Non sei l’onda, sei il mare

Quello qui sopra è un affasciante mini-documentario sull’esperienza avuta dagli astronauti la prima volta che hanno visto la Terra fluttuare nello spazio, immersa nella totale oscurità, un’impatto talmente forte da cambiare per sempre il loro modo di percepire la realtà.

Avevo già letto, in passato, alcuni articoli e post che parlavano di questa esperienza, ma sentire le parole pronunciate da chi ha provato tale sensazione in prima persona è decisamente un’altra cosa, riesci a percepire l’emozione, il coinvolgimento e la loro ferma convinzione; comprendi che è qualcosa di reale e provi in un certo senso invidia per quella cerchia di eletti. D’altronde ammirare una foto ad alta risoluzione del nostro pianeta non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò che prova chi è là fuori, nel buio del Cosmo e osserva il pale blue dot.

Passato questo mix di emozioni condite da una punta di comprensibile invidia, ho iniziato a ragionare un po’ su quello che i vari intervistati dicevano (sorprendente come abbiano provato praticamente tutti le stesse sensazioni) , ricollegandolo ad un libro che sto leggendo in questo periodo: il Dàodéjīng.

In particolare:1

Una mente libera dal pensiero, immersa in sé, contempla l’essenza del Tao
Una mente piena di pensieri, identificata con le proprie percezioni, contempla solo la forma di questo mondo (trad. Star)

Il nucleo e la superficie sono essenzialmente la stessa cosa: le parole li fanno apparire diversi solo perché esprimono l’apparenza
Se occorre dar loro un nome, la meraviglia li descrive entrambi: di meraviglia in meraviglia l’esistenza si apre (trad. Bynner)

Questa conoscenza teorizzata da Laozi, riscoperta recentemente dalla fisica quantistica ed intuita dagli astronauti afferma che, in definitiva, noi non esistiamo; per lo meno non nel modo in cui siamo soliti pensare. Nel momento stesso in cui entriamo nel ciclo della vita, ci deliniamo come individui ed iniziamo a delineare il mondo in cui viviamo per mezzo del linguaggio, le parole tuttavia rappresentano la mappa, non il territorio: non toccano nemmeno lontanamente la realtà delle cose; non è un caso se l’esperienza, la saggezza, non è comunicabile a parole.

L’Uomo è paragonabile ad un onda, si muove sulla superficie del mare, ma rimane parte integrante di quest’ultimo e, fino a che non prende consapevolezza di ciò, non troverà mai pace perché continuerà a cercare il modo per esistere al di fuori dell’acqua. A modo loro gli astronauti arrivano ad una realizzazione simile: vedere dall’esterno il sistema in cui sono nati e vissuti fino a quel momento, comprendere — non tramite percorso logico, ma tramite esperienza diretta — che tutto ciò che hanno sempre ritentuto importante è, in ultima analisi, insignificante, capire che quello che normalmente si dà per scontato è mantenuto da un equilibrio precario; tutto questo li fa ridimensionare ed entrare in intimo contatto con il loro Pianeta che “è fatto della nostra stessa materia”.

Tornando al Dàodéjīng, è bene specificare che Laozi non sostiene si debba perseguire la vita monastica e rinunciare ad ogni piacere, in modo da eradicare il dolore e raggiungere l’illuminazione, al contrario! Si deve vivere nel mondo delle passioni, consapevoli però della sua parzialità e della nostra profonda connessione con tutto ciò che è esistente. Le onde sono parte del mare, ma continuano a danzare come onde.


  1. Ho scelto le traduzioni che a mio avviso rendevano il messaggio il meno criptico possibile. 

My two cents

Ci sono momenti in cui hai una buona idea per scrivere un post, allora ti prende una voglia incredibile di darti da fare per tradurre i tuoi pensieri in caratteri scritti; poi però ti blocchi. Vuoi dire talmente tanto che finisci per non dire nulla, ogni cosa che metti nero su bianco ti sembra confusa, senza capo ne coda, non sai come iniziare né come finire. In casi come questi la cosa migliore è accantonare il progetto per un po’ e cercare di schiarirsi le idee, fare un po’ di decluttering mentale.

Quella che ho appena narrato è la storia di questo post. Volevo scrivere un articolo che riprendesse e analizzasse un concetto che sviscero forse troppo spesso, su questo blog come su Twitter e nella vita quotidiana: il qui ed ora. È buffo, se in questo momento fingessi di essere il me stesso di quattro anni fa e leggessi queste righe che sto scrivendo, così come alcuni miei post passati, probabilmente bollerei tutto come “boiate new age” e deriderei l’autore definendolo un “hippie recidivo”.

È strano come tutto sia in continuo cambiamento, come io stesso sia cambiato profondamente dopo la fine della mia carriera liceale, al punto da diventare quasi un’altra persona. Oscar Wilde disse: «La maggior parte delle persone, sono altre persone», questo perché ogni interazione che abbiamo con i nostri simili modifica leggermente la nostra identità, noi “prendiamo in prestito” — spesso inconsapevolmente — caratteristiche di altri individui, le facciamo nostre, siamo un blocco di argilla che viene costantemente modellato da agenti esterni. Ovviamente è possibile dirigere questo processo in modo attivo — previa presa di coscienza — ma questo è un argomento che forse tratterò in un post a parte.

Come ho detto all’inizio, avevo accantonato questo post in attesa di tempi migliori. Capita poi che Simone Fagini mi chieda un parere su questo suo sfogo e decido di sviare lievemente il discorso sul tema da lui trattato (che non è poi tanto dissimile, anzi). Premettendo comunque che tutto è opinione e ciò che penso io, può non adattarsi ad altre situazioni.

Sono sempre stato un tipo abbastanza direzionato verso il futuro.
Ora non dico non sia una cosa positiva, ma in alcuni casi lo sono stato troppo, a tal punto da non godermi affatto il presente, sempre intento a programmare e programmare e logorarmi da dentro quando non riuscivo a capire cosa davvero volessi o cosa dovessi fare.

Questo essere “futurista” mi ha dato spesso e volentieri motivazioni personali, che, nonostante tutto, penso siano le più forti e più efficaci.

Credo che questo sia un problema comune a molti giovani, persino Fabrizio Rinaldi vi ha dedicato una riflessione sul suo blog. Avendo citato in apertura il qui ed ora , dovrebbe essere chiara la mia posizione in merito, la pratica però è sempre più complicata della teoria: io ho 22 anni, vedo l’università come uno scoglio, non so cosa fare della mia vita e questo pensiero mi terrorizza. Viviamo in una società pragmatica, cinica, orientata al futuro, al profitto e al guadagno; la società della produzione al fine del consumo.

La chiave di tutto però è leggibile tra le righe, quando Simone scrive: «non riuscivo a capire cosa davvero volessi o cosa dovessi fare». Ho anche io riflettuto molto e ho fatto esperienza picchiando la testa più volte, per concludere che — in linea generale — non devi fare nulla che non vuoi fare. Sei il solo a vivere la tua vita e finché non hai la responsabilità di una famiglia che dipende da te, sei libero di stabilire le tue priorità ed i tuoi obiettivi.

Già, gli obiettivi. Riescono allo stesso tempo a dar senso alla tua esistenza e a fartela sprecare. Ho riportato una citazione, tempo fa, ma spendo ancora due parole: gli obiettivi hanno senso soltanto se non li puoi raggiungere. Una volta che ottieni ciò per cui ti sei tanto battuto, nulla ha più davvero senso, la tua conquista non sembra avere poi tanto valore; subentra la noia e allora devi porti un altro obiettivo. Da un lato questo atteggiamento mentale proprio di ogni persona, ci spinge a dare il meglio di noi stessi e a migliorarci costantemente, dall’altro ci fa vivere costantemente nel futuro: il presente non è altro che un tassello da mettere nella posizione giusta per poter raggiungere lo scopo prefissato. È vivere, questo?

Non so dare una risposta, sono uno dei tanti viandanti che cerca di farsi strada nella foresta della vita, ma credo che sia meglio tendere all’equilibrio, invece che agli eccessi. Il primo passo è capire le proprie inclinazioni, i propri gusti e cercare di rimanere su quel percorso, di modo da spendere ogni secondo al meglio. E non vivere a cento all’ora: la vita scorre già abbastanza velocemente, meglio procedere un po’ più con calma e godersi il paesaggio, piuttosto che arrivare in fretta a destinazione, stufarsi del posto ed avere rimpianti.

In questi giorni causa emicrania, ho avuto molto tempo per me stesso, per pensarci.
Ancora una volta mi sono isolato e ho analizzato, come sono solito fare, ogni minimo particolare, ogni causa, ogni conseguenza, ogni sviluppo.

L’autoanalisi — a patto di essere sinceri con sé stessi al 100% — è una gran cosa, ma dedicarsi alle riflessioni per troppo tempo, isolandosi dal mondo, non porta a nulla di buono. Ci sono passato anche io e spesso sono caduto nella trappola dell’auto-commiserazione, è molto meglio agire e tuffarsi in quelle cose (tutti ne abbiamo almeno una) che fanno ardere la nostra fiamma interiore. Perché, alla fine, ciò che davvero è importante è essere coerenti con sé stessi.

Ci sono cose che ci vengono insegnate e prendiamo per buone perché le nozioni giungono da autorità più grandi di noi, che sanno più cose e dunque senz’altro sapranno cosa è giusto e cosa sbagliato. Tralasciando la fallacità intrinseca di questo ragionamento, possiamo dire di aver realmente capito e imparato qualcosa soltanto quando l’abbiamo sperimentato in prima persona, non c’è migliore insegnante dell’esperienza. Allo stesso modo, Simone, non prendere per buone le mie verità, scopri le tue.

Voglio concludere con due citazioni (non si è capito che mi piacciono?), tratte da due film che hanno avuto un grande impatto su di me.

Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa fare della tua vita: le persone più interessanti che conosco a 22 anni non sapevano che fare della loro vita, i quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

The Big Kahuna

Personaggio 1
L’elemento narrativo esiste nel cinema perché esiste un tempo, così come nella musica, però tu non pensi prima alla canzone e poi crei la canzone, la canzone è una creazione che nasce da quel momento; ed è questo quello che il film ha: quel momento, che è un momento sacro. Come lo è questo momento, insomma, è sacro, ma noi ce ne andiamo in giro come se non lo fosse, come se alcuni momenti fossero sacri e altri no, esatto? Ma momenti come questi sono sacri e di fatto il film ce li fa vedere, ce li inquadra, ci fa dire: «Ah, questo momento allora è sacro!». E così, sacro, sacro, sacro, uno dopo l’altro; ma chi può vivere così, dicendo sempre: «Cavolo, è sacro!»? Se ora dovessi guardarti e renderti sacro, non so…forse smetterei di parlare.

Personaggio 2
O ti godresti il momento. Il momento è sacro.

Waking Life

Mindfulness e meditazione

Chi mi segue su Twitter saprà certamente che di recente ho iniziato a cimentarmi nella meditazione con risultati che, a mio modo di vedere, sono piuttosto significativi. In molti mi hanno chiesto di scrivere qualcosa a riguardo, ma ad essere sincero non so proprio come trattare l’argomento. Da un lato, con un mese di pratica all’attivo, non mi posso certo dire un esperto in materia (indipendentemente dalle letture da me fatte), dall’altro, volendo trattare come si deve l’argomento, sarebbe appropriato scrivere un vero e proprio libro, un manuale, non di certo un approssimativo articolo su un blog. Alla luce di queste considerazioni, ho deciso di scrivere le mie prime impressioni, congiuntamente ad una serie di consigli per principianti che mi sono stati davvero utili. Cercherò di essere il più chiaro e lineare possibile nei paragrafi seguenti, qualora non dovessi riuscire nell’intento, vi prego di scusarmi.

Il mio inizio

La mia love-story con la pratica meditativa ha avuto un periodo di gestazione piuttosto lungo. Infatti iniziai ad avvicinarmi alla tematica nel febbraio del 2012, fagocitando una valanga di articoli in lingua inglese e frequentando assiduamente la sezione dedicata su Reddit. Nonostante la buona volonta e gli sforzi — che poi avrei scoperto essere la causa principale delle mie difficoltà — le mie sedute risultavano più fonte di frustrazione che di relax; ero ossessionato dalla postura, non riuscivo a fermare i pensieri, credevo di sbagliare a respirare e, come se non bastasse, il mio cuore aveva la tendenza ad accelerare i battiti durante la meditazione, entrando in conflitto con il il ritmo del respiro e rendendo irritante tutto il processo. Non ci si deve meravigliare se abbandonai la pratica dopo poco più di un mese, in corrispondenza con un periodo di grande stress (sono una persona piuttosto ansiosa).

Nonostante questo fallimento, il mio percorso di self-improvement continuò per vie traverse, tanto che mi sento di considerare il 2012 come uno dei più significativi a livello di crescita personale. Ovviamente in tal senso Internet ha assunto — come sempre — un ruolo chiave, in particolare ho scoperto in Reddit una fonte inesauribile di stimoli. È proprio grazie a quest’ultimo che si è riaccesa la mia curiosità per la meditazione: in tutti i thread che aprivo veniva indicata come abitudine da sviluppare assolutamente per trarre il meglio dalla propria vita. Possibile che avessi sbagliato qualcosa io?

Dopo aver scoperto il progetto HeadSpace, mi sono accorto di essere incappato nei più comuni errori dei principianti ed è da questi che vi voglio mettere in guardia.

L’approccio mentale

Non importa quanto sia facile l’attività che vi apprestate a svolgere: se non avete il corretto atteggiamento, vi sembrerà sempre di scalare l’Everest in costume da bagno.

Siamo abituati ad essere immersi in mille impegni quotidiani: dobbiamo lavorare, studiare, allenarci, uscire con gli amici, ecc. La meditazione è dunque una delle tante cose da aggiungere alla to-do list della giornata, eppure è proprio questo il primo errore: meditare non vuol dire “fare”. La meditazione non ha nulla a che vedere con l’azione, ma con la consapevolezza. Nel momento in cui iniziate la seduta, tutto ciò che dovete fare è essere consapevoli di voi stessi, di ogni emozione, sensazione (piacevole e/o fastidiosa), suono, odore, sapore, pensiero e così via.

Altro errore molto comune è cercare di soffocare i pensieri, di avere la mente “vuota”. Mi spiace deludere chi davvero ci credeva, ma non è possibile fermare i pensieri, ciò che è possibile, anzi, auspicabile fare è permettere a questi di fluire liberamente ed andarsene così come sono venuti. Non lo ripeterò mai abbastanza: tutto ha un inizio ed una fine, perché pensieri ed emozioni dovrebbero fare eccezione? La tendenza che purtroppo si ha (o almeno io ho) è di identificarsi con ciò che si pensa. Quando sorge un pensiero negativo l’atteggiamento naturale è quello di combatterlo, cacciarlo, con il solo risultato che viene rafforzato e produce un effetto domino, tanto che sembrerà di avere un vespaio nella scatola cranica. A volte mi capita persino di notare il sorgere ed il passare di un pensiero negativo e, in una sorta di impeto masochistico, trovarmi a “rincorrerlo” per poterlo analizzare a dovere. Quando invece la mente produce qualcosa di felice, appagante, la tendenza è quella di indugiarvi, di trarne quanto più piacere possibile e finirne inevitabilmente dipendenti; ma dal momento che nulla è eterno, la sofferenza finale è scontata. Questa tendenza è gravissima perché, in ultima analisi, i pensieri non sono nemmeno qualcosa di reale.

Come fare, dunque, durante la meditazione? Vi posso assicurare che la mente non se ne starà quieta, non importa se produrrà immagini, suoni o monologhi interiori (quanto li odio questi!), non c’è nulla che possiate fare per annullarli. Dovete notare la loro presenza e lasciarli andare, spostando la vostra attenzione sul respiro. Non c’è praticamente nulla che possiate sbagliare, la meditazione non può essere giusta o sbagliata: o state meditando (allenando la concentrazione) o non stante meditando. Tutto ciò che dovete fare è allenare la consapevolezza, la concetrazione e lasciare che accada tutto ciò che si sta manifestando; non dovete cercare di controllare nulla perché il solo risultato sarà generare stress e rendere l’intera esperienza molto frustrante. È stato questo il mio errore, un anno fa.

La posizione

Per quanto possa essere affascinante l’idea di meditare nella posizione del loto, seduti su di un cuscino posto sul pavimento, non credo sia la soluzione migliore per un occidentale. Non che sia impossibile, sia chiaro, semplicemente è poco conforme alle nostre abitudini e io ho trovato parecchio difficile mantenere la schiena eretta — elemento molto importante.

Il mio consiglio è utilizzare una sedia da salotto, o da scrivania a patto che non sia girevole. Descrivere a parole la posizione ideale in cui sedersi è piuttosto complicato, quindi vi lascio un video esplicativo(https://www.youtube.com/watch?v=GUAaeYYOIRc). È in inglese, ma si capisce molto bene e spiega in modo mille volte migliore rispetto a come potrei fare io. Riguardo l’abbigliamento, più comodi siete, meglio è; per questo io prediligo il pigiama.

La pratica

Un errore che si tende sempre a fare è di sedersi e concentrarsi subito sul respiro, per poi lamentarsi che la mente non collabora e non ci si riesce a rilassare. Per poter meditare occorre prima fare entrare la mente in sintonia con il corpo.

Il metodo che ho sperimentato sulla mia pelle consiste nel prendersi il tempo per diventare consapevoli delle sensazioni che si prova, percepire il contatto del corpo sulla sedia, dei piedi sul pavimento, avvertire i suoni attrono. Poi procedere con una “scansione” del proprio corpo, come se si volesse costruire un’immagine mentale dello stesso, e solo dopo tutti questi passaggi, porre la propria attenzione al respiro.

Respirare è un’azione completamente naturale, eppure quando la si nota essa diventa meno automatica, si può provare la tentazione di controllarla; ecco, questo lo si deve evitare. Sebbene la respirazione fisiologicamente corretta in uno stato di relax sia quella diaframmatica, durante la meditazione dovete semplicemente osservarvi ed essere consapevoli del movimento e di dove avviene, senza cercare di pilotarlo. Dovete prima di tutto capire come siete, non cercare di essere come vorreste. Questo credo sia un suggerimento valido in molti ambiti, non solo nella meditazione.

Durante tutti questi passaggi, ogni volta che vi accorgete di esservi lasciati catturare da un pensiero, prendetene nota e tornate alla pratica, senza frustrarvi, senza rimproverarvi, ripetetevi che è tutto ok e andate avanti. Può essere che vi ritroviate a provare emozioni o vari fastidi fisici, personalmente in questi casi io cerco di porre la mia attenzione sul disagio e indagarlo con un genuino senso di curiosità. Molto spesso mi sono ritrovato a dare un nome a determinate emozioni che provavo, ma che non mi risultavano subito chiaramente identificabili; a volte è successo che sono semplicemente sparite. Nel caso dei pruriti questa tecnica di analisi è bastata per farli scomparire nel nulla.

Mindfulness

Mindfulness è un termine spesso usato come sinonimo di meditazione e, sebbene non sia esattamente così, ne rappresenta comunque un aspetto chiave. La traduzione più adeguata nella lingua italiana è “consapevolezza”. Praticare la mindfulness è qualcosa che va oltre i 10-20 minuti al giorno dedicati alla meditazione, comporta infatti essere consapevoli di tutto ciò che fate durante la giornata, senza lasciarvi “rapire” dai vostri pensieri (che comunque rimangono presenti); notare ogni sensazione provata ed indagarla sospendendo ogni giudizio.

La mindfulness, diversamente dalla meditazione, la si può applicare in qualsiasi contesto, in qualsiasi momento della giornata. Personalmente la utilizzo spesso mentre cammino, mi apro ad ogni stimolo, catturo ogni suono, odore, sensazione e, ogni volta che sorprendo la mia mente a vagare, riporto l’attenzione al contatto dei piedi con il terreno. Il trucco per ancorare l’attenzione al qui ed ora è concentrarsi su una sensazione che è sempre presente, il tatto diventa dunque il punto di riferimento per ogni attività, tanto quanto il respiro lo è per quella meditativa.

Le mie impressioni

Come ho detto è circa un mese che mi sto dedicando a queste pratiche e posso dire che funzionano. Non so come, non so perché, ma se devo fare un bilancio complessivo mi trovo ad essere mediamente molto più calmo e rilassato. Ho iniziato a notare i progressi dopo un paio di settimane, ma mi ci è vuoluto un po’ per collegarli alla meditazione, visto che era qualcosa che facevo totalmente senza aspettative.

Credo che questo sia un aspetto importante: l’aspettativa spesso soffoca i progressi. È un concetto trito e ritrito, lo so, ma noi stiamo vivendo in questo momento, cosa importa cosa viene dopo? Prima di venire sommerso di obiezioni, specifico che sto parlando della tendenza tipicamente umana di vivere ogni attività come un’incombenza da sbrigare prima di giungere alla successiva; approcciandosi alla realtà in questo modo come si può sperare di essere consapevoli? Sono stato così abituato a bypassare la realtà, a non viverla per quello che è, che molte volte quando applico la mindfulness mi trovo ad annoiarmi, non è folle?

Altra cosa che mi ha molto sorpreso è notare il mio rapporto con il fastidio/dolore, che poi credo sia quello che un po’ tutti hanno. Quando si è in una situazione poco confortevole, si tende a farla passare il più in fretta possibile, a concentrarsi sul momento in cui finirà, ma facendo così la rendiamo ancora più sgradevole. L’ho capito una settimana fa mentre mi allenavo in palestra: quando mi concentro sul movimento che devo fare e nulla più, sentendo i muscoli lavorare ed il respiro cambiare ritmo, sfrutto meglio la mia forza e finisco per essere meno affaticato. Quando invece vivo l’esercizio come un’incombenza necessaria al fine di arrivare al momento di riposo, finisco per spazientirmi e perdere il gusto per quello che sto facendo.

Ho fatto l’esempio di un workout, ma il ragionamento si può applicare alla gran parte delle situazioni, dalla coda alle Poste, ai ritardi di Trenitalia. Diciamo che, come effetto collaterale, in questo periodo sto imparando ad avere pazienza e concentrazione. Di pari passo ho un maggiore dominio sulle mie emozioni, un’ansia significativamente minore e riesco a trovarmi a mio agio nella maggior parte dei contesti, anche quelli che storicamente mi mettono più a disagio. Tendo a giudicare meno me stesso e chi mi sta attorno e, di conseguenza, subisco molto meno il giudizio altrui.

Non mi sento un Buddha, provo emozioni e le proverò sempre, penso e penserò sempre, ma sto di sicuro andando verso una maggiore comprensione di me stesso e, di conseguenza, un maggiore equilibrio, utile per porre un po’ più in prospettiva gli eventi che mi capitano.

Ho ancora i miei problemi, ci sono sedute in cui il mio cuore fa le bizze e giorni — in prossimità degli esami — in cui colgo un substrato di ansia che dà parecchio fastidio, visto che mi sono abituato alla sua quasi totale assenza. Però è passato solo un mese, sono fiducioso riguardo il futuro.

La fondazione HeadSpace

L’ho già nominata prima e ritengo meriti un approfondimento, è grazie al sito e all’applicazione di HeadSpace che mi sono riavvicinato alla meditazione. Una volta registrati si può usufruire di un programma denominato ‘Take10‘ che consiste in meditazioni guidate da 10 minuti al giorno per 10 giorni, correlate con video informativi e supporti per applicare la mindfulness quotidianamente. Ovvio, ogni persona è diversa, ma è un programma che consiglierei a tutti i novizi. Il fondatore, Andy Puddicombe, ha anche scritto un libro, del quale ho fatto una recensione su GoodReads e lo ritengo una lettura consigliata anch’esso.

Il programma HeadSpace, dopo i 10 giorni, continua previa sottoscrizione di un abbonamento. Si possono avere diverse opinioni riguardo il lucrare su di una pratica spirituale millenaria, io stesso storco un po’ il naso, ma — come ha detto qualcuno — «Se sei bravo a fare qualcosa, mai farla gratis». È il capitalismo, bellezza!

Dunque io vi consiglio caldamente la ‘Take10′, ma la decisione di pagare per il prosecuo della pratica sta a voi. Potete tranquillamente ripetere il programma gratuito in loop per un po’ di tempo, al fine di acquisire bene il procedimento e poi continuare per i fatti vostri.


Non è stato facile scrivere questo pezzo, ma spero di essere stato utile a tutti coloro che sono interessati nella meditazione, anche perché, per quel che ne so, non esistono guide valide in Italiano per nessun tipo di pratica meditativa.

Vale più la caccia che la preda

Lacan disse: «le fantasie non devono essere mai realistiche».

Quando otteniamo ciò che vogliamo non lo vogliamo, non possiamo volerlo più; perché il desiderio continui ad esistere deve avere i suoi oggetti eternamente assenti. Non è quella cosa che noi vogliamo, ma la fantasia di quella cosa; il desiderio, infatti, alimenta solo fantasie utopistiche.

Come disse Pascal: «Noi siamo veramente felici solo quando sogniamo ad occhi aperti la futura felicità». Significa la stessa cosa dire «Vale più la caccia che la preda» o «stai attento a ciò che desideri, non perchè lo otterrai, ma perchè sei destinato a nn volerlo più una volta ottenuto». L’insegnamento di Lacan é che vivere secondo i desideri non vi renderá mai felici.

Per essere pienamente umani bisogna cercare di vivere secondo le nostre idee e i nostri ideali, non certo misurando la vita in base a quanto avete raggiunto di quanto desideravate, ma in base ai piccoli momenti di integrità, compassione, razionalità, a volte anche di sacrificio. Perché alla fine, se vogliamo davvero misurare il significato della nostra vita, dobbiamo dare valore alla vita degli altri.

David Gale in ‘The Life Of David Gale

Come un fiore di ciliegio

La vita è sofferenza.

Possono sembrare parole di in inguaribile pessimista, di un depresso cronico, di…Leopardi. In realtà è l’intuizione suprema di Siddharta, il Buddha, che non è in genere identificato con queste caratteristiche. Non voglio però analizzare l’omonima opera di Herman Hesse, o il pensiero buddhista, anche perché non ritengo di avere le conoscenze necessarie; desidero piuttosto usare quelle poche (pochissime) nozioni in mio possesso per dare una mia interpretazione di questa “verità“. Tenete però presente che tutto è opionione e che il mio concetto di verità non è necessariamente l’unico: a diversi modi di interpretare la realtà corrispondono differenti intuizioni.

La vita è sofferenza, dicevo. Perché? Fondamentalmente perché finisce. Ho già accennato a questo, ma non lo ripeterò mai abbastanza: tutto quel che esiste non è eterno. La tua storia d’amore finirà, il tuo migliore amico potrebbe tradirti da un momento all’altro, tuo padre morirà, il tuo stesso tempo è limitato; tutto ciò non è sbagliato, non è “male”, semplicemente è.

Noi uomini siamo creature curiose, razionalmente riconosciamo l’ineluttabilità degli eventi, ma vi ci opponiamo comunque, siamo così intrappolati dalla nostra percezione della realtà, che non riusciamo ad accettare l’ordine naturale delle cose, anzi: ci struggiamo perché le cose non vanno come dovrebbero, ossia come noi vogliamo che vadano. Ovviamente non posso fare un discorso simile senza generalizzare, ma penso che chiunque sia un minimo onesto con sé stesso possa ritrovarvisi, almeno parzialmente. Spesso siamo così ossessionati dall’inevitabile che ci preoccupiamo di perdere qualcosa quando l’abbiamo appena ottenuta, con il risultato che è come non averla affatto! Siamo in grado di provare sofferenza anche nei periodi di gioia! In questo caso specifico parlo con cognizione di causa, visto che mi è capitato spsso di avere paura di perdere dei rapporti a cui tenevo molto.

Di fronte all’ineluttabilità ultima — la morte — assumiamo un atteggiamento totalmente illogico. Visto che non si può sconfiggere la “Grande Consolatrice”, la tendenza generale è cercare di far sopravvivere la memoria, il nome, cosa che in passato ha portato alla costruzione di enormi monumenti funebri (come Kofun e Piramidi) per la costruzione dei quali sono stati sostenuti costi molto ingenti anche in termini di vite umane. Al giorno d’oggi l’importanza dei mausolei è notevolmente diminuita, ma la paura di venire dimenticati dopo la propria morte rimane in molte persone e spesso costituisce la spinta ultima delle grandi ambizioni personali; si lavora duro tutta la vita per accumultare una ricchezza da dover poi trasmettere in eredità (e investire nella propria tomba). Pare che il disturbo psicosomatico più diffuso al giorno d’oggi sia l’ansia e la cosa non deve sorprendere neanche un po’, se si tiene conto di ciò che ho detto poc’anzi.

La vità è sofferenza perché noi percepiamo in tal modo l’ineluttabilità. C’è una parola in uso nella tradizione buddhista che in giapponese suona “mujō” (無常) ed è intraducibile in una qualsiasi lingua occidentale: la si può definire come un misto tra malinconia, nostalgia e commozione per ogni cosa esistente. Questo termine, a dispetto delle apparenze, non ha però accezione negativa, perché tende a sottolineare il momento in cui “le cose” (tutte le manifestazioni dell’universo) ci toccano nel profondo della nostra sensibilità. Pone l’accento sull’esigenza di godere le cose nell’attimo in cui le si vive, proprio in virtù del fatto che sono effimere e possono svanire da un momento all’altro. È la pura focalizzazione sul “qui ed ora”. 1

Questo concetto si è radicato nella cultura giapponese a tal punto, che è il fondamento dello Hanami, festività in cui i Giapponesi viaggiano per il Paese allo scopo di ammirare lo spettacolo dato dalla fioritura dei ciliegi, evento tanto bello quanto breve che diventa metafora della vita stessa.

Umani
noi come in primavera
i fiori
dei ciliegi2

Sakura

UPDATE 1/06/2013
Mi sono reso conto di aver detto un’inesattezza: mujō (o mujōkan) è traducibile come “impermanenza”, mentre io l’ho confuso con “mono no aware” (もののあはれ). Sono due concetti strettamente correlati, ma non sovrapponibili, in quanto il secondo è molto più profondo, sottende più significati ed emozioni che lo rendono di fatto intraducibile in altre lingue.


  1. Non ho trovato alcun dato in internet, tutto ciò che ho scritto in quel paragrafo è derivato dalle lezioni di cultura giapponese. 
  2. Perdonate la parafrasi di Ungaretti, ma mi sentivo ispirato. 

Non vogliamo immedesimarci in un essere umano

C’è stato un tempo in cui ero un accanito lettore di manga, genere che tutt’ora apprezzo molto, ma per cui la passione si è decisamente affievolita. Ebbene, un giorno mi capitò tra le mani un fumetto decisamente impegnativo da leggere1, dove per “impegnativo” intendo che non potevi concederti il lusso di affezionarti ad un personaggio, perché non ti era dato sapere se l’avresti trovato vivo nel numero successivo. Non valeva nemmeno il classico cliché del protagonista “invincibile”: non si poteva identificare un vero e proprio personaggio principale.

Diciamolo: ai fruitori di un’opera che prevede una narrazione piace immedesimarsi negli eventi o fare il tifo per dei personaggi, per questo rimaniamo spiazzati quando tale consuetudine viene messa a dura prova dagli autori. Non è necessario arrivare all’estremo di eliminare all’improvviso quelli che sebravano dei characters chiave, a volte basta porre in rilievo dei dubbi di natura morale nei confronti di coloro per cui si è portati a simpatizzare (Yagami Light in Death note o Walter Wite in Breaking Bad).

Si può però arrivare a strategie ancora più sottili per disorientare lo spettatore/lettore, ed è qui che si giunge a Mad Men. Un telefilm che sin da subito presenta un cast di personaggi ben nutrito: un protagonista tanto carismatico quanto enigmatico che cattura subito lo spettatore ed un gruppo di comprimari, le cui psicologie vengono rivelate in tutta la loro intricatezza dalle storyline secondarie, rendendoli ipoteticamente in grado di gestire degli spinoff a loro dedicati. Non esiste una trama vera e propria, non c’è l’esplosione adrenalinica di Breaking Bad, né avvincenti casi da risolvere tipici dei polizieschi; semplicemente viene fatto scorrere il racconto delle vite dei protagonisti.

Lo spettatore segue le vicende personali di questi businessmen, normalissima gente degli anni ’60, ma è proprio la “normalità” a fare scattare la trappola. I personaggi sono tormentati, corrotti, frustrati, in una parola: umani. Veniamo messi di fronte ai nostri stessi vizi, in modo così violento che siamo restii a lasciarci andare alle immedesimazioni; l’uomo che in una puntata ha agito rettamente, mostrando un cuore d’oro, in quella successiva lo vediamo comportarsi in modo totalmente amorale, ma con una naturalezza ed un cinismo che ci fa chiedere se, al suo posto, non avremmo reagito allo stesso modo.

Davanti ad uno show simile, l’unica strada che ci rimane è elevarsi al di sopra dei personaggi, essere i loro giudici, criticare o approvare le loro azioni a seconda del contesto. Guardando Mad Men, lo spettatore si sente moralmente superiore alle persone di cui sta seguendo la storia, ma, in cuor suo, sa di avere le loro stesse pecche: è pur sempre un essere umano.


  1. Non ne rivelo il nome, per evitare il rischio di spoiler. 

Sulle (non) necessità

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»

Nell’ultimo periodo mi sto dedicando molto alla lettura ed uno dei volumi che sto apprezzando maggiormente è ‘Pensieri‘ di Marco Aurelio, come probabilmente sanno bene coloro che hanno la sfortuna di seguirmi su Twitter o di essermi amici su Facebook. Ogni pagina è ricca di riflessioni che si intersecano, tessendo la tela di una filosofia di vita che, per certi aspetti, può suonare molto attuale. La citazione con cui ho aperto questo sproloquio è tratta da lì e mi ha fatto riflettere molto più di altre, non solo perché parrebbe un pensiero tratto dalla corrente del minimalismo — della quale l’autore non ha mai saputo l’esistenza — ma anche perché tratta di qualcosa su cui mi sono soffermato a pensare di recente.

Io sono un ragazzo piuttosto curioso, con vari interessi (alcuni solidi, altri “usa e getta”), che in particolare è attratto dalla tecnologia. Questo ambito è da sempre croce e delizia del consumatore perché, se da un lato fornisce comodità e benefici in senso lato, dall’altro porta a raffinare le nostre esigenze, quando non a crearle di sana pianta. Su Twitter seguo molte persone affini a me e vedo che un numero curiosamente alto di queste si diverte a provare ogni tipo di applicazione possibile, alcune con funzioni simili, se non identiche; per non parlare di chi cambia telefono a livello annuale, fino ai casi limite che in un anno arrivano ad avere per le mani tre tipi di smartphone differenti (giuro!). La domanda è: abbiamo davvero bisogno di ciò che desideriamo così fortemente?

Se hai acquistato Tweetbot per iPhone e l’hai sempre trovato eccellente, come mai lo accantoni per Twitterrific 5? Sì, può essere migliore per determinati aspetti, ma i vantaggi che ti porta valgono i rovesci della medaglia, come la spesa complessiva delle due applicazioni? Tu hai davvero bisogno di cambiare client, se fino al giorno prima eri soddisfatto di quello che usavi quotidianamente? Se il tuo iPhone 4 compie ancora tutte le “magie” che te ne avevano fatto innamorare, pur con un certo grado di lentezza, hai realmente la necessità di comprare un modello nuovo?

Non voglio fare il moralista, riconosco che a questa mia tesi possono essere fatte molte obiezioni, probabilmente molte più di quelle che mi vengono in mente in questo momento, ma forse fermarsi un attimo e discernere tra esigenze reali e percepite non sarebbe una cattiva idea. Ovviamente nessun eccesso è mai consigliabile: fare i “Thureau del 2000”1 e rinunciare ad ogni tipo di comodità in quanto distrazione dalla vera essenza della vita è un radicalismo assurdo; la tendenza a volere maggiore efficienza e comodità, a migliorarsi costantemente, è stata il propulsore della nostra cultura. Eppure, come una mia amica adora dire, “c’è sempre un cono d’ombra”, un rovescio della medaglia.

Rischiamo di agire in modo automatico, guidati esclusivamente dall’istinto, in quanto la “novità”, “la comodità”, sono per noi fonte di piacere; a livello neurologico agiscono sul centro del piacere, causando rilascio di dopamina. C’è ben poca differenza tra effettuare l’acquisto di ‘Twitterrific’ e fare un tiro di sigaretta, tra provare un nuovo iPhone e masturbarsi. A questo punto alcuni di voi staranno già sorridendo o penseranno che sono pazzo, ma vi assicuro che il meccanismo attraverso il quale traiamo piacere, soddisfazione, è quasi sempre lo stesso, indipendentemente dal mezzo utilizzato per ottenerlo2; il che significa che, se non si sta attenti, è possibile sviluppare una dipendenza da qualsiasi cosa sia per noi piacevole. In fondo quanti possessori di smartphone intasano i loro dispositivi con app che non usano praticamente mai? Se sono riconosciute le dipendenze da shopping e da Internet, cosa impedisce ad un individuo di diventare un “downloader compulsivo”?

Forse ho divagato, forse ho esagerato, forse ho scritto un opinione che non attecchirà in un nessuna delle menti dei miei eventuali lettori, ma credo valga davvero la pena di riflettere sulle parole di Marco Aurelio:

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»


  1. Mi riferisco all’esperimento condotto da Henry David Thureau e narrato in questo libro 
  2. Sull’argomento consiglio caldamente la lettura de ‘La Bussola del Piacere‘ 

Il (non tanto) buon senso

In origine il senso comune (common sense) era inteso come una virtù propria dell’uomo che gli consentiva di distinguere il vero dal falso, in poche parole era la capacità di fare ricorso alla ragione; era il buon senso.

Come accade anche con altri termini il suo significato è cambiato, si è evoluto: oggi per senso comune si intende l’accettare pregiudizi, prendere per vera un’opinione che ha il solo merito di essere quella più diffusa. Quando vostra madre (o vostra nonna) da bambini vi ersortava a non comportarvi in un certo modo ed usare il buon senso, anche se il suo fine era educativo, in realtà vi stava implicitamente insegnando a sottostare a ciò che altri ritengono “giusto”, senza però nemmeno sapere bene il perché.

Potreste non averci mai fatto caso, ma il senso comune è un giogo che ci opprime giorno dopo giorno e condiziona pesantemente le nostre vite; non ho compiuto ricerche di alcun tipo, ma sono convinto che sia una delle principali cause di stress e depressione.

L’uomo — diceva Aristotele — è un animale sociale, ha bisogno di vivere in comunità ed è l’unico essere vivente ad essere in grado anche di amministrare la società in cui vive. Ciò su cui però non ha alcun potere diretto sono le dinamiche relazionali che si instaurano nelle comunità e che fissano dei codici, delle leggi non scritte alle quali chiunque si sente costretto ad aderire.

Personalmente ritengo che ogni individuo è libero di fare ciò che più gli aggrada, nei limiti del rispetto altrui. Credo che chiunque, in linea di massima, possa dirsi d’accordo con questa affermazione; allora come mai ciò non avviene nella quotidianità delle nostre vite? Quante volte avreste voluto agire in un determinato modo, ma vi siete bloccati al pensiero: «cosa penserà di me la gente?». Eccolo qua: il senso comune, la prigione invisibile!

Ovviamente non tutti sentono lo stesso grado di pressione, in fondo non ci sono due fiocchi di neve identici, ma coloro che vivono in modo coerente con loro stessi sono una netta minoranza: la maggior parte delle persone segue i sentieri già tracciati dal gregge. Notate bene che non mi elevo a giudice dell’umanità, anzi! Per la maggior parte del tempo io sono una di quelle pecore!

Uno psicologo una volta mi ha detto:

Vuoi sapere qual’è il desiderio segreto della maggior parte delle persone che sono state mie pazienti in questi anni? Andare al cinema da soli.

Quale migliore esempio di regola non scritta? Pensateci bene: volete andare al cinema a vedere un film che attendete da tanto, ma non interessa a nessun vostro amico; che fate? Andate lo stesso? Perché no? Se vuoi qualcosa, allunga la mano e prendila! Bisogna combattere il pregiudizio, inizialmente sembrerà innaturale, ma se si cerca di godersi il momento e si entra nell’ottica che si sta facendo qualcosa per la persona più importante della propria vita — ovvero sé stessi — ci si sentirà presto liberi di un grande peso.

Più di un mese fa ho colto l’occasione e sono andato da solo al cinema. Qualche amico ha pensato fossi impazzito, ma me ne sono fregato alla grande. È stato un po’ strano, sulle prime, ma poi mi sono davvero gustato il film e ho passato una bella serata che altrimenti sarebbe stata parecchio noiosa. Stasera ripeterò l’esperienza e mi auguro vada addirittura meglio.