Siamo come nani sulle spalle di giganti

Non è un mistero per nessuno che, da almeno due anni a questa parte, il mio interesse sia stato catturato da argomenti, “filosofici”, per così dire; in un certo senso questo stesso spazio in cui getto i miei pensieri nero su bianco, è il risultato di tali interessi.

A me è sempre piaciuto riflettere, ragionare sulle cose, cercare i “perché”. Da un lato questo mi ha permesso di sviluppare una genuina curiosità per (quasi1) ogni ambito, dall’altro ha creato un abitudine ad analizzare le situazioni che molto spesso si è rivelata controproducente, quando non addirittura paralizzante. Questa mia tendenza, unita al vortice di ormoni da cui si viene travolti in età adolescenziale, mi ha causato non pochi problemi nel periodo del liceo.

Svariate letture di stampo psicologico, sociologico e filosofico, unite ad interessanti conoscenze fatte tramite Twitter, mi hanno aiutato ad arginare questo aspetto “degenerativo” della mia mente; alcune tematiche le ho interiorizzate talmente tanto che hanno plasmato il mio carattere attuale e non c’è da stupirsi che siano molto presenti nei post che scrivo e che siano oggetto ancora di forte interesse.

A me viene un po’ da ridere quando alcune persone mi definiscono filosofo, soltanto per queste mie elucubrazioni. Non ho compiuto nessun reale studio, né elaborato alcuna teoria ( e quando ci ho provato il risultato è stato scadente). Quindi no, non sono un filosofo nel senso corrente del termine, ma lo potrei essere nel senso etimologico: filosofia deriva dal greco e vuol dire amore per il sapere. Sì, io amo conoscere cose nuove, mi piace ragionare ed una serata passata davanti ad una birra discutendo di argomenti stimolanti rappresenta una sorta di idillio, per me2.

Ho fatto questa premessa incentrata sulla mia esperienza perché ho notato che molte persone considerano tali discussioni, inutili. Le stesse persone che fanno del taleban-pragmatismo uno stile di vita, che ritengono superfluo tutto ciò che non sia funzionale a portare a casa la pagnotta e trovare un buco in cui infilare l’uccello. Massì, dico io, gettiamo alle ortiche la nostra cultura — la nostra essenza di esseri umani — e torniamo a darci clavate in testa!

Ovviamente quanto appena scritto è una provocazione. Però guardando bene moltissimi filosofi importanti erano anche uomini di scienza, questo perché la filosofia è la madre di ogni branca del pensiero umano; bollarla come insieme di riflessioni inutili sui massimi sistemi è, dunque, quantomeno riduttivo. Sebbene alcune opere — specie quelle di stampo metafisico — possano risultare ingenue o anacronistiche ai nostri occhi, rappresentano comunque un tassello che ha permesso la crescita della conoscenza umana fino al livello attuale.

Per non parlare di opere millenarie che, grazie alla loro infinita saggezza, riescono a risultare sempre attuali. Come il capitolo 29 del Dàodéjīng di cui riporto sotto la relativa interpretazione a cura di Augusto Shantena Sabbadini:

“Vorresti afferrare il Mondo e cambiarlo?
lo vedo che ciò non è possibile.
Il Mondo è un recipiente sacro:
non si può cambiare.
Coloro che lo cambiano lo rovinano,
coloro che lo afferrano lo perdono.

In verità gli esseri
a volte precedono a volte seguono,
a volte sono lamentosi, a volte sono arroganti,
a volte sono forti, a volte sono deboli,
a volte sono distrutti, a volte distruggono.

Per questo il saggio evita l’eccesso,
evita lo spreco, evita l’estremo.”

Questo capitolo può essere letto come un ammonimento contro l’idealismo rivoluzionario che ha caratterizzato la mia gioventù e quella di buona parte della mia generazione. Laozi dice: cercare di trasformare radicalmente il Mondo non ottiene gli effetti desiderati. Il Mondo è un “recipiente sacro”: in un linguaggio più comprensibile ai nostri giorni, il Mondo è un sistema coplesso. Le conseguenze dell’agire su di esso non sono esattamente prevedibili, e il passaggio seguente articola un po’ questa imprevedibilità. Per quanto possiamo cercare di inquadrarli in uno sviluppo ideale delle cose, gli esseri, le persone non si comportano mai come previsto. Il disegno ideale più nobile, quando viene imposto, si corrompe e dà risultati inaspettati. Questo tipo di mutamento non è durevole né benefico. I mutamenti durevoli e benefici sono unicamente quelli che emergono organicamente e spontaneamente all’interno del sistema, quelli che sono il prodotto di un’azione delicata (vedi commento al capitolo 78), quelli in cui molte piccole onde trovano una spontanea sinergia, non quelli in cui uno tsunami travolge l’esistente per rinnovarlo radicalmente. Per questo il saggio evita l’eccesso estremo.3

Personalmente provo grande ammirazione dinnanzi ad un grado d’intelletto che, interpretando presente e passato (che per noi sarebbero passato e trapassato), riesce a dedurre regole generali talmente affidabili da risultare valide millenni dopo. Rimango folgorato dal ragionamento che ha condotto Cartesio a formulare la massima — solo apparentemente scontata — “cogito, ergo sum”, ragionamento collegabile in parte al “velo di Maya” Schopenhaueriano ed affrontato a suo modo anche dalle varie correnti buddhiste. Citando Bernardo di Chartres noi «siamo come nani sulle spalle di giganti» e viviamo in un’epoca unica, in cui possiamo reperire ogni sorta di informazione per capire a fondo su cosa esattamente stiamo “poggiando i piedi”.

Foraggiare la mente è importante ed utile, non si vive di solo pane.


  1. In genere presto sempre attenzione al mio interlocutore, ma se vi mettete a parlarmi di motori, lentamente muoio dentro. 
  2. Probabilmente la vedo così perché non mi capita quasi mai, se fosse una costante potrei anche stufarmi. 
  3. Non ricorda anche a voi qualcosa

Sulle ali di Abraxas

Su Twitter è esplosa una conversazione tra Andrea Patruno, Manuel Di Censo e me in seguito ad un mio tweet che recitava:

“Non si deve temere, né considerar vietata nessuna cosa che la nostra anima desideri”

Che ne pensate?

Come era prevedibile le reazioni sono state di profondo disaccordo, difatti quella frase aveva lasciato molto perplesso anche me: impossibile ignorare la funzione che ha la morale di tutelare l’ordine ed assicurare una corretta vita in società. Tendiamo a classificare gli immorali come delinquenti e gli amorali come sociopatici, possiamo quindi dedurre che queste “linee guida” da noi interiorizzate rappresentino la nostra coscienza, ciò che in definitiva ci rende umani.

La citazione in apertura è tratta da uno dei libri che sto leggendo in questo periodo — ‘Demian‘, di Herman Hesse — e l’ho tweettato con l’idea di stimolare una discussione (cosa poi avvenuta), ma non ho immediatamente proseguito nella lettura. Se lo avessi fatto avrei trovato poco più avanti un passo chiarificatore di ogni obiezione, infatti uno dei due interlocutori che stavano discutendo in quel punto del romanzo, muove le stesse critiche che sorgerebbero in mente a chiunque: è quindi lecito uccidere un uomo soltanto perché lo si odia e sorge in noi questo sentimento?

Ecco la risposta:

Non intendo che lei debba fare tutto ciò che le passa per la mente. No, ma non deve rendere innocue queste idee, che hanno la loro buona ragione, schiacciandole o moraleggiandovi su. Invece di crocifiggere sé stessi o un altro si può bere il vino da un calice accompagnandolo con pensieri solenni e pensando il mistero del sacrificio. Anche senza siffatte azioni si possono trattare con stima e affetto i propri istinti e le così dette tentazioni. Allora esse rivelano il loro significato, e tutte hanno un significato. Quando le viene in mente qualche cosa di pazzesco o peccaminoso, quando le venisse voglia di ammazzare qualcuno o di commettere qualche enorme porcheria, pensi un istante che codeste fantasie dentro di lei vengono da Abraxas. L’uomo che lei vorrebbe uccidere non è mai il signor tal dei tali, ma certo un travestimento. Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi. Ciò che non è in noi non ci mette in agitazione. Le cose che vediamo sono le stesse che abbiamo dentro di noi. Non esiste realtà tranne quella che è in noi.

Contestualizzando il tutto, dunque, riesce più facile condividere l’affermazione di partenza. Credo anche io che l’uomo tenda a vedere tutto ciò che lo circonda tramite una lente, un filtro, che arriva direttamente dal proprio e la maggior parte degli impulsi (o emozioni) che proviamo hanno poco a che fare con l’oggetto verso cui le dirigiamo.

Un classico esempio è la rabbia. Questa è un incitazione al “cambiamento”, quando siamo irritati è perché percepiamo che qualcosa deve essere cambiato, ma — parafrasando Jack Sparrow — non è detto che vada cambiato l’oggetto verso cui è destinata la rabbia, bensì potrebbe essere necessario mutare il nostro atteggiamento nei confronti di quest’ultimo. Ovviamente bisogna operare distinzioni a seconda dei casi: se dovessi assistere ad uno stupro, ciò che dovrà essere cambiato non sarà il mio atteggiamento nei confronti della situazione, bensì i connotati del tizio.

La chiave di tutto è comprendere sé stessi e quindi comprendere anche gli impulsi che ci muovono. Per saziare uno stimolo non è indispensabile sfogarlo, il più delle volte basta “osservarlo” in maniera acritica, ma con sincera curiosità. L’acriticità è fondamentale per non identificarsi con ciò che si prova e rimanervi incatenati nostro malgrado. Se ci limitiamo a soffocare le le nostre pulsioni, in quando non conformi alla morale comune, possiamo ottenere due risultati: esplodere come una pentola a pressione in maniera del tutto incontrollata, oppure roderci l’animo facendo diventare noi stessi l’oggetto di pensieri controversi.

Quello che, secondo me, vuole dire Herman Hesse è che per essere realmente in pace con noi stessi, dobbiamo accettarci in tutto e per tutto 1 e per poterlo fare dobbiamo conoscerci realmente. Tramite la conoscenza di noi stessi possiamo intuire ciò che è la realtà, al di là del filtro che il nostro ego ci pone di fronte agli occhi.

Come ho già accennato anche nel Dàodéjīng si parla di come la realtà che noi sperimentiamo non sia la “vera realtà” e tutto ciò che noi bolliamo come vero non è altro che una nostra costruzione mentale, a partire dal linguaggio che usiamo per definirlo. Successivamente Laozi dice che il governo del saggio “vuota i cuori2“, ossia porta le persona alla pace interiore, alla consapevolezza di sé e quindi riportarle in contatto con la vera essenza delle cose, in quanto noi siamo parte del Tutto.

Il collegamento con il Laozi non è forzato come potrebbe sembrare. Mentre leggevo ‘Demian’ continuavo a notare analogie, ma ciò che più mi ha colpito è stata la spiegazione del concetto sotteso dal nome Abraxas. Cos’è, anzi, chi è Abraxas? È un dio antico e misterioso, definito come “Dio altissimo” e “Padre ingenerato” che godeva di una certa fama presso gli alchimisti. La sua peculiarità era il rappresentare l’unione tra bene e male, Dio mischiato a Satana, in quanto al mondo nulla è interamente buono, né interamente cattivo. Vi ricorda qualcosa?

YinYang

Direi che è un po’ difficile non vederlo come la deificazione del concetto di Ying e Yang. Incuriosito ho fatto una piccola ricerca e ho trovato questa (esteticamente orrenda) pagina web di cui voglio citare un piccolo estratto.

Per quanto è emerso sotto il profilo simbolico, non possiamo soffermarci su come Abraxas rappresenti un concetto archetipale, talmente sofisticato e astratto, che sembra sfuggire a qualsiasi possibilità di comunicazione dialettica. Esso raccoglie in sè la terra e il cielo, il sacro e il profano, l’uomo e il divino, il positivo e il negativo, il maschile e il femminile, la materia e lo Spirito, l’evoluzione e l’involuzione. Tali coppie non vivono, e neppure convivono, nella loro separatività, e neppure formano un equilibrio grottesco, ma bensì sono presenti ad uno stato potenziale, su di un piano superiore, non legato a fattori come percezione e cognizione, soggetto ed oggetto, ma di totale fusione.

A questo punto mi sento di azzardare che Abraxas non sia solo l’equivalente di Ying e Yang, bensì il Tao stesso, in quanto ne rivedo alcune tra le caratteristiche principali. A persuadermi ancora di più di ciò è la frase che ho messo in grassetto e che somiglia straordinariamente alla premessa che Laozi ha posto nel primo verso del Dàodéjīng:

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao

La realtà ultima, qualcosa di così profondo, radicato ed eterno da non poter essere comunicato tramite il linguaggio.

Un Abraxas superiore, svincolato completamente da ogni azione e forma grossolana, di cui noi siamo il caduco riflesso, ma non in cielo e neppure all’inferno va ricercato, bensì in noi stessi.

Non si può conoscere realmente nulla, se prima non si conosce sé stessi.


  1. A scanso di equivoci, non si vuole in alcun modo negare la possibilità di un cambiamento — anche profondo — nel proprio modo di essere, ma per poterlo operare è necessario accettarsi realmente e non rinnegare nulla di ciò che si è. 
  2. 心 (xīn) ha un significato più ampio dell’italiano”cuore”, abbraccia tutto ciò che noi associamo sia con il cuore (in senso proprio e figurato), sia con la mente. È perciò la sede del pensiero e delle emozioni, il centro della vita affettiva e morale, l’organo che presiede all’intenzionalità, alla volontà, all’attenzione e alla coscienza. Il cuore è “vuoto” quando è in uno stato di tranquillità, di contemplazione distaccata, di non identificazione con il pensiero, lo stato che normalmente associamo alla meditazione

Non sei l’onda, sei il mare

Quello qui sopra è un affasciante mini-documentario sull’esperienza avuta dagli astronauti la prima volta che hanno visto la Terra fluttuare nello spazio, immersa nella totale oscurità, un’impatto talmente forte da cambiare per sempre il loro modo di percepire la realtà.

Avevo già letto, in passato, alcuni articoli e post che parlavano di questa esperienza, ma sentire le parole pronunciate da chi ha provato tale sensazione in prima persona è decisamente un’altra cosa, riesci a percepire l’emozione, il coinvolgimento e la loro ferma convinzione; comprendi che è qualcosa di reale e provi in un certo senso invidia per quella cerchia di eletti. D’altronde ammirare una foto ad alta risoluzione del nostro pianeta non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò che prova chi è là fuori, nel buio del Cosmo e osserva il pale blue dot.

Passato questo mix di emozioni condite da una punta di comprensibile invidia, ho iniziato a ragionare un po’ su quello che i vari intervistati dicevano (sorprendente come abbiano provato praticamente tutti le stesse sensazioni) , ricollegandolo ad un libro che sto leggendo in questo periodo: il Dàodéjīng.

In particolare:1

Una mente libera dal pensiero, immersa in sé, contempla l’essenza del Tao
Una mente piena di pensieri, identificata con le proprie percezioni, contempla solo la forma di questo mondo (trad. Star)

Il nucleo e la superficie sono essenzialmente la stessa cosa: le parole li fanno apparire diversi solo perché esprimono l’apparenza
Se occorre dar loro un nome, la meraviglia li descrive entrambi: di meraviglia in meraviglia l’esistenza si apre (trad. Bynner)

Questa conoscenza teorizzata da Laozi, riscoperta recentemente dalla fisica quantistica ed intuita dagli astronauti afferma che, in definitiva, noi non esistiamo; per lo meno non nel modo in cui siamo soliti pensare. Nel momento stesso in cui entriamo nel ciclo della vita, ci deliniamo come individui ed iniziamo a delineare il mondo in cui viviamo per mezzo del linguaggio, le parole tuttavia rappresentano la mappa, non il territorio: non toccano nemmeno lontanamente la realtà delle cose; non è un caso se l’esperienza, la saggezza, non è comunicabile a parole.

L’Uomo è paragonabile ad un onda, si muove sulla superficie del mare, ma rimane parte integrante di quest’ultimo e, fino a che non prende consapevolezza di ciò, non troverà mai pace perché continuerà a cercare il modo per esistere al di fuori dell’acqua. A modo loro gli astronauti arrivano ad una realizzazione simile: vedere dall’esterno il sistema in cui sono nati e vissuti fino a quel momento, comprendere — non tramite percorso logico, ma tramite esperienza diretta — che tutto ciò che hanno sempre ritentuto importante è, in ultima analisi, insignificante, capire che quello che normalmente si dà per scontato è mantenuto da un equilibrio precario; tutto questo li fa ridimensionare ed entrare in intimo contatto con il loro Pianeta che “è fatto della nostra stessa materia”.

Tornando al Dàodéjīng, è bene specificare che Laozi non sostiene si debba perseguire la vita monastica e rinunciare ad ogni piacere, in modo da eradicare il dolore e raggiungere l’illuminazione, al contrario! Si deve vivere nel mondo delle passioni, consapevoli però della sua parzialità e della nostra profonda connessione con tutto ciò che è esistente. Le onde sono parte del mare, ma continuano a danzare come onde.


  1. Ho scelto le traduzioni che a mio avviso rendevano il messaggio il meno criptico possibile. 

Quando il politico deve fare il papà

Da poco tempo ci sono state delle elezioni politiche che hanno portato ad uno scenario anomalo di grande incertezza, da allora è molto comune trovarsi a confrontare le proprie opinioni con amici e conoscenti, finanche a scatenare veri e propri flame su quella fantastica macchina dell’anonimato che è Internet.

Qualche giorno fa, durante uno dei sopracitati scambi di opinione, il mio interlocutore se n’è uscito con un parallelismo illuminante per dimostrare il rapporto filiale che il popolo italiano ha con i capi politici dei principali partiti; in poche parole, molto pochi esprimono un voto ragionato, la maggior parte segue l’istinto, i sentimenti. Ovviamente non mi sono segnato le sue esatte parole, quindi dovrò fare una ricostruzione basata sui miei ricordi, tuttavia per correttezza metto quanto segue come citazione.

Se ci pensi possiamo vedere tutti i politici come figure paterne.

Monti è quel padre severo che esige obbedienza, vuole il bene dei suoi figli, ma non si lascia andare in slanci emotivi. Più propenso ad usare il bastone che la carota, impronta un percorso educativo piuttosto duro che darà i suoi frutti in un discorso a lungo termine, ma, al momento, ogni sua azione viene vista come un sopruso. Un padre del genere è facile che spinga i figli alla ribellione, piuttosto che all’obbedienza.

Poi abbiamo Grillo, quel papà “alternativo” e contro il “sistema”, quel papà un po’ hippie che si fa le canne con i propri figli, che quando arriva un brutto voto in pagella, invece di punire i pargoli, se la prende coi professori che non capiscono nulla. È molto facile che un genitore del genere venga venga apprezzato, che diventi complice, perché quasi un amico.

Bersani è un padre buono, giusto, ma un po’ assente; se gli chiedi una bicicletta nuova te la compra anche, ma per il resto se ne sta per i cavoli suoi, senza dare fastidio. Sicuramente ciò dà molta libertà ai figli, ma non si tratta di una figura accattivante o carismatica: è difficile che venga stimato.

Infine c’è Berlusconi. Un papà simpatico, eterno giovane che cerca sempre complicità con i propri figli. È quello che sfoggia un sorriso da marpione e dice: «Ma allora, come va con la ragazzina che ti piace tanto? Te la sei già trombata?!»; oppure, in caso di un brutto voto nel compito in classe di matematica se ne esce con: «Mannaggia, non potevi studiare un po’ di più?! Vabbé, senti, io te lo firmo, ma non lo dire alla mamma! E ora dai, andiamo a farci una partita a Gran Turismo che ho voglia di asfaltarti!». Insomma, un genitore che piace, in genere, ma soltanto perché coccola i vizi, non perché sia effettivamente un buon padre.

Francamente trovo questa analisi sorprendentemente azzeccata e mi ha fatto fare una riflessione non tanto sui politici, quanto sul popolo che li vota. Se i vari leader sono figure paterne, ciò implica che gli Italiani, di fatto, sono dei bambini — o, meglio, adolescenti — che traggono valutazioni impulsive basate esclusivamente sui loro sentimenti del momento. Per anni abbiamo avuto Berlusconi, abbiamo riso alle sue battute sconce e celebrato l’esaltazione dei vizi, poi ci siamo resi conto che fare le cicale tutto l’anno non porta a nulla di buono e siamo corsi (o siamo stati spinti) a ripararci sotto il rigore del tecnico Monti. Ovviamente lacrime e sangue non vengono accettate di buon grado, poco importa se alla lunga i sacrifici pagano: i bambini non hanno pazienza e gli adolescenti anelano alla ribellione! Quale miglior scelta, dunque, di “papà Beppe”, quando si è delusi ed incazzati con il sistema?

Ovviamente sono tutte semplificazioni, ma non credo possano essere definite banalizzazioni. Ormai che la maggioranza degli Italiani voti con la “pancia” è un dato di fatto, ma a questo punto è lecito chiedersi: come guidare proficuamente un paese composto da una mandria di bambini?

L’Italia e l’irresponsabilità diffusa

Mi lancio in un istintivo e — spero — breve sfogo che per molto tempo mi è rimasto incastrato in gola, riguardo quello che credo sia un atteggiamento tutto italiano. Dargli un nome ben definito è difficile, mi riferisco alla tendenza alla minimizzazione delle colpe che ritengo basata sul concetto noto in psicologia come responsabilità diffusa.

Kitty Genovese, tornando a casa dal lavoro, venne assalita mentre percorreva la breve distanza tra la sua automobile e l’edificio in cui viveva, nel quartiere di Queens a New York. Erano le prime ore del mattino, il suo aggressore la pugnalò, ma fuggì quando le urla della donna provocarono una reazione da parte dei vicini.

Che tipo di reazione? Alcuni accesero le luci di casa e sembra che qualcuno abbia urlato dalla finestra, ma questo fu tutto o quasi. Tornata la calma, l’assalitore riprese la sua aggressione, di nuovo la vittima, troppo debole per allontanarsi, implorò aiuto, e di nuovo l’aggressore si spaventò e scappò. L’aiuto non venne. L’aggressore ritornò, e questa volta uccise la donna.

Il passaggio è tratto da questo interessante articolo su ignoranza collettiva e diffusione di responsabilità. Mi limito a citare un ulteriore estratto che spiega a cosa corrispondono i termini che ho messo in grassetto:

Ignoranza collettiva (o pluralistica): fa si che gli astanti presumano che tutto va bene perché le altre persone presenti non dimostrano di percepire nulla di strano.

Diffusione della responsabilità: una diminuzione del senso di responsabilità percepito dal singolo individuo quando sono presenti altri possibili soccorritori.

È da tempo che noto un pensiero diffuso che definire fallace è dire poco, quella logica dell’omologazione per cui se la maggioranza delle persone agisce in un modo, anche se eticamente scorretto, diventa consuetudine assumere tale atteggiamento. Auto in doppia fila e tendenze opportunistiche sono solo la punta dell’iceberg, ciò che mi preoccupa davvero è sentire gente difendere a spada tratta Fabrizio Corona perché “lui va in galera, mentre gli stupratori sono a piede libero”, come se un reato debba venire depenalizzato a causa della (presunta) impunità di un crimine più grave.

Ancora più di recente è interessante notare come l’opinione pubblica concordi sul “mandare a casa” l’attuale classe politica, mentre sia pronta a perdonare impreparazione e castronerie dei candidati del Movimento 5 Stelle. Solo perché abbiamo avuto la sventura di vedere il titolo onorevole accostato ai nomi Carfagna e Scilipoti, non vuol dire che questi nuovi arrivati debbano essere esenti da critiche, anzi! Dovrebbero avere un’attenzione particolare proprio perché si propongono come una ventata di aria fresca nel panorama politico nazionale! Purtroppo essere i “meno peggio” non è abbastanza.

Altri esempi possono essere l’astensionismo elettorale basato sulla convinzione qualunquista del “tanto sono tutti uguali e non cambierà mai niente”, oppure l’evasione fiscale ad ogni livello che ormai viene vista come prassi e passa quasi inosservata.

Ho citato prevalentemente casi che hanno a che fare con la sfera civica perché tipici del vivere in società, ossia dei contesti in cui gli individui si influenzano tra di loro. Non so se sia stato appropriato o meno utilizzare i concetti di ignoranza collettiva e diffusione della responsabilità, ma da quando — un paio di anni fa — ho scoperto la loro esistenza mi sono accorto di quanto sia comune vedere questi meccanismi in azione. Nel caso in cui non c’entrino nulla, scusatemi e prendete questo pezzo per quello che in definitiva è: un semplice sfogo.

Solo un altro articolo sui Google Glass. Oppure no…

Sarà che, a 22 anni suonati, inizio a sentire il peso dell’età, ma ultimamente ogni volta che leggo di un nuovo prodotto rivoluzionario in ambito tecnologico, passato l’effetto “wow”, non posso fare a meno di pensare ai possibili effetti che avrebbe nella vita quotidiana delle persone. E non è mai tutto rose e fiori.

Di recente si fa un gran parlare di Google Glass, la nuova meraviglia made in Mountain View. Ora, io sono molto meno votato alla multimedialità rispetto a quanto lo ero anche solo due anni addietro, però non nascondo la voglia di provare quegli occhiali; non li trovo così brutti come molti affermano, inoltre — come dice Diego Petrucci — l’attrito è quasi inesistente e ciò li renderebbe qualcosa di simile ad un prolungamento naturale del nostro corpo. Riguardo la mera utilità, ognuno si deve regolare in base alle proprie esigenze e il mercato darà la sentenza definitiva; io, ad esempio, non trovo alcun utilizzo per un tablet, ma mi guardo bene dal definirlo inutile e bollare come cretini coloro che fanno schizzare alle stelle le vendite degi iPad. Alla luce di queste premesse, come mai questi occhiali mi fanno alzare un sopracciglio ogni volta che ne sento parlare?

La risposta non mi è subito stata chiara e sono stato costretto a riflettere a fondo, chiedendomi persino se non si fosse radicato in me un sentimento anti-Google, data la mia passione per i gadget Apple. Decisiva è risultata la visione della serie TV britannica Black Mirror (consigliata a tutti), che pone l’accento sul nostro modo di interagire con la tecnologia. Ho concluso che il “problema” non è quest’ultima, ma il rapporto che noi abbiamo con essa: non siamo in grado di gestirla adeguatamente.

Bisogna partire dal presupposto che ogni gadget è, per definizione, superfluo. Quando noi decidiamo di integrare un dispositivo nella nostra quotidianità, lo facciamo ritenendo che possa aumentare la qualità della nostra vita, ergo ne consideriamo pro e contro e constatiamo che i primi sono in numero molto maggiore rispetto ai secondi. Ciò che risulta fallace è la nostra capacità di pensare a lungo termine unita alla scarsa consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Quando una tecnologia diventa così bene integrata nelle nostre vite da sembrare parte integrante di noi stessi, avvengono due fenomeni parallei: da un lato tendiamo a diventarne dipendenti, dall’altro lasciamo che essa alimenti le nostre debolezze, le nostre pecche caratteriali.

È difficile rendere a parole il mio pensiero, quindi ricorrerò ad un esempio pratico che ho avuto modo di osservare in parte su me stesso, in parte su altre persone che conosco: lo smartphone. In tasca hai un dispositivo multifunzione che puoi — ipoteticamente — usare per rimanere in contatto con il Mondo intero e grazie al quale puoi accedere ad una enorme quantità di informazioni. Il fattore dipendenza è chiaramente intuibile e può essere generato sia dalle opportunità insite nella natura del dispositivo, sia dalle varie applicazioni installate che “combattono” per la nostra attenzione, ma come può un dipositivo alimentare le nostre debolezze? Ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare: ho visto ragazze controllare ossessivamente la differenza di orario tra l’invio di un loro messaggio in WhatsApp e l’ultimo accesso del destinatario, ho visto coppie litigare per un “mi piace” messo sotto il commento sbagliato, ho visto studenti universitari passare la settimana prima di un esame giocando compulsivamente a Ruzzle, pentirsene, ma continuare imperterriti come eroinomani in cerca di una dose.

Sono situazioni che indubbiamente non toccano tutte le persone, ma sono sorprendentemente diffuse. Per “debolezze” non intendo altro che le normali insicurezze che tutti hanno e che vengono alimentate da un uso inconsapevole di tecnologie che evolvono ad un ritmo molto più elevato di quella che è la nostra capacità di adattamento. Per questo motivo voglio avere un atteggiamento prudente riguardo questi rivoluzionari occhiali di Google, perché la loro totale assenza di attrito li renderebbe una trappola perfetta per le nostre fragilità caratteriali e inorridisco al pensiero che, in futuro, possa diventare la prassi vedere il mondo attraverso quello che a tutti gli effetti è un filtro, qualcosa che porterebbe la famosa bolla di Google al di fuori dal mondo virtuale e direttamente nel mondo reale.

Ciò detto, rimango un geek: adoro la tecnologia, i gadget ed il World Wide Web; ritengo solo utile, per le prossime generazioni, un’educazione all’uso di questi strumenti, in modo da approcciarvisi in modo consapevole e non venirne assorbiti.

Farewell, Instapaper

Nella mia vita da utente iOS ho provato un numero enorme di applicazioni; quando seguivo blog dedicati mi trovavo a partecipare a moltissimi contest che nel tempo si sarebbero tradotti in una casella di posta elettronica intasata dallo spam. È comune per i possessori di smartphone cadere preda di questa mania di collezionare le applicazioni, credo che noi tutti si sia attraversato quel periodo in cui il telefono è così pieno di icone da farti spendere trenta secondi buoni per trovare l’applicativo che effettivamente serve al momento.

Passata questa fase inevitabile, i miei gusti e le mie esigenze si sono sempre più raffinati e mi hanno portato ad una gestione più intelligente del parco applicazioni, scegliendo quelle che effettivamente apportavano un miglioramento sostanziale alla mia esperienza utente, quando non alla mia stesa vita. Nonostante questa maggiore consapevolezza mi è ancora piuttosto facile cadere preda delle mode del momento, di quell’applicazione che tutti stanno provando, che ha quell’interfaccia così elegante e magari è anche gratis. Negli ultimi tempi ho resistito alla tentazione di provare Mailbox, ma c’è stato un periodo in cui impazzava l’utilizzo di tre parole che in breve tempo sarebbero andate ad identificare una specifica categoria di applicazioni: Read-It-Later.

Il concetto in sé mi ha colpito sin da subito e quindi ho condiviso l’entusiasmo generale, può essere davvero utile salvare lunghi e corposi articoli che si incontrano ogni tanto durante la navigazione e poterne fruire in un secondo momento, offline, ottenendone solo il testo, senza grafiche o distrazioni varie. Dunque provai subito Instapaper e Read it Later (ora Pocket), ma il primo parve convincermi maggiormente, al punto che decisi di acquistarlo quando divenne a pagamento. Oggi ho cancellato definitivamente Instapaper dal mio iPhone.

L’app in sé rimane validissima, così come le concorrenti (in particolare Quote.fm e Readability), però mi sono reso conto che non fa per me: la mia mente non ha il corretto approccio con la filosofia su cui si basa. Mi rivedo moltissimo nel ragionamento di Riccardo Mori, per cui gli articoli che vado a salvare, solo molto raramente finisco per leggerli, quindi Read It Later per me diventa ‘Read It Never‘. È da circa un anno che ho notato la comparsa di ragnatele sull’icona di Instapaper, ma non ho voluto desistere subito e ho tentato l’integrazione con il Kindle. Non so voi, ma la lettura degli articoli inviati all’eReader l’ho trovata a dir poco frustrante, almeno con un dispositivo privo di schermo touch.

Ho concluso che per le mie esigenze può tranquillamente bastare la Reading List di Safari, una funzione semplice, discreta e sempre presente, non importa ciò che accada. Qualcosa che può calzare a pennello per la maggior parte della persone non è detto che vada bene per te e, in tal caso, non devi fartelo andare bene per forza. Farewell, Instapaper, è stato bello.

Come un fiore di ciliegio

La vita è sofferenza.

Possono sembrare parole di in inguaribile pessimista, di un depresso cronico, di…Leopardi. In realtà è l’intuizione suprema di Siddharta, il Buddha, che non è in genere identificato con queste caratteristiche. Non voglio però analizzare l’omonima opera di Herman Hesse, o il pensiero buddhista, anche perché non ritengo di avere le conoscenze necessarie; desidero piuttosto usare quelle poche (pochissime) nozioni in mio possesso per dare una mia interpretazione di questa “verità“. Tenete però presente che tutto è opionione e che il mio concetto di verità non è necessariamente l’unico: a diversi modi di interpretare la realtà corrispondono differenti intuizioni.

La vita è sofferenza, dicevo. Perché? Fondamentalmente perché finisce. Ho già accennato a questo, ma non lo ripeterò mai abbastanza: tutto quel che esiste non è eterno. La tua storia d’amore finirà, il tuo migliore amico potrebbe tradirti da un momento all’altro, tuo padre morirà, il tuo stesso tempo è limitato; tutto ciò non è sbagliato, non è “male”, semplicemente è.

Noi uomini siamo creature curiose, razionalmente riconosciamo l’ineluttabilità degli eventi, ma vi ci opponiamo comunque, siamo così intrappolati dalla nostra percezione della realtà, che non riusciamo ad accettare l’ordine naturale delle cose, anzi: ci struggiamo perché le cose non vanno come dovrebbero, ossia come noi vogliamo che vadano. Ovviamente non posso fare un discorso simile senza generalizzare, ma penso che chiunque sia un minimo onesto con sé stesso possa ritrovarvisi, almeno parzialmente. Spesso siamo così ossessionati dall’inevitabile che ci preoccupiamo di perdere qualcosa quando l’abbiamo appena ottenuta, con il risultato che è come non averla affatto! Siamo in grado di provare sofferenza anche nei periodi di gioia! In questo caso specifico parlo con cognizione di causa, visto che mi è capitato spsso di avere paura di perdere dei rapporti a cui tenevo molto.

Di fronte all’ineluttabilità ultima — la morte — assumiamo un atteggiamento totalmente illogico. Visto che non si può sconfiggere la “Grande Consolatrice”, la tendenza generale è cercare di far sopravvivere la memoria, il nome, cosa che in passato ha portato alla costruzione di enormi monumenti funebri (come Kofun e Piramidi) per la costruzione dei quali sono stati sostenuti costi molto ingenti anche in termini di vite umane. Al giorno d’oggi l’importanza dei mausolei è notevolmente diminuita, ma la paura di venire dimenticati dopo la propria morte rimane in molte persone e spesso costituisce la spinta ultima delle grandi ambizioni personali; si lavora duro tutta la vita per accumultare una ricchezza da dover poi trasmettere in eredità (e investire nella propria tomba). Pare che il disturbo psicosomatico più diffuso al giorno d’oggi sia l’ansia e la cosa non deve sorprendere neanche un po’, se si tiene conto di ciò che ho detto poc’anzi.

La vità è sofferenza perché noi percepiamo in tal modo l’ineluttabilità. C’è una parola in uso nella tradizione buddhista che in giapponese suona “mujō” (無常) ed è intraducibile in una qualsiasi lingua occidentale: la si può definire come un misto tra malinconia, nostalgia e commozione per ogni cosa esistente. Questo termine, a dispetto delle apparenze, non ha però accezione negativa, perché tende a sottolineare il momento in cui “le cose” (tutte le manifestazioni dell’universo) ci toccano nel profondo della nostra sensibilità. Pone l’accento sull’esigenza di godere le cose nell’attimo in cui le si vive, proprio in virtù del fatto che sono effimere e possono svanire da un momento all’altro. È la pura focalizzazione sul “qui ed ora”. 1

Questo concetto si è radicato nella cultura giapponese a tal punto, che è il fondamento dello Hanami, festività in cui i Giapponesi viaggiano per il Paese allo scopo di ammirare lo spettacolo dato dalla fioritura dei ciliegi, evento tanto bello quanto breve che diventa metafora della vita stessa.

Umani
noi come in primavera
i fiori
dei ciliegi2

Sakura

UPDATE 1/06/2013
Mi sono reso conto di aver detto un’inesattezza: mujō (o mujōkan) è traducibile come “impermanenza”, mentre io l’ho confuso con “mono no aware” (もののあはれ). Sono due concetti strettamente correlati, ma non sovrapponibili, in quanto il secondo è molto più profondo, sottende più significati ed emozioni che lo rendono di fatto intraducibile in altre lingue.


  1. Non ho trovato alcun dato in internet, tutto ciò che ho scritto in quel paragrafo è derivato dalle lezioni di cultura giapponese. 
  2. Perdonate la parafrasi di Ungaretti, ma mi sentivo ispirato. 

Mai innamorarsi di un fiocco di neve

Striscia dei Peanuts in cui Snoopy dice: mai innamorarsi di un fiocco di neve

Sono così tanti, belli, candidi; all’apparenza uguali — ugualmente stupendi — eppure ognuno è unico. Quando però trovi il coraggio di tendere la mano per afferrarne uno, non hai che pochi secondi per contemplarne la bellezza: il tuo calore (il tuo amore?) lo fa svanire e tutto ciò che rimane non è che una banale goccia d’acqua.

Tu rimani lì, attonito, deluso. Triste. Ti senti in colpa per quello che è successo, anche se sai benissimo che non dovresti: è la natura del fiocco di neve dissolversi.

Mai innamorarsi di un fiocco di neve.

Non vogliamo immedesimarci in un essere umano

C’è stato un tempo in cui ero un accanito lettore di manga, genere che tutt’ora apprezzo molto, ma per cui la passione si è decisamente affievolita. Ebbene, un giorno mi capitò tra le mani un fumetto decisamente impegnativo da leggere1, dove per “impegnativo” intendo che non potevi concederti il lusso di affezionarti ad un personaggio, perché non ti era dato sapere se l’avresti trovato vivo nel numero successivo. Non valeva nemmeno il classico cliché del protagonista “invincibile”: non si poteva identificare un vero e proprio personaggio principale.

Diciamolo: ai fruitori di un’opera che prevede una narrazione piace immedesimarsi negli eventi o fare il tifo per dei personaggi, per questo rimaniamo spiazzati quando tale consuetudine viene messa a dura prova dagli autori. Non è necessario arrivare all’estremo di eliminare all’improvviso quelli che sebravano dei characters chiave, a volte basta porre in rilievo dei dubbi di natura morale nei confronti di coloro per cui si è portati a simpatizzare (Yagami Light in Death note o Walter Wite in Breaking Bad).

Si può però arrivare a strategie ancora più sottili per disorientare lo spettatore/lettore, ed è qui che si giunge a Mad Men. Un telefilm che sin da subito presenta un cast di personaggi ben nutrito: un protagonista tanto carismatico quanto enigmatico che cattura subito lo spettatore ed un gruppo di comprimari, le cui psicologie vengono rivelate in tutta la loro intricatezza dalle storyline secondarie, rendendoli ipoteticamente in grado di gestire degli spinoff a loro dedicati. Non esiste una trama vera e propria, non c’è l’esplosione adrenalinica di Breaking Bad, né avvincenti casi da risolvere tipici dei polizieschi; semplicemente viene fatto scorrere il racconto delle vite dei protagonisti.

Lo spettatore segue le vicende personali di questi businessmen, normalissima gente degli anni ’60, ma è proprio la “normalità” a fare scattare la trappola. I personaggi sono tormentati, corrotti, frustrati, in una parola: umani. Veniamo messi di fronte ai nostri stessi vizi, in modo così violento che siamo restii a lasciarci andare alle immedesimazioni; l’uomo che in una puntata ha agito rettamente, mostrando un cuore d’oro, in quella successiva lo vediamo comportarsi in modo totalmente amorale, ma con una naturalezza ed un cinismo che ci fa chiedere se, al suo posto, non avremmo reagito allo stesso modo.

Davanti ad uno show simile, l’unica strada che ci rimane è elevarsi al di sopra dei personaggi, essere i loro giudici, criticare o approvare le loro azioni a seconda del contesto. Guardando Mad Men, lo spettatore si sente moralmente superiore alle persone di cui sta seguendo la storia, ma, in cuor suo, sa di avere le loro stesse pecche: è pur sempre un essere umano.


  1. Non ne rivelo il nome, per evitare il rischio di spoiler.