Non so se conoscete qualche film di Nanni Moretti, personalmente non ne ho mai visto uno — nonostante in molti li elogino — tuttavia mi è capitato spesso di guardare con piacere degli spezzoni su Youtube. Uno di questi mi è rimasto particolarmente impresso, lo posto qui di seguito.
La trovo una scena geniale: mette alla berlina in modo impeccabile la tendenza che le persone hanno di dare un’opinione su tutto, nella convinzione che questa sia valida. È un video che potrebbe essere convertito in gif animata da utilizzare a pioggia in gran parte delle discussioni che nascono sui social network, sempre che qualcuno non ci abbia già pensato. Ecco, mi trovo d’accordo con la frase “Io non parlo delle cose che non conosco”, però poi mi fermo un attimo a pensare e mi chiedo “ma io cos’è che so, in definitiva?”.
Più il tempo passa, più mi rendo conto che non so nulla; più approfondisco un argomento, più mi sento ignorante in merito. A volte accetto serenamente questo stato di cose e ridacchio tra me e me, constatando il desiderio di trovare certezze in un Universo imprevedibile, altre volte invece mi sento schiacciato dal peso della mia inadeguatezza. Paragonarsi agli altri è come giocare alla roulette russa e lo so bene, ma non posso fare a meno di guardarmi attorno e notare persone che hanno le idee chiare riguardo i più disparati argomenti; spesso, me ne rendo conto, questa è più una tragedia per loro che per me: se ti esprimi con massima certezza riguardo un ampio numero di argomenti è perché non possiedi sufficienti informazioni da renderti conto della loro complessità.
Ci sono poi quelle rare volte in cui mi sento abbastanza ferrato su una questione, ma capita non venga preso sul serio perché il punto di vista che sto esprimendo riguarda qualcosa che non fa parte del mio percorso formativo. A volte sono io stesso a non prendermi sul serio, dal momento che aver letto un paio di libri e qualche articolo su un argomento, non mi rende necessariamente un conoscitore della materia. È un catch 22 e da quel che vedo in giro è aggirabile soltanto ignorando la sua esistenza o essendo convinti a priori di avere una buona conoscenza; curiosamente mostrarsi arroganti e saccenti sembra pagare, in molte circostanze.
Certo è che non ci sono soltanto impostori a questo mondo ed è qui che il mio disagio si intensifica. Ciò che mi disturba sopra ogni altra cosa è il non avere alcuna competenza: a fine mese compio 25 anni e la sola cosa che posso dire di avere imparato è di non sapere nulla. La società di cui — volente o nolente — mi ritrovo a far parte è basata sulla specializzazione degli individui, premia le competenze approfondite in un campo specifico; io invece mi trovo soltanto ad avere una buona cultura foraggiata da un’insaziabile curiosità, caratteristiche senza dubbio encomiabili, ma che mi lasciano nella condizione di sapere un po’ di tutto e tutto di nulla. Nella mia situazione sarò mai in grado di pagarmi le bollette? Chi lo sa.
Pensando a ciò che faccio e a ciò che potrebbe aspettarmi, mi viene in mente un’altra famosa scena di Moretti.
Dopo un attesa interminabile, finalmente ci siamo: ecco la nuova incarnazione di Pagine Passate!
Lo so, l’idea era di completare la transizione entro la fine di agosto, ma avevo decisamente sottovalutato i miei impegni e sopravvalutato le mie abilità. Iniziare ad usare WordPress è piuttosto semplice, chiariamoci, ma se ci si vuole addentrare un po’ nella personalizzazione (e lo si vuole fare bene) le tempistiche si allungano e le imprecazioni si moltiplicano; questo è quindi il motivo per cui il blog torna online con circa un mese di ritardo sulla tabella di marcia.
Il processo di migrazione ha ribadito una lezione senza tempo: non si va molto lontano senza il supporto altrui. Sono incredibilmente debitore a Luca Chiodini per il sostanziale aiuto che mi ha dato nella modifica del tema, dove per “sostanziale aiuto” intendo che gran parte del lavoro lo ha fatto lui, mentre io tentavo di raccogliere le mie (scarse) nozioni di html e CSS per capire come muovermi tra gli strumenti che WordPress mette a disposizione. Data la sua grande disponibilità, un “grazie” mi sembra quasi poco, mi sentirò in debito nei suoi confronti per parecchio tempo.
Dettagli tecnici a parte, ho cercato — spero con successo — di rendere queste pagine web esteticamente gradevoli, a tal proposito non posso esimermi dal ringraziare Simone Fagini e Gustomela, che ho tempestato di domande riguardo font e impaginazione; senza il loro contributo Pagine Passate apparirebbe senz’altro in modo diverso — quasi certamente peggiore.
Come potete vedere l’aspetto ricorda da vicino quello della versione passata, hostata su Scriptogr.am, ciò è in parte dovuto a pigrizia/fretta e in parte al fatto che a me, sinceramente, piace. Vi sono però anche delle novità che spero saranno gradite ai visitatori:
La funzione di ricerca in fondo alle pagine. Una di quelle opzioni che Scriptogr.am non forniva, ma che ho sempre voluto; forse è poco elegante averla nel footer, ma non sapevo dove altro metterla.
Le categorie. D’ora in avanti ogni post avrà dei tag che lo rimandano a delle specifiche categorie, in base agli argomenti trattati; anche in questo caso l’intento è quello di rendere più facile la consultazione dei vecchi articoli.
I pulsanti di condivisione sui social network. Qualcuno li usa davvero? Non lo so, ma nel dubbio li aggiungo.
Informativa cookie. Ho aggiunto il fastidiosissimo banner che la nuova normativa europea prevede venga implementato da ogni sito web che faccia uso di cookie (ovverosia tutti) e ho redatto una privacy policy. È scarna e sicuramente da rifinire, ma è meglio di nulla.
I commenti. Forse la novità principale nonché quella che più mi ha dato da pensare: non sono un fan delle sezioni per i commenti, dal momento che spesso diventano dei ricettacoli di flame, spam e messaggi per nulla costruttivi. D’altro canto però mi seguono relativamente poche persone e, data la natura del blog, forse potrebbero anche nascere discussioni interessanti e costruttive. Insomma: faccio questo esperimento, se dovesse andare male lo archivierò come un fallimento e andrò avanti senza.
A livello contenutistico, ho migrato praticamente tutti i post presenti sulla vecchia versione del sito; alcuni ora li trovo quasi banali e non li condivido più, ma il senso di questo spazio web è anche mostrare l’evoluzione del mio pensiero riguardo varie tematiche, quindi non avrebbe senso rigettare il passato: è sempre bene tener presente ciò che ci si lascia alle spalle. Ho invece modificato un po’ la sezione una volta intitolata “Il (non)blog”, divenuta ora “colophon”1 e rimaneggiato il “Manifesto” per portarlo un po’ più al passo coi tempi.
Insomma, pare essere tutto pronto per riprendere a scrivere e condividere pensieri e analisi sull’Universo Mondo! Spero di riuscire a scrivere con continuità, nonostante la pressione degli impegni universitari (laurea a portata, finalmente!), ma soprattutto spero di mantenere alta la qualità dei miei post, perché mi sono finalmente reso pienamente conto di avere dei lettori. Durante il corso del 2015 mi sono arrivate diverse email contenenti suggerimenti, domande o semplici ringraziamenti, ciò mi ha tanto stupito quanto fatto piacere: pensavo di scrivere per me stesso e qualche amico conosciuto su Twitter, ma ora mi rendo conto di aver guadagnato il posto negli RSS2 di gente che ha scoperto questo blog per caso3, gente a cui piace ciò che scrivo e come lo scrivo. Tutto questo mi riempie di orgoglio, ma allo stesso tempo mi mette un po’ di pressione addosso: non voglio deludervi.
Pagine Passate non ha ancora una vera e propria linea editoriale (forse mai l’avrà), quindi i post non verranno pubblicati a cadenza regolare e riguarderanno gli argomenti più disparati, ma posso garantire è che continuerò a mettere tutto me stesso in quello che scrivo; ora ho qualche motivazione in più per farlo.
Ho copiato bellamente l’idea dall’ottimo Bicycle Mind di Filippo Corti. ↩
A tal proposito: ricordatevi di aggiornare il feed, se volete continuare a ricevere i post nel vostro client RSS. ↩
Ciò è ancora più sorprendente, se si considera che non ho mai fatto SEO. ↩
Leggendo un articolo del Post, mi sono trovato davanti questa frase tratta dalla biografia di Steve Jobs:
Gli insegnai che, se si agisce come se si fosse in grado di fare qualcosa, quel qualcosa si realizza. Gli dissi: fa’ finta di avere il controllo assoluto della situazione e la gente penserà che tu ce l’abbia davvero.
Benché non abbia alcun dubbio sulla validità della seconda affermazione, la frase complessiva mi ha lasciato comunque un po’ perplesso: il celebre “fake it till you make it” non mi ha mai convinto fino in fondo. Credo ci sia una differenza percepibile tra chi ostenta sicurezza (e quindi non ne ha) e chi invece ha imparato a padrongeggiare una determinata abilità, a tal proposito ricordo battuta recitata da Kevin Spacey in “The Big Kahuna”.
Ci sono persone a questo mondo, Bob, che hanno un’aria molto solenne mentre fanno quello che devono fare. E lo sai perché? Perché non sanno quello che fanno. Perché se sai quello che fai, non devi avere l’aria di saperlo, ti viene naturale, mi segui?
Ho sempre adottato questa visione contrapponendola al mantra “fake it till you make it”, ma solo oggi mi sono reso conto che non sono concetti antitetici, bensì gli estremi di un continuum. Esiste una metafora confuciana secondo la quale l’Uomo è simile ad un blocco di materiale grezzo, è necessario intagliarlo sapientemente affinché divenga un manufatto pregiato; Confucio prescriveva di osservare scrupolosamente dei riti volti a coltivare nell’animo umano disposizioni atte a renderlo un “Gentiluomo” (jūnzǐ;君子),1 una persona in grado di raggiungere lo stato della “non azione” (wŭwēi;无为), cioè di comportarsi automaticamente nel modo più appropriato a seconda del contesto. La spontaneità, la sicurezza in sé stessi, è una componente chiave nel successo (comunque lo si voglia definire) e fingerla finché non la si ottiene per davvero è una modalità efficace: la plasticità del nostro cervello fa dell’abitudine una forza molto potente.
A questo punto mi sorge però una domanda: perché con me non è così? Quelle poche volte che ho provato ad applicare quella massima è andato tutto in malora, ma credo ora di avere intuito la causa. Ho putroppo una tendenza al perfezionismo, quindi per me il solo pensiero di dover fingere un “controllo assoluto della situazione” è sufficente a farmi salire l’ansia; le mie aspettative tendono ad essere decisamente troppo elevate. Il metodo che ho deciso di adottare per conseguire lo stesso risultato (spontaneità/sicurezza) è apparentemente l’opposto: rinunciare ad ogni forma di controllo per accettare ogni aspetto della situazione che sto vivendo. È difficile? Molto. Ci riesco sempre? No. Però col tempo divento sempre più bravo ed è un approccio che, assieme ad alcuni accorgimenti, ha dato i suoi frutti.
Ci sono quindi molti sentieri per la vetta della montagna. In effetti, tornando un attimo alle Cento scuole di pensiero, quelli confuciani non erano gli unici strumenti per raggiungere il wŭwēi; se dovessi fare un analogia, il metodo che ho fatto mio è più affine al Daoismo2 rispetto che al Confucianesimo. A guardar più da vicino, comunque, le due modalità non sono affatto così distanti, facendo anzi leva sullo stesso principio: l’azione consapevole. Chi finge sicurezza allena la propria mente a creare comfort nelle situazioni di disagio, chi sceglie invece di abbassare le difese si abitua a liberarsi di tensioni inutili e permette alla sicurezza di emergere da sé; l’atteggiamento mentale è tuttavia subordinato all’agire, è l’azione ripetuta che modella il cervello dando forma alla nostra identità.
Non bisogna perdere tempo nel discutere su quale metodo sia il migliore, ciascuno scelga il più adatto a sé e si metta al lavoro: per imparare a nuotare bisogna entrare in acqua.
Confucio non aveva alcuna nozione di neuroscienza, eppure aveva intuito in modo sorprendentemente accurato il ruolo di cold e hot cognition, capendo anche come sfruttare la seconda a suo vantaggio. ↩
A voler essere pignoli, mi sono lasciato influenzare dal Daoismo filosofico di Zhuāngzǐ e dalle profonde intuizioni di Mèngzǐ riguardo la natura umana. ↩
C’è un argomento che mi sta abbastanza a cuore e di cui sento da un po’ il bisogno di parlare, ma finisco sempre per demordere. Questo perché vorrei elaborare un discorso composito che possa dare vari spunti di riflessione e nel quale far rientrare anche la mia esperienza, ma purtroppo ogni tentativo si è rivelato terribilmente mediocre, quando non goffo. Siccome però l’esigenza di scriverne sta crescendo, ho deciso di fare spallucce ed incentrare il discorso interamente su di me, parlando di qualcosa che vivo come un problema e sperando in tal modo di esorcizzarlo.
Su questo blog do voce ai miei pensieri cercando di farlo nel modo meno banale possibile, così da allenare un po’ sia la mia scrittura che le mie capacità di ragionare. I post hanno a che fare con gli interessi che coltivo e le esperienze che compio, evidenziano una costante evoluzione del mio pensiero e mi piace considerare questo spazio web come una sorta di mappa che mostra la mia evoluzione; non è detto, però, che Jacopo Ranzani sia sempre fedele a questa rappresentazione.
Capita che alcune persone, colpite dai miei post, mi scrivano per chiedermi consigli di vario genere. Sono ben felice che ripongano fiducia in me e metto impegno nelle mie risposte, ma allo stesso tempo mi rivedo in loro e so che non sono in alcun modo nella posizione di predicare. Analogamente, quando incontro dal vivo persone con cui prima avevo avuto interazioni sono su Internet, mi trovo leggermente a disagio perché l’immagine che loro hanno di me non è completa; per qualche assurdo motivo ho paura di deluderle.1 So che non è solo frutto di mie elucubrazioni: uno di questi ragazzi, dopo un mio discorso abbastanza impegnato, mi ha detto: “Ah ecco! Iniziavo a chiedermi come mai in molti ti definiscono un filosofo!”. Questo mi mette un po’ a disagio, sinceramente.
Ho la sensazione che chi mi legge pensi a me come ad una specie di maestro zen, un filosofo saggio e calmo. Stronzate. Sono un ragazzo di 24 anni che cerca di vivere al meglio la propria vita, risolvendo vari casini e provando a non uscirne matto. Questo significa che sperimento alti e bassi più o meno come tutti, che ho le mie insicurezze e che a volte perdo completamente la bussola. Posso aiutare gli altri ed essere persino bravo nel farlo, ma quando sono io a trovarmi sotto il giogo basta davvero poco per farmi entrare in crisi; non c’è nulla di strano in questo: come mi piace spesso ripetere, siamo tutti sulla stessa barca.
Mi preme mettere questo discorso nero su bianco perché sto notando che il mio blog dà voce principalmente alla mia parte “ispirata” e “costruttiva”, facendo intravedere troppo poco ciò che le permette di esistere: l’ordine nasce dal caos e la compassione si fonda sulla sofferenza più nera. Voglio distruggere un’immagine troppo armoniosa di me perché può facilmente diventare un fardello, perché potrei incatenarmici, appiattendo le varie sfumature di me stesso in nome di una coerenza assolutamente artificiale. Posso scrivere un bellissimo post su come gestire al meglio la rabbia e, due minuti dopo la pubblicazione, litigare furiosamente in famiglia: ciò non fa di me un ipocrita, ma semplicemente un essere umano.
È molto difficile (forse è impossibile) sfuggire alle etichette: quando non sono gli altri ad attaccarle, ce le si cuce addosso da soli senza volerlo. Ogni tanto è bene affermare la propria indipendenza da tali costruzioni mentali, spero di esserci riuscito con questo ennesimo sproloquio.
Ciò lascia intravedere alcune tendenze narcisistiche da parte del sottoscritto. ↩
Oggi ho pensato bene di provare ad invertire per una manciata di minuti il negativity bias dei miei lettori. Due settimane fa sono incappato su questo post del sito “Favrify”, in cui l’autrice ha voluto raccogliere foto di gente che sorride da (quasi) tutti i Paesi del mondo. Osservare 196 volti amichevoli, appartenenti a persone di ogni etnia, colore e religione è davvero in grado di dare una svolta positiva alla giornata; soprattutto se accompagnati da una celestiale cover di “What a wonderful world”, come nel video introduttivo che posto di seguito.
Ho sempre trovato ridicolo il morboso attaccamento che ha il mio coniglio per la sua gabbia: benché la tenga sempre scoperchiata, in 10 anni non ha mai tentato la fuga (se non quando inseguito da un gatto, ma questa è un’altra storia) e ogni volta che cambio la lettiera devo sollevarlo di peso per farlo sloggiare. È un comportamento assurdo, o almeno così pensavo prima di rendermi conto che — in una certa misura — appartiene anche a me.
Mi sono costruito da solo la gabbia che ho attorno: le sbarre sono schemi mentali irrigiditi col tempo, schemi che mi separano da un’orizzonte di possibilità potenzialmente senza limiti. La porta però non è chiusa a chiave, anzi, è spalancata, ma non ci faccio quasi mai caso. La cella è confortevole, è tutto ciò che conosco, perché mai dovrei gettarmi verso l’ignoto rischiando di perdere vitto e alloggio assicurati? “Chi lascia la strada vecchia per la nuova / sa quel che lascia, ma non sa quel che trova”, dice un famoso proverbio.1 Sono al contempo detenuto e carceriere.
Ogni volta che indugio in pensieri distruttivi, ogni volta che cedo alla procrastinazione, ogni volta che deglutisco paura affogando nel rimpianto, ogni volta che preferisco il comfort al sudore, aggiungo una sbarra alla mia prigione. Nonostante conosca i comportamenti da evitare, è davvero difficile agire di conseguenza; a volte è così piacevole restare col familiare e razionalizzare scuse per la propria immobilità.
Si impara ad amare le proprie catene.
È un proverbio così schifosamente reazionario da far venire il voltastomaco. ↩
Ricordi i nostri incontri?
Sporadici, ma intensi
Semplici, ma strani
Sguardi condensati
Sinergia d’azione
Purtroppo non d’intenti
Poiché la mia speranza
Di fonderci in un “noi”
È un tabù segreto
Celato con cautela
Sul retro di un pensiero
Però io non mi pento
Del tempo speso assieme
Dispersi in un momento
Teso a eternità
Circa un anno fa, Fabrizio Rinaldi mi contattò per propormi una collaborazione: si trattava di un post sulla pratica meditativa, strutturato come una chiacchierata tra una persona che voleva saperne di più (lui) ed una con un po’ di esperienza in merito (io).
Avendo già in mente di scrivere un post completo ed aggiornato qua su Pagine Passate, accetto con piacere. Purtroppo, dopo una fase iniziale ricca di entusiasmo, vari impegni fanno arenare il progetto che rimane allo stadio di bozza per mesi e mesi, rischiando di finire nel dimenticatoio. Fortunatamente verso fine 2014 decidiamo di riprenderlo in mano per ultimare i lavori e poter poi avviarci verso la pubblicazione.
Finalmente ci siamo: oggi ha visto la luce su Medium “Riprogramma la tua mente”, quello che credo sia il post in lingua italiana più completo ed informativo sulla meditazione. Ringrazio Fabrizio per avermi proposto questa “chiacchierata virtuale”, per le sue domande stimolanti e per l’impegno dimostrato in corso d’opera. Una menzione speciale va anche al nostro illustratore, Dario Crisafulli, a cui si deve la bellissima immagine introduttiva.
Speriamo di aver fatto cosa gradita, buona lettura!
Il 7 gennaio 2015 due estremisti islamici armati di kalašnikov hanno fatto irruzione nella sede di Charlie Hebdo, giornale satirico francese, causando 12 vittime; il movente della strage è stata la rappresentazione del profeta Maometto in alcune vignette irriverenti pubblicate dal periodico. L’Occidente intero si è stretto attorno a Parigi, riconoscendo l’attentato come un duro colpo verso i valori democratici su cui si fonda la nostra civiltà: si sono svolte manifestazioni, tenuti dibattiti, scritti fiumi di parole nel tentativo di dare un senso a questa follia e, soprattutto, disegnate vignette.
Stavo per scrivere “Je suis Charlie” sui social network, quando mi sono fermato ad interrogarmi sul suo significato. Io, in quanto occidentale “sono Charlie” perché mi identifico nei valori che sono stati colpiti dai terroristi. Poi però è subentrato un pensiero: anche i fondamentalisti hanno agito sulla base di un attacco ai loro valori, cosa rende diversa la mia protesta dalla loro? Le uccisioni? E perché io ritengo sbagliato ricorrere alla violenza in seguito ad un insulto a ciò in cui credo, mentre per un fondamentalista è una reazione più che naturale? Qual è l’origine della morale?
Questi e altri interrogativi hanno ispirato la stesura del post che state per leggere. Mi sono impegnato molto nello scriverlo, spero di essere riuscito a renderlo interessante.
Il cane emotivo e la sua coda razionale
Julie e Mark, fratello e sorella, stanno viaggiando assieme per la Francia durante le vacanze estive. Una notte si ritrovano soli in un cottage vicino alla spiaggia e decidono che potrebbe essere interessate e divertente provare a far l’amore assieme; mal che vada si troverebbero ad aver fatto entrambi una nuova esperienza. Julie prende già le pillole anticoncezionali, ma Mark decide di usare il preservativo lo stesso, giusto per essere ancora più sicuri. Entrambi si divertono molto a fare l’amore, ma decidono di non riprovarci più, in futuro. Gli avvenimenti di quella notte rimangono il loro piccolo segreto e finiscono per cementare ancora di più il loro legame. Che ne pensi? È giusto ciò che hanno fatto?
Quello citato sopra è l’incipit di una pubblicazione scientifica del 2001, redatta dal professor Jonathan Haidt e intitolata suggestivamente “The Emotional Dog and Its Rational Tail”. Lo scopo dell’indagine era capire in che modo gli esseri umani formulano valutazioni di ordine morale, quindi è stato proposto un aneddoto fittizio riguardante un tabù — l’incesto — al fine di sondare le reazioni di un campione di persone.
La maggior parte degli interpellati, dopo aver ascoltato questa storia, non ha avuto tentennamenti nel condannare il comportamento dei due ragazzi e ha menzionato subito il rischio di inbreeding come motivazione. Quando però è stato fatto presente che entrambi i fratelli hanno usato le dovute precauzioni, sono stati ipotizzati danni psicologici a lungo termine, ma i ricercatori hanno prontamente sottolineato che il racconto esclude anche tale possibilità. Alla fine, non trovando ulteriori obiezioni logiche, molti hanno ammesso: “Non lo so, non riesco a spiegarlo, so soltanto che è sbagliato.” Ma come si fa a dire che qualcosa è sbagliato senza sapere il perché?
È questa la domanda da cui Haidt parte per dare corpo a quello che lui chiama “Social Intuitionist Model of moral judgment”: basandosi su recenti scoperte nel campo dell’antropologia e della psicologia sociale, culturale, evolutiva e biologica, ipotizza un funzionamento delle valutazioni morali fondato non sulla ragione, bensì su intuizioni di stampo emotivo. Arriva addirittura ad affermare che le motivazioni che forniamo per spiegare i nostri giudizi sono spesso razionalizzazioni a posteriori. Secondo Haidt non siamo coscienti di ciò che muove le nostre azioni, l’origine della morale non sarebbe rintracciabile nella nostra ragione.1
La diffusa tesi razionalista, che Haidt critica, enfatizza invece il primato della ragione, ponendosi in continuità con la tradizione occidentale che, dalla Grecia di Platone, ha attraversato i secoli fino a venir consolidata dall’epoca illuminista. La moralità dell’uomo è vista quindi come il prodotto di ragionamenti condotti confrontando ipotesi contrastanti, step dopo step; tramite questo processo si otterrebbero dei modelli che l’individuo può consultare qualora siano richieste valutazioni di tipo morale. Senza dubbio tutti noi siamo in grado di fare tali riflessioni, ma il modello intuitivista qui presentato toglie loro credito, attribuendovi una posizione subordinata alle intuizioni emotive: in definitiva l’importante non sarebbero le eventuali conseguenze dannose di un’azioni, bensì le sensazioni suscitate nello spettatore.
Scrive Haidt:
Haidt, Koller, e Dias (1993) trovarono evidenze per questo tipo di interpretazione. Esaminarono le reazioni di Americani e Brasiliani ad atti considerati offensivi pur essendo innocui, come mangiare il cane morto di qualcuno, pulire il water con la bandiera nazionale, o mangiare la carcassa di un pollo appena usato per masturbarsi. Le storie erano minuziosamente articolate in modo che nessuno risultasse danneggiato e la maggior parte dei partecipanti all’indagine non ebbe problemi a concordare su questo punto, eppure quasi nessuno esitò ad additare quelle azioni come sbagliate — universalmente sbagliate. Spesso affermavano “È semplicemente sbagliato fare sesso con una gallina!”. Le reazioni emotive a quelle storie fornivano migliori predizioni rispetto all’orientamento morale di quanto facevano le percezioni di conseguenze dannose. Haidt e Hersh (2001) riscontrarono comportamenti simili quando intervistarono conservatori e liberali su temi di moralità sessuale quali omosessualità, incesto e strane forme di masturbazione. Per entrambi i gruppi, furono le reazioni emotive ad innescare il giudizio, non la percezione di un danno perpetrato verso qualcuno. Haidt e Hersh riscontrarono che i partecipanti erano spesso moralmente interdetti; ossia, balbettavano, ridevano ed esprimevano sorpresa alla loro inabilità di trovare motivazioni a supporto delle loro opinioni, eppure non erano assolutamente disposti a ritrattare l’iniziale giudizio di condanna.
Detto ciò, la ragione non viene relegata al ruolo di orpello, risultando invece parte integrante del modello presentato (link al grafico), una parte a cui vengono assegnate importanti funzioni nei contesti sociali, come si nota dai punti 3, 5 e 6 riportati di seguito.
Persuasione tramite logica. Secondo il modello, un ragionamento morale può essere espresso per giustificare ad altri uno specifico giudizio. Tale ragionamento può influenzare altre persone, anche se le discussioni sono note per la rarità con cui esercitano potere persuasivo. Dal momento che le posizioni etiche hanno sempre una componente affettiva, è ipotizzato che tale persuasione avvenga non fornendo argomenti dalla logica schiacciante, ma suscitando nuove intuizioni emotive nell’ascoltatore. L’importanza dell’usare persuasione affettiva per modificare le attitudini altrui è stata dimostrata da Edwards e von Hippel (1995) e da Shavitt (1990).
Giudizio ponderato. Le persone possono, talvolta, formulare un giudizio morale affidandosi unicamente alla forza della logica, sovrascrivendo l’intuizione iniziale. In questi casi il ragionamento si può dire che causi davvero un giudizio, invece di essere “schiavo delle passioni”. Ad ogni modo, questo tipo di procedimento è ipotizzato come raro ed efficace soprattutto nei casi in cui vi sia un’intuizione iniziale debole ed una capacità intellettiva elevata. Quando il giudizio ponderato è in conflitto con un forte giudizio intuitivo, la persona in questione solitamente ha una “doppia posizione” (T. D. Wilson, Lindsey, & Schooler, 2000) in cui il giudizio razionale viene espresso verbalmente, mentre il giudizio intuitivo continua ad esistere a livello intimo.
Riflessione privata. Riflettendo su un caso specifico si può attivare spontaneamente una nuova intuizione che contraddice il giudizio iniziale. Il metodo più discusso per provocare nuove intuizioni è lo scambio di ruolo (Selman, 1971). Semplicemente mettendosi nei panni di un’altra persona, si possono percepire all’istante dolore, compassione o altre fulminanti risposte emotive. Questo è uno dei principali meccanismi correlati alla riflessione etica, stando a Piaget (1932/1965), Kohlberg (1969, 1971) e altri studiosi dello sviluppo cognitivo. Un individuo arriva ad osservare una situazione da più di una prospettiva e quindi sperimenta varie risposte intuitive. Il giudizio finale potrebbe essere determinato sia dall’emozione più forte, sia dalla scelta razionale basata sull’applicazione cosciente di una regola o di un principio. Questo percorso equivale ad avere un dialogo interno con sé stessi (Tappan, 1997) e ovvia al bisogno di un partner con cui discutere.
Che l’attenzione cosciente svolga un ruolo tutto sommato marginale nella nostra vita quotidiana è stato ampiamente dimostrato dagli studiosi Daniel Kahneman e Amos Tversky, i quali hanno individuato due tipi diversi processi cognitivi che operano in simultanea nel nostro cervello. Nel saggio divulgativo “Thinking, Fast and Slow”, Kahneman li chiama sistema 1 e sistema 2, ma oggi in psicologia cognitiva vengono usate le più intuitive denominazioni hot cognition e cold cognition.
La hot cognition rappresenta un processo intuitivo, spontaneo, che non richiede molte risorse e viene usato dal nostro cervello come modalità operazionale predefinita; al contrario la cold cognition impiega l’attenzione cosciente del soggetto sull’attività svolta, richiedendo un maggiore dispendio energetico. Per questo motivo il nostro cervello, se può, privilegia il sistema intuitivo.2 Da un punto di vista evolutivo questo rappresenta un grande vantaggio: con il minimo sforzo siamo in grado di affrontare una notevole varietà di situazioni, facendo affidamento su processi che risultano automatici. Inoltre la hot cognition viene plasmata dalle nostre esperienze, motivo per cui — con la dovuta pratica — possiamo assimilare comportamenti che non sono per nulla inscritti nel nostro patrimonio genetico (si pensi al guidare un’automobile).
Il sistema intuitivo fa quindi affidamento alla sfera emotiva per guidare le nostre azioni e, come abbiamo visto, parrebbe svolgere un ruolo di primo piano anche riguardo i nostri orientamenti morali. Ma da dove vengono le pulsioni emotive di base, quando si parla di comportamenti morali? Hanno origine dai nostri geni, oppure vengono apprese nel corso dello sviluppo infantile? Le nostre attuali conoscenze ci fanno escludere categoricamente che la mente umana, alla nascita, sia paragonabile ad un foglio bianco pronto per essere riempito.
I germogli da cui ha origine la morale
Kiley Hamlin ha condotto ricerche in merito presso il dipartimento di psicologia della UBC, illustrandone i risultati nella pubblicazione “Moral Judgment and Action in Preverbal Infants and Toddlers: Evidence for an Innate Moral Core”. Si è potuto osservare come, fin dal primo anno di nascita, i bambini siano dotati di un rudimentale senso riguardo ciò che è giusto e sbagliato, oltre che di capacità empatica. Bambini molto piccoli tendono ad aiutare persone che reputano in difficoltà (anche se queste non hanno mostrato segni evidenti di esserlo) e vengono turbati dalla sofferenza altrui, tanto da cercare di alleviarla come possono. Con riferimento alle dinamiche sociali è stato riscontrato che, nell’assistere a varie situazioni, infanti di soli tre mesi mostrano preferenze verso chi aiuta il prossimo, mentre non gradiscono chi ostacola. Sono stati inoltre condotti esperimenti in cui bambini sottoposti ad una variante dell’ultimatum game mostravano, analogamente agli adulti, una tendenza al rifiuto di ricompense non eque.
La Hamlin conclude:
In sintesi, le recenti ricerche mostrano che almeno alcuni aspetti della moralità umana sono innati. Fin dai primi periodi della loro vita, i bambini mostrano motivazioni e valutazioni concernenti la morale, le quali non sembrano correlate con processi di socializzazione o esperienze personali. Inoltre queste tendenze non sono per nulla superficiali predisposizioni ad un buon comportamento innescate in modo meccanico, né reazioni istintive a particolari situazioni: le inclinazioni morali degli infanti sono sofisticate, flessibili e sorprendentemente coerenti con quelle degli adulti, incorporando aspetti di bontà morale, valorizzazione e rappresaglia. Questa ricerca supporta la teoria secondo cui tendenza alla cooperazione e comportamenti morali si siano evoluti parallelamente, proponendo la moralità come un aspetto fondamentale della natura umana. In futuro ci si dovrà concentrare sul modo in cui questi tratti spontanei si combinano con l’esperienza individuale e altri meccanismi atti allo sviluppo cognitivo per ottenere un senso morale maturo.
Dal punto di vista del processo evolutivo ha in effetti senso che per una specie come quella umana, orientata alla vita in comunità, siano stati selezionati comportamenti atti a preservare il gruppo; in quanto animale sociale, l’Uomo è quindi anche animale morale e fin dalla prima infanzia presenta chiari orientamenti in tal senso. Vale però la pena di sottolineare come comportamenti analoghi possano essere riscontrati anche in cani, delfini e —ovviamente — primati.3 L’Uomo è però diverso dalle altre specie animali: un cervello più complesso e circoli sociali più ampi hanno fatto sì che la sua moralità si sia affinata in modo del tutto peculiare.
A questo punto vorrei spostare un attimo l’attenzione dall’essere umano come individuo alle varie società che la nostra specie è stata in grado di originare. Sappiamo che la matrice di base è la stessa per ogni individuo di questo pianeta, eppure l’apporto dato dalla cultura di adozione è tale da creare barriere tra popoli diversi che possono sembrare invalicabili, quindi è lecito porsi una domanda: come si forma un senso morale comune per i membri di una civiltà? Si è detto che le spinte emotive insite in noi vogliono prevenire la disgregazione del gruppo e favorirne l’armonia interna, se ne deduce quindi che l’uomo è indirizzato a cercare cooperazione e ordine, mentre vuole prevenire il caos con ogni mezzo a sua disposizione.
La dottrina della salvezza
Per spiegare quello che credo sia il fondamento di ogni spinta civilizzatrice ricorro ad un termine strano e sconosciuto ai più: soteriologia. Nello studio delle religioni indica la “dottrina della salvezza” e rappresenta la convinzione che lo stato di natura in cui si trova l’Uomo sia potenzialmente dannoso, motivo per cui è necessario adoperarsi al fine di raggiungere una generica salvezza. In quanto Occidentali, noi tutti abbiamo familiarità con l’immaginario cristiano, per cui non tardano a venirci in mente Peccato Originale, Lucifero, Dio e Dieci Comandamenti; queste immagini rappresentano molto bene, secondo la soteriologia cristiana, quale sia la nostra condizione, cosa dobbiamo evitare, a cosa dobbiamo tendere e i comportamenti che dobbiamo seguire per poterci salvare. In qualsiasi luogo al mondo, la religione è stato il primo mezzo usato dalla nostra specie come collante sociale4.
È ora utile, al fine del discorso che voglio imbastire, ricorrere alla visione del filosofo canadese Charles Taylor sulla religione. Egli considera l’aspetto teistico del tutto marginale, dichiarando che la religione (o meglio, la spiritualità) comprende una serie di affermazioni ontologiche tali da fornire agli individui una guida per le proprie azioni. In altre parole ciò che fa una religione è istruire i fedeli su come vivere la loro vita in modo armonioso, facendo affermazioni su quale sia la natura umana e le leggi che la governano; aderendo perfettamente a queste norme5, le persone possono quindi vivere al riparo dai pericoli di un universo entropico (almeno in teoria). La cosa interessante di questo tipo di formulazione è che, non essendo dipendente dal teismo, arriva ad includere aspetti della nostra vita normalmente non associati alla religione.
Qualsiasi linea di pensiero che compie affermazioni su come si dovrebbe vivere, su quale sia il significato della nostra esistenza, il nostro posto nel mondo, o su quale debba essere la nostra strategia (soteriologica) per il futuro, viene compresa in questa definizione; si pensi ad esempio a Marxismo, libertarismo, o persino al moderno liberalismo occidentale. Taylor ha scritto molto su quanto, a suo parere, quello del laicismo non sia altro che un mito: scienza e razionalità non hanno eradicato le credenze spirituali come all’opinione comune piace credere. Fintanto che una persona si affida ad un set di precetti morali, fintanto che ha chiara in mente l’immagine di come il mondo è e di come invece dovrebbe essere, può anche definirsi “atea”, ma rimane religiosa nel suo intimo.
Questa tesi può essere provocatoria per alcuni lettori, in tal caso vi consiglio di soffermarvi un attimo sulle sensazioni che state provando. Reputate ciò che ho appena scritto sbagliato? Siete vagamente irritati? Avete una smorfia sulle labbra? Se sì, perché? Non è probabile che le mie parole abbiano scosso ciò che la vostra hot cognition è stata abiutata a riconoscere come un valore? La tesi di Taylor potrebbe benissimo presentare dei punti deboli, ma le motivazioni contrarie che suscita “a caldo” è molto probabile ricadano nel novero delle razionalizzazioni a posteriori indicate dalla teoria di Haidt.
Il processo di socializzazione fornisce quindi agli individui una visione del mondo coerente con quella propugnata dalla cultura di adozione. Sebbene i valori dei moderni stati occidentali si pongano lungo un trend che vede una progressiva integrazione tra le varie componenti della società e un sempre minore ricorso alla violenza, i meccanismi con i quali gli esseri umani interiorizzano queste norme non sono cambiati rispetto a quando vivevano come cacciatori-raccoglitori. Possiamo dire quindi che a differenti strategie soteriologiche corrispondono differenti concezioni riguardo ciò che è moralmente accettabile e questo può causare frizioni quando diverse culture entrano in contatto tra loro; talvolta tali attriti sono trascurabili, altre volte sono particolarmente scottanti.
Siccome per quanto concerne la moralità viene coinvolta in primo luogo la sfera emotiva, la trasgressione ai propri valori viene avvertita al pari di una minaccia, suscitando solitamente una reazione furiosa (le discussioni su grandi temi morali o sulla migliore linea politica da adottare non sono famose per il clima disteso in cui avvengono). Un buon sistema normativo ed un set di valori largamente condivisi sono stati fino ad ora sufficienti per mantenere l’equilibrio tra le pluralità insite negli Stati, ma nel mondo odierno si è chiamati ad una nuova sfida, la cui soluzione è quantomai incerta.
La tensione dell’Occidente
Oggi abbiamo nuovi valori in cui crediamo fermamente, valori propri dell’epoca post-illuminista che mai erano stati presi in considerazione prima, ma che noi reputiamo fondamento stesso di una società sana: crediamo nei diritti umani, nell’importanza dell’inidividuo, nella sua libertà di espressione, nel primato della razionalità, e riteniamo importante la diversità culturale; sono tutte idee a noi familiari e per cui molti si batterebbero (e si battono), ma storicamente sono concetti nuovi e, da un certo punto di vista, persino strambi. Guardando alla situazione globale non facciamo fatica a trovare esempi di framework culturali in cui questi valori non sono presenti e, visti i tempi che corrono, so che la mente va in automatico al fondamentalismo islamico. Noi non riusciamo a comprenderlo intuitivamente, ma per un terrorista islamico irrompere nella redazione di un giornale con un AK-47 e uccidere delle persone perché hanno disegnato una vignetta su Maometto è la cosa giusta da fare. Ovviamente qui si parla di fondamentalismo, non è ciò che il musulmano medio reputa giusto (anzi!), ma le vignette pubblicate da Charlie Hebdo sono state viste come oltraggiose da praticamente ogni persona sotto l’influenza del framework culturale islamico, anche se di cittadinanza francese.
Dopo l’attentato in molti si sono scagliati contro la religione, io sono d’accordo solo se si adotta la definizione indicata da Taylor: coloro che si sentono colpiti da quel gesto e imbracciano cartelli recanti scritto “Je suis Charlie”, urlando lo sdegno verso il terrorismo islamico, stanno agendo sull’onda degli stessi impulsi che hanno causato la carneficina. In questi giorni sta emergendo in modo prepotente la grande contraddizione interna al nostro framework: da un lato abbiamo la tutela della diversità, dall’altro il set di valori dell’epoca post-illuminista che possono avere effetti sgraditi ad alcune minoranze; qual è la strategia da adottare per allentare la tensione? Mentirei se dicessi di saperlo.
Convivenza tra mondi diversi
Qualche giorno fa mi è capitato di visionare la conversazione tra Robert Wright e Jeet Heer riguardo l’attentato. Ad un certo punto i due hanno fatto riferimento a come gli USA e la Francia — pur essendo entrambi Stati occidentali — abbiano consuetudini molto diverse riguardo la libertà di espressione.
Trascrivo le parole di Wright:
Negli Stati Uniti l’auto-censura è esercitata al fine della convivenza etnica: non andiamo in giro ad urlare la “parola che inizia per n” e condanniamo moralmente chi lo fa. È legale farlo, non è un problema di censura, ma abbiamo la consuetudine di auto-censurarci riguardo argomenti in cui sono coinvolte minoranze etniche. E non è un comportamento simmetrico: io sono bianco e puoi darmi tutti gli appellativi che vuoi, la cosa non mi tange, ma io non sono rappresentativo di una minoranza emarginata. Quindi, in America, noi teniamo conto di questo nel nostro codice di comportamento; tu puoi benissimo sostenere che non siamo tenuti a farlo o che non dovremmo farlo, ma il fatto è che lo facciamo.
Per come la vedo io, è l’esempio di un comportamento morale sviluppato per mantenere in armonia una società fondata su un melting pot come quella statunitense. Non so se la sempre maggiore globalizzazione renderà necessari tali comportamenti anche in Europa,6 ma ora riesco a vederne il senso, mentre qualche tempo fa ritenevo esagerato il politically correct d’oltreoceano su alcuni temi. L’argomento mi lascia però molto combattuto: sono convinto la risata abbia il potere incredibile di esorcizzare ogni paura e che la satira sia essenziale per una sana democrazia, azzopparla equivarrebbe a screditarne il ruolo; conciliarne la libertà all’interno di un framework comprendente il rispetto per culture che non ne concepiscono la funzione è cosa ardua.
Forse la direzione ottimale sarebbe quella che punta verso la consapevolezza della pluralità di contesti culturali insiti in una stessa società. Potrebbero volerci decadi, ma non credo sia impossibile abituare il nostro cervello ad una molteplicità di lettura e allenare la nostra hot cognition in modo tale da consentirci di mettere in prospettiva gli eventi; questa è la mia visione ottimistica, ma se devo essere realista ritengo più probabile l’adozione del modello statunitense di auto-censura. Qualunque sia il risultato finale, la strada da percorrere non è quella della xenofobia, ma dell’istruzione: comprendere noi stessi e gli altri rimane il modo migliore per favorire una convivenza il più possibile pacifica.
Concludo con la bellissima vignetta “On Satire”, pubblicata da Jo Sacco sul Guardian, sperando che il fiume di parole da me scritte riesca a farle degnamente da cornice.
Non ogni religione pone enfasi sull’obbedienza, ma tutte presentano aspetti rituali. Dal momento che la relazione tra attitudine ed azione è biunivoca, abbiamo oggi motivo di credere che i riti si siano affermati in virtù della loro capacità di influenzare il comportamento degli individui in modo coerente con gli interessi della nostra specie. Può essere interessante (e divertente) guardare il TED Talk in cui AJ Jacobs racconta del suo esperimento che lo ha portato a vivere per un anno seguendo alla lettera i dettami biblici. ↩
Va detto che la legge pone dei limiti alla libertà di espressione proprio per tutelare soggetti terzi dal venirne danneggiati, ma il comun sentire è tutt’altra cosa. ↩
Il 2014 è stato un anno a due facce, per me: da una parte ho vissuto i momenti più difficili della mia vita, dall’altra sono incappato in moltissime opportunità di crescita. Quando si tratta di maturare come essere umano non c’è nulla di più pedagogico delle esperienze, in tal senso sono stati molto formativi sia il lavoro come steward a Malpensa che la particolare situazione con cui mi sono dovuto confrontare in famiglia. Mi trovo però a dover ringraziare anche Internet perché l’ho usato in un modo nuovo ed estremamente gratificante.
Tramite Reddit ho interagito con persone provenienti da tutto il mondo, di cui mi era noto soltanto lo username; mi sono confrontato con punti di vista lontanissimi dai miei, ho aiutato perfetti sconosciuti a superare degli intoppi di percorso e — soprattutto — sono stato aiutato. In particolare dovrei ringraziare una persona conosciuta come JCashish e che purtroppo ha cessato ogni attività online da diversi mesi: non l’ho mai visto, eppure penso a lui come ad un caro amico. Per rendere l’idea basta dire che ho salvato la maggior parte delle nostre conversazioni da febbraio a giugno (mese in cui è sparito) in un file .pdf che conta ben 77 pagine composte da paragrafi lunghi e densi. Settantasette.
Tra tutti i consigli che mi ha dato, ve n’è uno in particolare a cui tengo molto e che mi trovo a rileggere spesso; siccome credo possa essere utile a tanti, ne riporto la traduzione di seguito.
Per come la vedo io, ti trovi ad un bivio: la strada si divide davanti a te e la via a sinistra è la più facile da seguire. Quella strada è indicata da un cartello che recita: “Favorevole-Sicura-Praticamente Nessun Rischio-Praticamente Nessuna Ricompensa”. Il cartello che indica la strada a destra, invece reca scritto: “Abbi Coraggio-Qui Affronti La Paura-Rischi&Ricompense”
Scegliendo la strada a sinistra (ogni giorno che compierai questa scelta) devi accettare le conseguenze, altrimenti ti imbatterai soltanto in sofferenza. Se scegli quella strada, sappi che la probabilità di cambiare o evolvere come persona sarà estremamente bassa. La probabilità di trovare una ragazza sarà così bassa che sperare in una tale eventualità sarebbe assurdo fino al punto da risultare una forma di tortura auto-inflitta. Camminare lungo la strada di sinistra e sperare che una partner cada dal cielo sarebbe un po’ come entrare in chiesa per cercare atei e satanici.
Nel scegliere la strada a sinistra, abbraccia totalmente la tua scelta.
Se invece dovessi scegliere la strada a destra, incapperai in molte situazioni che ti metteranno a disagio al punto da spaventarti. Quella strada ti farà affrontare il rifiuto su base quotidiana, ti insegnerà che fallire e continuare a provare è la via che porta a crescere ed evolvere in un sano-forte-equilibrato essere umano. Sulla strada a destra fallirai molte volte, ma ogni tanto ilrischio corso ti porterà ad avere successo. Dai vari buchi nell’acqua e dagli eventuali successi imparerai molte cose, incontrerai persone, farai nuovi amici e forse ti farai persino dei nemici.
Sulla strada a destra ci saranno rischi, ma chiedi a te stesso: qual è il rischio? Qual è il vero rischio che puoi correre? È reale o nella tua testa? Cosa stai rischiando? Ti prego, dimmi che cosa rischieresti.
JCashish, non leggerai mai questo post (anche perché non sai l’Italiano), ma voglio comunque ringraziarti con tutto il cuore.
Reddit a parte, nell’anno appena concluso ho potuto conoscere meglio persone geograficamente piuttosto distanti da me a cui mi ero avvicinato in passato grazie a Twitter — quindi ad Internet. Il mio concetto di amicizia, lo avrete capito, è ora molto meno rigido di un tempo, talmente fumoso da sfuggire ad una precisa definizione: l’amico è colui che mi fa sentire in un determinato modo. Il bello di avere amici in tutt’Italia è che ti incoraggia a viaggiare, il brutto è che finisci per vederli molto meno di quanto vorresti.
Internet è stato formativo anche a livello culturale perché GoodReads mi ha stimolato a leggere molto di più, grazie al folle obiettivo — non raggiunto — di 52 libri l’anno. Non solo letture però: il 2014 mi ha consentito di seguire con costanza dei corsi online; per uno strano scherzo del destino mi è capitato di sceglierne due che hanno avuto un impatto così profondo da cambiare il modo in cui vedo me stesso e l’ambiente che mi circonda. Ho già scritto in passato di “Buddhism and modern psychology”, quindi ora vorrei spendere due paroline su un MOOC ospitato da edX e conclusosi da poco: “Chinese Thought: Ancient Wisdom Meets Modern Science”.
Ovviamente sono stati i miei interessi per la cultura orientale a farmi iscrivere al corso, quindi ero certo mi sarebbe piaciuto; non potevo però immaginare che mi sarei trovato davanti ad una tale mole di contenuti, né tantomeno che sarebbe stata un’esperienza così formativa. Tra i temi che Edward Slingerland affronta vi sono: la relazione tra “natura umana” e cultura, il modo in cui si intersecano inividui e società, come le emozioni interagiscono con la razionalità; insomma, universali problemi filosofici analizzati alla luce delle moderne scoperte scientifiche. Il grosso merito di questo corso è stato permettermi di astrarre particolari problemi e guardarli in un modo non troppo condizionato dal mio framework di base. Ritengo che questa abilità vada estesa a quante più persone possibili, soprattutto perché — in un mondo sempre più globalizzato — è importante riconoscere i propri valori per quello che sono: dei punti di vista tra i tanti.
Quello di seguito è il video conclusivo del corso, vi consiglio di guardare almeno i primi 10 minuti.
Insomma, lo so che si cresce ogni anno, ma questa volta percepisco il cambiamento in un modo molto più marcato: se incontrassi il me stesso di 365 giorni fa mi troverei davanti letteralmente ad un’altra persona. Da un lato questo mi fa ben sperare per il prossimo futuro, dall’altro mi preoccupa in quanto ci sono problematiche che continuo a portarmi appresso e che vivo come opprimenti (è indicativo, ad esempio, che nei punti salienti dell’ultimo anno non abbia menzionato la mia laurea). Ironia della sorte, lo stesso Internet che ho tanto elogiato in un questa sede è spesso causa di enormi distrazioni che non sempre riesco a gestire. Potrei quindi dire che la lezione che l’anno passato mi ha scolpito nelle ossa è la seguente: bisogna accettare entrambi i lati della medaglia. Apprezzi davvero le persone a te care, se hai bene in mente che potrebbero andarsene in un battito di ciglia; dai il meglio di te stesso con gli amici, se questi li puoi vedere solo una manciata di giorni all’anno; ti entusiasmi per i miracoli di Internet perché spesso per raggiungere le perle hai dovuto scremare tanta merda.
Quindi: vaffanculo, 2014, è stato bello.
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