Ricompensa chi se lo merita

Nessuno è nato ieri, al giorno d’oggi è prassi comune ricorrere alla pirateria informatica e ho già trattato questo argomento in un altro post. Oggi però vorrei fare una brevissima riflessione su di un settore specifico: il download illegale di software.

Sulla carta non cambia nulla dalle altre tipologie di download, sono sempre flussi di dati che scarichi dalla rete e archivi sul tuo computer, senza avere alcun diritto di farlo. Però i software sono strumenti che usi tutti i giorni, che spesso e volentieri ti semplificano la vita così tanto da risultarti indispensabili, strumenti ideati con fatica e dedizione da persone alle quali tu stai sottraendo la loro principale fonte di guadagno.

Bada bene che non sto parlando di grandi software house come Adobe, i cui applicativi costano un occhio della testa e che tu — utente comune — utilizzi sporadicamente, o che comunque rappresenterebbero una spesa proibitiva, qualora non fossero indispensabili per la tua attività lavorativa; mi riferisco a quelle utility così ben integrate nel tuo workflow che, ormai, le vedi come parte del sistema operativo che utilizzi.

Prova a fare un po’ di mente locale: quali sono quelle applicazioni di cui proprio non puoi fare a meno? Quelle che davvero ti sono indispensabili? Hanno davvero un costo così proibitivo da dover depredare gli sviluppatori dei loro guadagni? Considera che tra gli effetti positivi dell’acquistare legalmente un software (oltre al supporto dato ai dev) vi è la garanzia di futuri update, senza dover aspettare che i vari “smanettoni” di turno generino nuovi seriali che per poter continuare ad utilizzare il programma.

Personalmente tra gli obbiettivi che mi sono dato per il 2013 vi è l’acquistare le licenze di tutti quei software che uso quotidianamente e di cui so di non poter fare a meno. Non sono molti, ma per alcuni è necessario risparmiare un po’ (tipo 1Password) e credo che francamente ne valga la pena. Non so se sono io ad essere esagerato sotto questo aspetto, ma ho notato che il dover sempre controllare che la nuova versione di un software a me indispensabile sia già stato “crackato” (bruttissimo termine, lo so) è una fonte di stress. Trovo che dare 15€ ad uno sviluppatore per un lavoro che mi migliora la vita in modo sostanziale, mi faccia vivere più sereno.

Pensa alle tue applicazioni must-have, controlla il costo e valuta seriamente l’acquisto. Non te ne pentirai.

La musica in un solco

Siamo nel 2013, il periodo del cloud computing, dove tutto è nella “nuvola”, i supporti fisici stanno scomparendo e servizi come Spotify spopolano.

Siamo nel 2013 ed io, quando sento il bisogno di ascoltare un po’ di buona musica, vado in taverna, accendo l’amplificatore, metto un vinile sul piatto ed inizio a sognare. Sono hipster? Forse, ma voglio provare a spiegare il motivo di questa nostalgia per tempi che non ho mai vissuto.

Una perenne colonna sonora

Da quando gli iPod (o addirittura i walkman) sono entrati nelle nostre vite, la musica è con noi in qualsiasi momento: si ascolta musica mentre si lavora, si ascolta musica sui mezzi pubblici, si ascolta musica mentre si cammina1, mentre si corre, mentre si fa praticamente qualsiasi cosa. Si ascolta, o si sente?

L’impressione che ho è di essere costantemente immerso in una colonna sonora: la musica accompagna la mia vita, ma rimane in sottofondo, l’impatto comunicativo è drasticamente ridotto. Mi verrebbe da ipotizzare che il calo qualitativo della musica “commerciale” che si nota in questi ultimi anni possa essere correlato a questa tendenza, ma sarebbe pura speculazione.

Quello che però so — perché provato sulla mia pelle — è che capita di far partire la riproduzione della prima traccia di un album e, senza quasi averne sentore, trovarsi nelle orecchie degli auricolari da cui non fuoriesce più alcun suono. Cinquanta minuti sono passati nella più compelta passività.

Experience the music

Se c’è una cosa in cui i vinili sono insuperabili è il saper rendere la musica un esperienza; ogni album è una porta aperta verso un viaggio da compiere, il cui step fondamentale è sempre il solito: girare il disco.

Non potete capire quanto sia importante, anzi, vincolante quel passaggio: il fatto di dover cambiar lato al vinile ti rende parte attiva del processo di ascolto.

Provo ad elencare altri punti che, a mio modo di vedere, contribuiscono a rendere unico l’ascolto di un disco in vinile.

  • Essere legato ad un luogo d’ascolto

Il non poter portare con te la musica, rende necessario il trovare un momento apposta da dedicare a questa attività, non
puoi certo farlo mentre vai a correre o vaghi da un locale all’altro della casa. Ciò contribuisce a creare una certa ritualità

  • Le custodie

Vogliamo parlare delle cover giganti che contengono i dischi, accompagnate spesso da inserti e fogli con i testi delle
canzoni? Fogli, non libricini minuscoli scritti con font discutibili che ti fanno perdere una diottria al minuto!

  • Ascoltare i brani nel loro ordine

L’impossibilità di saltare agevolmente da un brano all’altro o di trovare il punto preciso di una canzone possono sembrare
pecche, ma in realtà sono alcuni dei più grandi pregi di questo formato, perché ti costringono ad ascoltare l’opera nella sua
totalità, in modo attivo e cosciente.

  • Riproduzione continua

A mettere la cigliegina sulla torta sono poi quei giganti della musica2, che strutturano l’album di modo che la conclusione
di una canzone corrisponda all’inizio della successiva, rendendo quasi impossibile lo scegliere una canzone particolare e
omogeneizzando l’opera in maniera tale che risulti davvero un’esperienza per l’ascoltatore.

Non potete sapere quanto possa essere appagante sedersi in poltrona, con ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band‘ sul piatto, tenendo in mano la custodia di cartone e leggendone i testi o la storia. Ascoltare musica diventa come scrivere, leggere, fare esercizio: stai facendo — non subendo — qualcosa.

In medio stat virtus

Ovviamente non credo che si debba boicottare il progresso teconologico e fiondarsi all’ascolto dei vinili come se fosse l’unica via. Anche io spesso ascolto musica “passivamente” e lo trovo piacevole; questo pezzo lo sto scrivendo sulle note dei brani di Cat Stevens e, in generale, non penso riuscirei a scrivere nulla senza della musica in sottofondo. Credo però si debba diventare consapevoli di questa tendenza e controbilanciarla; la musica è arte e merita di essere goduta al meglio.

Per voi la risposta potrebbe essere chiudervi in macchina, mettere un brano del vostro artista preferito e cantarlo a squarciagola. Per me è andare in taverna, accendere l’amplificatore, mettere un vinile sul piatto ed aspettare che la puntina scorra dolce, ma decisa, tra solchi neri in cui artisti geniali hanno intessuto emozioni per farle giungere fino alle mie orecchie.


  1. È ormai un anno (forse anche di più) che ho smesso di farlo e ho la sensazione di godermi di più le camminate. 
  2. Alcuni nomi: Pink Floyd su tutti, ma anche led Zeppelin e Beatles. 

Sulle (non) necessità

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»

Nell’ultimo periodo mi sto dedicando molto alla lettura ed uno dei volumi che sto apprezzando maggiormente è ‘Pensieri‘ di Marco Aurelio, come probabilmente sanno bene coloro che hanno la sfortuna di seguirmi su Twitter o di essermi amici su Facebook. Ogni pagina è ricca di riflessioni che si intersecano, tessendo la tela di una filosofia di vita che, per certi aspetti, può suonare molto attuale. La citazione con cui ho aperto questo sproloquio è tratta da lì e mi ha fatto riflettere molto più di altre, non solo perché parrebbe un pensiero tratto dalla corrente del minimalismo — della quale l’autore non ha mai saputo l’esistenza — ma anche perché tratta di qualcosa su cui mi sono soffermato a pensare di recente.

Io sono un ragazzo piuttosto curioso, con vari interessi (alcuni solidi, altri “usa e getta”), che in particolare è attratto dalla tecnologia. Questo ambito è da sempre croce e delizia del consumatore perché, se da un lato fornisce comodità e benefici in senso lato, dall’altro porta a raffinare le nostre esigenze, quando non a crearle di sana pianta. Su Twitter seguo molte persone affini a me e vedo che un numero curiosamente alto di queste si diverte a provare ogni tipo di applicazione possibile, alcune con funzioni simili, se non identiche; per non parlare di chi cambia telefono a livello annuale, fino ai casi limite che in un anno arrivano ad avere per le mani tre tipi di smartphone differenti (giuro!). La domanda è: abbiamo davvero bisogno di ciò che desideriamo così fortemente?

Se hai acquistato Tweetbot per iPhone e l’hai sempre trovato eccellente, come mai lo accantoni per Twitterrific 5? Sì, può essere migliore per determinati aspetti, ma i vantaggi che ti porta valgono i rovesci della medaglia, come la spesa complessiva delle due applicazioni? Tu hai davvero bisogno di cambiare client, se fino al giorno prima eri soddisfatto di quello che usavi quotidianamente? Se il tuo iPhone 4 compie ancora tutte le “magie” che te ne avevano fatto innamorare, pur con un certo grado di lentezza, hai realmente la necessità di comprare un modello nuovo?

Non voglio fare il moralista, riconosco che a questa mia tesi possono essere fatte molte obiezioni, probabilmente molte più di quelle che mi vengono in mente in questo momento, ma forse fermarsi un attimo e discernere tra esigenze reali e percepite non sarebbe una cattiva idea. Ovviamente nessun eccesso è mai consigliabile: fare i “Thureau del 2000”1 e rinunciare ad ogni tipo di comodità in quanto distrazione dalla vera essenza della vita è un radicalismo assurdo; la tendenza a volere maggiore efficienza e comodità, a migliorarsi costantemente, è stata il propulsore della nostra cultura. Eppure, come una mia amica adora dire, “c’è sempre un cono d’ombra”, un rovescio della medaglia.

Rischiamo di agire in modo automatico, guidati esclusivamente dall’istinto, in quanto la “novità”, “la comodità”, sono per noi fonte di piacere; a livello neurologico agiscono sul centro del piacere, causando rilascio di dopamina. C’è ben poca differenza tra effettuare l’acquisto di ‘Twitterrific’ e fare un tiro di sigaretta, tra provare un nuovo iPhone e masturbarsi. A questo punto alcuni di voi staranno già sorridendo o penseranno che sono pazzo, ma vi assicuro che il meccanismo attraverso il quale traiamo piacere, soddisfazione, è quasi sempre lo stesso, indipendentemente dal mezzo utilizzato per ottenerlo2; il che significa che, se non si sta attenti, è possibile sviluppare una dipendenza da qualsiasi cosa sia per noi piacevole. In fondo quanti possessori di smartphone intasano i loro dispositivi con app che non usano praticamente mai? Se sono riconosciute le dipendenze da shopping e da Internet, cosa impedisce ad un individuo di diventare un “downloader compulsivo”?

Forse ho divagato, forse ho esagerato, forse ho scritto un opinione che non attecchirà in un nessuna delle menti dei miei eventuali lettori, ma credo valga davvero la pena di riflettere sulle parole di Marco Aurelio:

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»


  1. Mi riferisco all’esperimento condotto da Henry David Thureau e narrato in questo libro 
  2. Sull’argomento consiglio caldamente la lettura de ‘La Bussola del Piacere‘ 

Luci ed ombre sulla pirateria informatica

È inutile girarci intorno: se hai una minima familiarità con la Rete, sei (o sei stato) anche un pirata informatico. Io non mi posso considerare un nativo digitale, il mio approccio ad Internet è stato tentennante — anche a causa di genitori non molto lungimiranti riguardo le nuove tecnologie; eppure, una volta connesso al Grande Web, il piratare contenuti coperti da copyright mi sembrò subito un’azione naturale, tant’è che non mi resi conto fin da subito della sua illegalità.

A legittimare questo comportamento è anche il modo stesso in cui queste pratiche vengono trattate — totalmente alla luce del sole — e l’inefficacia delle punizioni inflitte dalle autorità, le quali non possono quasi mai rintracciare i singoli utenti. L’anonimato di Internet aiuta molto anche in questo senso.

Come su ogni argomento di peso, anche sulla pirateria sono state svolte battaglie ideologiche, nelle quali le grandi major discografiche ricoprivano il ruolo di mostri assetati di soldi e i gestori di tracker torrent e siti di hosting, di immacolati paladini della libertà. Ovviamente non è così.

O meglio, che le major siano assetate di denaro ed estremamente conservartici riguardo i metodi di distribuzione della musica è un dato di fatto, ma rimangono comunque delle vittime. Non c’è nulla di nobile nell’appropriazione indebita e i pirati non guardano in faccia a nessuno: si procurano illegalmente la suite di Adobe, tanto quanto lavori di programmatori indipendenti (spesso con prezzi irrisori). Lo so perché io stesso ho agito e agisco così, sebbene stia lentamente invertendo il processo.

Come sempre il problema risiede nella mentalità, si è abituati a spendere per oggetti tangibili, non per agglomerati di byte. È uno scoglio psicologico non da poco, pensare di dover spendere una discreta somma di denaro per qualcosa che non potrai mai percepire realmente con i tuoi cinque sensi, quando hai la possibilità di averlo gratis senza correre alcun rischio. Si arriva quindi al paradosso di chi spende 500€ per uno smartphone e poi si procura illegalmente applicazioni dal costo medio di 80cent.

Dunque io mi trovo a condannare la pirateria, pur essendone ancora “schiavo”; si tratta quasi di una dipendenza e non escludo che lo sia davvero. Eppure ci sono forme di condivisione illegale che approvo e approverò sempre. Grazie ad Internet posso trovare un infinità di telefilm o programmi televisivi americani e inglesi che probabilmente non arriveranno mai in Italia, o ci metteranno anni a venire trasmessi. Non parlo solo dell’ultima stagione di Breaking Bad, ma anche di programmi divulgativi della BBC estremamente interessanti e di qualità eccelsa. Da questo punto di vista, vedo la pirateria come una risorsa per diffondere la cultura, difatti in questo caso mi piace più parlare di “condivisione”.

Vorrei proprio spendere due parole su questo punto: la condivisione. Peer-to-peer (p2p) è tradizionalmente il termine più associato alla pirateria informatica, sebbene non sia la stessa cosa. I programmi p2p consentono lo scambio di file tra utenti e questo non è di per sé illegale, infatti la varie proposte fatte in passato di bloccare questo protocollo di scambio sono tutte naufragate.

Negli ultimi anni è però nato il fenomeno del file hosting, ossia diversi servizi web mettevano a disposizione di utenti uno spazio sui loro server per fare l’upload di file e poterli scaricare in un secondo momento tramite un link appositamente generato. In molti videro questo nuovo sistema come il successore del p2p, visto che gli utenti potevano scaricare tutto a velocità di banda, senza limitazioni legate al numero di persone che condividevano i file. Infatti non si tratta più di condivisione, ma di vendita.

Parlo di vendita perché gli hoster incoraggiano l’utenza a sottoscrivere degli abbonamenti per avere determinati vantaggi (download più veloci e spazio illimitato). Non solo: determinati gestori premiano gli uploader con un sistema pay-per-download che associa un punteggio per ogni download che proviene dai loro link; tali punteggi sono convertibili in denaro. Fino a qualche tempo fa un uploader molto famoso presso i forum dedicati, arrivava a guadagnare sui 400€ giornalieri, cifra affatto trascurabile.

Ricapitolando: in origine abbiamo una comunità di utenti che scambia file per il solo gusto di condividere, da questa nasce una diramazione di persone che pagano degli hoster per servizi che li portano ad acquisire materiale coperto da copyright non regolarmente acquistato e, addirittura, coloro che forniscono materiale hanno la possibilità di arricchirsi compiendo un attività illecita.

Che la pirateria faccia comodo agli utenti è vero, ma è meglio non vestire da ideologia ciò che, ormai, è diventato business.

Il (non tanto) buon senso

In origine il senso comune (common sense) era inteso come una virtù propria dell’uomo che gli consentiva di distinguere il vero dal falso, in poche parole era la capacità di fare ricorso alla ragione; era il buon senso.

Come accade anche con altri termini il suo significato è cambiato, si è evoluto: oggi per senso comune si intende l’accettare pregiudizi, prendere per vera un’opinione che ha il solo merito di essere quella più diffusa. Quando vostra madre (o vostra nonna) da bambini vi ersortava a non comportarvi in un certo modo ed usare il buon senso, anche se il suo fine era educativo, in realtà vi stava implicitamente insegnando a sottostare a ciò che altri ritengono “giusto”, senza però nemmeno sapere bene il perché.

Potreste non averci mai fatto caso, ma il senso comune è un giogo che ci opprime giorno dopo giorno e condiziona pesantemente le nostre vite; non ho compiuto ricerche di alcun tipo, ma sono convinto che sia una delle principali cause di stress e depressione.

L’uomo — diceva Aristotele — è un animale sociale, ha bisogno di vivere in comunità ed è l’unico essere vivente ad essere in grado anche di amministrare la società in cui vive. Ciò su cui però non ha alcun potere diretto sono le dinamiche relazionali che si instaurano nelle comunità e che fissano dei codici, delle leggi non scritte alle quali chiunque si sente costretto ad aderire.

Personalmente ritengo che ogni individuo è libero di fare ciò che più gli aggrada, nei limiti del rispetto altrui. Credo che chiunque, in linea di massima, possa dirsi d’accordo con questa affermazione; allora come mai ciò non avviene nella quotidianità delle nostre vite? Quante volte avreste voluto agire in un determinato modo, ma vi siete bloccati al pensiero: «cosa penserà di me la gente?». Eccolo qua: il senso comune, la prigione invisibile!

Ovviamente non tutti sentono lo stesso grado di pressione, in fondo non ci sono due fiocchi di neve identici, ma coloro che vivono in modo coerente con loro stessi sono una netta minoranza: la maggior parte delle persone segue i sentieri già tracciati dal gregge. Notate bene che non mi elevo a giudice dell’umanità, anzi! Per la maggior parte del tempo io sono una di quelle pecore!

Uno psicologo una volta mi ha detto:

Vuoi sapere qual’è il desiderio segreto della maggior parte delle persone che sono state mie pazienti in questi anni? Andare al cinema da soli.

Quale migliore esempio di regola non scritta? Pensateci bene: volete andare al cinema a vedere un film che attendete da tanto, ma non interessa a nessun vostro amico; che fate? Andate lo stesso? Perché no? Se vuoi qualcosa, allunga la mano e prendila! Bisogna combattere il pregiudizio, inizialmente sembrerà innaturale, ma se si cerca di godersi il momento e si entra nell’ottica che si sta facendo qualcosa per la persona più importante della propria vita — ovvero sé stessi — ci si sentirà presto liberi di un grande peso.

Più di un mese fa ho colto l’occasione e sono andato da solo al cinema. Qualche amico ha pensato fossi impazzito, ma me ne sono fregato alla grande. È stato un po’ strano, sulle prime, ma poi mi sono davvero gustato il film e ho passato una bella serata che altrimenti sarebbe stata parecchio noiosa. Stasera ripeterò l’esperienza e mi auguro vada addirittura meglio.

«Si stava meglio quando si stava peggio»

Quello nel titolo è probabilmente uno dei modi di dire più reazionari e paradossali mai concepiti, anche per questo viene spesso usata in contesti di ironia. Ultimamente però mi sono trovato un po’ a riflettere sul concetto di ricambio generazionale, di supposta perdita dei valori, del fatto che ogni generazione veda la successiva come un drastico peggioramento; quanto di tutto ciò è vero e quanto è frutto di ragionamenti retrogradi ed eccessivamente nostalgici?

Il passato, si sa, tendenzialmente viene idealizzato e la prova è che molti adulti ricordano il periodo del liceo come uno dei migliori della loro vita (seriamente?!) e gli adolescenti che stanno appena imparando cosa sono le responsabilità, guardano in modo nostalgico alla loro infanzia e alla totale assenza delle suddette, dimenticando ogni rovescio della medaglia. Non so se esiste un meccanismo neurologico alla base di questa attitudine, ma resta il fatto che, guardando indietro, i primi aspetti che sovvengono sono sempre quelli positivi. Ho il sospetto che, in ogni età da noi attraversata, troviamo sempre di che lagnarci, vediamo soprattutto i difetti e solo in seguito, dopo che quel periodo è sfiorito, ci accorgiamo che non era poi così male e che non ci si è goduti fino in fondo ciò che c’era, fintanto che c’era.

Quindi, guardando il tutto da una prospettiva puramente individuale, sembrerebbe che ci sia la tendenza ad edulcorare gli eventi passati. E per quanto riguarda la collettività? Potrei riprendere il concetto di coscienza collettiva e trattare tutta l’umanità come se fosse un singolo individuo, per il quale le generazioni rappresentano diverse “ere”. Ragionando in questi termini — abbastanza astratti, direi — potrei assumere che il detto che ho citato in apertura altro non è che il punto di vista fallace e capriccioso di un individuo (o collettività di individui), incapace di contestualizzare le varie epoche.

A mio modo di vedere non è esattamente così. Con il passare del tempo la società progredisce, nuove tecnologie rendono possibili cose che in precedenza nessuno era mai stato capace nemmeno di immaginare, è un progresso continuo. Quindi, in teoria, la società (e l’umanità) migliora sempre e tende a perfezionarsi, allora com’è che non viviamo in una perpetua età dell’oro? Lascio perdere deliberatamente i dettagli sui vari aspetti che compongono una società e provo a guardarla come un osservatore esterno che ne vede l’insieme: è una spugna. Assorbisce nuove informazioni, nuovi processi, istituzioni, valori e continua a crescere, ma nulla cresce all’infinito; la seconda funzione principale di una spugna, oltre all’assorbimento, è il rilascio. Lo stesso, a mio parere, fa la società: rilascia quello che non le serve più.

Epoche diverse hanno esigenze diverse. Una società improntata alla crescita economica, al profitto, gradualmente considera obsoleti alcuni valori facenti parte del passato e li “lascia indietro”. Si potrebbero spendere fiumi di parole sul ruolo che i poteri forti hanno su tutto ciò, sulla volontà di tenere ignorante la massa della popolazione e la tendenza a creare delle élite di intellettuali che formeranno poi la classe dirigente. Si potrebbe, ma non lo faccio perché non credo di avere una conoscenza abbastanza approfondita in merito. Rimane il fatto che, secondo me, la progressiva perdita di valori esiste, ma non è imputabile a nessuno in particolare, bensì allo scorrere del tempo e all’adeguarsi a nuovi contesti, anche se questo può portare degrado in determinati aspetti della cultura.

Non è un caso che fino ad ora abbia parlato di “società” e non di “umanità”: vi sono società radicalmente diverse e persino nello stesso Occidente, la cui cultura predomina sulle altre, vi è un diversificazione in base ad aree diverse. Io posso osservare da vicino la realtà del mio Paese, il quale forse ha subito questo processo in modo molto più pesante a causa di condizioni politiche poco favorevoli all’innovazione che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio. Poi, però, vedo che negli USA esce il film ‘God Bless America’ e capisco che — per citare un altro detto — “tutto il mondo è paese”.

Come un fascio di pulviscolo

L’ispirazione è una brutta bestia. Non so come sia nelle altre forme d’arte, ma nella scrittura la immagino come un fascio di luce. Hai presente il pulviscolo? Quell’insieme di polverine, sospese in aria, che ci circondano praticamente in ogni momento della nostra vita, ma che risultano visibili solo quando un fascio di luce irrompe nel buio o nella penombra. A questo punto eccole, quelle particelle che paiono danzare nel chiarore e, finalmente, si rivelano.

La luce è l’ispirazione, il pulviscolo è l’insieme delle nostre idee e delle nostre capacità. E il buio? Il buio è la nostra mente. Non credo che si possa avere mai il controllo totale di ciò che abbiamo nella scatola cranica: il cervello è probabilmente una macchina perfetta, ma il nostro io, beh, parliamone!

L’ispirazione, sì, credo che appartenga a noi, ma venga attivata da elementi esterni: un fiore, una canzone, una frase, una donna. Le nostre muse. È come se, per una strana reazione chimica, qualcuno accendesse l’interruttore di una torcia, illuminando ciò che è sempre stato lì, davanti ai nostri occhi, ma di cui non abbiamo mai avuto coscienza.

La cosa curiosa è che non abbiamo alcun controllo di questa parte di noi. Io volevo scrivere un post sulle donne, qualcosa che fosse anche un po’ poetico e la mia mente, come risultato, è rimasta bianca. Anzi, buia.

Dato che oramai avevo già aperto ‘Feathers’ ho deciso di sfogarmi un po’ nei confronti dell’ispirazione. Chissà quando tornerò a vedere il pulviscolo. Spero solo di avere la possibilità di gettare tutto nero su bianco, è un peccato sprecare gli attimi di luce.

Il cloud del “rumore”

Voglio spendere due parole sulla tendenza alla “cloudizzazione” che sta dilagando nell’ultimo periodo, con un riguardo particolare alla musica.

Ho sempre avuto un rapporto travagliato con la musica digitale, dove con “travagliato” intendo dire che ho sempre piratato tantissimo. E chi non l’ha fatto, in fondo? Internet mi ha dato la possibilità di ampliare molto i miei gusti, ma ciò è sempre andato a discapito della qualità.

È un discorso ampio che non riguarda soltanto la musica, ma la società in generale: si tende a privilegiare la quantità alla qualità; quando si ha accesso ad un database immenso e potenzialmente gratuito è facile lasciarsi prendere la mano e mettere in download intere discografie, solo perché una canzone di quell’artista/gruppo ci ha colpito in modo particolare. Tutt’oggi ho cinque o sei album nella mia libreria ai quali non ho dedicato più di un ascolto, ha senso tutto ciò?

Da almeno un anno ho iniziato ad invertire questo processo, riscoprendo il piacere di acquistare determinati album, anche solo per il gusto di supportare gli artisti che mi piacciono. Io, poi, sono esagerato di mio e sto apprezzando anche il fascino del vinile (magari scriverò qualcosa a proposito), ma questa è un’altra storia.

Relativamente all’acquisto della musica, in stile ‘iTunes Store’, o al pagare per accedere ad un database, in stile ‘Spotify’, sorge un altra questione: la qualità del prodotto. Magari è una mia fissazione, può essere sia io la mosca bianca, ma se pago per dei file musicali, pretendo siano della massima qualità possibile. Questo è un grosso problema, perché gli store che permettono l’acquisto di musica in formato lossless sono davvero pochi e misconosciuti.

La tanta apprezzata “nuvola” che consente di avere a disposizione la musica in streaming, ovviamente, è costretta a comprimere i file musicali e questo mi dà abbastanza fastidio. Non sono d’accordo con chi afferma che iTunes, inteso come riproduttore musicale, non dovrebbe più esistere e che il futuro sia del cloud: che senso ha pagare per un prodotto che, di fatto, è scadente? Posso condividere la prospettiva di un ascolto “casual” e poco impegnato, quando si è sui mezzi pubblici o si sta camminando per strada, ma quando torno a casa, vorrei poter ascoltare sul mio impianto dei file che abbiano una qualità degna dei soldi che ho investito nel loro acquisto. A mio parere è un punto di vista di cui andrebbe tenuto conto, ma mi rendo conto di fare parte di un’esigua minoranza e, si sa, nel mercato dei consumatori le minoranze non hanno molto peso.

Facebook sotto chiave

C’era un tempo in cui i non avvezzi alla tecnologia, quelli che guardavano ad Internet con un po’ di timore reverenziale, identificavano la Rete con ‘Google’. In effetti era (è?) quasi vero: il motore di ricerca di Mountain View era il sito web con cui si interfacciavano più di frequente, il portale tramite cui accedevano a tutte le informazioni di loro interesse; era la “porta di ingresso” di Internet.

Anno 2012, Google deve dividere la scena con un altro protagonista: Facebook.
La creatura di Zuckerberg è una tela di ragno che si estende in tutto il web, fino a sconfinare nel mondo reale, il cui confine con quello digitale diventa, giorno dopo giorno, sempre più labile. La cultura informatica media si è un po’ evoluta e dubito che qualcuno, oggi, possa identificare Facebook con il Web stesso, ma senza dubbio, rimane il sito su cui milioni di persone passano più tempo rispetto ad ogni altro.

Facebook è stato progettato in modo che l’utente vi passi più tempo possibile e che provi addirittura piacere fisico nel farlo. Avete presente quella sorta di formicolio allo stomaco, di aspettativa che provate quando compare una nuova notifica in alto a sinistra? Quel senso di autocompiacimento quando un vostro stato riceve un ‘like’? Avviene perché nel vostro corpo viene rilasciata della dopamina.

Non voglio divagare, quindi mi limito solo a dire che si tratta di un neurotrasmettitore che, tra le altre cose, viene rilasciato durante l’orgasmo. Procura, dunque, piacere e genera dipendenza. Sì, sto paragonando Facebook ad una droga e non sono l’unico, visto che nel mondo esistono centri di disintossicazione da overload digitale e attorno a me vedo sempre più persone ossessionate dal controllare ogni minuto se hanno nuove notifiche.

Non voglio negare gli aspetti positivi di questo social network e sono il primo ad ammettere di non poterne fare a meno, vista la sua enorme comodità; tuttavia ritengo che si debba fare un bilancio complessivo e tenere ben presente che si tratta di uno strumento, non di qualcosa che deve assorbire la nostra vita.

Detto ciò, qualche mese fa ho iniziato ad ideare un piano per limitare il mio tempo passato su Facebook. Enumero qui di seguito i passaggi da me fatti.

  1. Disabilitare la chat

La chat di Facebook — per quanto orrenda sia — è utile, ma deleteria se l’obiettivo è quello di non passare molto tempo
sul sito. Mettendosi sempre offline, si argina il problema.

  1. Eliminare le distrazioni

Tutto ciò che vi serve è un plug-in disponibile per ogni browser: AdBlock Plus. Grazie a
questo gioiellino ho eliminato alcuni elementi di disturbo, quali lo stream delle informazioni sulla destra e l’elenco delle
persone che hanno installato Facebook Messenger, sulla sinistra.
Può sembrare maniacale (e lo è!), ma ne ho tratto davvero giovamento.

  1. Eliminare l’applicazione dal telefono

Inutile che mi dilunghi: avere l’applicazione di Facebook sullo smartphone è come dare ad un tossicodipendente un
meth-lab tascabile.
È vero, esiste il sito mobile, ma è talmente pessimo che ti passa la voglia di navigarci.

  1. Nascondere gli amici

Il buon Diego Petrucci, mi ha consigliato di nascondere tutti gli amici ed i gruppi dalla
home page, in modo da non perdermi nel flusso continuo di aggiornamenti. Ho tenuto solo alcuni gruppi gestiti da siti di
informazione e devo dire che il consiglio si è rivelato davvero valido.

  1. Bloccare l’URL

Io ho usato Little Snitch per bloccare le connessioni a
facebook.com, di modo che l’unico sistema per accedere al social network sia quello di usare il browser dell’iPhone.
Ovviamente non ci vuole molto — in casi estremi — a rimuovere il blocco, ma sei click in più del dovuto, nella routine
giornaliera, sono sufficienti a fare regredire una brutta abitudine. In fondo siamo tutti un po’ pigri.

È una settimana che non accedo a Facebook e la mia produttività ne ha beneficiato. posso dire che il blocco dell’URL è stato davvero un toccasana! Rimane Facebook Messenger, ma quello è davvero ciò che mi serve.

Spero che la mia esperienza possa essere d’aiuto a qualcuno.