Riponi il bicchiere

Una psicologa passeggiava in una stanza, mentre impartiva ad un gruppo di persone i suoi insegnamenti su come gestire lo stress. Nel momento in cui prese un bicchiere d’acqua e lo alzò dinnanzi a sé, tutti si aspettarono la classica domanda sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Invece, sorridendo, disse: “Quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”

Le risposte variarono tra 200 e 500 grammi.

Al che, lei rispose: “Il peso assoluto non ha importanza. Dipende da quanto a lungo lo tengo in mano. Se lo tengo sollevato per un minuto, non è un problema. Nel caso di un’ora, avrò dolori al braccio. Se lo tenessi così per un giorno, sentirei il mio braccio intorpidito e paralizzato. Qualsiasi sia il caso preso in esame, il peso del bicchiere non cambia, ma più a lungo lo sorreggo, più pesante diventa.”

Proseguì: “Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come questo bicchiere d’acqua. Pensateci per un po’ e non accadrà nulla. Pensateci un po’ più a lungo ed inizieranno a farvi soffrire. E se vi ci arrovellate per tutta una giornata, vi sentirete paralizzati — incapaci a fare qualsisi cosa.”

Ricordatevi di riporre il bicchiere.

Fonte

Innamorarsi di una Mela

Sono stato per anni un fanboy Apple, qualcuno direbbe che lo sono ancora (e potrebbe avere ragione), ma di sicuro non mi comporto più come qualche anno fa. C’è stato un periodo in cui ero il classico “evangelista”, colui che si faceva portavoce del Verbo di Steve Jobs, conducendo crociate personali contro Microsoft e, più tardi, Android. A ripensarci adesso, un po’ me ne vergogno.

Di quel forte sentimento però è rimasto qualcosa: la trepidazione per un Keynote, l’istintivo risentimento verso chi critica Apple per partito preso, la felicità durante l’unboxing di un nuovo prodotto. Ad un osservatore esterno tutto questo può sembrare eccessivo e non avrebbe problemi ad etichettare come “pazzoidi” coloro che si accampano fuori dagli Apple Store la sera prima del lancio di un nuovo prodotto. Prima di sfoderare il classico (e legittimo) argomento: “ognuno ha le proprie passioni ed è libero di seguirle”, vorrei riportare qualche passaggio del libro ‘The Naked Brain‘.

Come esempio dell’impatto emotivo che hanno su di noi i marchi commerciali, si prenda in considerazione il “Pepsi Challenge”. Se i partecipanti non erano a consocenza di quale bevanda veniva loro offerta, basandosi unicamente sul gusto, tendevano a preferire Pepsi a Coca Cola. Quando invece venivano resi consapevoli della marca, la scelta cadeva su Coca Cola.

[…]

Le persone rimangono fedeli ai brand che suscitano in loro sentimenti di fiducia ed affetto. Stimolare l’attaccamento emotivo dei clienti è un modo migliore per predirne le abitudini di acquisto, piuttosto che puntare soltanto sulla loro soddisfazione: potenzialmente si può fare in modo di mantenere quei clienti per tutta la loro vita.

[…]

Sono davvero “dipendente” da Coca Cola, penne Delta e quaderni Claire-fontaine — per nominare giusto tre prodotti che ho comprato in quella che altri potrebbero definire come una quantità eccessiva? Le neuroscienze stanno suggerendo che, visto il ruolo avuto dallo stesso neurotrasmettitore (dopamina) nella dipendenza dalle droghe e nell’acquisto “eccessivo” di prodotti legati da un determinato marchio, un qualche grado di legame emotivo, se non proprio di dipendenza, è presente.

Il motivo per cui Apple ha così tanti “accoliti” tra chi acquista i suoi prodotti è che — soprattuto in passato — si è data molto da fare nel creare un legame affettivo con la propria clientela; al punto che molti (di noi) si identificano così tanto con il logo della Mela, da vedere qualsiasi critica all’azienda come un attacco personale. Come Dale Carnegie insegna, in larga misura le critiche servono solo a fare arroccare i loro destinatari nelle proprie posizioni, da qui il comun sentire che gli utenti Apple sono “lobotomizzati” ed è impossibile ragionarci.

A questo punto i fan del Robottino Verde che stanno leggendo — se mai ce ne fossero — staranno ridacchiando sotto i baffi, ma farebbero meglio a non sentirsi superiori, visto che sono anch’essi vittime dello stesso processo. In una società consumistica quale è la nostra, è praticamente impossibile non sviluppare preferenze per determinati brand e, conseguentemente, diventa molto difficile non sviluppare un legame emotivo. Nel mondo tecnologico subentra anche la passione personale, quindi è facile assistere a feroci diatribe, ma il “Pepsi Challenge” dimostra che il discorso è applicabile a qualsiasi brand.

C’è chi veste solo Benetton, chi è convinto che ‘Barilla’ sia sinonimo di “pasta”, chi non vuole sentire nomi di automobili se queste sono prodotte al di fuori del confine teutonico. Questa affezione, magari inzialmente motivata da un’effettiva qualità superiore, trascende ogni tipo di logica e spesso non viene compresa fino in fondo nemmeno dagli interessati. In fondo è noto che l’amore non veda i difetti, ma questo è ancora più grave se l’oggetto del sentimento è un azienda a cui noi diamo i nostri soldi e verso cui dovremmo sempre essere critici e pretendere il meglio.

Come al solito, se non possiamo — e non possiamo — evitare di subire certi meccanismi, è bene cercare di esserne consapevoli, di modo da coglierli in castagna quando scattano.


Aggiornamento

Fabrizio Rinaldi mi fa gentilmente notare che il “Pepsi Challenge” è risultato fallace, in quanto la Pepsi viene preferita al primo sorso a causa della maggiore percentuale di zucchero, mentre la Coca Cola risulta migliore in un periodo di tempo più dilatato. Ovviamente ciò non inficia la bontà della tesi esposta, visti i numerosi test effettuati con l’ausilio di fMRI in cui si è riscontrata una maggiore attività cerebrale nelle regioni correlate a pensiero, elaborazione emotiva e memoria, quando nelle attività svolte i soggetti si trovavano a confrontarsi con la loro marca preferita.

Non ho riportato l’intero passaggio nella citazione per non appesantire il discorso.

Craving for likes

The Social Media Generation

Fonte: ZenPencils

Nulla da aggiungere, riprende l’annosa questione che ho abbozzato in un precedente post, ponendo l’accento sulle motivazioni che sottendono questo tipo di dipendenza.

Sì: dipendenza è la parola giusta, dal momento che i meccanismi chimici che si innestano nel nostro cervello quando riceviamo un Like sono — su scala ridotta — gli stessi che sperimenta un eroinomane dopo la sua dose.

Ecco quindi persone che condividono lo stesso stato in diversi momenti del giorno, sperando di ricevere più ‘mi piace’. Persone che giocano a “chi ce l’ha più lungo” con il numero di follower su Twitter. Persone che cambiano la foto profilo quotidianamente, spesso ritoccandola. Persone che condividono ogni momento della propria vita, cercando di farla sembrare più interessante di ciò che è in realtà. Tutte persone che, in definitiva, smaniano di approvazione per ciò che sono, anzi, per ciò che mostrano di essere.

Quanto a me, non sono sicuro di essere fuori dal gruppo.

Vanità…decisamente il mio peccato preferito.
— Al Pacino ne ‘L’avvocato del Diavolo’

Soli, insieme

La maggior parte di voi avrà già visto il video, dal momento che è stato diffuso moltissimo nel corso dell’ultima settimana. Direi che si commenta da solo e riporta in auge un discorso affrontato da molti altri prima di me, alcuni1 con un punto di vista simile al mio, altri2 con un modo di vedere la questione un po’ differente. Non voglio quindi esporre la mia prospettiva, perché rischio di essere ridondante e di non aggiungere nulla di significativo rispetto a quanto detto da altri.

Quindi qual è il senso di questo post? Semplicemente riportare ad imperitura memoria le parole scritte oggi nello stato della pagina Facebook ‘Tad‘ (a proposito: mettete “mi piace”, non ve ne pentirete).

Ero ad un concerto qualche settimana fa, e ho assistito a numerose persone che riprendevano lo spettacolo con i loro smartphone, piuttosto che seguirlo dal vivo, direttamente con i loro occhi. Siamo diventati così impegnati a cercare di catturare qualsiasi cosa con l’aiuto della tecnologia che ci dimentichiamo di godere delle cose che abbiamo davanti, mentre queste accadono.

Il prezzo che paghiamo per cercare di cristallizzare questi momenti, affinché siano accessibili in futuro, è l’impossibilità di apprezzare realmente ciò che accade, quando accade.

Non succede solo durante i concerti, ma anche alle riunioni di famiglia, agli eventi mondani, agli appuntamenti, alle uscite con gli amici. Il problema non sorge solo quando si cerca di catturare un momento, ma anche quando si vuole evadere dalla situazione in cui ci si trova, controllando i social network, giocando ai videogames, navigando sul web, et cetera. La tecnologia ci permette di essere da soli in mezzo ad una moltitudine di persone.

Questo weekend sforzatevi di mettere da parte lo smartphone e godervi la vita. Godetevi il vostro partner, gli amici. Vivete il momento, invece di registrarlo per un ipotetico futuro.

La tecnologia è il mostro brutto e cattivo? No. Siamo noi che abbiamo queste tendenze e sarebbe bene prendere coscienza e cercare di contrastarle, quando possibile, perché il tempo non torna mai indietro.

If you want to keep your memories, you first have to live them.
— Bob Dylan


  1. Diego Petrucci e Riccardo Mori, ad esempio. 
  2. Filippo Corti qui e qui

Tic-Tac

Provate per un attimo a tornare con la mente alla vostra infanzia, non importa se sia stata felice o meno, sono quasi sicuro che ognuno di voi aveva un rapporto diverso con il Tempo, rispetto a quanto avviene ora. Io ricordo che a casa di mia nonna, nel primo pomeriggio, aspettavo le quattro per poter vedere i cartoni pomeridiani (qualcuno ricorda Solletico?) e — non sapendo leggere le ore — chiedevo quanto mancasse. Spesso mi sentivo rispondere: «È presto, Jacopo, ancora un’oretta» e mi rattristavo parecchio perché sapevo che l’attesa era lunga. Quando pensavo a ciò che avevo fatto solo un anno prima mi sembrava che di mezzo ci fosse un’era.

Eccomi adesso, ventituenne, a notare che quattro ore di studio passano sempre troppo in fretta rispetto a quanto mi sia necessario; ad evocare ricordi dell’estate passata e percepire quegli eventi come accaduti pochi mesi prima. Com’è possibile?! Sono sempre stato convinto fosse principalmente colpa di una percezione del tempo alterata durante la fase della crescita, unita magari al rapporto “vita rimasta-vita vissuta”. In sostanza qualcosa di inevitabile — ed inevitabilmente triste — che andrebbe notato per poter prendere piena coscienza del fatto che la vita non è mai lunga abbastanza.

Nel 2012 è però successo qualcosa che mi ha fatto vedere la nostra percezione del tempo sotto un’altra luce, nonché mi ha causato un piccolo periodo di “crisi esistenziale”. Durante le vacanze estive sono andato in Croazia con un gruppo di amici e, sebbene inizialmente non ne fossi proprio entusiasta, si è invece rivelata una bella esperienza. Non ho intenzione di fare il resoconto della vacanza, mi limito ad accennare che tra nuotate intense, furti di birra ed improbabili approcci con turiste tedesche, ce la siamo passata piuttosto bene. Il tutto è durato una settimana e, nonostante il luogo comune voglia che il tempo passi più rapidamente quando ci si diverte, l’ho vissuta in modo intenso, assaporando ogni singolo giorno.

Torno a casa e riprendo contatto con la realtà: ho un esame a tre settimane e devo fiondarmi sui libri, non c’è tempo da perdere! Ed ecco che, con mio grande sconcerto, in un battito di ciglia passano sette giorni. 168 ore della mia vita se ne sono andate senza che quasi io me ne rendessi conto, lasciandomi la disarmante sensazione di non aver vissuto. Come mai la stessa identica porzione di tempo che ho trascorso in Croazia l’ho percepita in modo così diverso, una volta rientrato a casa?

Sembrerà banale, ma tutto ciò mi ha fatto entrare per un po’ in crisi, mi ha fatto chiedere: «Non sarà che sto buttando la mia vita?». Mi è venuta incontro un’infografica che ha stimolato la mia curiosità riguardo l’argomento in questione e mi ha fatto fare un po’ di ricerche. Purtroppo non ho modo di recuperarla, quindi esprimerò il concetto con le parole di un gentile utente di Reddit che ha rinfrescato la mia memoria su questo tema.

La percezione del trascorrere del tempo dipende da quante volte prestiamo attenzione a qualcosa e siamo consapevoli di farlo!

Può essere fantastico oppure un supplizio, dipende dalle circostanze.

Percezione del tempo come “lento”:
Sei in classe e controlli l’orologio appeso al muro…10 minuti alla campanella. Ogni…3…secondi, ti rendi conto di quanto sembri un’eternità. Vuoi che il tempo passi più in fretta, vorresti che lo facesse, quindi continui a controllare, controlli ancora ed ancora! In quei 10 minuti avrai fatto 200 osservazioni e se ogni volta che guardi l’orologio dici a te stesso: «Ma è così LENTO!» ecco che sono 400 osservazioni ed è persino peggio!

[…]

Percezione del tempo come “veloce”:
Ora pensa a quando sei tutto il giorno con la testa tra le nuvole, senza notare nulla, oppure quando passi tutta la giornata mezzo addormentato nel letto, o a guardare repliche di una serie TV che conosci da cima a fondo. All’improvviso il giorno è trascorso.

Oppure quando stai guidando lungo una strada che hai fatto centinaia di volte — e all’improvviso sei a casa e pensi: «Ma che cavolo! Dormivo mentre ero al volante?!»

Durante l’infanzia per tutto il tempo ci sono cose che vale la pena notare. Tutto ciò che hai dinnanzi è nuovo e — dunque — importante.

Quando cresci smetti di notare ciò che hai visto ormai centinaia di volte: non è nuovo, non è importante e quindi non merita la tua attenzione. È normale e giusto.

Come adulto ti devi concentrare su ciò che davvero merita attenzione. Le semplici sensazioni/suoni/stimoli visivi potrebbero non essere compresi nel novero, a meno che non siano estremi. Ma in genere ciò che è nuovo/importante per un adulto è ad un livello più astratto (il tempo rallenta per persone che hanno lavori in cui ogni minuto presenta una nuova — ed importante — sfida da superare).

Come nota a parte, due persone potrebbero vivere entrambe fino ad 80 anni, ma il modo in cui vivono la vita può essere molto diverso. Magari uno dei due nota cose tutto il tempo — è un inventore che compie centinaia di osservazioni e ha una valanga di idee al giorno. L’altro è in continuazione fra i meandri della sua mente e non si preoccupa di ricordare nulla di ciò che gli accade. Potresti trovarti con una persona che ha vissuto il suo tempo come se fossero 200 anni di vita e l’altra che si e no ha fatto esperienze per 20.1

Nel mio caso, in Croazia ho compiuto diverse sfide a livello personale per cercare di uscire dalla mia comfort zone e ho cercato di provare cose nuove; di contro, tornato a casa, mi sono lasciato assorbire nella routine, dalla meccanicità di eventi che posso predire ad occhi chiusi.

Uno dei fattori che mi ha spinto verso la mindfulness è proprio questo. Molto spesso, intrappolati come siamo nelle nostre routine quotidiane, arriviamo a dare per scontate cose che non lo sono per nulla e a credere di conoscere ciò di cui in realtà non abbiamo scalfito che la superficie.

Non c’è un giorno uguale ad un altro ed il tempo che vi lasciate alle spalle non tornerà mai più indietro. Sono uno che predica bene e razzola male, ma il mio consiglio è di vivere ogni giorno al massimo, provando cose nuove per il gusto di provarle (e se laggente dice che “non ha senso” è una ragione in più per fare ciò che pensate). Viaggiate! Sfidante le convenzioni che non sapete nemmeno voi perché seguite! Fate, di tanto in tanto, cose che vi spaventa fare. Cosa avete da perdere? Non potete vivere in eterno, ma potete vivere intensamente.


  1. “In the end, it’s not the years in your life that count. It’s the life in your years.” — Abraham Lincoln 

The Laundry List

Ho appena finito di leggere il libro di Sheldon Kopp ‘Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!‘, un saggio brillante, denso di significato che nonostante le riflessioni profonde che provoca riesce ad essere comunque molto scorrevole e a catturare magneticamente l’attenzione del lettore. Senza dubbio un libro che consiglierei a chiunque.

Il volume si chiude con quello che l’autore definisce un ‘elenco escatologico della biancheria‘, ossia un elenco parziale delle “verità eterne“. Può essere visto come il sunto degli argomenti trattati dall’autore, derivante quindi dalla sua esperienza come psicoterapeuta ed essere umano. Tempo addietro ho pstato su queste pagine il mio ‘Manifesto’, se avete gradito le deduzioni di un ragazzo poco più che ventenne che la vita non ha ancora iniziato a viverla, direi che quelle del saggio dottor Kopp non potranno che piacervi e farvi riflettere.1


  1. È tutto qui!

  2. Non ci sono significati reconditi.

  3. Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c’è alcun posto dove andare.

  4. Siamo tutti già moribondi e saremo morti per molto tempo.

  5. Nulla dura per sempre.

  6. Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole.

  7. Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa.

  8. Puoi conservare soltanto ciò che dai via.

  9. Non c’è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose.

  10. Il mondo non è necessariamente giusto. L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura.

  11. Nondimeno hai la responsabilità di fare del tuo meglio.

  12. È un universo casuale a cui noi apportiamo significato.

  13. In realtà non controlli nulla.

  14. Non puoi costringere nessuno ad amarti.

  15. Nessuno è più forte o più debole di te.

  16. Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili.

  17. Non ci sono grandi uomini.

  18. Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso.

  19. Tutti mentono, ingannano, fingono (sì, anche tu, e certamente io).

  20. Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosa di trasformazione.

  21. Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l’accetti.

  22. Il progresso è un’illusione.

  23. Il male può essere spostato, ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi.

  24. Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione.

  25. L’infanzia è un incubo.

  26. Ma è così difficile essere un adultoindipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a sé stesso perché non c’è nessun altro a farlo.

  27. Ciascuno di noi è, in definitiva, solo.

  28. Le cose più importanti, ciascun uomo deve farle da sé.

  29. L’amore non basta, ma certamente aiuta.

  30. Abbiamo soltanto noi stessi e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri. Forse non è molto, ma non c’è altro.

  31. Che strano che tanto spesso, tutto sembra valer la pena.

  32. Dobbiamo vivere nell’ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale.

  33. Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti.

  34. Tuttavia siamo tutti responsabili di tutti i nostri atti.

  35. Nessuna scusa sarà accettata.

  36. Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti.

  37. È importantissimo trovarsi senza più capri espiatori.

  38. Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza.

  39. L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a sé stessi.

  40. Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé.

  41. Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze.

  42. Cosa sai…con sicurezza… ad ogni modo?

  43. Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più volte…


  1. Se non avete familiarità con determinate tematiche psicologiche e filosofiche alcuni punti vi lasceranno scettici. Ho scelto tuttavia di non commentare ogni singola affermazione per invogliare a leggere il libro. 

Non sei l’onda, sei il mare

Quello qui sopra è un affasciante mini-documentario sull’esperienza avuta dagli astronauti la prima volta che hanno visto la Terra fluttuare nello spazio, immersa nella totale oscurità, un’impatto talmente forte da cambiare per sempre il loro modo di percepire la realtà.

Avevo già letto, in passato, alcuni articoli e post che parlavano di questa esperienza, ma sentire le parole pronunciate da chi ha provato tale sensazione in prima persona è decisamente un’altra cosa, riesci a percepire l’emozione, il coinvolgimento e la loro ferma convinzione; comprendi che è qualcosa di reale e provi in un certo senso invidia per quella cerchia di eletti. D’altronde ammirare una foto ad alta risoluzione del nostro pianeta non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò che prova chi è là fuori, nel buio del Cosmo e osserva il pale blue dot.

Passato questo mix di emozioni condite da una punta di comprensibile invidia, ho iniziato a ragionare un po’ su quello che i vari intervistati dicevano (sorprendente come abbiano provato praticamente tutti le stesse sensazioni) , ricollegandolo ad un libro che sto leggendo in questo periodo: il Dàodéjīng.

In particolare:1

Una mente libera dal pensiero, immersa in sé, contempla l’essenza del Tao
Una mente piena di pensieri, identificata con le proprie percezioni, contempla solo la forma di questo mondo (trad. Star)

Il nucleo e la superficie sono essenzialmente la stessa cosa: le parole li fanno apparire diversi solo perché esprimono l’apparenza
Se occorre dar loro un nome, la meraviglia li descrive entrambi: di meraviglia in meraviglia l’esistenza si apre (trad. Bynner)

Questa conoscenza teorizzata da Laozi, riscoperta recentemente dalla fisica quantistica ed intuita dagli astronauti afferma che, in definitiva, noi non esistiamo; per lo meno non nel modo in cui siamo soliti pensare. Nel momento stesso in cui entriamo nel ciclo della vita, ci deliniamo come individui ed iniziamo a delineare il mondo in cui viviamo per mezzo del linguaggio, le parole tuttavia rappresentano la mappa, non il territorio: non toccano nemmeno lontanamente la realtà delle cose; non è un caso se l’esperienza, la saggezza, non è comunicabile a parole.

L’Uomo è paragonabile ad un onda, si muove sulla superficie del mare, ma rimane parte integrante di quest’ultimo e, fino a che non prende consapevolezza di ciò, non troverà mai pace perché continuerà a cercare il modo per esistere al di fuori dell’acqua. A modo loro gli astronauti arrivano ad una realizzazione simile: vedere dall’esterno il sistema in cui sono nati e vissuti fino a quel momento, comprendere — non tramite percorso logico, ma tramite esperienza diretta — che tutto ciò che hanno sempre ritentuto importante è, in ultima analisi, insignificante, capire che quello che normalmente si dà per scontato è mantenuto da un equilibrio precario; tutto questo li fa ridimensionare ed entrare in intimo contatto con il loro Pianeta che “è fatto della nostra stessa materia”.

Tornando al Dàodéjīng, è bene specificare che Laozi non sostiene si debba perseguire la vita monastica e rinunciare ad ogni piacere, in modo da eradicare il dolore e raggiungere l’illuminazione, al contrario! Si deve vivere nel mondo delle passioni, consapevoli però della sua parzialità e della nostra profonda connessione con tutto ciò che è esistente. Le onde sono parte del mare, ma continuano a danzare come onde.


  1. Ho scelto le traduzioni che a mio avviso rendevano il messaggio il meno criptico possibile. 

L’Italia e l’irresponsabilità diffusa

Mi lancio in un istintivo e — spero — breve sfogo che per molto tempo mi è rimasto incastrato in gola, riguardo quello che credo sia un atteggiamento tutto italiano. Dargli un nome ben definito è difficile, mi riferisco alla tendenza alla minimizzazione delle colpe che ritengo basata sul concetto noto in psicologia come responsabilità diffusa.

Kitty Genovese, tornando a casa dal lavoro, venne assalita mentre percorreva la breve distanza tra la sua automobile e l’edificio in cui viveva, nel quartiere di Queens a New York. Erano le prime ore del mattino, il suo aggressore la pugnalò, ma fuggì quando le urla della donna provocarono una reazione da parte dei vicini.

Che tipo di reazione? Alcuni accesero le luci di casa e sembra che qualcuno abbia urlato dalla finestra, ma questo fu tutto o quasi. Tornata la calma, l’assalitore riprese la sua aggressione, di nuovo la vittima, troppo debole per allontanarsi, implorò aiuto, e di nuovo l’aggressore si spaventò e scappò. L’aiuto non venne. L’aggressore ritornò, e questa volta uccise la donna.

Il passaggio è tratto da questo interessante articolo su ignoranza collettiva e diffusione di responsabilità. Mi limito a citare un ulteriore estratto che spiega a cosa corrispondono i termini che ho messo in grassetto:

Ignoranza collettiva (o pluralistica): fa si che gli astanti presumano che tutto va bene perché le altre persone presenti non dimostrano di percepire nulla di strano.

Diffusione della responsabilità: una diminuzione del senso di responsabilità percepito dal singolo individuo quando sono presenti altri possibili soccorritori.

È da tempo che noto un pensiero diffuso che definire fallace è dire poco, quella logica dell’omologazione per cui se la maggioranza delle persone agisce in un modo, anche se eticamente scorretto, diventa consuetudine assumere tale atteggiamento. Auto in doppia fila e tendenze opportunistiche sono solo la punta dell’iceberg, ciò che mi preoccupa davvero è sentire gente difendere a spada tratta Fabrizio Corona perché “lui va in galera, mentre gli stupratori sono a piede libero”, come se un reato debba venire depenalizzato a causa della (presunta) impunità di un crimine più grave.

Ancora più di recente è interessante notare come l’opinione pubblica concordi sul “mandare a casa” l’attuale classe politica, mentre sia pronta a perdonare impreparazione e castronerie dei candidati del Movimento 5 Stelle. Solo perché abbiamo avuto la sventura di vedere il titolo onorevole accostato ai nomi Carfagna e Scilipoti, non vuol dire che questi nuovi arrivati debbano essere esenti da critiche, anzi! Dovrebbero avere un’attenzione particolare proprio perché si propongono come una ventata di aria fresca nel panorama politico nazionale! Purtroppo essere i “meno peggio” non è abbastanza.

Altri esempi possono essere l’astensionismo elettorale basato sulla convinzione qualunquista del “tanto sono tutti uguali e non cambierà mai niente”, oppure l’evasione fiscale ad ogni livello che ormai viene vista come prassi e passa quasi inosservata.

Ho citato prevalentemente casi che hanno a che fare con la sfera civica perché tipici del vivere in società, ossia dei contesti in cui gli individui si influenzano tra di loro. Non so se sia stato appropriato o meno utilizzare i concetti di ignoranza collettiva e diffusione della responsabilità, ma da quando — un paio di anni fa — ho scoperto la loro esistenza mi sono accorto di quanto sia comune vedere questi meccanismi in azione. Nel caso in cui non c’entrino nulla, scusatemi e prendete questo pezzo per quello che in definitiva è: un semplice sfogo.

Mindfulness e meditazione

Chi mi segue su Twitter saprà certamente che di recente ho iniziato a cimentarmi nella meditazione con risultati che, a mio modo di vedere, sono piuttosto significativi. In molti mi hanno chiesto di scrivere qualcosa a riguardo, ma ad essere sincero non so proprio come trattare l’argomento. Da un lato, con un mese di pratica all’attivo, non mi posso certo dire un esperto in materia (indipendentemente dalle letture da me fatte), dall’altro, volendo trattare come si deve l’argomento, sarebbe appropriato scrivere un vero e proprio libro, un manuale, non di certo un approssimativo articolo su un blog. Alla luce di queste considerazioni, ho deciso di scrivere le mie prime impressioni, congiuntamente ad una serie di consigli per principianti che mi sono stati davvero utili. Cercherò di essere il più chiaro e lineare possibile nei paragrafi seguenti, qualora non dovessi riuscire nell’intento, vi prego di scusarmi.

Il mio inizio

La mia love-story con la pratica meditativa ha avuto un periodo di gestazione piuttosto lungo. Infatti iniziai ad avvicinarmi alla tematica nel febbraio del 2012, fagocitando una valanga di articoli in lingua inglese e frequentando assiduamente la sezione dedicata su Reddit. Nonostante la buona volonta e gli sforzi — che poi avrei scoperto essere la causa principale delle mie difficoltà — le mie sedute risultavano più fonte di frustrazione che di relax; ero ossessionato dalla postura, non riuscivo a fermare i pensieri, credevo di sbagliare a respirare e, come se non bastasse, il mio cuore aveva la tendenza ad accelerare i battiti durante la meditazione, entrando in conflitto con il il ritmo del respiro e rendendo irritante tutto il processo. Non ci si deve meravigliare se abbandonai la pratica dopo poco più di un mese, in corrispondenza con un periodo di grande stress (sono una persona piuttosto ansiosa).

Nonostante questo fallimento, il mio percorso di self-improvement continuò per vie traverse, tanto che mi sento di considerare il 2012 come uno dei più significativi a livello di crescita personale. Ovviamente in tal senso Internet ha assunto — come sempre — un ruolo chiave, in particolare ho scoperto in Reddit una fonte inesauribile di stimoli. È proprio grazie a quest’ultimo che si è riaccesa la mia curiosità per la meditazione: in tutti i thread che aprivo veniva indicata come abitudine da sviluppare assolutamente per trarre il meglio dalla propria vita. Possibile che avessi sbagliato qualcosa io?

Dopo aver scoperto il progetto HeadSpace, mi sono accorto di essere incappato nei più comuni errori dei principianti ed è da questi che vi voglio mettere in guardia.

L’approccio mentale

Non importa quanto sia facile l’attività che vi apprestate a svolgere: se non avete il corretto atteggiamento, vi sembrerà sempre di scalare l’Everest in costume da bagno.

Siamo abituati ad essere immersi in mille impegni quotidiani: dobbiamo lavorare, studiare, allenarci, uscire con gli amici, ecc. La meditazione è dunque una delle tante cose da aggiungere alla to-do list della giornata, eppure è proprio questo il primo errore: meditare non vuol dire “fare”. La meditazione non ha nulla a che vedere con l’azione, ma con la consapevolezza. Nel momento in cui iniziate la seduta, tutto ciò che dovete fare è essere consapevoli di voi stessi, di ogni emozione, sensazione (piacevole e/o fastidiosa), suono, odore, sapore, pensiero e così via.

Altro errore molto comune è cercare di soffocare i pensieri, di avere la mente “vuota”. Mi spiace deludere chi davvero ci credeva, ma non è possibile fermare i pensieri, ciò che è possibile, anzi, auspicabile fare è permettere a questi di fluire liberamente ed andarsene così come sono venuti. Non lo ripeterò mai abbastanza: tutto ha un inizio ed una fine, perché pensieri ed emozioni dovrebbero fare eccezione? La tendenza che purtroppo si ha (o almeno io ho) è di identificarsi con ciò che si pensa. Quando sorge un pensiero negativo l’atteggiamento naturale è quello di combatterlo, cacciarlo, con il solo risultato che viene rafforzato e produce un effetto domino, tanto che sembrerà di avere un vespaio nella scatola cranica. A volte mi capita persino di notare il sorgere ed il passare di un pensiero negativo e, in una sorta di impeto masochistico, trovarmi a “rincorrerlo” per poterlo analizzare a dovere. Quando invece la mente produce qualcosa di felice, appagante, la tendenza è quella di indugiarvi, di trarne quanto più piacere possibile e finirne inevitabilmente dipendenti; ma dal momento che nulla è eterno, la sofferenza finale è scontata. Questa tendenza è gravissima perché, in ultima analisi, i pensieri non sono nemmeno qualcosa di reale.

Come fare, dunque, durante la meditazione? Vi posso assicurare che la mente non se ne starà quieta, non importa se produrrà immagini, suoni o monologhi interiori (quanto li odio questi!), non c’è nulla che possiate fare per annullarli. Dovete notare la loro presenza e lasciarli andare, spostando la vostra attenzione sul respiro. Non c’è praticamente nulla che possiate sbagliare, la meditazione non può essere giusta o sbagliata: o state meditando (allenando la concentrazione) o non stante meditando. Tutto ciò che dovete fare è allenare la consapevolezza, la concetrazione e lasciare che accada tutto ciò che si sta manifestando; non dovete cercare di controllare nulla perché il solo risultato sarà generare stress e rendere l’intera esperienza molto frustrante. È stato questo il mio errore, un anno fa.

La posizione

Per quanto possa essere affascinante l’idea di meditare nella posizione del loto, seduti su di un cuscino posto sul pavimento, non credo sia la soluzione migliore per un occidentale. Non che sia impossibile, sia chiaro, semplicemente è poco conforme alle nostre abitudini e io ho trovato parecchio difficile mantenere la schiena eretta — elemento molto importante.

Il mio consiglio è utilizzare una sedia da salotto, o da scrivania a patto che non sia girevole. Descrivere a parole la posizione ideale in cui sedersi è piuttosto complicato, quindi vi lascio un video esplicativo(https://www.youtube.com/watch?v=GUAaeYYOIRc). È in inglese, ma si capisce molto bene e spiega in modo mille volte migliore rispetto a come potrei fare io. Riguardo l’abbigliamento, più comodi siete, meglio è; per questo io prediligo il pigiama.

La pratica

Un errore che si tende sempre a fare è di sedersi e concentrarsi subito sul respiro, per poi lamentarsi che la mente non collabora e non ci si riesce a rilassare. Per poter meditare occorre prima fare entrare la mente in sintonia con il corpo.

Il metodo che ho sperimentato sulla mia pelle consiste nel prendersi il tempo per diventare consapevoli delle sensazioni che si prova, percepire il contatto del corpo sulla sedia, dei piedi sul pavimento, avvertire i suoni attrono. Poi procedere con una “scansione” del proprio corpo, come se si volesse costruire un’immagine mentale dello stesso, e solo dopo tutti questi passaggi, porre la propria attenzione al respiro.

Respirare è un’azione completamente naturale, eppure quando la si nota essa diventa meno automatica, si può provare la tentazione di controllarla; ecco, questo lo si deve evitare. Sebbene la respirazione fisiologicamente corretta in uno stato di relax sia quella diaframmatica, durante la meditazione dovete semplicemente osservarvi ed essere consapevoli del movimento e di dove avviene, senza cercare di pilotarlo. Dovete prima di tutto capire come siete, non cercare di essere come vorreste. Questo credo sia un suggerimento valido in molti ambiti, non solo nella meditazione.

Durante tutti questi passaggi, ogni volta che vi accorgete di esservi lasciati catturare da un pensiero, prendetene nota e tornate alla pratica, senza frustrarvi, senza rimproverarvi, ripetetevi che è tutto ok e andate avanti. Può essere che vi ritroviate a provare emozioni o vari fastidi fisici, personalmente in questi casi io cerco di porre la mia attenzione sul disagio e indagarlo con un genuino senso di curiosità. Molto spesso mi sono ritrovato a dare un nome a determinate emozioni che provavo, ma che non mi risultavano subito chiaramente identificabili; a volte è successo che sono semplicemente sparite. Nel caso dei pruriti questa tecnica di analisi è bastata per farli scomparire nel nulla.

Mindfulness

Mindfulness è un termine spesso usato come sinonimo di meditazione e, sebbene non sia esattamente così, ne rappresenta comunque un aspetto chiave. La traduzione più adeguata nella lingua italiana è “consapevolezza”. Praticare la mindfulness è qualcosa che va oltre i 10-20 minuti al giorno dedicati alla meditazione, comporta infatti essere consapevoli di tutto ciò che fate durante la giornata, senza lasciarvi “rapire” dai vostri pensieri (che comunque rimangono presenti); notare ogni sensazione provata ed indagarla sospendendo ogni giudizio.

La mindfulness, diversamente dalla meditazione, la si può applicare in qualsiasi contesto, in qualsiasi momento della giornata. Personalmente la utilizzo spesso mentre cammino, mi apro ad ogni stimolo, catturo ogni suono, odore, sensazione e, ogni volta che sorprendo la mia mente a vagare, riporto l’attenzione al contatto dei piedi con il terreno. Il trucco per ancorare l’attenzione al qui ed ora è concentrarsi su una sensazione che è sempre presente, il tatto diventa dunque il punto di riferimento per ogni attività, tanto quanto il respiro lo è per quella meditativa.

Le mie impressioni

Come ho detto è circa un mese che mi sto dedicando a queste pratiche e posso dire che funzionano. Non so come, non so perché, ma se devo fare un bilancio complessivo mi trovo ad essere mediamente molto più calmo e rilassato. Ho iniziato a notare i progressi dopo un paio di settimane, ma mi ci è vuoluto un po’ per collegarli alla meditazione, visto che era qualcosa che facevo totalmente senza aspettative.

Credo che questo sia un aspetto importante: l’aspettativa spesso soffoca i progressi. È un concetto trito e ritrito, lo so, ma noi stiamo vivendo in questo momento, cosa importa cosa viene dopo? Prima di venire sommerso di obiezioni, specifico che sto parlando della tendenza tipicamente umana di vivere ogni attività come un’incombenza da sbrigare prima di giungere alla successiva; approcciandosi alla realtà in questo modo come si può sperare di essere consapevoli? Sono stato così abituato a bypassare la realtà, a non viverla per quello che è, che molte volte quando applico la mindfulness mi trovo ad annoiarmi, non è folle?

Altra cosa che mi ha molto sorpreso è notare il mio rapporto con il fastidio/dolore, che poi credo sia quello che un po’ tutti hanno. Quando si è in una situazione poco confortevole, si tende a farla passare il più in fretta possibile, a concentrarsi sul momento in cui finirà, ma facendo così la rendiamo ancora più sgradevole. L’ho capito una settimana fa mentre mi allenavo in palestra: quando mi concentro sul movimento che devo fare e nulla più, sentendo i muscoli lavorare ed il respiro cambiare ritmo, sfrutto meglio la mia forza e finisco per essere meno affaticato. Quando invece vivo l’esercizio come un’incombenza necessaria al fine di arrivare al momento di riposo, finisco per spazientirmi e perdere il gusto per quello che sto facendo.

Ho fatto l’esempio di un workout, ma il ragionamento si può applicare alla gran parte delle situazioni, dalla coda alle Poste, ai ritardi di Trenitalia. Diciamo che, come effetto collaterale, in questo periodo sto imparando ad avere pazienza e concentrazione. Di pari passo ho un maggiore dominio sulle mie emozioni, un’ansia significativamente minore e riesco a trovarmi a mio agio nella maggior parte dei contesti, anche quelli che storicamente mi mettono più a disagio. Tendo a giudicare meno me stesso e chi mi sta attorno e, di conseguenza, subisco molto meno il giudizio altrui.

Non mi sento un Buddha, provo emozioni e le proverò sempre, penso e penserò sempre, ma sto di sicuro andando verso una maggiore comprensione di me stesso e, di conseguenza, un maggiore equilibrio, utile per porre un po’ più in prospettiva gli eventi che mi capitano.

Ho ancora i miei problemi, ci sono sedute in cui il mio cuore fa le bizze e giorni — in prossimità degli esami — in cui colgo un substrato di ansia che dà parecchio fastidio, visto che mi sono abituato alla sua quasi totale assenza. Però è passato solo un mese, sono fiducioso riguardo il futuro.

La fondazione HeadSpace

L’ho già nominata prima e ritengo meriti un approfondimento, è grazie al sito e all’applicazione di HeadSpace che mi sono riavvicinato alla meditazione. Una volta registrati si può usufruire di un programma denominato ‘Take10‘ che consiste in meditazioni guidate da 10 minuti al giorno per 10 giorni, correlate con video informativi e supporti per applicare la mindfulness quotidianamente. Ovvio, ogni persona è diversa, ma è un programma che consiglierei a tutti i novizi. Il fondatore, Andy Puddicombe, ha anche scritto un libro, del quale ho fatto una recensione su GoodReads e lo ritengo una lettura consigliata anch’esso.

Il programma HeadSpace, dopo i 10 giorni, continua previa sottoscrizione di un abbonamento. Si possono avere diverse opinioni riguardo il lucrare su di una pratica spirituale millenaria, io stesso storco un po’ il naso, ma — come ha detto qualcuno — «Se sei bravo a fare qualcosa, mai farla gratis». È il capitalismo, bellezza!

Dunque io vi consiglio caldamente la ‘Take10′, ma la decisione di pagare per il prosecuo della pratica sta a voi. Potete tranquillamente ripetere il programma gratuito in loop per un po’ di tempo, al fine di acquisire bene il procedimento e poi continuare per i fatti vostri.


Non è stato facile scrivere questo pezzo, ma spero di essere stato utile a tutti coloro che sono interessati nella meditazione, anche perché, per quel che ne so, non esistono guide valide in Italiano per nessun tipo di pratica meditativa.