The Fappening

Internet sta lentamente modificando il concetto di privacy e il ruolo che ha nelle nostre vite. Questo è un bene: l’etica si è sempre modellata sulle esigenze delle varie epoche.

Il dibattito sulla privacy sta diventando sempre più rilevante e ciò che è accaduto oggi con l’evento battezzato “The Fappening” ha evidenziato la necessità di fermarsi a riflettere su di una questione che riguarda tutti, ma che nessuno sente fino al momento in cui non si trova nel ruolo della vittima.

Andiamo con ordine: cos’è “The Fappening”? In data odierna (1 settembre 2014) uno o più hacker hanno postato sul sito 4chan una copiosa serie di foto ritraenti diverse celebrità hollywoodiane completamente nude, spesso in pose erotiche e talvolta intente in atti sessuali. Queste immagini pare provengano dall’account iCloud delle persone interessate e hanno suscitato ovviamente moltissimo interesse, tanto che sul sito Reddit è stata aperta una sezione apposita i cui iscritti aumentano di minuto in minuto. L’hacker ha annunciato che le fotografie da lui divulgate sono solo una piccola parte di quelle in suo possesso, aggiungendo che molte altre seguiranno, non appena avrà ricevuto un adeguato pagamento in bitcoin; dal momeno che in Rete non si sta parlando di altro, suppongo sarà questione di poche ore prima della seconda ondata di immagini.

Come era prevedibile, oltre ad una irrefrenabile curiosità, l’evento ha suscitato diversi dibattiti di natura morale. Personalmente non credo ci sia nemmeno da discutere sulla liceità di questa operazione, ma dopo aver letto su Twitter la frase: “Se vuoi la privacy in rete non stare in rete. Se vuoi che le tue foto zozze non finiscano in rete non farti foto zozze.” penso sia il caso di spendere due paroline in merito.

Quello che è successo è qualcosa di illegale e le celebrità colpite non sono altro che vittime: il fatto che Internet stia limando il concetto di privacy non la rende all’improvviso irrilevante, né attenua in alcun modo un’azione criminale. Quando decidi di condividere delle foto su un social network hai bene in mente — in teoria — che svariate persone andranno a visualizzarle, magari anche gente a cui quella immagine non era specificatamente destinata, si tratta dunque di una tua scelta consapevole. Quando scatti fotografie nell’intimità delle tue mura di casa, per qualsivoglia motivo, non hai in mente di divulgarle. Poco importa se il tuo lavoro ti rende un personaggio pubblico, se hai appesa al collo l’etichetta “Very Important People” e i paparazzi fanno parte della tua routine quotidiana: se un fotografo irrompesse in casa tua per scattare foto di te mentre sei in bagno, avresti tutto il diritto di denunciarlo (e vinceresti facile in tribunale). Sei una persona, prima ancora che un personaggio e in quanto tale hai dei diritti ed una dignità.

Tutto ciò mi ricorda il film ‘One Hour Photo’ in cui Robin Williams intepreta Seymour Parrish, un signore addetto allo sviluppo di rullini fotografici. Questo personaggio, a causa della sua ossessione per una famiglia, arriva a tappezzare la popria casa con le loro foto, circondandosi dei momenti che quelle persone hanno deciso di immortalare su pellicola e venendo a conoscenza anche di alcuni segreti. Ecco, in questo momento siamo tutti un po’ come Seymour Parrish, ma con un durello tra le gambe.

Le celebrità in questione sono state piuttosto ingenue a lasciare attivata la funzione di upload automatico su iCloud, ma nè questo, né tutte le considerazioni sul loro lavoro e sulle loro abitudini nell’intimità (che poi, diciamolo, sono davvero così strane?) possono essere usate per minimizzare il torto da loro subito.

Riguardo la corsa frenetica per accaparrarsi il materiale tabù non posso dire assolutamente nulla. So per certo che in molti si staranno scagliando contro il degrado dei costumi, la società maschilista e chissà quant’altro, ma francamente non vedo nulla di strano, incomprensibile o persino sbagliato in questo: sono reazioni che affondano le loro radici nei nostri istinti più basilari, pulsioni che hanno permesso alla nostra specie di perpetrarsi nel tempo. In tutta questa faccenda l’ultima cosa per cui scandalizzarsi sono i corpi nudi e la corsa alle tette.

Compassione

C’è un koan Zen che, di tanto in tanto, mi torna in mente. Lo cito di seguito.

Due monaci stanno camminando lungo il bordo di una strada, in pieno inverno; sono nel mezzo di una tormenta e la neve alta rende difficoltosa la loro andatura. Il monaco più anziano scivola in fosso a lato del percorso, trovandosi imprigionato da pareti di neve alte svariati metri. Il monaco più giovane studia la situazione è constata con rammarico che non c’è modo di trarre in salvo il compagno. Che cosa deve fare, dunque?

La risposta al quesito è semplice e bellissima: il monaco deve saltare nel fosso assieme al suo compagno.

A volte la sola cosa che possiamo fare quando vediamo soffrire una persona a noi cara è semplicemente starle a fianco. Senza sprecare fiumi di parole, senza elargire consigli (spesso non richiesti): basta la nostra completa presenza e partecipazione per il dolore altrui, nient’altro.

Nei momenti più difficili ciò che conta è sapere di non essere soli.

100 cartoncini azzurri

Era una fredda mattinata invernale, mi pare fosse dicembre, ed io camminavo per le strade milanesi, intento a raggiungere l’università. Procedevo assorto nei miei pensieri, forse un po’ malinconici, ma talmente invitanti da non farmi percepire il disagio del vento gelido sulle mie guance; era un “periodo così”, tra tanti “periodi così” che si incontrano di quando in quando, e ricordo chiaramente la fin troppo familiare sensazione di trovarmi chiuso in una gabbia invisibile, con una voglia travolgente di libertà che mi ardeva in petto, ma che cozzava con un’inspiegabile senso di impotenza.

Girai l’angolo ed entrai spedito in una fermata della metropolitana, con il corpo che si muoveva senza bisogno di alcun intervento da parte del mio cervello, talmente il percorso era abituale. Arrivai sulla banchina ancora avvolto dalla coltre di pensieri, ma questi si interruppero di botto al suono del treno in avvicinamento; trovo sempre stupefacente la potenza dell’istinto di sopravvivenza: non importa cosa stai facendo, se i tuoi sensi captano un potenziale pericolo, tutta la tua attenzione viene catalizzata istantaneamente verso la potenziale minaccia.

Un treno non è però una minaccia, o almeno non lo è stato in quel frangente. Una volta varcata la soglia mi sedetti al primo posto libero e mi guardai attorno: il vagone era semi-vuoto, silenzioso. Con diverse fermate da affrontare decisi che l’opzione migliore era impormi la veglia e resistere al richiamo di Morfeo, sempre troppo bravo a sedurre quando viaggio sui mezzi di trasporto; con il senno di poi, è stata una delle migliori decisioni che presi quel giorno.

Il treno ripartì. Dopo qualche minuto ed una manciata di fermate, le porte davanti a me si aprirono su di una ragazza che, nell’entrare, catturò all’istante la mia attenzione. Non era una bellezza folgorante, sicuramente non si trattava di una di quelle ragazze che fan girare la testa ai passanti, ma aveva un qualcosa nel viso che me la fece piacere davvero molto, a primo impatto. Notai inoltre una strana luce nei suoi occhi: non so bene il perché, ma mi sembrava molto triste.

Ricordo di aver pensato quanto fosse un peccato che una così bella ragazza fosse avvolta da una tale aurea di tristezza, da lì il mio cervello si mise in moto: pensai che tutte le persone che incontro quotidianamente e che spesso non degno nemmeno di uno sguardo, hanno vite ricche di emozioni, gioie e dolori1; pensai che, a volte, un solo gesto o una sola parola possono fare la differenza nella giornata di qualcuno, come diverse volte era capitato a me; pensai che, forse, avrei potuto fare io quel gesto, invece di sperare che altri lo facessero nei miei confronti. Fu così che mi venne quella che reputo una delle migliori idee che abbia mai avuto.

Appena ebbi un attimo di tempo, mi recai sul sito di MOO ed ordinai cento minicard come queste.

Qual era il mio piano? Donarne una ad ogni ragazza che, per un motivo o per l’altro, mi avesse colpito in positivo. Il gesto avrebbe dovuto essere completamente disinteressato, e per raggiungere lo scopo ho volutamente tralasciato di aggiungere i miei contatti sui biglietti: l’unica motivazione era portare un sorriso.

Ad essere completamente onesto, una seconda motivazione c’era: volevo uscire dalla mia comfort-zone, volevo vincere timidezza e paure infondate e questo mi sembrò un ottimo metodo, senza contare che mi avrebbe anche consentito di ampliare il mio giro di conoscenze. Un win-win totale, insomma.

Tutto questo accadde un anno e mezzo fa e, da allora, sono successe molte cose. Ricordo nitidamente il primo biglietto consegnato: lo diedi ad una biondina che avevo visto in università, con il cuore che batteva a mille e lo stomaco in una morsa. Dissi soltanto: “Ciao, questo è per te” e, senza quasi guardarla in faccia, mi allontanai a passo spedito con le ginocchia tremolanti. Come ebbi modo di realizzare in seguito, non interpretò benissimo il gesto e si tenne a debita distanza per tutti i giorni a seguire.

A pensarci oggi mi viene da ridere, ma al tempo fu un gran colpo al mio morale: indipendentemente dai miei propositi, io volevo suscitare impressioni positive. Gli intoppi capitano, comunque, e il meglio che si possa fare è rialzarsi dopo ogni caduta, così iniziai a cogliere ogni occasione possibile per distribuire le minicard; le cose iniziarono ad ingranare. Ci misi un po’ a contrastare l’istinto alla fuga che mi assaliva ogni qualvolta ne consegnavo una, ma gradualmente la tensione si assottigliava ed io apparivo sempre più sicuro negli atteggiamenti, imparando anche a sfruttare i momenti di imbarazzo in cui venivo scambiato per un qualche addetto al volantinaggio.

Reazioni memorabili? Ricordo sempre con piacere quel bacio (sulla guancia, purtroppo) che ha costretto un amico — scettico riguardo il mio progetto — ad offrirmi una birra. Tuttavia se dovessi scegliere il momento più bello, penso che indicherei quella volta in cui lo consegnai ad una ragazza seduta in metropolitana.

Avrà avuto vent’anni o poco più, ma i suoi zigomi piuttosto alti le conferivano un’aria da signora, più che da ragazza. Dai lucenti capelli corvini tenuti a caschetto, una ciocca si era separata per ricadere proprio davanti ai suoi grandi occhi marroni, ma lei pareva non farci caso, probabilmente era assorta nei suoi pensieri; era visibilmente triste. Le allungai un biglietto senza proferire parola, mantenendo lo sguardo fisso su di lei e accennando un sorriso. Lei lo prese e lo fissò per qualche secondo. I suoi occhi si illuminarono ed un sorriso stupendo le rischiarò in viso. Il suo “grazie”, più mimato con le labbra che effettivamente pronunciato, è ciò che più di ogni altra cosa mi fa dire: “ne è valsa la pena”.

Questa esperienza mi ha fatto crescere molto, insegnandomi ad affrontare i confronti con altre persone e — soprattutto — ad osservare. C’è un abisso tra il camminare per strada con le auricolari inforcate e il farlo guardandosi attorno, notando le persone e le loro azioni: si trova dello schifo, è vero, ma anche delle perle che non ci si aspetterebbe mai, ed è a quelle che bisogna dare valore. Non sono andato a spasso per le vie milanesi gettando minicard a destra e a manca durante la Settimana della Moda, sono andato a cercare tra la folla quelle ragazze che — per aspetto o atteggiamento — riuscivano a smuovermi qualcosa dentro. Bisogna allenarsi a filtrare del segnale in un marasma di rumore.

Se qualcuno di voi, leggendo questo post, si dovesse per caso sentire tentato di fare qualcosa di simile, lo incoraggio a rubare la mia idea senza troppi complimenti. Molti non capiranno e alcuni vi prenderanno in giro; è successo anche a me e so che non fa affatto piacere. Pensate però ad una cosa: come si può arrivare in posti nuovi, se si continua a percorrere le solite strade?

Buona fortuna.


  1. Ho scoperto pochi giorni fa che questa sensazione ha un nome: sonder 

Lo smartphone è un capezzolo

Ho avuto il piacere di partecipare come ospite all’ultima puntata di ‘Metro’, ottimo podcast condotto da alcuni amici1, in cui si è cercato di stilare un discorso organico che parlasse del nostro rapporto con i gadget tecnologici. Come sempre sono partito per la tangente, entrando in una dimensione più intima e riprendendo molti temi conduttori di questo blog. Ve la segnalo perché mi è riuscito di tradurre in parole alcuni concetti che da tempo avevo il desiderio di esprimere e che trovo possano integrare diversi miei post passati.

Ci sono ancora tante (troppe) cose che vorrei dire, ma non ho ancora trovato il modo idoneo per farlo; aspettatevi quindi nuovi post e, perché no, nuovi interventi come ospite di qualche podcast. Chissà, magari sarò in grado di gettare un po’ di luce su alcuni aspetti che mi riesce difficile mettere in risalto e che generano comprensibili perplessità.

Rompi lo schema

Find the others
Fonte

Non sono (più) un fan del “non sei come loro” che fa da incipit all’illustrazione, trovo infatti che in qualche modo si sia tutti sulla stessa barca, la sola differenza è che alcuni sono più consapevoli di altri delle costrizioni a cui si sottopongono, dell’essere portati ad adattarsi ad un’immagine che rientri nella normalità. Bisogna sottolineare che per “normalità” si intende la normalità statistica, ossia il comportamento più diffuso; va da sé che tale comportamento può anche essere, a seconda dei casi, la peggiore modalità adottabile.

Bisogna mettere in discussione ciò in cui si crede per poter crescere e maturare, bisogna essere senza forma per poter assumere qualsiasi forma, non per niente l’acqua — che si adatta ad ogni situazione — è il soggetto preferito delle metafore Zen. Rinunciare alle proprie certezze, uscire dall’armatura, apre nuovi scenari e permette un vero incontro con altre persone, incontro che potrebbe cambiarti la vita. Per fare questo, però, è necessario rivelare le proprie vulnerabilità.

Uscire dagli schemi è tremendamente importante, comportarsi come formiche significa rinunciare a vivere in virtù di un comfort che non esiste.

Un cozzare di armature

È curioso quanto spesso ci si trovi a cullarsi in un bozzolo di pensieri melodrammatici. Un po’ come quando abbiamo male a un dente e continuiamo imperterriti a stuzzicarlo con la lingua, pur sapendo che ciò non serve a nulla se non ad aumentare il fastidio, allo stesso modo rimuginiamo su situazioni spiacevoli, creiamo film mentali, il tutto esclusivamente per poterci lamentare del dolore da noi stessi inflitto: il dramma ci piace da impazzire, ci fa sentire importanti.

Mi è capitato più volte di lagnarmi perché “è difficile trovare qualcuno che mi capisca”, ma solo di recente ho iniziato a vedere questo pensiero per quello che è: vittimismo. Tale considerazione è strettamente imparentata con una lamentela diffusissima che praticamente chiunque ha espresso almeno una volta, ossia: “perché capitano tutte a me?!”. Non c’è un perché e — soprattutto — non capitano solo a te: tu non sei il centro del mondo, nonostante sia portato a pensarlo. Gli eventi capitano e se li si rifiuta additandoli come ingiusti semplicemente perché non è ciò che si vuole (vittimismo), non si fa altro che aggiungere strati di sofferenza ad una situazione che già di per sé non è rosea. Rimane comunque difficile rinunciare alla culla dell’autocommiserazione, perché significherebbe correre il rischio di mostrarsi vulnerabili, di far vedere che abbiamo una paura fottuta.

Non è difficile “trovare qualcuno che mi capisca”, è difficile entrare davvero in contatto con una persona. Come si entra in contatto con qualcuno? Uscendo dalla corazza e mostrando le proprie vulnerabilità. È però qualcosa che deve avvenire da entrambe le parti: io posso anche spogliarmi di ogni travestimento, ma se l’altra persona non fa altrettanto è difficile che si instauri una vera connessione. Eppure qualcuno deve fare il primo passo.

L’alternativa è il solito cozzare di armature.

In balia del comfort: bloccati in una prigione dorata

comfort
comfort

L’immagine che vedete è stata pubblicata due giorni fa su Reddit con il titolo “Tutta questa tecnologia ci sta facendo diventare asociali”; chiaramente è una provocazione nei confronti di chi demonizza smartphone e affini, accusandoli di star deteriorando le relazioni interpersonali: a quanto sembra, si punta sempre il dito contro un capro espiatorio.

La provocazione è stata colta e rilanciata da Diego Petrucci, che ha anche pubblicato un post sul suo blog, con l’intento di fare una disamina etica sul quando sia lecito isolarsi usando dispositivi vari come scudo, e quando tale atteggiamento sia addirittura sinonimo di inciviltà. Sull’argomento nello specifico non ho molto da aggiungere, ho già abbozzato il mio pensiero in un vecchio post e ho poi cercato, in un altro ancora, di porre l’accento sul caso particolare dei social network.

Qualche giorno fa, mi è capitato di rivedere una vecchia intervista fatta a Louis C.K. da Conan O’Brien, in cui il comico spiega il motivo per cui non ha intenzione di dare alle proprie figlie uno smartphone, illustrando la sua visione della tecnologia: un modo per riempire il vuoto che coviamo dentro di noi, a discapito della nostra capacità di provare empatia. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, metto il video di seguito (niente sottotitoli, mi spiace).

Mi trovo pienamente d’accordo con Louis, ma sono convinto che non abbia centrato davvero il problema. Appurato che Internet e gadget vari altro non sono che strumenti dei quali si può fare l’uso che si vuole, come mai la tendenza principale a risultarne è la snaturazione delle comunicazioni interpresonali? Cosa porta l’Uomo — animale sociale per eccellenza — a preferire interazioni surrogate? L’incapacità di affrontare i propri demoni? In parte potrebbe essere così, ma credo sia la conseguenza di qualcos’altro: siamo in balia del comfort.

Scrivo di seguito una citazione tratta dal film “La mia cena con André”:

Voglio dire, se non hai una coperta elettrica, e il tuo appartamento è freddo, e hai bisogno di mettere un’altra coperta o prendere vestiti dall’armadio per impilarli sopra le lenzuola, solo allora saprai che fa freddo. E quella consapevolezza dà il via ad una serie di realizzazioni: hai compassione per l…beh, la persona a tuo fianco ha freddo? Ci sono altre persone al mondo che hanno freddo? Che notte gelida! Mi piace il freddo, Dio mio, non me n’ero mai reso conto, io non voglio una coperta elettrica, è divertente avere freddo, mi posso accoccolare alla persona che ho a fianco perché fa freddo! Sperimenti cose di ogni genere. Ma ecco che accendi la tua coperta elettrica ed è come prendere un tranquillante, come venire lobotomizzati guardando la TV. Entri nel mondo dei sogni. Cioè, cosa pensi ci succeda, Wally, a vivere in un ambiente in cui qualcosa di così intenso e vasto, come le stagioni o l’inverno, non ha alcun effetto su di noi? Siamo animali, dopo tutto. Cosa significa quello che ci sta succedendo? Io penso voglia dire che, invece di vivere sotto il Sole, la Luna, il cielo e le stelle, stiamo vivendo in un mondo di fantasia creato da noi stessi.
[…]
Wally, non capisci che il comfort può essere pericoloso? A te piace essere a tuo agio, e anche a me piace. Ma il comfort può cullarti in una tranquillità pericolosa. Voglio dire, mia madre conosceva una donna, Lady Hatfield, che era una delle persone più ricche al mondo, e morì di inedia perché il suo unico nutrimento era costituito da carne di pollo. Semplicemente, le piaceva il pollo e quindi mangiava solo quello, e il suo corpo stava deperendo, ma lei non se ne accorgeva perché era felice nel suo continuare a mangiare pollo; fino a che non morì! Vedi, onestamente penso che oggi siamo un po’ tutti come Lady Hatfield: abbiamo un’adorabile e comoda vita, con le nostre coperte elettriche e la nostra carne di pollo, e nel frattempo deperiamo perché siamo così disconnessi dalla realtà che non ne traiamo alcun reale sostentamento. Perché non vediamo il mondo. Non vediamo noi stessi. Non vediamo in che modo le nostre azioni hanno conseguenze sugli altri.

Le interazioni sociali hanno sempre una componente di stress e a volte è semplicemente più comodo farsi scudo con qualcosa, che sia una rivista, uno smartphone o delle auricolari. Queste barriere, erette per rendere rassicurante un ambiente potenzialmente ostile, sono al contempo fonti di piacere e spesso oggetti di desiderio; capezzoli. Siamo così immersi nel comfort da non essere più in grado di sopportare un minimo disagio, come quello dato dallo stare per qualche tempo soli: fuggiamo dalla noia, fuggiamo da noi stessi e fuggiamo anche dagli altri, perché una chat non equivale ad una conversazione ed una emoji non è un feedback emotivo.1

Non è mia intenzione demonizzare il comfort: deriva dal progresso, e il progresso è sempre positivo. Tuttavia non si può ottenere nulla senza perdere qualcosa, credo questa sia una regola universale e che quindi si debba cercare di essere consapevoli degli aspetti negativi innescati dalle nostre conquiste, di modo da poterli arginare. Inoltre è bene ricordare che la crescita — personale, così come dell’umanità — ha origine da momenti sgradevoli. Probabilmente è meglio guardare al disagio come un compagno di avventure (o al limite uno strumento), piuttosto che fuggire per lasciarsi cullare da un benessere illusorio.


  1. E se metto il punto a fine frase, non vuol dire che sono arrabbiato, diamine! 

Il mio tassello del puzzle

Premessa: il post seguente è frutto di una discussione avuta con un’amica, ho apportato lievi modifiche al discorso originale per fare in modo che mantenesse un senso anche al di fuori dal dialogo che l’ha generato. Tutto ciò perché sono finalmente riuscito a mettere in parole alcuni pensieri che mi ronzavano in testa da parecchio (sì alcune tematiche le ho già affrontate, ma a me piace ripetermi)


Ci sono poche cose che sento di avere imparato con un determinato grado di sicurezza, nella mia pur breve esperienza di vita, una di queste è la seguente: vi sono modi pressoché illimitati di vedere una questione e spesso la “verità” non è univoca.

Uno dei motivi per cui mi piace parlare con le persone di argomenti impegnativi (qualcuno li definirebbe “esistenziali”) è che ogni individuo è custode di un interpretazione, un modo di vedere le cose che non può venire liquidato con termini arbitrari come “giusto” o “sbagliato”: è il tassello di un puzzle, ed entrandone in possesso è come ottenere la chiave per un nuovo mondo, il quale non è mai in contrasto con il mio, ma piuttosto ne è complementare.

Sono convinto che in ognuno di noi esista una parte oscura, ambigua, poco illuminata: un “cono d’ombra”; così come sono convinto che ognuno di noi agisca primariamente per il proprio bene. Questi dati li si può interpretare in due (o forse più?) modi differenti:

  1. Ciascuno di noi è egoista, tendenzialmente opportunista e talvolta egotico: tutti sono utili e nessuno indispensabile, meglio non fidarsi o lo si prende in quel posto.
  2. Che differenza c’è, in fondo, tra me e chiunque altro? Siamo tutti sulla stessa barca e possiamo capirci alla perfezione, prima ancora che combatterci.

Una visione non esclude l’altra, semmai si completano. Purtroppo l’ambiguità è fonte di incertezza e le persone vogliono sicurezze (esistono?), quindi ogni discussione diventa un aut-aut: o in un modo, o nell’altro.

Spesso ci sfuggono i motivi dell’agire e mi sto addirittura convincendo che, in fondo, non esista alcun libero arbitrio: tutto è incidentale, tutto è una conseguenza; siamo come palline di un flipper, ossessionate da un controllo assoluto che non potranno mai avere. Allora perché non lasciarsi andare e limitarci ad essere consapevoli di azioni/sensazioni, piuttosto che affannarci a trovare un senso e tenere tutto sotto controllo?

Però è così controintuitivo, fermarsi e cercare di capire come si è: in genere ci si lancia in una corsa volta a migliorare ed affermarsi. Nulla di male in questo, ma come si fa a migliorare qualcosa senza sapere com’è fatto il blocco di partenza? Il rischio è quello di trasformarsi in un ammasso di contraddizioni, una caricatura grottesca di quello che si vorrebbe diventare o — peggio — si pensa di essere. A volte l’immagine a cui vogliamo aderire ci viene inculcata dal sistema sociale in cui viviamo, altre volte ce la imponiamo da soli, guardando a svariati modelli, e può capitare persino di costruircela dal nulla, partendo dall’assumere un ruolo in cui ci troviamo bene, ma scordando che noi cambiamo con il tempo, mentre le immagini — le maschere — sono statiche e possono diventare prigioni.

Questa è la seconda grande lezione che ho imparato (o spero di avere imparato): tutto è transitorio. Forse essere autentici vuol dire accettare questa realtà, diventare consapevoli del tempo che scorre e della sostanza che cambia, cercando di superare etichette limitanti e arbitrarie quali “bene”, “male”, “giusto” e “sbagliato”. Fare surf sul mare della vita, degli eventi, senza avere l’arrogante pretesa di comandare il flusso dell’acqua, e dando gli opportuni aggiustamenti per rimanere in superficie; il tutto rimanendo consapevoli del Mare, del nostro essere sostanzialmente inscindibili da quest’ultimo, della nostra impotenza. A ben vedere ha poca importanza come lo si chiami: Mare, Fato, Dio, Tao, Samsara; puoi essere il più irriducibile tra gli atei o un fondamentalista religioso, non cambia niente: sei un granello di sabbia, non controlli realmente nulla. Puoi soltanto sperimentare consapevolmente la realtà in cui sei immerso, consapevole che altri, partendo dagli stessi dati, potrebbero arrivare a conclusioni differenti, a definizioni differenti. Ed è ok.

Mi viene in mente, dal nulla, Shakespeare.

La vita non è altro che un’ombra vagante:
un povero attore
che si pavoneggia
e si agita per la sua ora
sul palcoscenico,
e poi tace;
è un racconto recitato
da un idiota
gonfio di suono e di furia
che non significa nulla.

Se la vita non è nient’altro che uno spettacolo, forse abbiamo una vaga possibilità di influire sulla tipologia. Stavo pensando alla commedia; in fondo, Liza Minelli cantava che “la vita è un cabaret”.

Una folle teoria

Oggi voglio esporre una teoria. È qualcosa di difficile da comunicare a parole, qualcosa che ho percepito più a livello di istinto (magari aiutato da pratiche meditative e ruminazioni filosofiche), ma che paradossalmente è poco intuitivo da capire se spiegato con un discorso.

Il concetto base è: togliendo ogni tipo di sovrastruttura, siamo tutti perfettamente uguali — talvolta persino indistinguibili — e non ha alcun senso affermare di essere superiori o inferiori a qualcun altro; a ben vedere anche il termine “uguale” è vuoto di significato: sarebbe più corretto dire che siamo “sintonizzati”. Non c’è alcuna reale distinzione tra me, te, ed un tizio a caso preso dalla strada.

Mi rendo conto di dover spiegare quello che intendo ed è qui che sorgono le difficoltà. Siamo tutti esseri umani accomunati da una quotidiana sofferenza e da una perpetua ricerca della felicità, spesso (secondo me erroneamente) identificata con il piacere. Ogni emozione che provo la stanno provando, l’hanno provata, o la possono provare anche tutti gli altri abitanti di questo pianeta; siamo tutti — chi più chi meno — insicuri riguardo a qualcosa e abbiamo tutti paura. In un modo o nell’altro siamo tutti connessi.1

Notando questo, è cambiato lievemente il mio modo di guardare il mondo: adesso ogni persona la vedo come una copia di me, un mio riflesso. Ognuno vive la propria vita e ha un mondo nella propria testa, ha sofferenze e preoccupazioni a me ignote ed io non posso sapere cosa realmente significhino le loro azioni: persino quelle che sembrano non lasciare adito a dubbi, possono sottendere molteplici significati. Quando ho fretta e sono scontroso perché tutti mi sembrano un ostacolo, automaticamente realizzo che altri, nella mia situazione, potrebbero vedere me allo stesso modo. Quando mi sento stuzzicato, ferito o deriso e reagisco con un moto d’orgoglio, rischiando di sembrare arrogante o saccente, mi ricordo di varie persone che in passato ho etichettato in quel modo. Tutto d’un tratto mi sembra miope il categorizzare le persone, perché è come se stessi giudicando (e condannando) me stesso.

A tal proposito può essere utile accennare che tanto per il Buddhismo, quanto per la moderna psicologia comportamentale, le persone non sono altro che degli specchi per il soggetto preso in analisi: “la mia reazione a te è una percezione di me”.2 Molto spesso quando non ci va a genio una persona è perché — a livello inconscio — la vediamo incarnare aspetti o comportamenti che noi stessi abbiamo, ma che non accettiamo, che ci danno fastidio, oppure che mettono in risalto ciò che noi percepiamo come una nostra mancanza.

Tornando alla mia teoria, ho questa sensazione che tutte le azioni siano incidentali. Una storia taoista parla di due pescatori sulla loro barca, in mezzo ad un lago, che cercano di prendere qualche pesce. Ad un certo punto un’altra imbarcazione li sperona; i due, dopo essere riusciti a non farsi catapultare in acqua, si voltano rabbiosi, pronti ad inveire contro il responsabile, ma vedono che la barca che li ha colpiti è vuota: è stata trasportata alla deriva dalla corrente. La loro rabbia scompare.

Non ho mai capito il senso di questo racconto fino a tempi recenti: ciascuno di noi è una barca senza conducente, non ha senso arrabbiarsi o prendere le azioni altrui come attacchi personali.3 Siamo in preda al nostro Ego4 e ci vediamo come i protagonisti assoluti di un immaginario film personale; secondo la nostra ottica, nulla ci può andare storto, eppure molte cose non vanno come noi vogliamo e non riusciamo ad accettarlo intimamente. Questo essere così ego-centrati è una caratteristica comune a tutti, e rende la maggior parte delle discussioni dei dialoghi tra sordi; siamo talmente avvolti dalla nostra prospettiva che non comprendiamo quella altrui e finiamo con il criticare atteggiamenti che, a ben vedere, sono gli stessi nostri.

Segue un piccolo aneddoto. Meno di un mese fa stavo riflettendo sulla totale mancanza di empatia di alcune persone che conosco, di quanto si prendano troppo sul serio senza mettersi mai in discussione, e mi sono chiesto come mai non si sforzino un po’ di vedere le cose con una prospettiva simile alla mia. Poi mi sono reso conto di avere — in pratica — detto: “Quanto sono arroganti! Come mai non possono essere tutti umili come me?!”, e sono scoppiato a ridere per il paradosso.

Ovviamente non si può essere agnelli in un mondo di lupi. Non è di alcuna utilità l’accettare a braccia aperte gli egoismi altrui e cercare di liberarsi dai propri, ma sarebbe auspicabile riuscire a mantenere una prospettiva più ampia, di modo da affrontare le avversità in modo sereno. A tal proposito è stata una sorpresa la mia reazione ad un evento di qualche giorno fa: ho frainteso le intenzioni di un automobilista e ho rischiato l’incidente; quando ho visto il tizio mandarmi a quel paese, assieme al mio parentado di facili costumi, per tutta risposta mi è scappata una risata. Poi ho proseguito, dimenticandomi subito dell’accaduto. Soltanto sei mesi fa, avrei lasciato che quell’incomprensione e quegli insulti mi rovinassero l’umore per tutta la successiva ora: d’altronde non ho avuto cattive intenzioni e sono una brava persona. Ogni persona si reputa una brava persona.

Concludo parafrasando un sùtra Buddhista: io non sono superiore a nessuno, anche se a volte mi sorprendo a pensarlo; non sono inferiore; non sono in alcun modo speciale, e — probabilmente — non sono nemmeno unico.


  1. A quanto ne so, questa asserzione è concorde con varie filosofie orientali e con la meccanica quantistica: non vi è reale distinzione tra soggetto e oggetto, in quanto tutto ciò che esiste è espressione di un unico continuum energetico. Non ho tuttavia approfondito, quindi non mi lancio in speculazioni eccessive; cercherò di dedicarmi al più presto ad interessanti letture ed astruse teorie
  2. Ovviamente se la persona in questione ha un atteggiamento aggressivo o lesivo nei nostri confronti, non c’è bisogno di ricorrere ad elaborate meta-analisi, per capire la fonte del nostro disagio: Occam docet. 
  3. Lungi da me il sollevare gli individui dalla responsabilità di ciò che fanno. Voglio solo dire che, da un punto di vista allargato, ogni azione è una reazione a qualcos’altro; essenzialmente noi non siamo le nostre azioni. In modo analogo, sebbene possiamo dire di possedere determinate qualità, noi non siamo quelle qualità. 
  4. Mi rendo conto che per poter parlare di qualcosa è necessario prima definirlo, ma purtroppo il campo delle teorie psico-filosofiche su cosa sia effettivamente l’Ego è un guazzabuglio indistricabile. Non sto parlando dell’Ego psicologico definito da Freud, ma di quello concepito dalle filosofie orientali come un filtro che, pur essendo utile alla nostra sopravvivenza nella quotidianità, ci impedisce di vedere nitidamente ciò che abbiamo davanti agli occhi. Un giorno raccoglierò dati e scriverò un post a riguardo, per il momento prego i lettori di perdonare questa mia leggerezza espositiva. 

Grazie

Ho voglia di scrivere un post, così, di getto, senza neanche riflettere bene su ciò che effettivamente voglio dire; so solo che voglio comunicare una sensazione. Sono ormai due giorni che mi sento davvero bene, come non mi capitava da tantissimo tempo. Certo, ho sempre i miei problemi quotidiani e le mie preoccupazioni, ma sono come immerse in una rinnovata consapevolezza che gonfia tantissimo il mio umore.

La scorsa domenica sera mi sono recato a Como, ad incontrare una mia vecchia conoscenza persa di vista per quattro lunghi anni (un’era geologica, vista la mia età), questa gitarella fuori porta era dettata dal mio bisogno di staccare un po’ la spina da vari pensieri che mi perseguitavano e perdermi in chiacchierate liberatorie davanti ad una buona birra. Se devo essere sincero, nonostante avessi davvero voglia di rivederla, ero leggermente nervoso: sapete, è sempre un po’ farraginoso — soprattutto per chi, come me, non ha una natura espansiva — conversare fluidamente e a lungo con qualcuno con cui non hai confidenza e che non vedi da tantissimo.

La serata, invece, è andata alla grande. Abbiamo parlato a ruota libera raccontandoci aneddoti, esperienze e scambiando punti di vista su varie questioni, stando semplicemente seduti in un minuscolo bar a sorseggiare birra. Ma perché sto raccontando questo? Perché per la prima volta mi sono trovato nella condizione di non porre filtri tra me ed il mio interlocutore, ed è stato liberatorio. Ho mostrato aspetti di me che normalmente tengo celati per molto tempo — spesso perché potrebbero essere considerate stranezze — e ho riscontrato una totale apertura dall’altra parte, quando non dei feedback positivi.

Se due persone interagiscono mostrandosi per come sono realmente — e rispettando chi hanno di fronte — entrano davvero in contatto; questo si rivela estremamente appagante. Lasciarsi andare può essere piuttosto difficile, difatti quando sono stato incoraggiato a parlare di me ho avuto qualche tentennamento, ma diamine se soddisfa!

Non so se io abbia avuto fortuna a trovarmi davanti una persona genuina e vitale, magari con qualcun altro sarebbe stato diverso, so solo che ora mi sento molto più leggero e con un gran entusiasmo per alcuni miei piccoli progetti che avevo temporaneamente accantonato. Spero di essere stato piacevole/utile anche solo la metà di quanto lei è lo è stata per me.

Lei sa che ho un blog, le ho dato anche l’indirizzo web, ma non posso sapere se capiterà mai su questo post. Nel caso, voglio semplicemente dirle grazie.