Vale più la caccia che la preda

Lacan disse: «le fantasie non devono essere mai realistiche».

Quando otteniamo ciò che vogliamo non lo vogliamo, non possiamo volerlo più; perché il desiderio continui ad esistere deve avere i suoi oggetti eternamente assenti. Non è quella cosa che noi vogliamo, ma la fantasia di quella cosa; il desiderio, infatti, alimenta solo fantasie utopistiche.

Come disse Pascal: «Noi siamo veramente felici solo quando sogniamo ad occhi aperti la futura felicità». Significa la stessa cosa dire «Vale più la caccia che la preda» o «stai attento a ciò che desideri, non perchè lo otterrai, ma perchè sei destinato a nn volerlo più una volta ottenuto». L’insegnamento di Lacan é che vivere secondo i desideri non vi renderá mai felici.

Per essere pienamente umani bisogna cercare di vivere secondo le nostre idee e i nostri ideali, non certo misurando la vita in base a quanto avete raggiunto di quanto desideravate, ma in base ai piccoli momenti di integrità, compassione, razionalità, a volte anche di sacrificio. Perché alla fine, se vogliamo davvero misurare il significato della nostra vita, dobbiamo dare valore alla vita degli altri.

David Gale in ‘The Life Of David Gale

Farewell, Instapaper

Nella mia vita da utente iOS ho provato un numero enorme di applicazioni; quando seguivo blog dedicati mi trovavo a partecipare a moltissimi contest che nel tempo si sarebbero tradotti in una casella di posta elettronica intasata dallo spam. È comune per i possessori di smartphone cadere preda di questa mania di collezionare le applicazioni, credo che noi tutti si sia attraversato quel periodo in cui il telefono è così pieno di icone da farti spendere trenta secondi buoni per trovare l’applicativo che effettivamente serve al momento.

Passata questa fase inevitabile, i miei gusti e le mie esigenze si sono sempre più raffinati e mi hanno portato ad una gestione più intelligente del parco applicazioni, scegliendo quelle che effettivamente apportavano un miglioramento sostanziale alla mia esperienza utente, quando non alla mia stesa vita. Nonostante questa maggiore consapevolezza mi è ancora piuttosto facile cadere preda delle mode del momento, di quell’applicazione che tutti stanno provando, che ha quell’interfaccia così elegante e magari è anche gratis. Negli ultimi tempi ho resistito alla tentazione di provare Mailbox, ma c’è stato un periodo in cui impazzava l’utilizzo di tre parole che in breve tempo sarebbero andate ad identificare una specifica categoria di applicazioni: Read-It-Later.

Il concetto in sé mi ha colpito sin da subito e quindi ho condiviso l’entusiasmo generale, può essere davvero utile salvare lunghi e corposi articoli che si incontrano ogni tanto durante la navigazione e poterne fruire in un secondo momento, offline, ottenendone solo il testo, senza grafiche o distrazioni varie. Dunque provai subito Instapaper e Read it Later (ora Pocket), ma il primo parve convincermi maggiormente, al punto che decisi di acquistarlo quando divenne a pagamento. Oggi ho cancellato definitivamente Instapaper dal mio iPhone.

L’app in sé rimane validissima, così come le concorrenti (in particolare Quote.fm e Readability), però mi sono reso conto che non fa per me: la mia mente non ha il corretto approccio con la filosofia su cui si basa. Mi rivedo moltissimo nel ragionamento di Riccardo Mori, per cui gli articoli che vado a salvare, solo molto raramente finisco per leggerli, quindi Read It Later per me diventa ‘Read It Never‘. È da circa un anno che ho notato la comparsa di ragnatele sull’icona di Instapaper, ma non ho voluto desistere subito e ho tentato l’integrazione con il Kindle. Non so voi, ma la lettura degli articoli inviati all’eReader l’ho trovata a dir poco frustrante, almeno con un dispositivo privo di schermo touch.

Ho concluso che per le mie esigenze può tranquillamente bastare la Reading List di Safari, una funzione semplice, discreta e sempre presente, non importa ciò che accada. Qualcosa che può calzare a pennello per la maggior parte della persone non è detto che vada bene per te e, in tal caso, non devi fartelo andare bene per forza. Farewell, Instapaper, è stato bello.

Come un fiore di ciliegio

La vita è sofferenza.

Possono sembrare parole di in inguaribile pessimista, di un depresso cronico, di…Leopardi. In realtà è l’intuizione suprema di Siddharta, il Buddha, che non è in genere identificato con queste caratteristiche. Non voglio però analizzare l’omonima opera di Herman Hesse, o il pensiero buddhista, anche perché non ritengo di avere le conoscenze necessarie; desidero piuttosto usare quelle poche (pochissime) nozioni in mio possesso per dare una mia interpretazione di questa “verità“. Tenete però presente che tutto è opionione e che il mio concetto di verità non è necessariamente l’unico: a diversi modi di interpretare la realtà corrispondono differenti intuizioni.

La vita è sofferenza, dicevo. Perché? Fondamentalmente perché finisce. Ho già accennato a questo, ma non lo ripeterò mai abbastanza: tutto quel che esiste non è eterno. La tua storia d’amore finirà, il tuo migliore amico potrebbe tradirti da un momento all’altro, tuo padre morirà, il tuo stesso tempo è limitato; tutto ciò non è sbagliato, non è “male”, semplicemente è.

Noi uomini siamo creature curiose, razionalmente riconosciamo l’ineluttabilità degli eventi, ma vi ci opponiamo comunque, siamo così intrappolati dalla nostra percezione della realtà, che non riusciamo ad accettare l’ordine naturale delle cose, anzi: ci struggiamo perché le cose non vanno come dovrebbero, ossia come noi vogliamo che vadano. Ovviamente non posso fare un discorso simile senza generalizzare, ma penso che chiunque sia un minimo onesto con sé stesso possa ritrovarvisi, almeno parzialmente. Spesso siamo così ossessionati dall’inevitabile che ci preoccupiamo di perdere qualcosa quando l’abbiamo appena ottenuta, con il risultato che è come non averla affatto! Siamo in grado di provare sofferenza anche nei periodi di gioia! In questo caso specifico parlo con cognizione di causa, visto che mi è capitato spsso di avere paura di perdere dei rapporti a cui tenevo molto.

Di fronte all’ineluttabilità ultima — la morte — assumiamo un atteggiamento totalmente illogico. Visto che non si può sconfiggere la “Grande Consolatrice”, la tendenza generale è cercare di far sopravvivere la memoria, il nome, cosa che in passato ha portato alla costruzione di enormi monumenti funebri (come Kofun e Piramidi) per la costruzione dei quali sono stati sostenuti costi molto ingenti anche in termini di vite umane. Al giorno d’oggi l’importanza dei mausolei è notevolmente diminuita, ma la paura di venire dimenticati dopo la propria morte rimane in molte persone e spesso costituisce la spinta ultima delle grandi ambizioni personali; si lavora duro tutta la vita per accumultare una ricchezza da dover poi trasmettere in eredità (e investire nella propria tomba). Pare che il disturbo psicosomatico più diffuso al giorno d’oggi sia l’ansia e la cosa non deve sorprendere neanche un po’, se si tiene conto di ciò che ho detto poc’anzi.

La vità è sofferenza perché noi percepiamo in tal modo l’ineluttabilità. C’è una parola in uso nella tradizione buddhista che in giapponese suona “mujō” (無常) ed è intraducibile in una qualsiasi lingua occidentale: la si può definire come un misto tra malinconia, nostalgia e commozione per ogni cosa esistente. Questo termine, a dispetto delle apparenze, non ha però accezione negativa, perché tende a sottolineare il momento in cui “le cose” (tutte le manifestazioni dell’universo) ci toccano nel profondo della nostra sensibilità. Pone l’accento sull’esigenza di godere le cose nell’attimo in cui le si vive, proprio in virtù del fatto che sono effimere e possono svanire da un momento all’altro. È la pura focalizzazione sul “qui ed ora”. 1

Questo concetto si è radicato nella cultura giapponese a tal punto, che è il fondamento dello Hanami, festività in cui i Giapponesi viaggiano per il Paese allo scopo di ammirare lo spettacolo dato dalla fioritura dei ciliegi, evento tanto bello quanto breve che diventa metafora della vita stessa.

Umani
noi come in primavera
i fiori
dei ciliegi2

Sakura

UPDATE 1/06/2013
Mi sono reso conto di aver detto un’inesattezza: mujō (o mujōkan) è traducibile come “impermanenza”, mentre io l’ho confuso con “mono no aware” (もののあはれ). Sono due concetti strettamente correlati, ma non sovrapponibili, in quanto il secondo è molto più profondo, sottende più significati ed emozioni che lo rendono di fatto intraducibile in altre lingue.


  1. Non ho trovato alcun dato in internet, tutto ciò che ho scritto in quel paragrafo è derivato dalle lezioni di cultura giapponese. 
  2. Perdonate la parafrasi di Ungaretti, ma mi sentivo ispirato. 

Mai innamorarsi di un fiocco di neve

Striscia dei Peanuts in cui Snoopy dice: mai innamorarsi di un fiocco di neve

Sono così tanti, belli, candidi; all’apparenza uguali — ugualmente stupendi — eppure ognuno è unico. Quando però trovi il coraggio di tendere la mano per afferrarne uno, non hai che pochi secondi per contemplarne la bellezza: il tuo calore (il tuo amore?) lo fa svanire e tutto ciò che rimane non è che una banale goccia d’acqua.

Tu rimani lì, attonito, deluso. Triste. Ti senti in colpa per quello che è successo, anche se sai benissimo che non dovresti: è la natura del fiocco di neve dissolversi.

Mai innamorarsi di un fiocco di neve.

Non vogliamo immedesimarci in un essere umano

C’è stato un tempo in cui ero un accanito lettore di manga, genere che tutt’ora apprezzo molto, ma per cui la passione si è decisamente affievolita. Ebbene, un giorno mi capitò tra le mani un fumetto decisamente impegnativo da leggere1, dove per “impegnativo” intendo che non potevi concederti il lusso di affezionarti ad un personaggio, perché non ti era dato sapere se l’avresti trovato vivo nel numero successivo. Non valeva nemmeno il classico cliché del protagonista “invincibile”: non si poteva identificare un vero e proprio personaggio principale.

Diciamolo: ai fruitori di un’opera che prevede una narrazione piace immedesimarsi negli eventi o fare il tifo per dei personaggi, per questo rimaniamo spiazzati quando tale consuetudine viene messa a dura prova dagli autori. Non è necessario arrivare all’estremo di eliminare all’improvviso quelli che sebravano dei characters chiave, a volte basta porre in rilievo dei dubbi di natura morale nei confronti di coloro per cui si è portati a simpatizzare (Yagami Light in Death note o Walter Wite in Breaking Bad).

Si può però arrivare a strategie ancora più sottili per disorientare lo spettatore/lettore, ed è qui che si giunge a Mad Men. Un telefilm che sin da subito presenta un cast di personaggi ben nutrito: un protagonista tanto carismatico quanto enigmatico che cattura subito lo spettatore ed un gruppo di comprimari, le cui psicologie vengono rivelate in tutta la loro intricatezza dalle storyline secondarie, rendendoli ipoteticamente in grado di gestire degli spinoff a loro dedicati. Non esiste una trama vera e propria, non c’è l’esplosione adrenalinica di Breaking Bad, né avvincenti casi da risolvere tipici dei polizieschi; semplicemente viene fatto scorrere il racconto delle vite dei protagonisti.

Lo spettatore segue le vicende personali di questi businessmen, normalissima gente degli anni ’60, ma è proprio la “normalità” a fare scattare la trappola. I personaggi sono tormentati, corrotti, frustrati, in una parola: umani. Veniamo messi di fronte ai nostri stessi vizi, in modo così violento che siamo restii a lasciarci andare alle immedesimazioni; l’uomo che in una puntata ha agito rettamente, mostrando un cuore d’oro, in quella successiva lo vediamo comportarsi in modo totalmente amorale, ma con una naturalezza ed un cinismo che ci fa chiedere se, al suo posto, non avremmo reagito allo stesso modo.

Davanti ad uno show simile, l’unica strada che ci rimane è elevarsi al di sopra dei personaggi, essere i loro giudici, criticare o approvare le loro azioni a seconda del contesto. Guardando Mad Men, lo spettatore si sente moralmente superiore alle persone di cui sta seguendo la storia, ma, in cuor suo, sa di avere le loro stesse pecche: è pur sempre un essere umano.


  1. Non ne rivelo il nome, per evitare il rischio di spoiler. 

Ricompensa chi se lo merita

Nessuno è nato ieri, al giorno d’oggi è prassi comune ricorrere alla pirateria informatica e ho già trattato questo argomento in un altro post. Oggi però vorrei fare una brevissima riflessione su di un settore specifico: il download illegale di software.

Sulla carta non cambia nulla dalle altre tipologie di download, sono sempre flussi di dati che scarichi dalla rete e archivi sul tuo computer, senza avere alcun diritto di farlo. Però i software sono strumenti che usi tutti i giorni, che spesso e volentieri ti semplificano la vita così tanto da risultarti indispensabili, strumenti ideati con fatica e dedizione da persone alle quali tu stai sottraendo la loro principale fonte di guadagno.

Bada bene che non sto parlando di grandi software house come Adobe, i cui applicativi costano un occhio della testa e che tu — utente comune — utilizzi sporadicamente, o che comunque rappresenterebbero una spesa proibitiva, qualora non fossero indispensabili per la tua attività lavorativa; mi riferisco a quelle utility così ben integrate nel tuo workflow che, ormai, le vedi come parte del sistema operativo che utilizzi.

Prova a fare un po’ di mente locale: quali sono quelle applicazioni di cui proprio non puoi fare a meno? Quelle che davvero ti sono indispensabili? Hanno davvero un costo così proibitivo da dover depredare gli sviluppatori dei loro guadagni? Considera che tra gli effetti positivi dell’acquistare legalmente un software (oltre al supporto dato ai dev) vi è la garanzia di futuri update, senza dover aspettare che i vari “smanettoni” di turno generino nuovi seriali che per poter continuare ad utilizzare il programma.

Personalmente tra gli obbiettivi che mi sono dato per il 2013 vi è l’acquistare le licenze di tutti quei software che uso quotidianamente e di cui so di non poter fare a meno. Non sono molti, ma per alcuni è necessario risparmiare un po’ (tipo 1Password) e credo che francamente ne valga la pena. Non so se sono io ad essere esagerato sotto questo aspetto, ma ho notato che il dover sempre controllare che la nuova versione di un software a me indispensabile sia già stato “crackato” (bruttissimo termine, lo so) è una fonte di stress. Trovo che dare 15€ ad uno sviluppatore per un lavoro che mi migliora la vita in modo sostanziale, mi faccia vivere più sereno.

Pensa alle tue applicazioni must-have, controlla il costo e valuta seriamente l’acquisto. Non te ne pentirai.

La musica in un solco

Siamo nel 2013, il periodo del cloud computing, dove tutto è nella “nuvola”, i supporti fisici stanno scomparendo e servizi come Spotify spopolano.

Siamo nel 2013 ed io, quando sento il bisogno di ascoltare un po’ di buona musica, vado in taverna, accendo l’amplificatore, metto un vinile sul piatto ed inizio a sognare. Sono hipster? Forse, ma voglio provare a spiegare il motivo di questa nostalgia per tempi che non ho mai vissuto.

Una perenne colonna sonora

Da quando gli iPod (o addirittura i walkman) sono entrati nelle nostre vite, la musica è con noi in qualsiasi momento: si ascolta musica mentre si lavora, si ascolta musica sui mezzi pubblici, si ascolta musica mentre si cammina1, mentre si corre, mentre si fa praticamente qualsiasi cosa. Si ascolta, o si sente?

L’impressione che ho è di essere costantemente immerso in una colonna sonora: la musica accompagna la mia vita, ma rimane in sottofondo, l’impatto comunicativo è drasticamente ridotto. Mi verrebbe da ipotizzare che il calo qualitativo della musica “commerciale” che si nota in questi ultimi anni possa essere correlato a questa tendenza, ma sarebbe pura speculazione.

Quello che però so — perché provato sulla mia pelle — è che capita di far partire la riproduzione della prima traccia di un album e, senza quasi averne sentore, trovarsi nelle orecchie degli auricolari da cui non fuoriesce più alcun suono. Cinquanta minuti sono passati nella più compelta passività.

Experience the music

Se c’è una cosa in cui i vinili sono insuperabili è il saper rendere la musica un esperienza; ogni album è una porta aperta verso un viaggio da compiere, il cui step fondamentale è sempre il solito: girare il disco.

Non potete capire quanto sia importante, anzi, vincolante quel passaggio: il fatto di dover cambiar lato al vinile ti rende parte attiva del processo di ascolto.

Provo ad elencare altri punti che, a mio modo di vedere, contribuiscono a rendere unico l’ascolto di un disco in vinile.

  • Essere legato ad un luogo d’ascolto

Il non poter portare con te la musica, rende necessario il trovare un momento apposta da dedicare a questa attività, non
puoi certo farlo mentre vai a correre o vaghi da un locale all’altro della casa. Ciò contribuisce a creare una certa ritualità

  • Le custodie

Vogliamo parlare delle cover giganti che contengono i dischi, accompagnate spesso da inserti e fogli con i testi delle
canzoni? Fogli, non libricini minuscoli scritti con font discutibili che ti fanno perdere una diottria al minuto!

  • Ascoltare i brani nel loro ordine

L’impossibilità di saltare agevolmente da un brano all’altro o di trovare il punto preciso di una canzone possono sembrare
pecche, ma in realtà sono alcuni dei più grandi pregi di questo formato, perché ti costringono ad ascoltare l’opera nella sua
totalità, in modo attivo e cosciente.

  • Riproduzione continua

A mettere la cigliegina sulla torta sono poi quei giganti della musica2, che strutturano l’album di modo che la conclusione
di una canzone corrisponda all’inizio della successiva, rendendo quasi impossibile lo scegliere una canzone particolare e
omogeneizzando l’opera in maniera tale che risulti davvero un’esperienza per l’ascoltatore.

Non potete sapere quanto possa essere appagante sedersi in poltrona, con ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band‘ sul piatto, tenendo in mano la custodia di cartone e leggendone i testi o la storia. Ascoltare musica diventa come scrivere, leggere, fare esercizio: stai facendo — non subendo — qualcosa.

In medio stat virtus

Ovviamente non credo che si debba boicottare il progresso teconologico e fiondarsi all’ascolto dei vinili come se fosse l’unica via. Anche io spesso ascolto musica “passivamente” e lo trovo piacevole; questo pezzo lo sto scrivendo sulle note dei brani di Cat Stevens e, in generale, non penso riuscirei a scrivere nulla senza della musica in sottofondo. Credo però si debba diventare consapevoli di questa tendenza e controbilanciarla; la musica è arte e merita di essere goduta al meglio.

Per voi la risposta potrebbe essere chiudervi in macchina, mettere un brano del vostro artista preferito e cantarlo a squarciagola. Per me è andare in taverna, accendere l’amplificatore, mettere un vinile sul piatto ed aspettare che la puntina scorra dolce, ma decisa, tra solchi neri in cui artisti geniali hanno intessuto emozioni per farle giungere fino alle mie orecchie.


  1. È ormai un anno (forse anche di più) che ho smesso di farlo e ho la sensazione di godermi di più le camminate. 
  2. Alcuni nomi: Pink Floyd su tutti, ma anche led Zeppelin e Beatles. 

Sulle (non) necessità

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»

Nell’ultimo periodo mi sto dedicando molto alla lettura ed uno dei volumi che sto apprezzando maggiormente è ‘Pensieri‘ di Marco Aurelio, come probabilmente sanno bene coloro che hanno la sfortuna di seguirmi su Twitter o di essermi amici su Facebook. Ogni pagina è ricca di riflessioni che si intersecano, tessendo la tela di una filosofia di vita che, per certi aspetti, può suonare molto attuale. La citazione con cui ho aperto questo sproloquio è tratta da lì e mi ha fatto riflettere molto più di altre, non solo perché parrebbe un pensiero tratto dalla corrente del minimalismo — della quale l’autore non ha mai saputo l’esistenza — ma anche perché tratta di qualcosa su cui mi sono soffermato a pensare di recente.

Io sono un ragazzo piuttosto curioso, con vari interessi (alcuni solidi, altri “usa e getta”), che in particolare è attratto dalla tecnologia. Questo ambito è da sempre croce e delizia del consumatore perché, se da un lato fornisce comodità e benefici in senso lato, dall’altro porta a raffinare le nostre esigenze, quando non a crearle di sana pianta. Su Twitter seguo molte persone affini a me e vedo che un numero curiosamente alto di queste si diverte a provare ogni tipo di applicazione possibile, alcune con funzioni simili, se non identiche; per non parlare di chi cambia telefono a livello annuale, fino ai casi limite che in un anno arrivano ad avere per le mani tre tipi di smartphone differenti (giuro!). La domanda è: abbiamo davvero bisogno di ciò che desideriamo così fortemente?

Se hai acquistato Tweetbot per iPhone e l’hai sempre trovato eccellente, come mai lo accantoni per Twitterrific 5? Sì, può essere migliore per determinati aspetti, ma i vantaggi che ti porta valgono i rovesci della medaglia, come la spesa complessiva delle due applicazioni? Tu hai davvero bisogno di cambiare client, se fino al giorno prima eri soddisfatto di quello che usavi quotidianamente? Se il tuo iPhone 4 compie ancora tutte le “magie” che te ne avevano fatto innamorare, pur con un certo grado di lentezza, hai realmente la necessità di comprare un modello nuovo?

Non voglio fare il moralista, riconosco che a questa mia tesi possono essere fatte molte obiezioni, probabilmente molte più di quelle che mi vengono in mente in questo momento, ma forse fermarsi un attimo e discernere tra esigenze reali e percepite non sarebbe una cattiva idea. Ovviamente nessun eccesso è mai consigliabile: fare i “Thureau del 2000”1 e rinunciare ad ogni tipo di comodità in quanto distrazione dalla vera essenza della vita è un radicalismo assurdo; la tendenza a volere maggiore efficienza e comodità, a migliorarsi costantemente, è stata il propulsore della nostra cultura. Eppure, come una mia amica adora dire, “c’è sempre un cono d’ombra”, un rovescio della medaglia.

Rischiamo di agire in modo automatico, guidati esclusivamente dall’istinto, in quanto la “novità”, “la comodità”, sono per noi fonte di piacere; a livello neurologico agiscono sul centro del piacere, causando rilascio di dopamina. C’è ben poca differenza tra effettuare l’acquisto di ‘Twitterrific’ e fare un tiro di sigaretta, tra provare un nuovo iPhone e masturbarsi. A questo punto alcuni di voi staranno già sorridendo o penseranno che sono pazzo, ma vi assicuro che il meccanismo attraverso il quale traiamo piacere, soddisfazione, è quasi sempre lo stesso, indipendentemente dal mezzo utilizzato per ottenerlo2; il che significa che, se non si sta attenti, è possibile sviluppare una dipendenza da qualsiasi cosa sia per noi piacevole. In fondo quanti possessori di smartphone intasano i loro dispositivi con app che non usano praticamente mai? Se sono riconosciute le dipendenze da shopping e da Internet, cosa impedisce ad un individuo di diventare un “downloader compulsivo”?

Forse ho divagato, forse ho esagerato, forse ho scritto un opinione che non attecchirà in un nessuna delle menti dei miei eventuali lettori, ma credo valga davvero la pena di riflettere sulle parole di Marco Aurelio:

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»


  1. Mi riferisco all’esperimento condotto da Henry David Thureau e narrato in questo libro 
  2. Sull’argomento consiglio caldamente la lettura de ‘La Bussola del Piacere‘ 

Luci ed ombre sulla pirateria informatica

È inutile girarci intorno: se hai una minima familiarità con la Rete, sei (o sei stato) anche un pirata informatico. Io non mi posso considerare un nativo digitale, il mio approccio ad Internet è stato tentennante — anche a causa di genitori non molto lungimiranti riguardo le nuove tecnologie; eppure, una volta connesso al Grande Web, il piratare contenuti coperti da copyright mi sembrò subito un’azione naturale, tant’è che non mi resi conto fin da subito della sua illegalità.

A legittimare questo comportamento è anche il modo stesso in cui queste pratiche vengono trattate — totalmente alla luce del sole — e l’inefficacia delle punizioni inflitte dalle autorità, le quali non possono quasi mai rintracciare i singoli utenti. L’anonimato di Internet aiuta molto anche in questo senso.

Come su ogni argomento di peso, anche sulla pirateria sono state svolte battaglie ideologiche, nelle quali le grandi major discografiche ricoprivano il ruolo di mostri assetati di soldi e i gestori di tracker torrent e siti di hosting, di immacolati paladini della libertà. Ovviamente non è così.

O meglio, che le major siano assetate di denaro ed estremamente conservartici riguardo i metodi di distribuzione della musica è un dato di fatto, ma rimangono comunque delle vittime. Non c’è nulla di nobile nell’appropriazione indebita e i pirati non guardano in faccia a nessuno: si procurano illegalmente la suite di Adobe, tanto quanto lavori di programmatori indipendenti (spesso con prezzi irrisori). Lo so perché io stesso ho agito e agisco così, sebbene stia lentamente invertendo il processo.

Come sempre il problema risiede nella mentalità, si è abituati a spendere per oggetti tangibili, non per agglomerati di byte. È uno scoglio psicologico non da poco, pensare di dover spendere una discreta somma di denaro per qualcosa che non potrai mai percepire realmente con i tuoi cinque sensi, quando hai la possibilità di averlo gratis senza correre alcun rischio. Si arriva quindi al paradosso di chi spende 500€ per uno smartphone e poi si procura illegalmente applicazioni dal costo medio di 80cent.

Dunque io mi trovo a condannare la pirateria, pur essendone ancora “schiavo”; si tratta quasi di una dipendenza e non escludo che lo sia davvero. Eppure ci sono forme di condivisione illegale che approvo e approverò sempre. Grazie ad Internet posso trovare un infinità di telefilm o programmi televisivi americani e inglesi che probabilmente non arriveranno mai in Italia, o ci metteranno anni a venire trasmessi. Non parlo solo dell’ultima stagione di Breaking Bad, ma anche di programmi divulgativi della BBC estremamente interessanti e di qualità eccelsa. Da questo punto di vista, vedo la pirateria come una risorsa per diffondere la cultura, difatti in questo caso mi piace più parlare di “condivisione”.

Vorrei proprio spendere due parole su questo punto: la condivisione. Peer-to-peer (p2p) è tradizionalmente il termine più associato alla pirateria informatica, sebbene non sia la stessa cosa. I programmi p2p consentono lo scambio di file tra utenti e questo non è di per sé illegale, infatti la varie proposte fatte in passato di bloccare questo protocollo di scambio sono tutte naufragate.

Negli ultimi anni è però nato il fenomeno del file hosting, ossia diversi servizi web mettevano a disposizione di utenti uno spazio sui loro server per fare l’upload di file e poterli scaricare in un secondo momento tramite un link appositamente generato. In molti videro questo nuovo sistema come il successore del p2p, visto che gli utenti potevano scaricare tutto a velocità di banda, senza limitazioni legate al numero di persone che condividevano i file. Infatti non si tratta più di condivisione, ma di vendita.

Parlo di vendita perché gli hoster incoraggiano l’utenza a sottoscrivere degli abbonamenti per avere determinati vantaggi (download più veloci e spazio illimitato). Non solo: determinati gestori premiano gli uploader con un sistema pay-per-download che associa un punteggio per ogni download che proviene dai loro link; tali punteggi sono convertibili in denaro. Fino a qualche tempo fa un uploader molto famoso presso i forum dedicati, arrivava a guadagnare sui 400€ giornalieri, cifra affatto trascurabile.

Ricapitolando: in origine abbiamo una comunità di utenti che scambia file per il solo gusto di condividere, da questa nasce una diramazione di persone che pagano degli hoster per servizi che li portano ad acquisire materiale coperto da copyright non regolarmente acquistato e, addirittura, coloro che forniscono materiale hanno la possibilità di arricchirsi compiendo un attività illecita.

Che la pirateria faccia comodo agli utenti è vero, ma è meglio non vestire da ideologia ciò che, ormai, è diventato business.

Il (non tanto) buon senso

In origine il senso comune (common sense) era inteso come una virtù propria dell’uomo che gli consentiva di distinguere il vero dal falso, in poche parole era la capacità di fare ricorso alla ragione; era il buon senso.

Come accade anche con altri termini il suo significato è cambiato, si è evoluto: oggi per senso comune si intende l’accettare pregiudizi, prendere per vera un’opinione che ha il solo merito di essere quella più diffusa. Quando vostra madre (o vostra nonna) da bambini vi ersortava a non comportarvi in un certo modo ed usare il buon senso, anche se il suo fine era educativo, in realtà vi stava implicitamente insegnando a sottostare a ciò che altri ritengono “giusto”, senza però nemmeno sapere bene il perché.

Potreste non averci mai fatto caso, ma il senso comune è un giogo che ci opprime giorno dopo giorno e condiziona pesantemente le nostre vite; non ho compiuto ricerche di alcun tipo, ma sono convinto che sia una delle principali cause di stress e depressione.

L’uomo — diceva Aristotele — è un animale sociale, ha bisogno di vivere in comunità ed è l’unico essere vivente ad essere in grado anche di amministrare la società in cui vive. Ciò su cui però non ha alcun potere diretto sono le dinamiche relazionali che si instaurano nelle comunità e che fissano dei codici, delle leggi non scritte alle quali chiunque si sente costretto ad aderire.

Personalmente ritengo che ogni individuo è libero di fare ciò che più gli aggrada, nei limiti del rispetto altrui. Credo che chiunque, in linea di massima, possa dirsi d’accordo con questa affermazione; allora come mai ciò non avviene nella quotidianità delle nostre vite? Quante volte avreste voluto agire in un determinato modo, ma vi siete bloccati al pensiero: «cosa penserà di me la gente?». Eccolo qua: il senso comune, la prigione invisibile!

Ovviamente non tutti sentono lo stesso grado di pressione, in fondo non ci sono due fiocchi di neve identici, ma coloro che vivono in modo coerente con loro stessi sono una netta minoranza: la maggior parte delle persone segue i sentieri già tracciati dal gregge. Notate bene che non mi elevo a giudice dell’umanità, anzi! Per la maggior parte del tempo io sono una di quelle pecore!

Uno psicologo una volta mi ha detto:

Vuoi sapere qual’è il desiderio segreto della maggior parte delle persone che sono state mie pazienti in questi anni? Andare al cinema da soli.

Quale migliore esempio di regola non scritta? Pensateci bene: volete andare al cinema a vedere un film che attendete da tanto, ma non interessa a nessun vostro amico; che fate? Andate lo stesso? Perché no? Se vuoi qualcosa, allunga la mano e prendila! Bisogna combattere il pregiudizio, inizialmente sembrerà innaturale, ma se si cerca di godersi il momento e si entra nell’ottica che si sta facendo qualcosa per la persona più importante della propria vita — ovvero sé stessi — ci si sentirà presto liberi di un grande peso.

Più di un mese fa ho colto l’occasione e sono andato da solo al cinema. Qualche amico ha pensato fossi impazzito, ma me ne sono fregato alla grande. È stato un po’ strano, sulle prime, ma poi mi sono davvero gustato il film e ho passato una bella serata che altrimenti sarebbe stata parecchio noiosa. Stasera ripeterò l’esperienza e mi auguro vada addirittura meglio.