Una risata ci libererà

Ho sempre l’impulso di cercare la posizione intermedia, conciliante tra i due estremi, tanto che col tempo sono arrivato a definirmi un “cultore della via di mezzo”; magari è uno dei motivi per cui sono attratto dal Buddismo, che ha questo principio tra i capisaldi. Forse questa mia necessità di comprendere ciò che succede, di cogliere anche la più piccola sfumatura cromatica deriva dalla tendenza che ho, quando sotto stress, ad adottare istanze manichee.

Non è però un vizio soltanto mio: più si analizza qualcosa, più ci si rende conto di quanto questa sia complessa e di quanto la nostra prospettiva sia estremamente limitata. Siamo sempre ignoranti in un modo o nell’altro, l’ignoranza porta insicurezza e, siccome la precarietà non ci piace, il nostro bisogno di ordine ci porta a semplificare; vedere il mondo in codice binario è rassicurante: ogni cosa è al proprio posto, c’è il bene e c’è il male. Fine.

Poco importa che la morale sia estremamente relativa e che il concetto di “bene” sia solitamente associato al proprio gruppo di appartenenza (e quindi a sé stessi), mentre il “male“ è il “diverso da noi”. Se il modello è semplice e rassicurante ci attrae, quindi lo si accetta e si finisce a vedere soltanto conferme della propria opinione.

Purtroppo rendersi conto dei propri bias non è sufficiente per non cadere nelle loro trappole. Il problema del cercare la via di mezzo è lo stesso di ogni soteriologia: stabilisci un obiettivo desiderabile e lo rendi “il bene”, ma per far ciò hai già ben chiaro in testa quale sia “il male“; ecco che hai radicalizzato la tua posizione, rendendo la “via di mezzo” nient’altro che l’estremo di un continuum. Serve grande umiltà per accettare la propria impotenza di fronte a questo meccanismo perverso.

Ho esposto il problema della “via di mezzo”, ma credo che il concetto abbia applicazione universale: un’idea nobile mossa dai migliori intenti corre sempre il rischio di venire snaturata dalle persone che cercano di attuarla, trasformandosi così in ideologia. Visto il periodo che stiamo vivendo non possono non venirmi in mente i moti per l’equità sociale, tematica verso cui sono estremamente sensibile e a cui mi trovo a pensare spesso. Vuoi per emergenza, vuoi per eccesso di enfasi, vuoi per strumentalizzazione politica, credo che certe questioni non vengano analizzate con l’accortezza che meritano. Il dibattito pubblico si traduce inevitabilmente in uno scontro tra posizioni, “noi” contro “loro”, “giusto” contro “sbagliato”. È follia.

Da una parte vengono coniati neologismi come “Social Justice Warrior” o il nostrano “buonista”1 per identificare il nemico, mentre dall’altra fioccano epiteti dal sapore partigiano. Tutto ciò non è funzionale a risolvere un problema, ma solo a vedere chiaramente chi è colui contro il quale si deve combattere. Non ci sono più proposte, tutto si riduce a slogan.

Oltre a questo, come accennavo in apertura, la cosa davvero preoccupante è la snaturazione delle intenzioni iniziali per cui il desiderio di equità, nella foga dello scontro, diventa richiesta di privilegi discriminanti in senso opposto; a tal proposito non possono non venirmi in mente le quote rosa, provvedimento palesemente incostituzionale ed iniquo. Le disparità di trattamento ovviamente esistono e c’è esigenza che vengano appianate,2 ma bisogna che ogni mossa sia studiata nei minimi dettagli poiché il più piccolo errore potrebbe avere conseguenze inaspettate e molto gravi, data la natura olistica della società.

Purtroppo però non ho dati e conoscenze adeguate per parlare in dettaglio dell’argomento. Mi sono messo a scrivere questa riflessione perché, nella mia limitata esperienza, mi sono reso conto che i paradossi sono ovunque e il modo migliore per affrontarli senza rimetterci la salute (fisica e mentale) è imparare a riderne. È qua che volevo arrivare: abbiamo un bisogno disperato della satira.

Immagino abbiate tutti presente il detto “scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”. Ebbene, la satira deve prendersela soprattutto con i santi: deve dissacrare, cioè “mettere in discussione il sacro”. Noi Occidentali siamo così influenzati dalle religioni abramitiche che colleghiamo automaticamente la sacralità alla fede, ma tale visione riduttiva è strettamente correlata a quella che vede la parola “religione” necessariamente connessa ad una qualche forma di teismo.

Ho già scritto un post a riguardo, ma ci torno brevemente al fine di maggior chiarezza. Émile Durkheim definiva la religione come “un complesso unificato di pratiche e credenze relative al sacro” che crea un legame sociale tra persone,3 tale complesso è un sistema di simboli che impregna di significato la vita sociale e individuale.4 Dal momento che le società odierne sono molto eterogenee, gruppi di persone diversi hanno differenti concezioni del mondo, diversi valori, ossia diverse opinioni su ciò che è sacro.

In questo contesto si inserisce la satira: il suo compito è mettere alla berlina le nostre convinzioni, esplorare i paradossi, puntare il dito verso le nevrosi della nostra società. La satira deve essere scomoda, metterci a disagio, come disse Daniele Luttazzi: “La satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare”, per questo corre sempre il rischio di venire censurata. Certo, essendo comicità deve fare ridere, ma sono risate con lo stesso sapore di un rumore improvviso che ti sveglia da un bel sogno.

L’autore satirico non è un cerchiobottista5 che prende in giro entrambi gli schieramenti, per par condicio: chi fa satira colpisce tutti perché prende di mira il tessuto stesso della società; una volta ridi di gusto perché è stato detto ciò che hai sempre pensato, la volta dopo scuoti la testa perché viene espressa un’opinione che giudichi troppo estrema.

Ogni cultura ha elaborato strumenti per evadere da sé stessa, nella nostra tradizionalmente si fa uso dei buffoni. Sarà anche vero che giullari e re rimangono tali anche dopo che è stata rivelata la nudità di questi ultimi, ma l’importante è che l’audience abbia aperto gli occhi anche solo per un istante e compreso la precarietà dello status quo.

Rimaneggiando un vecchio motto: “Una risata ci libererà”.


  1. Quanto odio quel termine, mi dà l’orticaria! 
  2. Di recente sono venuto a conoscenza del problema costituito dal razzismo istituzionale, sul tema consiglio la lettura del libro “Razzisti per legge: L’Italia che discrimina”. 
  3. Cfr. E. Durkheim, “Le forme elementari della vita religiosa” 
  4. Cfr. P. Berger, “La sacra volta: elementi per una teoria sociologica della religione” 
  5. Ironicamente, vista l’apertura di questo post, potrei rientrare in questa categoria. Beh, ridiamoci su! ;) 
  • mattiacotiz

    Ciao Jacopo,

    mi è piaciuto molto il post.

    La tendenza alla polarizzazione oggi è più che mai diffusa, perciò tutto quello che è altro da noi, finisce troppe volte direttamente al capo opposto, senza alcuna possibilità di trovare una via intermedia.

    Ricordo l’aurea mediocritas, da non confondere assolutamente con il termine italiano mediocre, ma come la più alta forma di civiltà e discussione tra le persone: “est modus in rebus”, esiste la moderazione in tutte le cose, anche quando lo riteniano difficile, se non impossibile.

    La scomparsa delle sfumature e del dialogo civile vanno di pari passo, a mio avviso, con la sempre maggiore incapacità di immedesimarci negli altri, caratteristica che prevede empatia, provare a mettersi nei panni dell’altro anche quando l’altro è diverso da noi; il compito altissimo della satira, con la sua tipica risata amara, è proprio quello di risvegliare le coscienze, anche e soprattutto quando questa empatia viene meno.

    Tale mancanza è dovuta a tanti fattori, a volte involontari o strutturali: ad esempio la religione tende, per sua natura, anche quando “aperta al prossimo”, a creare muri ideologici; la satira mette a disagio proprio perché ci riporta al nostro essere umani, alle nostre debolezze e fa crollare in modo salutare le nostre certezze.

    La satira è dunque un’arte che deve essere preservata e chi la fa ha l’obbligo di utilizzarla nel modo corretto, come ricordava il grande Luttazzi, da chi non ha potere verso i quattro grandi temi che esercitano potere attivo su di noi: politica, religione, sesso e morte.

    Mattia