mai toccare una penna (tesi per cui mi sento di simpatizzare). Uscendo dal proprio schema mentale, non è difficile capire che ciò che per una persona può essere uno spreco di tempo/energie/denaro, per un altra potrebbe rappresentare una forte passione. Conosco persone a cui interessa leggere pagine su pagine di elucubrazioni su un software, ed è a queste persone che sono indirizzati determinati contenuti. Allo stesso modo, non è in alcun modo sbagliato che le uniche letture della casalinga di Voghera1 siano ‘Novella 2000’ e i vari libri di Volo, perché non a tutti piace Dostoevskij e — cosa importante da tenere a mente — non è stabilito da nessuna parte che si debbano apprezzare scrittori talentuosi.2
«Ma il progresso? La crescita? L’utilità? Bisogna rimanere coi piedi per terra! Non ci si può abbandonare al relativismo!», potreste dirmi. E non avreste nemmeno tutti i torti. Nel post citato in apertura, Fabrizio chiama in causa in modo neanche troppo velato Federico Viticci, fondatore di MacStories — ragazzo abituato a scrivere dei post su applicazioni e workflow che possono lasciare perplessi per il loro essere lunghi ed articolati. La sua recensione di Tweetbot 3.0 conta circa 5000 parole (per dare un’idea: fino ad ora io ne ho scritte 690) e, al di là delle persone che apprezzano il suo lavoro e si svagano leggendo quelle che in molti potrebbero definire seghe mentali, sembrerebbe che questi sforzi siano molto fini a sé stessi, superflui, inutili. Eppure ogni azione ha svariati effetti che spesso passano in sordina: al di là di tutto, senza quel post di Federico, può essere che Fabrizio non avrebbe messo in moto le riflessioni che lo hanno portato a dire la sua su Feelmaking; in ultima analisi, questa stessa mia riflessione non esisterebbe.
Se ammettiamo il pensiero come base dell’essere umano, allora si può oggettivamente dire che tutto ciò che stimola riflessioni abbia utilità per il solo fatto di esistere. In fondo il pensiero è quel fantasma immateriale che plasma il mondo in cui noi, suoi strumenti, viviamo. Tutto ciò che esiste ha una sua utilità oggettiva per il solo fatto di esistere, anche se non lo si comprende, anche se non lo si accetta o se lo si osteggia per varie ragioni: nulla è inutile.3
Mi rendo conto della parzialità del mio ragionamento e mi scuso per non essere in grado di sviscerare ulteriormente la mia tesi, ma temo che il discorso si allargherebbe troppo. Voglio solo invitare chi sta leggendo questo pezzo a fermarsi, di tanto in tanto, ad immaginare il mondo parallelo che avrebbe origine se un qualche cosa che esula dalla sua comprensione non fosse mai esistito. Nel mio piccolo, posso dire che se avessi dato retta ai pragmatici dell’ultim’ora, non avrei mai aperto questo blog; cosa ci sarebbe di diverso?
Il mondo nella nostra testa
Guardati allo specchio. La vedi quella immagine? Poco importa se quel volto suscita in te sentimenti di stima, vergogna, preoccupazione, o tutti quanti assieme: l’individuo che stai fissando è tutto il tuo mondo. È l’unica persona che puoi dire di conoscere realmente (anche se, forse, la conosci meno di ciò che credi), l’unica persona che è sempre stata con te e che — puoi star sicuro — rimarrà fino alla fine, l’unica persona di cui sai con certezza pensieri ed opinioni. Quella persona è il perno di tutta la tua esistenza, la sola di cui puoi verosimilmente dare una valutazione complessiva.
Per ognuno di noi è così. Eppure continuiamo a proiettarci sugli altri, negli altri; continuiamo imperterriti ad attribuire a terze persone una serie di pensieri, atteggiamenti, modi di essere, categorizzazioni, spesso senza neanche mettere in dubbio il nostro giudizio. Che titolo abbiamo per farlo? Sarebbe un azzardo anche se conoscessimo per filo e per segno la loro storia, figurarsi quando — come spesso accade — ci basiamo sulla singola diapositiva catturata dai nostri occhi e passata sotto il filtro di esperienze passate, pregiudizi e comun sentire. Stabiliamo come una persona è e, talvolta, persino come o cosa diventerà.
Non ha senso dare giudizi sulle persone, perché nessuno è sempre in un modo, e spesso non capiamo nemmeno ciò che si trova sotto i nostri occhi. Definire un individuo come “buono” o “cattivo”, significa condannarlo ad essere sempre identico a sé stesso;1 è come compiere un omicidio: nella nostra mente noi uccidiamo qualcuno, per sostituirlo con l’immagine che ci siamo creati di lui, tramite l’assolutizzazione delle nostre percezioni.
Questo comportamento è figlio della malsana ossessione che abbiamo per noi stessi, la stessa ossessione che alimenta lo Spotlight Effect e rende la nostra vita quotidiana sempre più stressante. Temiamo il giudizio altrui, eppure siamo i primi a giudicare il prossimo: è un cane che si morde la coda.
È bene tener presente il confine tra pensiero e realtà.
- Questa frase è tratta da un più ampio discorso che una monaca zen ha tenuto allo scorso Festival dell’Oriente, a Milano. ↩
New Slang
—Che stai ascoltando?
—Gli Shins, li conosci?
—No.
—Devi sentire questa canzone: ti cambierà la vita.
Ci sono volte in cui fa schifo avere venti-e-qualcosa anni. Spesso è come essere al volante di una Ferrari su una strada con il limite a 20km/h, ma i cartelli non riesci a capire chi è ad averli messi; può darsi anche siano solo nella tua testa, può essere che non siano reali. Intanto il motore si ingolfa.
Sei schiavo di concetti che non ti appartengono, ma che finisci per cucirti addosso, spinto da pressioni esterne troppo sottili per essere razionalizzate. Quando sei un bambino e ti cadono a terra le patatine, subito le raccogli e le mangi comunque; quando cresci, invece, inizi a notare lo sporco annidato sulla superficie croccante e le butti via. Allo stesso modo, lentamente, inizi a precluderti tutta una serie di azioni in nome del “buon senso” — o di chissà quale altra stronzata — e costruisci, paletto dopo paletto, una cella su misura.
Prendi per buono quello che ti dicono i genitori perché sanno ciò che è bene per te, imiti chi ti circonda perché è rischioso andare contro corrente, consegni le briglie della tua identità ad un gruppo e ottieni in cambio l’illusione di essere protetto. Tutto ciò non fa altro che alimentare lo spaesamento, la malinconia; ma non lo capisci e continui a cercare risposte al di fuori di te, interpellando persone che nel tempo hai mitizzato, durante questo processo di perdita del contatto con la realtà. Non è altro che un fragile castello di carte, ma non te ne accorgi fino a quando arriva il proverbiale “fulmine a ciel sereno”, uno shock imprevedibile, un assaggio amaro di quello che è la Vita vera. Il crollo delle tue certezze ti dimostra che nulla può essere dato per certo. Fa male, malissimo, ma ti dà anche l’opportunità di ricominciare.
Ti accorgi di essere, in definitiva, solo. Una grande realizzazione che tipicamente porta momenti di disperato diniego, vuoi qualcosa a cui aggrapparti e, se non c’è nulla attorno a te, provi a rievocare il passato. Contatti amici che hai perso di vista, o vecchi partner rimasti vittime di un amore troppo acerbo; ci parli per una sera e ti senti vivo, libero dai problemi, mentre le vostre parole riportano in vita aneddoti racchiusi nei meandri della memoria. Qualsiasi evento appare sempre più luminoso, una volta declinato al passato. Però ti accorgi che loro hanno una loro vita indipendende dalla tua, ti sembrano addirittura in gran forma; ti rendi conto di non essere indispensabile.
Al diniego, segue la rabbia: sei incazzato con il Mondo perché non riesci a trovare il tuo posto. Qualsiasi cosa ti manchi, che sia l’amore, un lavoro che ti piace, o una passione, finisci per odiare chi invece quella cosa è riuscito ad ottenerla. Perché tu no? Devi fare qualcosa, devi rimediare, devi essere completo. Provi allora a scendere a patti con la tua situazione, di modo da rialzare al testa, recuperi qualche tacca di morale, fai programmi su programmi, ma sei così concentrato su quell’astrazione che è il “futuro”, da non prestare sufficiente attenzione a ciò che stai facendo. Inciampi. Cadi faccia a terra. Ti disperi. Sei triste come non mai e, per contrasto, tutti coloro su cui posi gli occhi sembrano felici, non possono che essere felici, visto come si comportano. Sei così egocentrico da non contemplare nemmeno la possibilità che si sia tutti sulla stessa barca.
A questo punto sta a te. Puoi essere così fortunato da incontrare una persona che ti cambia la vita, ma più verosimilmente devi fermarti e ricalibrare le tue percezioni; devi arrenderti per poter ricostruire qualcosa dalle macerie. Il lutto che ha sconquassato il tuo castello di carte può portarti ad una degradante vita di autocommiserazione, oppure può darti la scossa decisiva per farti aprire gli occhi, per farti capire che non hai mai realmente iniziato a vivere.
I tratti di strada in cui procedere a 20km/h non sono poi così tanti, e non sarà certo un po’ di sporco sulle patatine ad ucciderti. Fai in modo che il tuo nuovo linguaggio (New Slang) da adulto sia una naturale evoluzione della tua voce interiore, non un’accozzaglia di convenzioni linguistiche imposte dall’alto, se non vuoi cadere in un perenne stato di nolontà.
Questa è la vita. A volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo.
Nota: questo post è stato ispirato dalla canzone messa in apertura e dalla visione del film ‘Garden State‘, dal quale sono tratte anche le due citazioni.
Come avere conversazioni profonde
Oggi mi sono trovato con parecchio tempo libero e ho deciso di spulciare un po’ la Reading List di Safari per leggere un po’ di articoli promettenti che ho salvato negli ultimi mesi. In particolare mi ha colpito uno dei primi che ho salvato: “How To Have Deep Conversations”.
Ho pensato di condividerlo su Twitter, come faccio con tutti i link che ritengo validi, ma poi mi sono fermato; ho pensato che rientrava nella categoria di riflessioni che sono solito postare su questo blog e che — forse — avrei fatto un favore a qualcuno, se avessi tradotto il post in Italiano e lo avessi riportato qui, invece di gettare un link nel torrente impetuoso della timeline di Twitter.
Detto, fatto. Buona lettura.
Cosa rende una conversazione ‘profonda’?
Se avete mai avuto una conversazione profonda, sapete di cosa si tratta. Eppure è difficile definire cosa esattamente separa un’interazione ‘profonda’ da una ‘non profonda’. Alcune persone sottolineano l’importanza di una connessione tra i partecipanti, altri rilevano uno scambio di convinzioni ed opinioni, inoltre si può vedere come densa di significato una conversazione che comprenda un’analisi di qualche tipo, che potrebbe portare ad un cambiamento d’opinione. In questo modo puoi anche comprendere meglio la persona che hai di fronte. Anche se le conversazioni profonde possono avere a che fare con tutto ciò che è intimamente correlato all’essenza di una persona, altri possibili argomenti possono essere la società e l’educazione, per esempio. Importanti attitudini dei partecipanti, che permettono alla conversazione di proseguire, sono rispetto, apertura e curiosità. Detto ciò, credo ci sia un elemento che collega tutti gli aspetti summenzionati: la crescita.
La lista di tratti stilata sopra non è esauriente, ma dovrebbe aiutare a difendere la mia asserzione: una conversazione è profonda quando rafforza il legame tra i partecipanti e stimola in loro un processo di crescita personale, agendo pertanto all’esterno e all’interno delle singole persone, rendendo il tutto (molto vagamente definito) più ampio della somma delle parti (i singoli partecipanti, i loro pensieri, le convinzioni, etc.).
Questo è anche il motivo per cui le persone che cercano di migliorarsi vogliono essere coinvolte maggiormente in questo tipo di conversazioni, che probabilmente le rendono persino più felici. Dunque rimane la domanda: come si fa ad avere più conversazioni profonde?
Il come:
Attitudine
L’attitudine gioca un ruolo importante nell’essere in grado o meno di iniziare e mantenere una conversazione profonda. Questi sono i tratti che dovreste impegnarvi a migliorare:
- Rispetto: essere rispettosi comprende una lunga lista di qualità da mostrare al proprio interlocutore, alcune delle quali sono in questo elenco.
Apertura: condividendo le vostre posizioni e aprendovi alle novità incoraggerete gli altri a fare altrettanto.
Apertura mentale: essere ricettivi riguardo ciò che gli altri hanno da dire e, ancora meglio, pronti ad imparare dalle loro parole. Invece di giudicare, accettate le persone per come sono. Questo aumenterà la loro fiducia in voi e le incoraggerà ad aprirsi. Inoltre, considerate sempre la possibilità di cambiare idea. Entrare in una conversazione aspettandosi di finirla rimanendo sulle proprie posizioni è controproducente, se il suo scopo è di stimolare la vostra crescita; giusto?
Curiosità: fate domande e ascoltate le risposte. Non c’è nulla di meglio del sapere che il tuo interlocutore vuole conoscere realmente i tuoi pensieri, incoraggiandoti ad esporli.
Assertività: se avete dei confini, delineateli. Non temete di metter in chiaro che non vi piace parlare di un determinato argomento. Se non lo fate, gli altri potrebbero continuare a porre domande alle quali voi non volete rispondere e ciò renderebbe l’interazione imbarazzante e poco piacevole per entrambi.
Fiducia: fidarsi ed essere degni di fiducia è molto importante. Chi vorrebbe condividere i suoi più reconditi segreti con voi, se sospettasse che diventerebbero di dominio pubblico il giorno seguente?
Onestà: non ha senso mentire.
Si spera, se davvero volete apprezzare conversazioni profonde, che voi conosciate l’importanza di questi 7 tratti e che sappiate come applicarli.
A seconda di quanto le persone che frequentate abitualmente sono propense ad avere conversazioni profonde, potreste già avere il piacere di sperimentare questo tipo di interazioni, semplicemente mostrando i tratti elencati sopra. A volte, tuttavia, potreste avere bisogno di far sapere alla persona che avete di fronte che non siete in cerca di chiacchiere generiche e che vi piacerebbe parlare di cose che realmente sono importanti per entrambi. Se tutto va bene, il vostro interlocutore accetterà (non ha senso insistere, se l’altra persona non vuole) e chiederà: “Bene, di cosa vuoi parlare?”
In passato, avrei detto: “Di qualsiasi cosa tu voglia”, il che avrebbe portato ad alcuni round in cui ci si sarebbe scambiati la responsabilità di scegliere l’argomento e presto sarebbe stato chiaro che nessuno dei due aveva idea di cosa parlare. È vero: a volte le persone vogliono semplicemente parlare, vogliono una connessione, non importa quale sia l’argomento. Eppure, per parlare, serve una tematica.
Argomento
Do per scontato che normalmente voi non sappiate di cosa volete parlare. Solitamente quando questo accade, suggerisco di fare il ‘gioco delle domande’, ossia: ciascuno, a turno, fa domande all’altro. Questo può dare molte informazioni riguardo l’interlocutore, senza dover per forza costringere la conversazione ad un solo argomento; oppure può rivelarsi totalmente inutile.
In ogni caso, le domande sono molto utili nel tentativo di iniziare una conversazione profonda. Invece di sperare che l’altra persona se ne esca con un buon tema, provate a prepararvi prima qualche domanda interessante.
Visto che sono una persona molto curiosa, ci sono parecchie domande che mi piacerebbe porre a chiunque. Certo, ce ne sono di specifiche che preferireste porre ad alcuni e non ad altri, ma forse questa lista vi può essere utile:
- C’è qualcosa che ti causa ansia? / cosa ti agita in questo momento?
Perché le persone mentono?
Possiamo controllare le nostre emozioni? Come?
Credi in Dio?
Quali sono i tuoi obiettivi?
Cos’è importante per te come persona / in una persona?
Cosa vorresti migliorare di te stesso/a?
La felicità è una scelta?
Fino a che punto possiamo controllare l’amore?
Cosa ne pensi dei matrimoni gay?
Può qualcuno amare più di una persona allo stesso tempo?
Cosa ne pensi delle relazioni poliamorose?
Riusciresti a stare 30 giorni senza lamentarti?
Cosa pensi della meditazione?
Qual’è il senso della vita?
Qual’è il tuo scopo?
Le droghe andrebbero legalizzate? Quali e perché?
Le persone sono intrinsecamente buone/cattive?
Siamo responsabili per tutto ciò che facciamo?
Si può essere felici quando si è tristi?
Cos’è l’amore incondizionato?
…
Ho scritto le domande a mano a mano che mi venivano in mente. probabilmente ce ne sono molte altre che mi piacerebbe porre, ma la lista assolve comunque alla sua funzione. Quindi ora sta a voi: scrivete le domande che vi piacerebbe porre. Potete anche scriverle pensando a persone specifiche.
Ora sapete come iniziare una conversazione profonda. Il passo successivo è essere in grado di farla fluire.
Flusso
Durante le chiacchiere generiche, è necessario continuare ad aggiungere domande dopo ogni risposta, di modo da impedire che l’interazione giunga al termine. Lo scorrere della conversazione deve essere imposto, in altre parole.
Se state avendo una conversazione profonda, invece, lo scorrere viene naturale. Non dovreste temere di non avere più nulla da aggiungere. Al contrario, vi potreste dover preoccupare sul come porre termine al discorso perché purtroppo non avete tutto il tempo del mondo.
Anche se non dovreste imporre lo scorrere della conversazione, potete creare le condizioni affinché sia facilitato. Fortunatamente, queste sono le stesse che hanno permesso alla conversazione di iniziare, in particolar modo curiosità e apertura. Mantenendo un atteggiamento curioso e aperto renderete il flusso inevitabile. Inoltre, molto importante è la connessione con l’interlocutore, la quale lo renderà disposto a continuare a parlare.
Notate che molte delle domande da me suggerite sono aperte, ossia non possono avere come risposte dei semplici “sì,” o “no”. Le domande aperte incoraggiano la controparte a dire più di ciò che le era stato specificatamente chiesto, facendo quindi sì che la discussione fluisca.
Se la conversazione giunge ad un punto di stallo, potreste voler porlo all’attenzione del vostro interlocutore per capire se vuole continuare a parlare, oppure preferisce cambiare argomento. In tal caso basta scegliere un’altra domanda e ricominciare daccapo.
La pratica rende perfetti
Forse la vostra prima conversazione profonda non durerà molto a lungo o non sarà ad un livello molto intimo. È normale. Continuate a cercare questo tipo di interazione ed allenate le vostre abilità. Potete anche fare pratica online, in siti come Omegle.com dove cui venite assegnati casualmente ad un estraneo con il quale chattare. Siate pazienti, comunque, perché molti su quel sito vorranno solo trollare o avere conversazioni
