Pronti, puntate, fuoco!

Sguardo non scorge che velo di Maya
ciò che hai dinnanzi lo credi sbagliato
cala veloce la pesante mannaia
grassa risata che scoppia d’un fiato

Gesti teatrali fanno da schermo
mentre con enfasi punti il dito
‘ché non sia tu l’oggetto di scherno
ma queste azioni ti hanno tradito

Sai che sta male vestire di nero
se tutt’attorno trionfa colore
hai fatto tuo un tale pensiero
ciò che è omogeneo lo credi migliore

Ora sei agnello in veste di lupo
voce tra tante confusa nel coro
l’ammasso di gente è un po’ d’aiuto
ma stai davvero bene con loro?

Non sei l’onda, sei il mare

Quello qui sopra è un affasciante mini-documentario sull’esperienza avuta dagli astronauti la prima volta che hanno visto la Terra fluttuare nello spazio, immersa nella totale oscurità, un’impatto talmente forte da cambiare per sempre il loro modo di percepire la realtà.

Avevo già letto, in passato, alcuni articoli e post che parlavano di questa esperienza, ma sentire le parole pronunciate da chi ha provato tale sensazione in prima persona è decisamente un’altra cosa, riesci a percepire l’emozione, il coinvolgimento e la loro ferma convinzione; comprendi che è qualcosa di reale e provi in un certo senso invidia per quella cerchia di eletti. D’altronde ammirare una foto ad alta risoluzione del nostro pianeta non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò che prova chi è là fuori, nel buio del Cosmo e osserva il pale blue dot.

Passato questo mix di emozioni condite da una punta di comprensibile invidia, ho iniziato a ragionare un po’ su quello che i vari intervistati dicevano (sorprendente come abbiano provato praticamente tutti le stesse sensazioni) , ricollegandolo ad un libro che sto leggendo in questo periodo: il Dàodéjīng.

In particolare:1

Una mente libera dal pensiero, immersa in sé, contempla l’essenza del Tao
Una mente piena di pensieri, identificata con le proprie percezioni, contempla solo la forma di questo mondo (trad. Star)

Il nucleo e la superficie sono essenzialmente la stessa cosa: le parole li fanno apparire diversi solo perché esprimono l’apparenza
Se occorre dar loro un nome, la meraviglia li descrive entrambi: di meraviglia in meraviglia l’esistenza si apre (trad. Bynner)

Questa conoscenza teorizzata da Laozi, riscoperta recentemente dalla fisica quantistica ed intuita dagli astronauti afferma che, in definitiva, noi non esistiamo; per lo meno non nel modo in cui siamo soliti pensare. Nel momento stesso in cui entriamo nel ciclo della vita, ci deliniamo come individui ed iniziamo a delineare il mondo in cui viviamo per mezzo del linguaggio, le parole tuttavia rappresentano la mappa, non il territorio: non toccano nemmeno lontanamente la realtà delle cose; non è un caso se l’esperienza, la saggezza, non è comunicabile a parole.

L’Uomo è paragonabile ad un onda, si muove sulla superficie del mare, ma rimane parte integrante di quest’ultimo e, fino a che non prende consapevolezza di ciò, non troverà mai pace perché continuerà a cercare il modo per esistere al di fuori dell’acqua. A modo loro gli astronauti arrivano ad una realizzazione simile: vedere dall’esterno il sistema in cui sono nati e vissuti fino a quel momento, comprendere — non tramite percorso logico, ma tramite esperienza diretta — che tutto ciò che hanno sempre ritentuto importante è, in ultima analisi, insignificante, capire che quello che normalmente si dà per scontato è mantenuto da un equilibrio precario; tutto questo li fa ridimensionare ed entrare in intimo contatto con il loro Pianeta che “è fatto della nostra stessa materia”.

Tornando al Dàodéjīng, è bene specificare che Laozi non sostiene si debba perseguire la vita monastica e rinunciare ad ogni piacere, in modo da eradicare il dolore e raggiungere l’illuminazione, al contrario! Si deve vivere nel mondo delle passioni, consapevoli però della sua parzialità e della nostra profonda connessione con tutto ciò che è esistente. Le onde sono parte del mare, ma continuano a danzare come onde.


  1. Ho scelto le traduzioni che a mio avviso rendevano il messaggio il meno criptico possibile. 

The ultimate list of educational websites

Molti di noi utilizzano Internet per svago, per soddisfare momentanee curiosità, o per procrastinare all’inifinito impegni urgenti — io rientro soprattutto in quest’ultima categoria. Con l’avvento del Web 2.0 però le potenzialità della Rete sono aumentate a dismisura, al punto da renderlo un luogo in grado di arricchire gli utenti dal punto di vista umano ed intellettivo, insomma: tutto sta nel selezionare adeguatamente le fonti per sfruttare questo strumento in modo proficuo, attivo, anziché subire passivamente informazioni di dubbia qualità.

In tempi relativamente recenti sono nati progetti di educazione online, i cosidetti educational websites, tra i quali il più conosciuto è Coursera. In questo periodo sto seguendo alcuni corsi online su questo sito e posso testimoniarne l’eccellente qualità, forse non sarà come partecipare ad una vera e propria lezione universitaria, ma è senza dubbio un’esperienza che consiglio a chiunque voglia arricchire il proprio bagaglio culturale e di competenza.

Oggi nel mio feed RSS ho trovato un’infografica che racchiude i migliori siti di educazione online (ovviamente tutti in lingua inglese), la maggior parte mi sono totalmente sconosciuti, ma a prima vista sembrano davvero validi. La riporto qui sotto, allo scopo di promuovere queste piccole gemme di conoscenza che davvero in pochi conoscono.

Educational Websites

Riporto anche il link diretto al sito menzionato in fondo all’immagine, dove potete trovare una lista ancora più corposa di siti utili.

My two cents

Ci sono momenti in cui hai una buona idea per scrivere un post, allora ti prende una voglia incredibile di darti da fare per tradurre i tuoi pensieri in caratteri scritti; poi però ti blocchi. Vuoi dire talmente tanto che finisci per non dire nulla, ogni cosa che metti nero su bianco ti sembra confusa, senza capo ne coda, non sai come iniziare né come finire. In casi come questi la cosa migliore è accantonare il progetto per un po’ e cercare di schiarirsi le idee, fare un po’ di decluttering mentale.

Quella che ho appena narrato è la storia di questo post. Volevo scrivere un articolo che riprendesse e analizzasse un concetto che sviscero forse troppo spesso, su questo blog come su Twitter e nella vita quotidiana: il qui ed ora. È buffo, se in questo momento fingessi di essere il me stesso di quattro anni fa e leggessi queste righe che sto scrivendo, così come alcuni miei post passati, probabilmente bollerei tutto come “boiate new age” e deriderei l’autore definendolo un “hippie recidivo”.

È strano come tutto sia in continuo cambiamento, come io stesso sia cambiato profondamente dopo la fine della mia carriera liceale, al punto da diventare quasi un’altra persona. Oscar Wilde disse: «La maggior parte delle persone, sono altre persone», questo perché ogni interazione che abbiamo con i nostri simili modifica leggermente la nostra identità, noi “prendiamo in prestito” — spesso inconsapevolmente — caratteristiche di altri individui, le facciamo nostre, siamo un blocco di argilla che viene costantemente modellato da agenti esterni. Ovviamente è possibile dirigere questo processo in modo attivo — previa presa di coscienza — ma questo è un argomento che forse tratterò in un post a parte.

Come ho detto all’inizio, avevo accantonato questo post in attesa di tempi migliori. Capita poi che Simone Fagini mi chieda un parere su questo suo sfogo e decido di sviare lievemente il discorso sul tema da lui trattato (che non è poi tanto dissimile, anzi). Premettendo comunque che tutto è opinione e ciò che penso io, può non adattarsi ad altre situazioni.

Sono sempre stato un tipo abbastanza direzionato verso il futuro.
Ora non dico non sia una cosa positiva, ma in alcuni casi lo sono stato troppo, a tal punto da non godermi affatto il presente, sempre intento a programmare e programmare e logorarmi da dentro quando non riuscivo a capire cosa davvero volessi o cosa dovessi fare.

Questo essere “futurista” mi ha dato spesso e volentieri motivazioni personali, che, nonostante tutto, penso siano le più forti e più efficaci.

Credo che questo sia un problema comune a molti giovani, persino Fabrizio Rinaldi vi ha dedicato una riflessione sul suo blog. Avendo citato in apertura il qui ed ora , dovrebbe essere chiara la mia posizione in merito, la pratica però è sempre più complicata della teoria: io ho 22 anni, vedo l’università come uno scoglio, non so cosa fare della mia vita e questo pensiero mi terrorizza. Viviamo in una società pragmatica, cinica, orientata al futuro, al profitto e al guadagno; la società della produzione al fine del consumo.

La chiave di tutto però è leggibile tra le righe, quando Simone scrive: «non riuscivo a capire cosa davvero volessi o cosa dovessi fare». Ho anche io riflettuto molto e ho fatto esperienza picchiando la testa più volte, per concludere che — in linea generale — non devi fare nulla che non vuoi fare. Sei il solo a vivere la tua vita e finché non hai la responsabilità di una famiglia che dipende da te, sei libero di stabilire le tue priorità ed i tuoi obiettivi.

Già, gli obiettivi. Riescono allo stesso tempo a dar senso alla tua esistenza e a fartela sprecare. Ho riportato una citazione, tempo fa, ma spendo ancora due parole: gli obiettivi hanno senso soltanto se non li puoi raggiungere. Una volta che ottieni ciò per cui ti sei tanto battuto, nulla ha più davvero senso, la tua conquista non sembra avere poi tanto valore; subentra la noia e allora devi porti un altro obiettivo. Da un lato questo atteggiamento mentale proprio di ogni persona, ci spinge a dare il meglio di noi stessi e a migliorarci costantemente, dall’altro ci fa vivere costantemente nel futuro: il presente non è altro che un tassello da mettere nella posizione giusta per poter raggiungere lo scopo prefissato. È vivere, questo?

Non so dare una risposta, sono uno dei tanti viandanti che cerca di farsi strada nella foresta della vita, ma credo che sia meglio tendere all’equilibrio, invece che agli eccessi. Il primo passo è capire le proprie inclinazioni, i propri gusti e cercare di rimanere su quel percorso, di modo da spendere ogni secondo al meglio. E non vivere a cento all’ora: la vita scorre già abbastanza velocemente, meglio procedere un po’ più con calma e godersi il paesaggio, piuttosto che arrivare in fretta a destinazione, stufarsi del posto ed avere rimpianti.

In questi giorni causa emicrania, ho avuto molto tempo per me stesso, per pensarci.
Ancora una volta mi sono isolato e ho analizzato, come sono solito fare, ogni minimo particolare, ogni causa, ogni conseguenza, ogni sviluppo.

L’autoanalisi — a patto di essere sinceri con sé stessi al 100% — è una gran cosa, ma dedicarsi alle riflessioni per troppo tempo, isolandosi dal mondo, non porta a nulla di buono. Ci sono passato anche io e spesso sono caduto nella trappola dell’auto-commiserazione, è molto meglio agire e tuffarsi in quelle cose (tutti ne abbiamo almeno una) che fanno ardere la nostra fiamma interiore. Perché, alla fine, ciò che davvero è importante è essere coerenti con sé stessi.

Ci sono cose che ci vengono insegnate e prendiamo per buone perché le nozioni giungono da autorità più grandi di noi, che sanno più cose e dunque senz’altro sapranno cosa è giusto e cosa sbagliato. Tralasciando la fallacità intrinseca di questo ragionamento, possiamo dire di aver realmente capito e imparato qualcosa soltanto quando l’abbiamo sperimentato in prima persona, non c’è migliore insegnante dell’esperienza. Allo stesso modo, Simone, non prendere per buone le mie verità, scopri le tue.

Voglio concludere con due citazioni (non si è capito che mi piacciono?), tratte da due film che hanno avuto un grande impatto su di me.

Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa fare della tua vita: le persone più interessanti che conosco a 22 anni non sapevano che fare della loro vita, i quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

The Big Kahuna

Personaggio 1
L’elemento narrativo esiste nel cinema perché esiste un tempo, così come nella musica, però tu non pensi prima alla canzone e poi crei la canzone, la canzone è una creazione che nasce da quel momento; ed è questo quello che il film ha: quel momento, che è un momento sacro. Come lo è questo momento, insomma, è sacro, ma noi ce ne andiamo in giro come se non lo fosse, come se alcuni momenti fossero sacri e altri no, esatto? Ma momenti come questi sono sacri e di fatto il film ce li fa vedere, ce li inquadra, ci fa dire: «Ah, questo momento allora è sacro!». E così, sacro, sacro, sacro, uno dopo l’altro; ma chi può vivere così, dicendo sempre: «Cavolo, è sacro!»? Se ora dovessi guardarti e renderti sacro, non so…forse smetterei di parlare.

Personaggio 2
O ti godresti il momento. Il momento è sacro.

Waking Life

Non ne posso più

Criticate perché scrivo
di talento sono privo
giudicate tanto fieri
quasi foste l’Alighieri

Ma sapete che vi dico
a me non frega proprio un fico
quando leggo la mia rima
provo sempre una gran stima

Niente amo, niente briglia
scrollo via questa fanghiglia
convenzione è vostra legge
mi sembrate solo un gregge

Professate pragmatismi
ignorando i vostri scismi
educate questi e quelli
ma chi siete, Machiavelli?

Rimanete sempre in gruppo
uniti voi potete tutto
non è bene restar soli
a veder nei propri cuori

Ognuno fa quello che può
perché vi sia lo status quo
vi credete duri e forti
ignorando d’esser morti

Forse non mi serve a niente
rimaner contro corrente
ma non bado al forte vento
faccio solo ciò che sento

Quando il politico deve fare il papà

Da poco tempo ci sono state delle elezioni politiche che hanno portato ad uno scenario anomalo di grande incertezza, da allora è molto comune trovarsi a confrontare le proprie opinioni con amici e conoscenti, finanche a scatenare veri e propri flame su quella fantastica macchina dell’anonimato che è Internet.

Qualche giorno fa, durante uno dei sopracitati scambi di opinione, il mio interlocutore se n’è uscito con un parallelismo illuminante per dimostrare il rapporto filiale che il popolo italiano ha con i capi politici dei principali partiti; in poche parole, molto pochi esprimono un voto ragionato, la maggior parte segue l’istinto, i sentimenti. Ovviamente non mi sono segnato le sue esatte parole, quindi dovrò fare una ricostruzione basata sui miei ricordi, tuttavia per correttezza metto quanto segue come citazione.

Se ci pensi possiamo vedere tutti i politici come figure paterne.

Monti è quel padre severo che esige obbedienza, vuole il bene dei suoi figli, ma non si lascia andare in slanci emotivi. Più propenso ad usare il bastone che la carota, impronta un percorso educativo piuttosto duro che darà i suoi frutti in un discorso a lungo termine, ma, al momento, ogni sua azione viene vista come un sopruso. Un padre del genere è facile che spinga i figli alla ribellione, piuttosto che all’obbedienza.

Poi abbiamo Grillo, quel papà “alternativo” e contro il “sistema”, quel papà un po’ hippie che si fa le canne con i propri figli, che quando arriva un brutto voto in pagella, invece di punire i pargoli, se la prende coi professori che non capiscono nulla. È molto facile che un genitore del genere venga venga apprezzato, che diventi complice, perché quasi un amico.

Bersani è un padre buono, giusto, ma un po’ assente; se gli chiedi una bicicletta nuova te la compra anche, ma per il resto se ne sta per i cavoli suoi, senza dare fastidio. Sicuramente ciò dà molta libertà ai figli, ma non si tratta di una figura accattivante o carismatica: è difficile che venga stimato.

Infine c’è Berlusconi. Un papà simpatico, eterno giovane che cerca sempre complicità con i propri figli. È quello che sfoggia un sorriso da marpione e dice: «Ma allora, come va con la ragazzina che ti piace tanto? Te la sei già trombata?!»; oppure, in caso di un brutto voto nel compito in classe di matematica se ne esce con: «Mannaggia, non potevi studiare un po’ di più?! Vabbé, senti, io te lo firmo, ma non lo dire alla mamma! E ora dai, andiamo a farci una partita a Gran Turismo che ho voglia di asfaltarti!». Insomma, un genitore che piace, in genere, ma soltanto perché coccola i vizi, non perché sia effettivamente un buon padre.

Francamente trovo questa analisi sorprendentemente azzeccata e mi ha fatto fare una riflessione non tanto sui politici, quanto sul popolo che li vota. Se i vari leader sono figure paterne, ciò implica che gli Italiani, di fatto, sono dei bambini — o, meglio, adolescenti — che traggono valutazioni impulsive basate esclusivamente sui loro sentimenti del momento. Per anni abbiamo avuto Berlusconi, abbiamo riso alle sue battute sconce e celebrato l’esaltazione dei vizi, poi ci siamo resi conto che fare le cicale tutto l’anno non porta a nulla di buono e siamo corsi (o siamo stati spinti) a ripararci sotto il rigore del tecnico Monti. Ovviamente lacrime e sangue non vengono accettate di buon grado, poco importa se alla lunga i sacrifici pagano: i bambini non hanno pazienza e gli adolescenti anelano alla ribellione! Quale miglior scelta, dunque, di “papà Beppe”, quando si è delusi ed incazzati con il sistema?

Ovviamente sono tutte semplificazioni, ma non credo possano essere definite banalizzazioni. Ormai che la maggioranza degli Italiani voti con la “pancia” è un dato di fatto, ma a questo punto è lecito chiedersi: come guidare proficuamente un paese composto da una mandria di bambini?

L’Italia e l’irresponsabilità diffusa

Mi lancio in un istintivo e — spero — breve sfogo che per molto tempo mi è rimasto incastrato in gola, riguardo quello che credo sia un atteggiamento tutto italiano. Dargli un nome ben definito è difficile, mi riferisco alla tendenza alla minimizzazione delle colpe che ritengo basata sul concetto noto in psicologia come responsabilità diffusa.

Kitty Genovese, tornando a casa dal lavoro, venne assalita mentre percorreva la breve distanza tra la sua automobile e l’edificio in cui viveva, nel quartiere di Queens a New York. Erano le prime ore del mattino, il suo aggressore la pugnalò, ma fuggì quando le urla della donna provocarono una reazione da parte dei vicini.

Che tipo di reazione? Alcuni accesero le luci di casa e sembra che qualcuno abbia urlato dalla finestra, ma questo fu tutto o quasi. Tornata la calma, l’assalitore riprese la sua aggressione, di nuovo la vittima, troppo debole per allontanarsi, implorò aiuto, e di nuovo l’aggressore si spaventò e scappò. L’aiuto non venne. L’aggressore ritornò, e questa volta uccise la donna.

Il passaggio è tratto da questo interessante articolo su ignoranza collettiva e diffusione di responsabilità. Mi limito a citare un ulteriore estratto che spiega a cosa corrispondono i termini che ho messo in grassetto:

Ignoranza collettiva (o pluralistica): fa si che gli astanti presumano che tutto va bene perché le altre persone presenti non dimostrano di percepire nulla di strano.

Diffusione della responsabilità: una diminuzione del senso di responsabilità percepito dal singolo individuo quando sono presenti altri possibili soccorritori.

È da tempo che noto un pensiero diffuso che definire fallace è dire poco, quella logica dell’omologazione per cui se la maggioranza delle persone agisce in un modo, anche se eticamente scorretto, diventa consuetudine assumere tale atteggiamento. Auto in doppia fila e tendenze opportunistiche sono solo la punta dell’iceberg, ciò che mi preoccupa davvero è sentire gente difendere a spada tratta Fabrizio Corona perché “lui va in galera, mentre gli stupratori sono a piede libero”, come se un reato debba venire depenalizzato a causa della (presunta) impunità di un crimine più grave.

Ancora più di recente è interessante notare come l’opinione pubblica concordi sul “mandare a casa” l’attuale classe politica, mentre sia pronta a perdonare impreparazione e castronerie dei candidati del Movimento 5 Stelle. Solo perché abbiamo avuto la sventura di vedere il titolo onorevole accostato ai nomi Carfagna e Scilipoti, non vuol dire che questi nuovi arrivati debbano essere esenti da critiche, anzi! Dovrebbero avere un’attenzione particolare proprio perché si propongono come una ventata di aria fresca nel panorama politico nazionale! Purtroppo essere i “meno peggio” non è abbastanza.

Altri esempi possono essere l’astensionismo elettorale basato sulla convinzione qualunquista del “tanto sono tutti uguali e non cambierà mai niente”, oppure l’evasione fiscale ad ogni livello che ormai viene vista come prassi e passa quasi inosservata.

Ho citato prevalentemente casi che hanno a che fare con la sfera civica perché tipici del vivere in società, ossia dei contesti in cui gli individui si influenzano tra di loro. Non so se sia stato appropriato o meno utilizzare i concetti di ignoranza collettiva e diffusione della responsabilità, ma da quando — un paio di anni fa — ho scoperto la loro esistenza mi sono accorto di quanto sia comune vedere questi meccanismi in azione. Nel caso in cui non c’entrino nulla, scusatemi e prendete questo pezzo per quello che in definitiva è: un semplice sfogo.

Solo un altro articolo sui Google Glass. Oppure no…

Sarà che, a 22 anni suonati, inizio a sentire il peso dell’età, ma ultimamente ogni volta che leggo di un nuovo prodotto rivoluzionario in ambito tecnologico, passato l’effetto “wow”, non posso fare a meno di pensare ai possibili effetti che avrebbe nella vita quotidiana delle persone. E non è mai tutto rose e fiori.

Di recente si fa un gran parlare di Google Glass, la nuova meraviglia made in Mountain View. Ora, io sono molto meno votato alla multimedialità rispetto a quanto lo ero anche solo due anni addietro, però non nascondo la voglia di provare quegli occhiali; non li trovo così brutti come molti affermano, inoltre — come dice Diego Petrucci — l’attrito è quasi inesistente e ciò li renderebbe qualcosa di simile ad un prolungamento naturale del nostro corpo. Riguardo la mera utilità, ognuno si deve regolare in base alle proprie esigenze e il mercato darà la sentenza definitiva; io, ad esempio, non trovo alcun utilizzo per un tablet, ma mi guardo bene dal definirlo inutile e bollare come cretini coloro che fanno schizzare alle stelle le vendite degi iPad. Alla luce di queste premesse, come mai questi occhiali mi fanno alzare un sopracciglio ogni volta che ne sento parlare?

La risposta non mi è subito stata chiara e sono stato costretto a riflettere a fondo, chiedendomi persino se non si fosse radicato in me un sentimento anti-Google, data la mia passione per i gadget Apple. Decisiva è risultata la visione della serie TV britannica Black Mirror (consigliata a tutti), che pone l’accento sul nostro modo di interagire con la tecnologia. Ho concluso che il “problema” non è quest’ultima, ma il rapporto che noi abbiamo con essa: non siamo in grado di gestirla adeguatamente.

Bisogna partire dal presupposto che ogni gadget è, per definizione, superfluo. Quando noi decidiamo di integrare un dispositivo nella nostra quotidianità, lo facciamo ritenendo che possa aumentare la qualità della nostra vita, ergo ne consideriamo pro e contro e constatiamo che i primi sono in numero molto maggiore rispetto ai secondi. Ciò che risulta fallace è la nostra capacità di pensare a lungo termine unita alla scarsa consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Quando una tecnologia diventa così bene integrata nelle nostre vite da sembrare parte integrante di noi stessi, avvengono due fenomeni parallei: da un lato tendiamo a diventarne dipendenti, dall’altro lasciamo che essa alimenti le nostre debolezze, le nostre pecche caratteriali.

È difficile rendere a parole il mio pensiero, quindi ricorrerò ad un esempio pratico che ho avuto modo di osservare in parte su me stesso, in parte su altre persone che conosco: lo smartphone. In tasca hai un dispositivo multifunzione che puoi — ipoteticamente — usare per rimanere in contatto con il Mondo intero e grazie al quale puoi accedere ad una enorme quantità di informazioni. Il fattore dipendenza è chiaramente intuibile e può essere generato sia dalle opportunità insite nella natura del dispositivo, sia dalle varie applicazioni installate che “combattono” per la nostra attenzione, ma come può un dipositivo alimentare le nostre debolezze? Ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare: ho visto ragazze controllare ossessivamente la differenza di orario tra l’invio di un loro messaggio in WhatsApp e l’ultimo accesso del destinatario, ho visto coppie litigare per un “mi piace” messo sotto il commento sbagliato, ho visto studenti universitari passare la settimana prima di un esame giocando compulsivamente a Ruzzle, pentirsene, ma continuare imperterriti come eroinomani in cerca di una dose.

Sono situazioni che indubbiamente non toccano tutte le persone, ma sono sorprendentemente diffuse. Per “debolezze” non intendo altro che le normali insicurezze che tutti hanno e che vengono alimentate da un uso inconsapevole di tecnologie che evolvono ad un ritmo molto più elevato di quella che è la nostra capacità di adattamento. Per questo motivo voglio avere un atteggiamento prudente riguardo questi rivoluzionari occhiali di Google, perché la loro totale assenza di attrito li renderebbe una trappola perfetta per le nostre fragilità caratteriali e inorridisco al pensiero che, in futuro, possa diventare la prassi vedere il mondo attraverso quello che a tutti gli effetti è un filtro, qualcosa che porterebbe la famosa bolla di Google al di fuori dal mondo virtuale e direttamente nel mondo reale.

Ciò detto, rimango un geek: adoro la tecnologia, i gadget ed il World Wide Web; ritengo solo utile, per le prossime generazioni, un’educazione all’uso di questi strumenti, in modo da approcciarvisi in modo consapevole e non venirne assorbiti.

Mindfulness e meditazione

Chi mi segue su Twitter saprà certamente che di recente ho iniziato a cimentarmi nella meditazione con risultati che, a mio modo di vedere, sono piuttosto significativi. In molti mi hanno chiesto di scrivere qualcosa a riguardo, ma ad essere sincero non so proprio come trattare l’argomento. Da un lato, con un mese di pratica all’attivo, non mi posso certo dire un esperto in materia (indipendentemente dalle letture da me fatte), dall’altro, volendo trattare come si deve l’argomento, sarebbe appropriato scrivere un vero e proprio libro, un manuale, non di certo un approssimativo articolo su un blog. Alla luce di queste considerazioni, ho deciso di scrivere le mie prime impressioni, congiuntamente ad una serie di consigli per principianti che mi sono stati davvero utili. Cercherò di essere il più chiaro e lineare possibile nei paragrafi seguenti, qualora non dovessi riuscire nell’intento, vi prego di scusarmi.

Il mio inizio

La mia love-story con la pratica meditativa ha avuto un periodo di gestazione piuttosto lungo. Infatti iniziai ad avvicinarmi alla tematica nel febbraio del 2012, fagocitando una valanga di articoli in lingua inglese e frequentando assiduamente la sezione dedicata su Reddit. Nonostante la buona volonta e gli sforzi — che poi avrei scoperto essere la causa principale delle mie difficoltà — le mie sedute risultavano più fonte di frustrazione che di relax; ero ossessionato dalla postura, non riuscivo a fermare i pensieri, credevo di sbagliare a respirare e, come se non bastasse, il mio cuore aveva la tendenza ad accelerare i battiti durante la meditazione, entrando in conflitto con il il ritmo del respiro e rendendo irritante tutto il processo. Non ci si deve meravigliare se abbandonai la pratica dopo poco più di un mese, in corrispondenza con un periodo di grande stress (sono una persona piuttosto ansiosa).

Nonostante questo fallimento, il mio percorso di self-improvement continuò per vie traverse, tanto che mi sento di considerare il 2012 come uno dei più significativi a livello di crescita personale. Ovviamente in tal senso Internet ha assunto — come sempre — un ruolo chiave, in particolare ho scoperto in Reddit una fonte inesauribile di stimoli. È proprio grazie a quest’ultimo che si è riaccesa la mia curiosità per la meditazione: in tutti i thread che aprivo veniva indicata come abitudine da sviluppare assolutamente per trarre il meglio dalla propria vita. Possibile che avessi sbagliato qualcosa io?

Dopo aver scoperto il progetto HeadSpace, mi sono accorto di essere incappato nei più comuni errori dei principianti ed è da questi che vi voglio mettere in guardia.

L’approccio mentale

Non importa quanto sia facile l’attività che vi apprestate a svolgere: se non avete il corretto atteggiamento, vi sembrerà sempre di scalare l’Everest in costume da bagno.

Siamo abituati ad essere immersi in mille impegni quotidiani: dobbiamo lavorare, studiare, allenarci, uscire con gli amici, ecc. La meditazione è dunque una delle tante cose da aggiungere alla to-do list della giornata, eppure è proprio questo il primo errore: meditare non vuol dire “fare”. La meditazione non ha nulla a che vedere con l’azione, ma con la consapevolezza. Nel momento in cui iniziate la seduta, tutto ciò che dovete fare è essere consapevoli di voi stessi, di ogni emozione, sensazione (piacevole e/o fastidiosa), suono, odore, sapore, pensiero e così via.

Altro errore molto comune è cercare di soffocare i pensieri, di avere la mente “vuota”. Mi spiace deludere chi davvero ci credeva, ma non è possibile fermare i pensieri, ciò che è possibile, anzi, auspicabile fare è permettere a questi di fluire liberamente ed andarsene così come sono venuti. Non lo ripeterò mai abbastanza: tutto ha un inizio ed una fine, perché pensieri ed emozioni dovrebbero fare eccezione? La tendenza che purtroppo si ha (o almeno io ho) è di identificarsi con ciò che si pensa. Quando sorge un pensiero negativo l’atteggiamento naturale è quello di combatterlo, cacciarlo, con il solo risultato che viene rafforzato e produce un effetto domino, tanto che sembrerà di avere un vespaio nella scatola cranica. A volte mi capita persino di notare il sorgere ed il passare di un pensiero negativo e, in una sorta di impeto masochistico, trovarmi a “rincorrerlo” per poterlo analizzare a dovere. Quando invece la mente produce qualcosa di felice, appagante, la tendenza è quella di indugiarvi, di trarne quanto più piacere possibile e finirne inevitabilmente dipendenti; ma dal momento che nulla è eterno, la sofferenza finale è scontata. Questa tendenza è gravissima perché, in ultima analisi, i pensieri non sono nemmeno qualcosa di reale.

Come fare, dunque, durante la meditazione? Vi posso assicurare che la mente non se ne starà quieta, non importa se produrrà immagini, suoni o monologhi interiori (quanto li odio questi!), non c’è nulla che possiate fare per annullarli. Dovete notare la loro presenza e lasciarli andare, spostando la vostra attenzione sul respiro. Non c’è praticamente nulla che possiate sbagliare, la meditazione non può essere giusta o sbagliata: o state meditando (allenando la concentrazione) o non stante meditando. Tutto ciò che dovete fare è allenare la consapevolezza, la concetrazione e lasciare che accada tutto ciò che si sta manifestando; non dovete cercare di controllare nulla perché il solo risultato sarà generare stress e rendere l’intera esperienza molto frustrante. È stato questo il mio errore, un anno fa.

La posizione

Per quanto possa essere affascinante l’idea di meditare nella posizione del loto, seduti su di un cuscino posto sul pavimento, non credo sia la soluzione migliore per un occidentale. Non che sia impossibile, sia chiaro, semplicemente è poco conforme alle nostre abitudini e io ho trovato parecchio difficile mantenere la schiena eretta — elemento molto importante.

Il mio consiglio è utilizzare una sedia da salotto, o da scrivania a patto che non sia girevole. Descrivere a parole la posizione ideale in cui sedersi è piuttosto complicato, quindi vi lascio un video esplicativo(https://www.youtube.com/watch?v=GUAaeYYOIRc). È in inglese, ma si capisce molto bene e spiega in modo mille volte migliore rispetto a come potrei fare io. Riguardo l’abbigliamento, più comodi siete, meglio è; per questo io prediligo il pigiama.

La pratica

Un errore che si tende sempre a fare è di sedersi e concentrarsi subito sul respiro, per poi lamentarsi che la mente non collabora e non ci si riesce a rilassare. Per poter meditare occorre prima fare entrare la mente in sintonia con il corpo.

Il metodo che ho sperimentato sulla mia pelle consiste nel prendersi il tempo per diventare consapevoli delle sensazioni che si prova, percepire il contatto del corpo sulla sedia, dei piedi sul pavimento, avvertire i suoni attrono. Poi procedere con una “scansione” del proprio corpo, come se si volesse costruire un’immagine mentale dello stesso, e solo dopo tutti questi passaggi, porre la propria attenzione al respiro.

Respirare è un’azione completamente naturale, eppure quando la si nota essa diventa meno automatica, si può provare la tentazione di controllarla; ecco, questo lo si deve evitare. Sebbene la respirazione fisiologicamente corretta in uno stato di relax sia quella diaframmatica, durante la meditazione dovete semplicemente osservarvi ed essere consapevoli del movimento e di dove avviene, senza cercare di pilotarlo. Dovete prima di tutto capire come siete, non cercare di essere come vorreste. Questo credo sia un suggerimento valido in molti ambiti, non solo nella meditazione.

Durante tutti questi passaggi, ogni volta che vi accorgete di esservi lasciati catturare da un pensiero, prendetene nota e tornate alla pratica, senza frustrarvi, senza rimproverarvi, ripetetevi che è tutto ok e andate avanti. Può essere che vi ritroviate a provare emozioni o vari fastidi fisici, personalmente in questi casi io cerco di porre la mia attenzione sul disagio e indagarlo con un genuino senso di curiosità. Molto spesso mi sono ritrovato a dare un nome a determinate emozioni che provavo, ma che non mi risultavano subito chiaramente identificabili; a volte è successo che sono semplicemente sparite. Nel caso dei pruriti questa tecnica di analisi è bastata per farli scomparire nel nulla.

Mindfulness

Mindfulness è un termine spesso usato come sinonimo di meditazione e, sebbene non sia esattamente così, ne rappresenta comunque un aspetto chiave. La traduzione più adeguata nella lingua italiana è “consapevolezza”. Praticare la mindfulness è qualcosa che va oltre i 10-20 minuti al giorno dedicati alla meditazione, comporta infatti essere consapevoli di tutto ciò che fate durante la giornata, senza lasciarvi “rapire” dai vostri pensieri (che comunque rimangono presenti); notare ogni sensazione provata ed indagarla sospendendo ogni giudizio.

La mindfulness, diversamente dalla meditazione, la si può applicare in qualsiasi contesto, in qualsiasi momento della giornata. Personalmente la utilizzo spesso mentre cammino, mi apro ad ogni stimolo, catturo ogni suono, odore, sensazione e, ogni volta che sorprendo la mia mente a vagare, riporto l’attenzione al contatto dei piedi con il terreno. Il trucco per ancorare l’attenzione al qui ed ora è concentrarsi su una sensazione che è sempre presente, il tatto diventa dunque il punto di riferimento per ogni attività, tanto quanto il respiro lo è per quella meditativa.

Le mie impressioni

Come ho detto è circa un mese che mi sto dedicando a queste pratiche e posso dire che funzionano. Non so come, non so perché, ma se devo fare un bilancio complessivo mi trovo ad essere mediamente molto più calmo e rilassato. Ho iniziato a notare i progressi dopo un paio di settimane, ma mi ci è vuoluto un po’ per collegarli alla meditazione, visto che era qualcosa che facevo totalmente senza aspettative.

Credo che questo sia un aspetto importante: l’aspettativa spesso soffoca i progressi. È un concetto trito e ritrito, lo so, ma noi stiamo vivendo in questo momento, cosa importa cosa viene dopo? Prima di venire sommerso di obiezioni, specifico che sto parlando della tendenza tipicamente umana di vivere ogni attività come un’incombenza da sbrigare prima di giungere alla successiva; approcciandosi alla realtà in questo modo come si può sperare di essere consapevoli? Sono stato così abituato a bypassare la realtà, a non viverla per quello che è, che molte volte quando applico la mindfulness mi trovo ad annoiarmi, non è folle?

Altra cosa che mi ha molto sorpreso è notare il mio rapporto con il fastidio/dolore, che poi credo sia quello che un po’ tutti hanno. Quando si è in una situazione poco confortevole, si tende a farla passare il più in fretta possibile, a concentrarsi sul momento in cui finirà, ma facendo così la rendiamo ancora più sgradevole. L’ho capito una settimana fa mentre mi allenavo in palestra: quando mi concentro sul movimento che devo fare e nulla più, sentendo i muscoli lavorare ed il respiro cambiare ritmo, sfrutto meglio la mia forza e finisco per essere meno affaticato. Quando invece vivo l’esercizio come un’incombenza necessaria al fine di arrivare al momento di riposo, finisco per spazientirmi e perdere il gusto per quello che sto facendo.

Ho fatto l’esempio di un workout, ma il ragionamento si può applicare alla gran parte delle situazioni, dalla coda alle Poste, ai ritardi di Trenitalia. Diciamo che, come effetto collaterale, in questo periodo sto imparando ad avere pazienza e concentrazione. Di pari passo ho un maggiore dominio sulle mie emozioni, un’ansia significativamente minore e riesco a trovarmi a mio agio nella maggior parte dei contesti, anche quelli che storicamente mi mettono più a disagio. Tendo a giudicare meno me stesso e chi mi sta attorno e, di conseguenza, subisco molto meno il giudizio altrui.

Non mi sento un Buddha, provo emozioni e le proverò sempre, penso e penserò sempre, ma sto di sicuro andando verso una maggiore comprensione di me stesso e, di conseguenza, un maggiore equilibrio, utile per porre un po’ più in prospettiva gli eventi che mi capitano.

Ho ancora i miei problemi, ci sono sedute in cui il mio cuore fa le bizze e giorni — in prossimità degli esami — in cui colgo un substrato di ansia che dà parecchio fastidio, visto che mi sono abituato alla sua quasi totale assenza. Però è passato solo un mese, sono fiducioso riguardo il futuro.

La fondazione HeadSpace

L’ho già nominata prima e ritengo meriti un approfondimento, è grazie al sito e all’applicazione di HeadSpace che mi sono riavvicinato alla meditazione. Una volta registrati si può usufruire di un programma denominato ‘Take10‘ che consiste in meditazioni guidate da 10 minuti al giorno per 10 giorni, correlate con video informativi e supporti per applicare la mindfulness quotidianamente. Ovvio, ogni persona è diversa, ma è un programma che consiglierei a tutti i novizi. Il fondatore, Andy Puddicombe, ha anche scritto un libro, del quale ho fatto una recensione su GoodReads e lo ritengo una lettura consigliata anch’esso.

Il programma HeadSpace, dopo i 10 giorni, continua previa sottoscrizione di un abbonamento. Si possono avere diverse opinioni riguardo il lucrare su di una pratica spirituale millenaria, io stesso storco un po’ il naso, ma — come ha detto qualcuno — «Se sei bravo a fare qualcosa, mai farla gratis». È il capitalismo, bellezza!

Dunque io vi consiglio caldamente la ‘Take10′, ma la decisione di pagare per il prosecuo della pratica sta a voi. Potete tranquillamente ripetere il programma gratuito in loop per un po’ di tempo, al fine di acquisire bene il procedimento e poi continuare per i fatti vostri.


Non è stato facile scrivere questo pezzo, ma spero di essere stato utile a tutti coloro che sono interessati nella meditazione, anche perché, per quel che ne so, non esistono guide valide in Italiano per nessun tipo di pratica meditativa.