Oggi stavo pensando a mia nonna materna. Ho sempre avuto un rapporto un po’ particolare con i lutti: raramente mi struggo dal dolore in seguito all’evento, ma non di rado mi capita, anche a distanza di anni, di ripensare ad una persona che era solita essere parte integrante della mia vita e commuovermi; all’improvviso mi prende una malinconia che è un misto di tristezza per qualcuno che non esiste più, e di gratitudine per ciò che mi ha lasciato.
Oggi stavo pensando a mia nonna e a come abbia la possibilità di farla rivivere esclusivamente nei miei ricordi. Certo — mi direte — come si può far rivivere in altro modo una persona? Non è mica possibile risuscitare i morti! Eppure un sistema ci sarebbe: rievocandone delle peculiarità. Mia nonna — come (quasi) tutte le nonne — era una cuoca eccezionale e quando ero piccolo ricordo che mi faceva cucinare assieme a lei svariati manicaretti. Questa abitudine l’ho persa crescendo e come risultato sono andate perse svariate ricette, privandomi di un modo concreto di farla rivivere. Pensandoci meglio, però, ogni azione da lei compiuta nei miei confronti, si è necessariamente tradotta in una reazione coerente con l’input ricevuto; quindi, essendo i pasti da lei cucinati particolarmente buoni, c’è la speranza che io abbia portato un po’ di bontà a chi avevo attorno.1
Siamo così accecati dal nostro ego, da non renderci conto che ognuno di noi lascia tracce del proprio percorso. Non è necessario costruire mausolei o lanciarsi in qualsiasi tipo di ambizione con il solo scopo di venire ricordati: la memoria non è uno strumento affidabile; tempo una generazione e nessuno sarà più in grado di ricordare nulla di ciò che realmente siamo stati. Inevitabilmente si arriverà al punto in cui, a dispetto di ogni sforzo, anche il nostro nome svanirà come fumo nella nebbia del tempo.
Eppure una traccia immortale la lasciamo, la sola nostra presenza nel Mondo innesca una serie di reazioni delle quali non riusciamo nemmeno ad intuire la portata. Io sono il prodotto delle mie esperienze, e le mie esperienze sono in larga parte frutto delle interazioni che ho avuto sino ad ora. Ogni persona che ho incontrato, ogni persona che mi ha coinvolto in una sua azione, ha contribuito a plasmarmi; non importa quanto insignificante sia stato il suo contributo: se nulla si crea e nulla si distrugge, tutto ciò che ha origine da qualcuno non cesserà mai di esistere e continuerà a propagarsi. Al momento della mia morte, io continuerò a vivere nelle azioni di coloro con cui sono venuto in contatto, siano esse parenti, persone che ho ispirato o influenzato, sino ad arrivare a quel signore sconosciuto che ho trattato con cortesia, migliorandogli la giornata. Da lì mi propagherò tramite delle loro azioni che sono state, in modo cosciente o meno, influenzate dalle mie; e tramite gli individui oggetto di quelle azioni. E così via, di persona in persona, di rete sociale in rete sociale; siamo tutti connessi.
Forse questo dovrebbe essere uno stimolo per provare a fare in modo di avere un effetto positivo su chi abbiamo attorno. Un po’ come le ricette di mia nonna.
Forse sono un po’ troppo ottimista su questo punto. ↩
Anni fa lessi un aforisma di Platone sull’amicizia che la descriveva come “un’anima divisa tra due corpi”. Questa citazione mi colpì molto, soprattutto perché mi trovavo in un periodo della mia vita in cui gli amici — quelli veri — rappresentavano il mio più grande sostegno.
L’idea di un sentimento ferreo, nobile, che vincolasse due persone di qualsivoglia sesso come una sorta di patto inscindibile mi piaceva parecchio. Inutile dire che ero caduto nella trappola dell’idealizzazione, un subdolo fantasma che, una volta dimostrata la sua vacuità, si dissolve lasciandoti con un pugno di mosche in mano ed una sensazione amara in bocca. Il tempo passa, le persone cambiano, così come le tue stesse esigenze; a ben vedere non ci si deve né arrabbiare, né sentire in colpa per questo. I tradimenti, d’altro canto, possono fare davvero male e sebbene sia vero che il tempo lenisce ogni dolore, le cicatrici rimangono visibili, ad imperitura memoria. È quindi importante non lasciarsi condizionare da un singolo evento, precludendoci eventuali bei momenti futuri.1
Ho già parlato di quanto sia importante ogni singolo incontro, ogni rapporto, di come si debba essere consapevoli che ogni cosa prima o poi giunge al termine, di modo da goderne al meglio finché c’è. Oggi invece vorrei soffermarmi sull’importanza della scelta. Sì, perché fino a prova contraria siamo persone libere, capaci di intendere e di volere, che non devono necessariamente accontentarsi di tutto quello che capita. “Go with the flow” non vuol dire “abbassa la testa e fatti andare bene tutto”, ma piuttosto “impara a fare surf sul mare della Vita”.
Per spiegare ciò che intendo devo partire dalla radice della questione. Ci sono varie definizioni dell’amicizia, la famosissima: “L’amico si vede nel momento del bisogno”, oppure — la mia preferita — “L’amico si vede nel momento della felicità”. È logico che non si possa cristallizzare un rapporto in una frase, tanto più che ogni persona ha sensibilità diverse, e quello che per qualcuno potrebbe essere “l’amico della vita”, un altro, al suo posto, lo relegherebbe al rango di conoscente. Credo però che la nascita di questo tipo di rapporto abbia dei tratti comuni un po’ per tutti; dice Plutarco nel ‘De adulatore et amico‘:
[…] la base dell’amicizia è soprattutto un’istintiva somiglianza di personalità ed indole, per cui si amano le stesse usanze e modi di comportarsi, e ci si diverte con gli stessi fatti e le stesse attività.
Insomma, la condizione necessaria affinché sorga quello spontaneo sentimento di simpatia, propedeutico all’amicizia, è il feeling.2 Già qui iniziano le prime insidie per le amicizie di gioventù: i miei interessi (la mia stessa personalità) sono radicalmente cambiati rispetto anche a soli 5 anni fa, posso ancora considerare amiche persone che si sono trovate su percorsi di crescita differenti, fino ad arrivare ad adottare linee di pensiero che sono letteralmente agli antipodi, rispetto alle mie?
Ovviamente, messo così, è un discorso senza senso: il feeling non è che la scintilla iniziale, poi l’amicizia sorge e si nutre di tutte le esperienze vissute assieme (sia nella quantità che nella qualità); non importa quante differenze sorgano, se le persone che hai attorno ti conoscono intimamente, ti fanno sentire valorizzato, riescono a migliorare il tuo umore con la loro sola presenza e cercano di consigliarti per il meglio. Tutto ciò è vero, ma se non fosse realmente così? Se ciò che ho appena descritto non fosse altro che un effetto placebo, un’abitudine residua, un riflesso di ciò che un tempo era e che ora è svanito?
Dando per scontato che la propria attitudine verso gli amici sia la migliore possibile, c’è un indice che possiamo (dobbiamo) controllare, di modo da vedere con chiarezza le persone che abbiamo attorno: la sincerità. L’amico non si vede durante i bagordi, non si vede quando tende la mano per aiutare, né quando inveisce a tuo fianco contro qualcuno per cui condivide con te l’astio, queste sono cose che può fare anche chi conosci da una settimana. L’amico si vede quando prende una posizione e non ha paura di sbarrarti la strada e vomitare parole dure, se ritiene che tu stia sbagliando e/o ti stia facendo del male.
Sempre Plutarco:
A volte infatti, per far del bene a un amico capita di doverlo ferire, senza per questo che l’amicizia ne risenta. A volte si debbono pronunciare parole pesanti, come una medicina che guarisce e tutela il malato.
Un vero amico ti mette di fronte ai tuoi peggiori difetti, se necessario. Anche qui, però, bisogna saper tendere bene l’orecchio e discernere le finalità del rimprovero: non bisogna confondere un amico preoccupato che imbraccia l’arma della schiettezza, con un presuntuoso che mette in luce le tue vulnerabilità per sviare l’attenzione dalle proprie. A ben vedere basta un po’ di attenzione per cogliere le differenze: il primo tocca le corde giuste per scuoterti ed è propositivo, il secondo vuole solo disorientare; il primo redarguisce in privato, il secondo ha bisogno di un pubblico per rafforzare il proprio Ego e dimostra di non rispettarti.
Alla luce di ciò si può capire perché “chi trova un amico, trova un tesoro” e credo si possa iniziare a distinguere tra amicizie e frequentazioni, infatti un Amico — soprattutto nell’era degli smartphone — non è indispensabile vederlo spesso, affinché sia tale. Termino quindi il mio excursus, ricollegandomi a ciò che dicevo in apertura: indipendentemente dalla propria profondità d’animo e dal personale modo di concepire le amicizie, bisogna scegliere le persone che si vuole avere attorno.3
Per quanto dotato di autocoscienza e libero arbitrio, l’essere umano è un prodotto dell’ambiente in cui vive. Frequentando gente prevenuta, ad esempio, si è più soggetti a sviluppare pregiudizi. Chi è in mezzo ad un gruppo di sabotatori, abituati a sminuire gli altri per affermare sé stessi, dovrebbe scappare a gambe levate, perché quelli di sicuro non sono amici: sono sanguisughe di entusiasmo, che riuscirebbero a convincere una colomba di essere un pollo; molto meglio circondarsi di persone propositive.
Nella prima fase della vita si è indifesi e incapaci di badare a noi stessi, va da sé che il bambino deve sottostare alla volontà di altri e quasi tutto ciò che lo riguarda non lo sceglie, ma piuttosto gli capita. Il primo grande atto di indipendenza che può compiere un individuo adulto è compiere delle scelte e non accettare il peso di vecchie abitudini, se queste non danno più alcuna soddisfazione. Bisogna saper andare avanti, con gratitudine per ciò che in passato ha significato tanto, ma senza troppi rimpianti, senza tristezza, delineando il proprio percorso.
“So long and thanks for all the fish”
Questa è una regola generale, non vale solo per le amicizie tradite. ↩
Se gli autori greci e latini avessero avuto a disposizione la lingua Inglese, avrebbero senz’altro usato meno parole per esprimere i concetti. ↩
Mi riferisco ai rapporti esterni alle situazioni lavorative, visto che i propri colleghi non si scelgono, capitano. ↩
Cogito, ergo sum, disse Cartesio; penso, dunque sono. Un affermazione inattaccabile e banale solo all’apparenza, perché se partissimo dalla domanda che l’ha generata credo che nessuno potrebbe fornire una risposta sensata senza rifletterci per bene: cos’è che definisce la nostra esistenza? Non è però di questo che voglio trattare ora, bensì voglio porre l’attenzione su di un concetto strettamente correlato, quello di realtà. Noi uomini usiamo i nostri sensi per interagire con il mondo, ma ciò che percepiamo può essere definito la realtà, oppure è solo una realtà?
Prendiamo come esempio il senso della vista. I nostri occhi contengono milioni di cellule fotosensibili, chiamate coni e bastoncelli; i coni permettono di percepire forme e colori, mentre i bastoncelli rendono gli occhi sensibili a luce e movimento. Soffermiamoci un attimo sui coni e sulla differenza che intercorre tra i nostri e quelli di altri esseri viventi. Nei cani queste cellule possono recepire due tipi di colori, verde e blu, ciò permette loro di vedere verde, blu, grigio e qualche sfumatura di giallo. Noi uomini abbiamo in aggiunta dei coni deputati alla percezione del rosso, il che ci rende disponibili un set di colori molto più variegato rispetto ai nostri amici a quattro zampe. Potremmo quindi logicamente affermare che la realtà da noi percepita è diversa da quella che sperimenta un cane, ma prima di trarre qualsiasi conclusione voglio portare altri due esempi. Pochi sanno che le farfalle possiedono due tipi di coni in più rispetto a noi uomini, ossia possono vedere due colori aggiuntivi per cui noi non abbiamo nemmeno i nomi, senza contare lo spettro generale che risulta da tutte le possibili combinazioni! Infine vi è il caso limite della mantis shrimp, una “mantide marina” di cui ignoravo l’esistenza fino a qualche mese fa, che sembra avere gli occhi dotati di ben sedici(!) tipi di coni.1
Alla luce di quanto scritto sopra, la percezione di un fenomeno naturale come l’arcobaleno può variare dalla scialba miscela di blu e verde vista da un cane, sino all’esplosione inimmaginabile di colori che si presenta agli occhi della mantis shrimp. Non me la sento di lanciarmi in speculazioni eccessive ed affermare che la realtà è semplicemente un’illusione (sebbene credo si debba riflettere un po’ sull’effettivo significato della parola), ma quel che è certo è che la percezione che noi ne abbiamo è quantomeno parziale.
Anche lasciando perdere le differenze stutturali tra quella umana ed altre specie, possiamo arrivare a comprendere la nostra limitata visione di ciò che ci circonda riflettendo sul concetto di multidimensionalità; con questo termine non voglio evocare la teoria delle stringhe e parlare di universi paralleli2, ma semplicemente porre l’attenzione sulle dimensioni che noi riusciamo a percepire. Notoriamente sono tre: lunghezza, larghezza e profondità, giusto? Sbagliato. In effetti esiste una quarta dimensione di cui abbiamo sentore: il tempo. La differenza sostanziale rispetto alle precedenti è che quest’ultima non la possiamo realmente osservare, ma ne percepiamo l’effetto su noi stessi e ciò che ci circonda. Una riflessione sulla multidimensionalità in questi termini emerge dal racconto ‘Flatlandia‘ in cui i protagonisti, che vivono in un mondo bidimensionale, entrano in contatto con una sfera proveniente da una realtà a tre dimensioni — quindi dotata di profondità.3 Il concetto specifico di quarta dimensione viene invece citato in modo piuttosto evidente nel film ‘Donnie Darko‘, in cui il protagonista diventa in grado di vederne il flusso: un fluido che esce dal torace delle persone.4
In seguito a tali riflessioni, sorge spontanea una domanda: possiamo essere in grado di comprendere realmente ciò che non riusciamo a sperimentare nella sua totalità? Gli sforzi della mente umana, dalla filosofia ellenica alla moderna scienza, sono sempre andati in direzione del capire il come ed il perché delle cose; a differenza però delle speculazioni filosofiche che devono per forza far leva su differenti interpretazioni e quindi non sono in grado di ricavare un verità ultima, la scienza sembra aver trovato uno “strumento” con cui poter indagare ogni aspetto del reale ed a cui affidarsi ciecamente: la matematica.
Ma la matematica esiste davvero? Nonostante il mio astio personale nei confronti di tutto ciò che abbia a che fare con i numeri, non posso che riconoscere la loro importanza e la loro incredibile capacità di adattarsi a qualunque contesto, quasi la matematica fosse fornita in bundle con la realtà: qualcuno potrebbe ragionevolmente affermare che, se qualcosa esiste, può essere tradotto in dati numerici. Ma io, da bravo bastian contrario, vorrei citare il vecchio koan Buddhista: «Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori, l’albero produce un rumore cadendo?», oppure la domanda: «La Luna, dunque, non esiste quando nessuno la osserva?» la cui risposta fu considerata da Bohr tutt’altro che semplice. Dunque la matematica è stata scoperta o inventata dall’uomo?
Non possiamo vedere la matematica, possiamo carpire informazioni da ciò che ci circonda e tradurle in concetti matematici. Ok, non essendo (affatto!) il mio ramo di competenza, ogni parola che scrivo rischia di essere una zappata sui piedi, tuttavia nel mondo scientifico è molto discussa la questione dell’effettiva esistenza della matematica. Vi sono i sostenitori del realismo matematico, convinti che le entità matematiche esistano indipendentemente dalla mente umana, e poi vi sono gli anti-realisti, i quali sostengono che l’unica ragione per cui abbiamo il nostro immenso bagaglio di conoscenza matematica non è perché l’abbiamo scoperto, ma perché l’abbiamo “creato”. È un dibattito insoluto e probabilmente è destinato a rimanere tale. Sguscio via abilmente da questo groviglio di filo spinato che mi sono costruito attorno lasciando parlare un breve — ma informativo — video sulla questione (è in inglese senza sottotitoli, mi spiace).5
La matematica dunque “potrebbe” essere un’opinione. In ogni caso credo abbia davvero poco senso additarla come verità universale, in quanto — come si è visto — la nostra consapevolezza del Tutto è estremamente relativa. Ho notato che parlare di questi argomenti è molto difficile, vista la presenza di persone che nutrono un vero e proprio astio per il relativismo, forse perché vivere in un mondo senza certezze è spaventoso?
In seguito a numerose esperienze (ed ancora più numerose letture) mi sono trovato a considerare l’approccio relativista come quello che meglio si applica alla realtà quotidiana; tuttavia, per essere fedele al mio ragionamento, devo ammettere che si tratta pur sempre di una mia opinione.
Il Dao si cui si può parlare non è l’eterno Dao
I nomi che si possono nominare non sono i nomi eterni
Senza nome l’origine di cielo e terra
Con nome, la madre dei diecimila esseri.
I primi due versi dicono: ogni discorso è contingente, ogni rappresentazione della realtà è condizionalmente valida, ogni norma prescrittiva è relativa. Ogni discorso sul reale è una mappa e una mappa non è il territorio, ma solo una rappresentazione approssimativa. Il “territorio”, la realtà, resta eternamente al di là di ogni mappa che possiamo farcene, resta eternamente al di là del dicibile.6 “I nomi” sono quindi relativi, contingenti, hanno senso nel contesto di un universo di discorso, sono strumenti efficaci per fini particolari, ma non toccano la realtà.
Essendo la lingua cinese molto complessa la parola “nomi” è una traduzione di comodo, va qui intesa come “qualsiasi rappresentazione della realtà”: abbraccia l’intera dimensione del rappresentare un mondo. Non appena la coscienza riconosce un “sé” e un altro “sé”, i nomi hanno origine; con i nomi nascono le cose, esse non preesistono alla coscienza, bensì emergono nell’atto di nominare. L’universo vecchio di quindicimila anni sorge insieme alla coscienza che lo contempla come tale.
Il ragionamento fatto sopra è tratto dall’analisi a cura di Augusto Shantena Sabbadini presente nel libro da me acquistato, non l’ho trasposto come citazione perché l’analisi in toto è più dettagliata e divaga verso argomenti che andrebbero decisamente off-topic.
I successivi due versi pongono maggiore enfasi su quanto i “nomi” siano in realtà distanti dall’essenza di tutte le cose e di come quindi ciò che noi chiamiamo realtà non sia altro che una proiezione del nostro “sé” all’interno dell’Universo che lo contiene; una tesi molto solipsistica. Stando così le cose non può esistere un’oggettività, tutto è soggettivo, contestuale, ed il nostro atto di “nominare” non fa altro che snaturare l’essenza unitaria del Tutto. Laozi coglie il primo segno del degrado nella distinzione fatta tra bene e male e qui andrebbe aperta un’enorme parentesi, ma nel farlo andrei troppo fuori strada, quindi cercherò di minimizzare ogni possibile dubbio ed obiezione mantenendo il discorso il più lineare possibile.
Esattamente come ogni altra cosa anche questo “relativismo radicale” necessita di una contestualizzazione: nelle comunità di individui sono necessarie delle regole basate su concetti ben definiti di “bene” e “male”, sebbene sarebbe interessante indagare sulle modalità con le quali è avvenuta tale dicotomia. Il tabù del cannibalismo, ad esempio, non è mai stato universalmente riconosciuto come tale, tanto è vero che il processo evolutivo ha selezionato un batterio epidemico in grado di proliferare esclusivamente tramite questo mezzo, ed è stato molto diffuso presso gli indigeni della Nuova Guinea fino a che tale pratica non è stata eradicata dai colonizzatori. A suffragio di questa tesi relativistica vi è la teoria sociologica della subcultura secondo cui una persona può commettere reato perché si è conformata ai valori di un sotto-gruppo, i quali contrastano con quelli della società generale.
Dunque non solo la nostra percezione soggettiva del reale ci impedisce di indagarlo a fondo, ma ha importanti ripercussioni anche sul modo nel quale la società in cui viviamo viene modellata. Tuttavia anche migrando dal macrocosmo dell’Universo al microcosmo della società, finanche a quello delle relazioni interpersonali, si possono ugualmente scorgere problemi nel definire la realtà che abbiamo di fronte agli occhi; un esempio emblematico è rappresentato dal concetto di “normalità”.
Ci si potrebbe gettare in disamine etiche senza fine sulla parola “anormale” che spesso risulta sinonimo di “diverso dalla massa” e che quindi finisce per generare odio e fratture all’interno dei sistemi sociali, ma queste considerazioni le lascio ai sociologi di professione. Avendo improntato il discorso come una speculazione filosofica preferisco tornare a porre l’attenzione sul rapporto puramente soggettivo che ciascuno di noi ha con l’ambiente circostante (e quindi anche con le persone che lo popolano). Mentre un’ottica scientifica necessita dell’applicazione di un metodo dalla comprovata efficacia, di modo che l’approccio sia massimamente razionale e possa raggiungere un punto di vista oggettivo,7 nella nostra quotidianità un ruolo preminente lo giocano gli istinti, dai quali la stessa ragione finisce per essere condizionata.
Quindi il già citato concetto di “normalità” non è quasi mai ben delimitato, bensì molto spazio è lasciato all’interpretazione e — soprattutto — a quello che si potrebbe definire il “sistema di riferimento“. Siccome un chiaro esempio vale più della vagonata di caratteri che dovrei usare per spiegare ciò che intendo, cito qui di seguito un passo tratto dal libro di Sheldon Kopp: ‘Se incontri il Buddha per la strada uccidilo‘:
Una volta sono stato testimone di un esempio ironicamente illuminante della definizione culturale di insania, e delle politiche di potere inerenti al controllo sociale psichiatrico. Nel periodo in cui facevo parte del personale dell’Ospedale Psichiatrico Statale del New Jersey, uno strano uomo comparve a un angolo di una strada a Trenton; era avviluppato in un lenzuolo bianco e mormorava a bassa voce strane parole incomprensibili. La sua stessa presenza minacciava nel suo complesso la certezza di equilibrio mentale della comunità. Per fortuna, per il bene dell’uomo stesso, un cittadino più equilibrato chiamò un poliziotto. Così si riuscì a portare questo poveretto sotto la protezione racchiusa del manicomio.
I suoi sforzi di spiegare il suo strano comportamento furono inutili, dal momento che era chiaramente un matto o, per essere più scientifici, bisogna dire che venne classificato con quella sindrome comoda e omnicomprensiva nota come Schizofrenia, Tipo Cronico Indifferenziato. Sarebbe stato difficile per chiunque comportarsi in quella situazione con maggiore credito del personale diagnostico, dal momento che il paziente rimaneva un presunto pazzo finché non si fosse dimostrato sano di mente, non era rappresentato dall’avvocato, e non gli fu neppure detto che qualunque cosa dicesse poteva ritorcersi contro di lui.
Vi operava poi anche un’altra limitazione, che derivava epifenomentalmente dalla sociologia della medicina americana. Ai medici provenienti da paesi stranieri non è permesso esercitare la professione in questo paese fino a quando non hanno dimostrato competenza sia nella lingua inglese che nella medicina. Fin qui, tutto bene. Nell’assenza di tale dimostrazione di competenza, però, a loro è permesso lavorare come psichiatri interni negli istituti mentali statali. Ho visto cittadini irascibili (ma altrimenti normali) diagnosticati come psicotici confusi, giudicati incapaci di intendere e privati dei loro diritti civili e della loro libertà sulla base della loro incapacità di comprendere le parole incompetenti di psichiatri interni male addestrati la cui conoscenza dell’inglese era così limitata che neppure io riuscivo a comprenderli.
Per fortuna, per il paziente dal lenzuolo bianco che mormorava in modo incomprensibile, il giorno delle visite in ospedale ebbe inizio la mattina successiva. Evidentemente il paziente in questione aveva telefonato a casa e fatto sapere la sua situazione. Quella mattina venti altri individui coperti tutti di lenzuola bianche, giunsero all’ospedale. Visto il loro strano abbigliamento, risultarono egualmente incomprensibili al personale psichiatrico. Venne fuori (con il divertimento dello psichiatra più anziano dell’ospedale) che quegli uomini e donne erano tutti membri della stessa setta piccola religiosa rurale, un gruppo religioso che in parte definiva la propria identità abbigliandosi nella purezza del tessuto bianco e che si sentiva divinamente ispirato a parlare in diverse lingue. Lo psichiatra (un cattolico osservante che settimanalmente riceveva il corpo e il sangue di Gesù Cristo) li considerò un gruppo estremamente bizzarro. Che il cielo lo aiuti a non doversi mai trovare in una comunità ove le sue affiliazioni religiose risulterebbero egualmente oscure! Un uomo simile è un pazzo. Venti di tali uomini costituiscono una comunità accettabile e sana di mente.
Come si può evincere da questo (preoccupante) aneddoto, la concezione relativistica della realtà ha un suo perché anche senza tirare in ballo sovrasistemi metafisici. Proviamo però ora a scendere un po’ più nel dettaglio e porre l’attenzione sui singoli individui, piuttosto che sulle aggregazioni di persone.
Non è un mistero per nessuno che io sia un assiduo frequentatore di Reddit e non del tipo passivo: mi piace anche aprire thread e porre domande. Più di un anno fa, prima che scoprissi l’esistenza di quello che oggi è uno dei miei subreddit preferiti, decisi di cercare un approccio Zen ad un tarlo che mi stava dando parecchi problemi in quel periodo: come non lasciarsi condizionare dall’opinione altrui? Posi questa domanda in /r/Zenhabits e ricevetti una risposta illuminante che traduco qui sotto:
Cerca consapevolmente di non prendere nulla a livello personale. Ognuno ha la propria idea di come vadano le cose in questo mondo, di come loro e chiunque altro siano fatti e di cosa sta accadendo sotto i loro occhi, basandosi unicamente sulle loro convinzioni personali. Ogni individuo ha la propria definita idea riguardo la realtà, il proprio filtro, la propria interpretazione. Per ciascuno di noi tutto è nel modo in cui noi lo vediamo, indipendentemente da quelli che possono essere i punti di vista altrui.
Quindi ciascuno vede il mondo a proprio modo, questo per via delle sue convinzioni personali. Convinzioni che ha selezionato in modo più o meno cosciente, indipendentemente dalle tue azioni.
Se mentre cammini per strada passi di fianco ad uno sconosciuto e questi si rivolge a te con fare acido dicendo: «Odio le tue calze viola e arancioni!», a quel punto tu lo guarderai con fare confuso e stranito perché non indossi calze come quelle, non possiedi proprio un paio di calze di colore diverso dal bianco. Questo è un esempio un po’ bizzarro, ma vuole dimostrare il seguente principio: ogni individuo vede e giudica il mondo circostante basandosi sulle proprie convinzioni. Non hai alcun obbligo a concordare con la loro visione della realtà.
Ogni volta che qualcuno si rivolge a te come il tizio delle calze viola e arancioni e offre il suo modello di realtà tu hai sia la possibilità di accettarlo ed integrarlo con il tuo e dire: «Cavolo, ha ragione! Queste calze fanno venire il voltastomaco. Chissà cosa mi è preso quando ho pensato di indossarle.», oppure puoi dire: «No, grazie.» e continuare per la tua strada preferendo il tuo modo di vedere le cose.
Ciò che sto cercando di dirti è che quando qualcuno ti giudica non lo sta facendo perché tu hai un qualche reale motivo per provare vergogna, sentirti in colpa o in imbarazzo, ma perché ha in mente una serie di valori che sono completamente diversi dai tuoi, e non hai alcuna responsabilità di concordare con loro. Non è nulla di personale. Non riguarda te, riguarda loro.
Ciò non significa che tu hai sempre ragione e chiunque non è d’accordo con te ha sempre torto. Non significa che hai facoltà di compiere un genocidio e mandare a quel paese chiunque ti vuole mettere in prigione. Hai ancora la responsabilità di agire in linea con la tua morale e con ciò che ritieni giusto. Questo è parte di un più largo percorso di trasformazione che include onestà intellettuale, amor proprio e crescita personale.
La stessa idea va applicata ai riscontri positivi. Quando le persone dicono: «Oh Jaja1990, sei così gentile!» oppure «Wow è stata una cosa davvero carina da parte tua», ecc…non è realmente merito tuo. Queste cose vengono dette perché la loro concezione della realtà le fa reagire in tal modo. Sai di essere una brava persona e non hai bisogno che qualcuno te lo dica in modo da sentirti bene con te stesso. Puoi concordare con loro e condividere i loro apprezzamenti nei tuoi confronti, ma non cadere nella trappola di credere di aver bisogno di conferme da terze parti. Siete come due viaggiatori le cui strade si incrociano momentaneamente. Potete apprezzare la vostra compagnia reciproca, ma tu non sei su quel sentiero perché ci sono anche gli altri — c’eri già da prima.
Il penultimo paragrafo è suscettibile di parecchie obiezioni. Ad esempio l’Olocausto è avvenuto nella più ferma convinzione che fosse la cosa giusta da fare e l’antisemitismo può benissimo essere visto come una “morale”. Purtroppo quando ci si addentra in questo tipo di riflessioni è come camminare in un campo minato e per dimostrare efficacemente la propria tesi si dovrebbero sviscerare dettagli per i quali probabilmente non basterebbe un libro intero. La chiave di volta del discorso, per come la vedo io, è il rispetto reciproco dettato da esigenze condivise. L’intero discorso affrontato fino ad ora si svolge su più livelli, dal generale a particolare: se è vero — come ipotizzato dalla tesi principale — che l’atto di “nominare l’innominabile” finisce per snaturare la realtà e creare un mondo sensibile che altro non è che il riflesso della vera essenza, la quale rimane per noi insondabile, è altrettanto vero che il mondo da noi “creato” e i vari sottoprodotti (come la società) sottostanno a morali e regole condivise dagli individui che la compongono.8
Fatta questa doverosa precisazione, il discorso di quell’utente è particolarmente calzante e mi fece riflettere parecchio, fino a diventare uno dei capisaldi del mio pensiero attuale. Una volta tenuta come punto fermo l’umiltà necessaria per accantonare l’orgoglio ed essere massimamente sinceri con sé stessi — prerequisito indispensabile per l’onestà intellettuale — ci si inizia ad accorgere che le persone vedono la realtà tramite il proprio filtro, ed i giudizi estemporanei non si poggiano su alcuna base solida. Personalmente trovo molto calzante questa citazione: «La tua percezione di me è un riflesso di te stesso. La mia reazione a te è una consapevolezza di me».9
Nonostante ciò sono pochissime le persone che si fermano a riflettere sull’effettivo significato delle loro azioni, generalizzando si potrebbe dire che ogni individuo che potete incontrare per strada è il protagonista assoluto della propria esistenza ed il modo in cui vede le cose è l’unico ed insindacabile modo di vederle: tutto ciò che non si conforma è semplicemente sbagliato.
Pochissimi si mettono in discussione e fanno quel passo in più dato dal porsi nei panni altrui; la tendenza che ne risulta è un generale appiattimento dell’individualità, la visione più diffusa diventa quella “giusta” a cui tutti si devono uniformare, pena: l’emarginazione. Una “soggettività condivisa” viene oggettivata diventando il perno di uno status quo visto come equilibrio da proteggere ad ogni costo. A fare le spese di questo istintivo comportamento sono le “mosche bianche” (o le pecore nere, a seconda dei punti di vista), come dimostra questa immagine postata su Imgur che traduco qui:
Ho davvero dovuto insegnare a mia madre i fondamenti dell’essere un genitore.
In entrambe queste foto il soggetto è mia figlia, la prima è stata scattata nel 2011, la seconda nel 2012. Le lascio scegliere i propri vestiti, le proprie scarpe, il proprio taglio e colore per i capelli, praticamente qualsiasi cosa di superficiale. È troppo piccola per comprendere le conseguenze di piercing e tatuaggi, quindi non ne ha. Ma i capelli crescono, le scarpe diventano piccole ed i vestiti si logorano. Tutte queste cose non hanno una reale importanza — non dovrebbero averne — ma chiunque stia crescendo un figlio anticonformista sa che il mondo non è altrettanto comprensivo.
Mia figlia di recente ha chiesto un taglio di capelli come il mio. Un lungo ciuffo in cima e sfumature cortissime ai lati e sulla nuca. Mi ha supplicato per settimane per potersi tingere nuovamente i capelli, ma non è ho avuto il tempo. Oggi però è venuta da me con la stessa timidezza che sta iniziando a sviluppare quando è fuori casa; i suoi compagni e membri della famiglia le fanno continuamente pressione affinché assuma un aspetto “normale”, perché lasci crescere i suoi capelli e non se li tinga, perché si vesta in una determinata maniera (lei odia conformarsi), per alterare o meno il suo aspetto in modo da conquistare l’approvazione degli altri e della società in generale.
QUESTO MI FA DAVVERO INCAZZARE
Ho chiamato mia madre questa notte, perché mia figlia è tornata molto timida e non voleva più tingersi i capelli a causa di ciò che sua nonna le aveva detto. Mia madre ha replicato che dovremmo comprare uno di quegli spray che vengono usati per colorare i capelli ad Halloween, così la tinta non sarebbe “permanente” e mia figlia potrebbe tornare di nuovo “normale” evitando così di essere vittima di bullismo.
NON SONO LE VITTIME CHE DEVONO SMETTERE DI ESSERE TALI. SONO I BULLI CHE DEVONO SMETTERE DI ESSERE BULLI.
Lo so che viene presa in giro ogni tanto e ne abbiamo sempre parlato. Lei rimane forte e sicura di sé fintanto che ha il supporto delle persone che le vogliono bene. Ma quando il supporto vacilla, o fa marcia indietro, lei cade a pezzi.
Viene inoltre presa in giro perché le piacciono i dinosauri e non le bambole. Viene presa in giro perché preferisce fare la lotta piuttosto che giocare alla donna di casa. Viene presa in giro perché le piace Saetta McQueen e non Cenerentola. Dove dobbiamo tracciare il confine?
Mia madre pensa che questa sia una “sciocchezza”, che sia meglio non pensarci. Ma ciò pianterebbe il seme del dubbio, getterebbe le basi per consentire che i bambini eccentrici vengano rinchiusi negli armadietti, che i bambini disabili si sentano inutili, che le ragazzine accettino partner violenti. Questa non è un “sciocchezza”, è un cazzo di PROBLEMA, perché è del carattere di mia figlia che stiamo parlando e darà forma alla sua vita.
Supportate i vostri cazzo di figli. Lasciate che siano chi loro vogliono essere, che appaiano come vogliono apparire e che giochino come vogliono giocare. Ed assicuratevi che sappiano di essere amati, indipendentemente dagli eventi.
«Poi è bene essere un poco diffidente per chi è un po’ differente», cantava Guccini in ‘Canzone di notte n. 2‘. Non è detto che chi è diverso debba essere per forza “sbagliato”, ma il confondere la propria visione personale per verità assoluta porta spesso a tale fallace sillogismo. Ecco allora nascere classificazioni arbitrarie e stigmatizzazioni istintive, sovente veicolo di odio immotivato pronto a sfociare in atti di bullismo (fisico o psicologico) come quello descritto sopra. A volte per renderci conto dell’astio disumano che la nostra società è in grado di generare per ciò che, in definitiva, è la scelta individuale di una persona riguardo la sua vita, dobbiamo immaginare situazioni paradossali; ad esempio: cosa succederebbe se i gay fossero “normali” e gli etero “sbagliati”?
Se siete arrivati a leggere fino a qui avete davvero molta pazienza. Spero di essere riuscito a persuadere degli eventuali lettori di quanto possa essere sottile ed arbitrario il confine tra “giusto” e “sbagliato”, tra “normale” e “anormale”.
Questo fiume di parole rappresenta in primo luogo la mia esigenza di mettere ordine ad un po’ di pensieri che covavo da parecchio tempo, la necessità di trovare un filo conduttore a diverse esperienze, osservazioni e letture. Perché se dunque è vero che tutti noi abbiamo il nostro filtro, la nostra personale realtà, beh, questa è la mia. Ed è importante che mi ricordi che non è l’unica chiave di lettura possibile.
Citando ancora Guccini:
E ognuno vive dentro i suoi egoismi vestiti di sofismi
E ognuno costruisce il suo sistema
di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali
scordando che poi infine tutti avremo
due metri di terreno…
Se volete sapere di più riguardo questo affascinante crostaceo, potete ammirare questa vignetta da cui ho tratto all’incirca l’intero discorso. ↩
Qualora foste interessati segnalo questo eccellente Ted Talk. Putroppo le mie nozioni in materia sono troppo basilari per permettermi di esprimermi in merito. ↩
Sebbene conosca la sinossi del racconto, non ho ancora avuto modo di leggerlo. Tuttavia è nella mia wishlist di Amazon, quindi sarà solo questione di tempo. ↩
Sicuramente ci sono molte più opere cinematografiche e letterarie che trattano la questione, ma questo film è l’unico esempio calzante che mi è venuto in mente. Inoltre ci tengo a precisare che tutto questo discorso è stato ispirato dalla visione del video ‘Immaginare la decima dimensione‘ che consiglio caldamente a chiunque. ↩
Per chi non riuscisse a vedere il video incorporato, ecco il link diretto. ↩
Questa visione della realtà è cara anche alla fisica quantistica, il motivo per cui non ne parlo è semplicemente per una mancanza di nozioni da parte mia. ↩
Sebbene, come abbiamo visto, ciò sia in senso assoluto un’utopia. ↩
Scegliete voi se tirare in ballo il contratto sociale di Rousseau, o l’intuitiva massima confuciana: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». ↩
A tal proposito è ormai conclamato, ad esempio, che gli omofobi più intransigenti sono con molta probabilità omosessuali repressi. ↩
— A volte ho paura quando, durante il viaggio, mi faccio coinvolgere da qualcuno.
— Perché?
— Perché sono solo di passaggio.
Quando avevo circa otto anni, durante una lezione di Italiano, la mia maestra fece un’analogia che mi rimase impressa e tutt’ora ricordo in modo vivido; disse che la vita è come un treno: durante le prime fasi del tragitto è piena di persone, ma si svuota sempre di più a mano a mano che ci si avvicina al capolinea.
Non c’è bisogno di aver superato la metà del percorso per capire quanto queste parole siano vere. Ho ormai perso il conto del numero di persone che mi sono lasciato alle spalle senza un vero motivo, senza una rottura, semplicemente perché si sono intraprese strade diverse oppure si sono assunti stili di vita differenti. A volte invece è proprio la maturazione caratteriale a creare un solco tra due persone che storicamente sono sempre state molto unite, a me è successo con il mio migliore amico d’infanzia (e buona parte dell’adolescenza) che da un giorno all’altro mi ha voltato le spalle, lasciandomi con una bruciante sensazione di tradimento dentro di me. Che dire poi delle storie d’amore, più o meno importanti, la cui dissoluzione ti ferisce in modi che non credevi possibili? Eppure tutto si supera, puoi sempre rialzarti, basta che tieni presente la sola ed unica costante della tua vita: te stesso.
Si nasce soli e, senza ombra di dubbio, si muore soli. Affrontiamo questo mondo come la nostra avventura personale, tutto è visto dal nostro punto di vista, la realtà stessa non è che l’interpretazione soggettiva delle sensazioni da noi elaborate, di conseguenza nulla è certo, e questo fa paura. Per rendere sopportabile il viaggio della vita cerchiamo certezze — a ben vedere, illusioni — e finiamo per aggrapparci gli uni agli altri, poiché attraversare una selva in compagnia è molto più confortante. Nel fare ciò ci scordiamo qual è l’unica certezza inconfutabile: tutto ha una fine. Il treno tende a svuotarsi.
Un insieme di persone può possedere un’identità di gruppo, ciasun membro può avere un ruolo ben definito, si può essere molto affiatati, ma tutto questo non cambia il fatto che esso sia composto da molteplici individualià. È un errore fatale dimenticare che ciascuno è sul proprio percorso indipendentemente da chi ha attorno, così facendo si finisce per creare un rapporto di dipendenza; la soddisfazione personale arriva a basarsi su di una convinzione che differisce dalla realtà dei fatti, generando frustrazione.
Tanto più una persona ti rende felice, tanto più soffrirai quando questa non ci sarà più. È l’eterno dualismo bene-male, piacere-dolore, giusto-sbagliato, Yin-Yang, che potrebbe fare tanto ‘new age’, ma a ben vedere presenta una logica inoppugnabile. Ho sofferto moltissimo, in passato, per essermi legato troppo a determinate persone e so che mi capiterà ancora in futuro, è quasi inevitabile. Puoi anche essere consapevole del mujōkan, ma quando devi confrontartici sarai sempre un po’ impreparato.
Quindi, dunque, dovremmo perseguire la solitudine?
— Kino, non ti piace farti coinvolgere dalle persone?
— Non è che non mi piaccia, Hermes. Voglio continuare il mio viaggio proprio per incontrare altre persone. E alcune di loro mi hanno insegnato cose molto importanti, apprezzo sempre moltissimo questi incontri.
Nota: i dialoghi citati sono tratti dall’anime ‘Kino No Tabi‘.
Provate per un attimo a tornare con la mente alla vostra infanzia, non importa se sia stata felice o meno, sono quasi sicuro che ognuno di voi aveva un rapporto diverso con il Tempo, rispetto a quanto avviene ora. Io ricordo che a casa di mia nonna, nel primo pomeriggio, aspettavo le quattro per poter vedere i cartoni pomeridiani (qualcuno ricorda Solletico?) e — non sapendo leggere le ore — chiedevo quanto mancasse. Spesso mi sentivo rispondere: «È presto, Jacopo, ancora un’oretta» e mi rattristavo parecchio perché sapevo che l’attesa era lunga. Quando pensavo a ciò che avevo fatto solo un anno prima mi sembrava che di mezzo ci fosse un’era.
Eccomi adesso, ventituenne, a notare che quattro ore di studio passano sempre troppo in fretta rispetto a quanto mi sia necessario; ad evocare ricordi dell’estate passata e percepire quegli eventi come accaduti pochi mesi prima. Com’è possibile?! Sono sempre stato convinto fosse principalmente colpa di una percezione del tempo alterata durante la fase della crescita, unita magari al rapporto “vita rimasta-vita vissuta”. In sostanza qualcosa di inevitabile — ed inevitabilmente triste — che andrebbe notato per poter prendere piena coscienza del fatto che la vita non è mai lunga abbastanza.
Nel 2012 è però successo qualcosa che mi ha fatto vedere la nostra percezione del tempo sotto un’altra luce, nonché mi ha causato un piccolo periodo di “crisi esistenziale”. Durante le vacanze estive sono andato in Croazia con un gruppo di amici e, sebbene inizialmente non ne fossi proprio entusiasta, si è invece rivelata una bella esperienza. Non ho intenzione di fare il resoconto della vacanza, mi limito ad accennare che tra nuotate intense, furti di birra ed improbabili approcci con turiste tedesche, ce la siamo passata piuttosto bene. Il tutto è durato una settimana e, nonostante il luogo comune voglia che il tempo passi più rapidamente quando ci si diverte, l’ho vissuta in modo intenso, assaporando ogni singolo giorno.
Torno a casa e riprendo contatto con la realtà: ho un esame a tre settimane e devo fiondarmi sui libri, non c’è tempo da perdere! Ed ecco che, con mio grande sconcerto, in un battito di ciglia passano sette giorni. 168 ore della mia vita se ne sono andate senza che quasi io me ne rendessi conto, lasciandomi la disarmante sensazione di non aver vissuto. Come mai la stessa identica porzione di tempo che ho trascorso in Croazia l’ho percepita in modo così diverso, una volta rientrato a casa?
Sembrerà banale, ma tutto ciò mi ha fatto entrare per un po’ in crisi, mi ha fatto chiedere: «Non sarà che sto buttando la mia vita?». Mi è venuta incontro un’infografica che ha stimolato la mia curiosità riguardo l’argomento in questione e mi ha fatto fare un po’ di ricerche. Purtroppo non ho modo di recuperarla, quindi esprimerò il concetto con le parole di un gentile utente di Reddit che ha rinfrescato la mia memoria su questo tema.
La percezione del trascorrere del tempo dipende da quante volte prestiamo attenzione a qualcosa e siamo consapevoli di farlo!
Può essere fantastico oppure un supplizio, dipende dalle circostanze.
Percezione del tempo come “lento”:
Sei in classe e controlli l’orologio appeso al muro…10 minuti alla campanella. Ogni…3…secondi, ti rendi conto di quanto sembri un’eternità. Vuoi che il tempo passi più in fretta, vorresti che lo facesse, quindi continui a controllare, controlli ancora ed ancora! In quei 10 minuti avrai fatto 200 osservazioni e se ogni volta che guardi l’orologio dici a te stesso: «Ma è così LENTO!» ecco che sono 400 osservazioni ed è persino peggio!
[…]
Percezione del tempo come “veloce”:
Ora pensa a quando sei tutto il giorno con la testa tra le nuvole, senza notare nulla, oppure quando passi tutta la giornata mezzo addormentato nel letto, o a guardare repliche di una serie TV che conosci da cima a fondo. All’improvviso il giorno è trascorso.
Oppure quando stai guidando lungo una strada che hai fatto centinaia di volte — e all’improvviso sei a casa e pensi: «Ma che cavolo! Dormivo mentre ero al volante?!»
Durante l’infanzia per tutto il tempo ci sono cose che vale la pena notare. Tutto ciò che hai dinnanzi è nuovo e — dunque — importante.
Quando cresci smetti di notare ciò che hai visto ormai centinaia di volte: non è nuovo, non è importante e quindi non merita la tua attenzione. È normale e giusto.
Come adulto ti devi concentrare su ciò che davvero merita attenzione. Le semplici sensazioni/suoni/stimoli visivi potrebbero non essere compresi nel novero, a meno che non siano estremi. Ma in genere ciò che è nuovo/importante per un adulto è ad un livello più astratto (il tempo rallenta per persone che hanno lavori in cui ogni minuto presenta una nuova — ed importante — sfida da superare).
Come nota a parte, due persone potrebbero vivere entrambe fino ad 80 anni, ma il modo in cui vivono la vita può essere molto diverso. Magari uno dei due nota cose tutto il tempo — è un inventore che compie centinaia di osservazioni e ha una valanga di idee al giorno. L’altro è in continuazione fra i meandri della sua mente e non si preoccupa di ricordare nulla di ciò che gli accade. Potresti trovarti con una persona che ha vissuto il suo tempo come se fossero 200 anni di vita e l’altra che si e no ha fatto esperienze per 20.1
Nel mio caso, in Croazia ho compiuto diverse sfide a livello personale per cercare di uscire dalla mia comfort zone e ho cercato di provare cose nuove; di contro, tornato a casa, mi sono lasciato assorbire nella routine, dalla meccanicità di eventi che posso predire ad occhi chiusi.
Uno dei fattori che mi ha spinto verso la mindfulness è proprio questo. Molto spesso, intrappolati come siamo nelle nostre routine quotidiane, arriviamo a dare per scontate cose che non lo sono per nulla e a credere di conoscere ciò di cui in realtà non abbiamo scalfito che la superficie.
Non c’è un giorno uguale ad un altro ed il tempo che vi lasciate alle spalle non tornerà mai più indietro. Sono uno che predica bene e razzola male, ma il mio consiglio è di vivere ogni giorno al massimo, provando cose nuove per il gusto di provarle (e se laggente dice che “non ha senso” è una ragione in più per fare ciò che pensate). Viaggiate! Sfidante le convenzioni che non sapete nemmeno voi perché seguite! Fate, di tanto in tanto, cose che vi spaventa fare. Cosa avete da perdere? Non potete vivere in eterno, ma potete vivere intensamente.
“In the end, it’s not the years in your life that count. It’s the life in your years.” — Abraham Lincoln ↩
Ho appena finito di leggere il libro di Sheldon Kopp ‘Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!‘, un saggio brillante, denso di significato che nonostante le riflessioni profonde che provoca riesce ad essere comunque molto scorrevole e a catturare magneticamente l’attenzione del lettore. Senza dubbio un libro che consiglierei a chiunque.
Il volume si chiude con quello che l’autore definisce un ‘elenco escatologico della biancheria‘, ossia un elenco parziale delle “verità eterne“. Può essere visto come il sunto degli argomenti trattati dall’autore, derivante quindi dalla sua esperienza come psicoterapeuta ed essere umano. Tempo addietro ho pstato su queste pagine il mio ‘Manifesto’, se avete gradito le deduzioni di un ragazzo poco più che ventenne che la vita non ha ancora iniziato a viverla, direi che quelle del saggio dottor Kopp non potranno che piacervi e farvi riflettere.1
È tutto qui!
Non ci sono significati reconditi.
Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c’è alcun posto dove andare.
Siamo tutti già moribondi e saremo morti per molto tempo.
Nulla dura per sempre.
Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole.
Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa.
Puoi conservare soltanto ciò che dai via.
Non c’è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose.
Il mondo non è necessariamente giusto. L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura.
Nondimeno hai la responsabilità di fare del tuo meglio.
È un universo casuale a cui noi apportiamo significato.
Il male può essere spostato, ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi.
Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione.
L’infanzia è un incubo.
Ma è così difficile essere un adultoindipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a sé stesso perché non c’è nessun altro a farlo.
Ciascuno di noi è, in definitiva, solo.
Le cose più importanti, ciascun uomo deve farle da sé.
L’amore non basta, ma certamente aiuta.
Abbiamo soltanto noi stessi e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri. Forse non è molto, ma non c’è altro.
Che strano che tanto spesso, tutto sembra valer la pena.
Dobbiamo vivere nell’ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale.
Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti.
Tuttavia siamo tutti responsabili di tutti i nostri atti.
Nessuna scusa sarà accettata.
Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti.
È importantissimo trovarsi senza più capri espiatori.
Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza.
L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a sé stessi.
Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé.
Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze.
Cosa sai…con sicurezza… ad ogni modo?
Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più volte…
Se non avete familiarità con determinate tematiche psicologiche e filosofiche alcuni punti vi lasceranno scettici. Ho scelto tuttavia di non commentare ogni singola affermazione per invogliare a leggere il libro. ↩
Recentemente mi sono imbattuto nel discorso che il compianto scrittore David Foster Wallace tenne nel maggio 2005 per la cerimonia delle lauree al Kenyon college. A dire il vero mi era capitato davanti agli occhi numerose volte in passato, spesso citato da Filippo Corti, ma ho sempre rimandato la lettura, ho sempre trovato qualcosa di più interessante da fare. Ebbene — scusate il francesismo — ma sono stato un gran pirla.
Ad averlo letto entro una settimana fa, lo avrei sicuramente fatto diventare la colonna portante di questo mio post, visto che comunque la tematica di partenza è analoga. A dire il vero, mano a mano che proseguivo nella lettura, mi rendevo conto che venivano toccati praticamente tutti gli argomenti che ho trattato in questa sede, incorporandoli in un unico discorso organico. Bando alle ciance: qua trovate la versione originale, mentre qua la traduzione italiana. Leggetelo, non ve ne pentirete.
Aggiornamento:Diego Petrucci mi ha segnalato che è stata fatta una versione animata di questo discorso. Ecco il link.
Governare un grande Paese
è come friggere un pesciolino
[…] Il senso è: per entrambe le cose è bene interferire il meno possibile. Ma l’immagine ha anche un’altra risonanza. Gurdjeff usava dire che chi sa preparare bene una tazza di caffè può fare qualsiasi cosa. Il senso è: non importa cosa fai, importa il grado di presenza, di consapevolezza che porti in quello che fai. Una volta capito questo segreto, puoi applicarlo in qualsiasi contesto. Dunque se sai friggere bene un pesciolino, puoi governare un grande Paese.
Non è un mistero per nessuno che, da almeno due anni a questa parte, il mio interesse sia stato catturato da argomenti, “filosofici”, per così dire; in un certo senso questo stesso spazio in cui getto i miei pensieri nero su bianco, è il risultato di tali interessi.
A me è sempre piaciuto riflettere, ragionare sulle cose, cercare i “perché”. Da un lato questo mi ha permesso di sviluppare una genuina curiosità per (quasi1) ogni ambito, dall’altro ha creato un abitudine ad analizzare le situazioni che molto spesso si è rivelata controproducente, quando non addirittura paralizzante. Questa mia tendenza, unita al vortice di ormoni da cui si viene travolti in età adolescenziale, mi ha causato non pochi problemi nel periodo del liceo.
Svariate letture di stampo psicologico, sociologico e filosofico, unite ad interessanti conoscenze fatte tramite Twitter, mi hanno aiutato ad arginare questo aspetto “degenerativo” della mia mente; alcune tematiche le ho interiorizzate talmente tanto che hanno plasmato il mio carattere attuale e non c’è da stupirsi che siano molto presenti nei post che scrivo e che siano oggetto ancora di forte interesse.
A me viene un po’ da ridere quando alcune persone mi definiscono filosofo, soltanto per queste mie elucubrazioni. Non ho compiuto nessun reale studio, né elaborato alcuna teoria ( e quando ci ho provato il risultato è stato scadente). Quindi no, non sono un filosofo nel senso corrente del termine, ma lo potrei essere nel senso etimologico: filosofia deriva dal greco e vuol dire amore per il sapere. Sì, io amo conoscere cose nuove, mi piace ragionare ed una serata passata davanti ad una birra discutendo di argomenti stimolanti rappresenta una sorta di idillio, per me2.
Ho fatto questa premessa incentrata sulla mia esperienza perché ho notato che molte persone considerano tali discussioni, inutili. Le stesse persone che fanno del taleban-pragmatismo uno stile di vita, che ritengono superfluo tutto ciò che non sia funzionale a portare a casa la pagnotta e trovare un buco in cui infilare l’uccello. Massì, dico io, gettiamo alle ortiche la nostra cultura — la nostra essenza di esseri umani — e torniamo a darci clavate in testa!
Ovviamente quanto appena scritto è una provocazione. Però guardando bene moltissimi filosofi importanti erano anche uomini di scienza, questo perché la filosofia è la madre di ogni branca del pensiero umano; bollarla come insieme di riflessioni inutili sui massimi sistemi è, dunque, quantomeno riduttivo. Sebbene alcune opere — specie quelle di stampo metafisico — possano risultare ingenue o anacronistiche ai nostri occhi, rappresentano comunque un tassello che ha permesso la crescita della conoscenza umana fino al livello attuale.
Per non parlare di opere millenarie che, grazie alla loro infinita saggezza, riescono a risultare sempre attuali. Come il capitolo 29 del Dàodéjīng di cui riporto sotto la relativa interpretazione a cura di Augusto Shantena Sabbadini:
“Vorresti afferrare il Mondo e cambiarlo?
lo vedo che ciò non è possibile.
Il Mondo è un recipiente sacro:
non si può cambiare.
Coloro che lo cambiano lo rovinano,
coloro che lo afferrano lo perdono.
In verità gli esseri
a volte precedono a volte seguono,
a volte sono lamentosi, a volte sono arroganti,
a volte sono forti, a volte sono deboli,
a volte sono distrutti, a volte distruggono.
Per questo il saggio evita l’eccesso,
evita lo spreco, evita l’estremo.”
Questo capitolo può essere letto come un ammonimento contro l’idealismo rivoluzionario che ha caratterizzato la mia gioventù e quella di buona parte della mia generazione. Laozi dice: cercare di trasformare radicalmente il Mondo non ottiene gli effetti desiderati. Il Mondo è un “recipiente sacro”: in un linguaggio più comprensibile ai nostri giorni, il Mondo è un sistema coplesso. Le conseguenze dell’agire su di esso non sono esattamente prevedibili, e il passaggio seguente articola un po’ questa imprevedibilità. Per quanto possiamo cercare di inquadrarli in uno sviluppo ideale delle cose, gli esseri, le persone non si comportano mai come previsto. Il disegno ideale più nobile, quando viene imposto, si corrompe e dà risultati inaspettati. Questo tipo di mutamento non è durevole né benefico. I mutamenti durevoli e benefici sono unicamente quelli che emergono organicamente e spontaneamente all’interno del sistema, quelli che sono il prodotto di un’azione delicata (vedi commento al capitolo 78), quelli in cui molte piccole onde trovano una spontanea sinergia, non quelli in cui uno tsunami travolge l’esistente per rinnovarlo radicalmente. Per questo il saggio evita l’eccesso estremo.3
Personalmente provo grande ammirazione dinnanzi ad un grado d’intelletto che, interpretando presente e passato (che per noi sarebbero passato e trapassato), riesce a dedurre regole generali talmente affidabili da risultare valide millenni dopo. Rimango folgorato dal ragionamento che ha condotto Cartesio a formulare la massima — solo apparentemente scontata — “cogito, ergo sum”, ragionamento collegabile in parte al “velo di Maya” Schopenhaueriano ed affrontato a suo modo anche dalle varie correnti buddhiste. Citando Bernardo di Chartres noi «siamo come nani sulle spalle di giganti» e viviamo in un’epoca unica, in cui possiamo reperire ogni sorta di informazione per capire a fondo su cosa esattamente stiamo “poggiando i piedi”.
Foraggiare la mente è importante ed utile, non si vive di solo pane.
In genere presto sempre attenzione al mio interlocutore, ma se vi mettete a parlarmi di motori, lentamente muoio dentro. ↩
Probabilmente la vedo così perché non mi capita quasi mai, se fosse una costante potrei anche stufarmi. ↩
Su Twitter è esplosa una conversazione tra Andrea Patruno, Manuel Di Censo e me in seguito ad un mio tweet che recitava:
“Non si deve temere, né considerar vietata nessuna cosa che la nostra anima desideri”
Che ne pensate?
Come era prevedibile le reazioni sono state di profondo disaccordo, difatti quella frase aveva lasciato molto perplesso anche me: impossibile ignorare la funzione che ha la morale di tutelare l’ordine ed assicurare una corretta vita in società. Tendiamo a classificare gli immorali come delinquenti e gli amorali come sociopatici, possiamo quindi dedurre che queste “linee guida” da noi interiorizzate rappresentino la nostra coscienza, ciò che in definitiva ci rende umani.
La citazione in apertura è tratta da uno dei libri che sto leggendo in questo periodo — ‘Demian‘, di Herman Hesse — e l’ho tweettato con l’idea di stimolare una discussione (cosa poi avvenuta), ma non ho immediatamente proseguito nella lettura. Se lo avessi fatto avrei trovato poco più avanti un passo chiarificatore di ogni obiezione, infatti uno dei due interlocutori che stavano discutendo in quel punto del romanzo, muove le stesse critiche che sorgerebbero in mente a chiunque: è quindi lecito uccidere un uomo soltanto perché lo si odia e sorge in noi questo sentimento?
Ecco la risposta:
Non intendo che lei debba fare tutto ciò che le passa per la mente. No, ma non deve rendere innocue queste idee, che hanno la loro buona ragione, schiacciandole o moraleggiandovi su. Invece di crocifiggere sé stessi o un altro si può bere il vino da un calice accompagnandolo con pensieri solenni e pensando il mistero del sacrificio. Anche senza siffatte azioni si possono trattare con stima e affetto i propri istinti e le così dette tentazioni. Allora esse rivelano il loro significato, e tutte hanno un significato. Quando le viene in mente qualche cosa di pazzesco o peccaminoso, quando le venisse voglia di ammazzare qualcuno o di commettere qualche enorme porcheria, pensi un istante che codeste fantasie dentro di lei vengono da Abraxas. L’uomo che lei vorrebbe uccidere non è mai il signor tal dei tali, ma certo un travestimento. Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi. Ciò che non è in noi non ci mette in agitazione. Le cose che vediamo sono le stesse che abbiamo dentro di noi. Non esiste realtà tranne quella che è in noi.
Contestualizzando il tutto, dunque, riesce più facile condividere l’affermazione di partenza. Credo anche io che l’uomo tenda a vedere tutto ciò che lo circonda tramite una lente, un filtro, che arriva direttamente dal proprio sé e la maggior parte degli impulsi (o emozioni) che proviamo hanno poco a che fare con l’oggetto verso cui le dirigiamo.
Un classico esempio è la rabbia. Questa è un incitazione al “cambiamento”, quando siamo irritati è perché percepiamo che qualcosa deve essere cambiato, ma — parafrasando Jack Sparrow — non è detto che vada cambiato l’oggetto verso cui è destinata la rabbia, bensì potrebbe essere necessario mutare il nostro atteggiamento nei confronti di quest’ultimo. Ovviamente bisogna operare distinzioni a seconda dei casi: se dovessi assistere ad uno stupro, ciò che dovrà essere cambiato non sarà il mio atteggiamento nei confronti della situazione, bensì i connotati del tizio.
La chiave di tutto è comprendere sé stessi e quindi comprendere anche gli impulsi che ci muovono. Per saziare uno stimolo non è indispensabile sfogarlo, il più delle volte basta “osservarlo” in maniera acritica, ma con sincera curiosità. L’acriticità è fondamentale per non identificarsi con ciò che si prova e rimanervi incatenati nostro malgrado. Se ci limitiamo a soffocare le le nostre pulsioni, in quando non conformi alla morale comune, possiamo ottenere due risultati: esplodere come una pentola a pressione in maniera del tutto incontrollata, oppure roderci l’animo facendo diventare noi stessi l’oggetto di pensieri controversi.
Quello che, secondo me, vuole dire Herman Hesse è che per essere realmente in pace con noi stessi, dobbiamo accettarci in tutto e per tutto 1 e per poterlo fare dobbiamo conoscerci realmente. Tramite la conoscenza di noi stessi possiamo intuire ciò che è la realtà, al di là del filtro che il nostro ego ci pone di fronte agli occhi.
Come ho già accennato anche nel Dàodéjīng si parla di come la realtà che noi sperimentiamo non sia la “vera realtà” e tutto ciò che noi bolliamo come vero non è altro che una nostra costruzione mentale, a partire dal linguaggio che usiamo per definirlo. Successivamente Laozi dice che il governo del saggio “vuota i cuori2“, ossia porta le persona alla pace interiore, alla consapevolezza di sé e quindi riportarle in contatto con la vera essenza delle cose, in quanto noi siamo parte del Tutto.
Il collegamento con il Laozi non è forzato come potrebbe sembrare. Mentre leggevo ‘Demian’ continuavo a notare analogie, ma ciò che più mi ha colpito è stata la spiegazione del concetto sotteso dal nome Abraxas. Cos’è, anzi, chi è Abraxas? È un dio antico e misterioso, definito come “Dio altissimo” e “Padre ingenerato” che godeva di una certa fama presso gli alchimisti. La sua peculiarità era il rappresentare l’unione tra bene e male, Dio mischiato a Satana, in quanto al mondo nulla è interamente buono, né interamente cattivo. Vi ricorda qualcosa?
Direi che è un po’ difficile non vederlo come la deificazione del concetto di Ying e Yang. Incuriosito ho fatto una piccola ricerca e ho trovato questa (esteticamente orrenda) pagina web di cui voglio citare un piccolo estratto.
Per quanto è emerso sotto il profilo simbolico, non possiamo soffermarci su come Abraxas rappresenti un concetto archetipale, talmente sofisticato e astratto, che sembra sfuggire a qualsiasi possibilità di comunicazione dialettica. Esso raccoglie in sè la terra e il cielo, il sacro e il profano, l’uomo e il divino, il positivo e il negativo, il maschile e il femminile, la materia e lo Spirito, l’evoluzione e l’involuzione. Tali coppie non vivono, e neppure convivono, nella loro separatività, e neppure formano un equilibrio grottesco, ma bensì sono presenti ad uno stato potenziale, su di un piano superiore, non legato a fattori come percezione e cognizione, soggetto ed oggetto, ma di totale fusione.
A questo punto mi sento di azzardare che Abraxas non sia solo l’equivalente di Ying e Yang, bensì il Tao stesso, in quanto ne rivedo alcune tra le caratteristiche principali. A persuadermi ancora di più di ciò è la frase che ho messo in grassetto e che somiglia straordinariamente alla premessa che Laozi ha posto nel primo verso del Dàodéjīng:
Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao
La realtà ultima, qualcosa di così profondo, radicato ed eterno da non poter essere comunicato tramite il linguaggio.
Un Abraxas superiore, svincolato completamente da ogni azione e forma grossolana, di cui noi siamo il caduco riflesso, ma non in cielo e neppure all’inferno va ricercato, bensì in noi stessi.
Non si può conoscere realmente nulla, se prima non si conosce sé stessi.
A scanso di equivoci, non si vuole in alcun modo negare la possibilità di un cambiamento — anche profondo — nel proprio modo di essere, ma per poterlo operare è necessario accettarsi realmente e non rinnegare nulla di ciò che si è. ↩
心 (xīn) ha un significato più ampio dell’italiano”cuore”, abbraccia tutto ciò che noi associamo sia con il cuore (in senso proprio e figurato), sia con la mente. È perciò la sede del pensiero e delle emozioni, il centro della vita affettiva e morale, l’organo che presiede all’intenzionalità, alla volontà, all’attenzione e alla coscienza. Il cuore è “vuoto” quando è in uno stato di tranquillità, di contemplazione distaccata, di non identificazione con il pensiero, lo stato che normalmente associamo alla meditazione. ↩
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