Prima di tutto, impara a fare il caffè

Dal capitolo 60 del Dàodéjīng:1

Governare un grande Paese
è come friggere un pesciolino

[…] Il senso è: per entrambe le cose è bene interferire il meno possibile. Ma l’immagine ha anche un’altra risonanza. Gurdjeff usava dire che chi sa preparare bene una tazza di caffè può fare qualsiasi cosa. Il senso è: non importa cosa fai, importa il grado di presenza, di consapevolezza che porti in quello che fai. Una volta capito questo segreto, puoi applicarlo in qualsiasi contesto. Dunque se sai friggere bene un pesciolino, puoi governare un grande Paese.


  1. Prima o poi smetterò di parlarne, promesso. 

Siamo come nani sulle spalle di giganti

Non è un mistero per nessuno che, da almeno due anni a questa parte, il mio interesse sia stato catturato da argomenti, “filosofici”, per così dire; in un certo senso questo stesso spazio in cui getto i miei pensieri nero su bianco, è il risultato di tali interessi.

A me è sempre piaciuto riflettere, ragionare sulle cose, cercare i “perché”. Da un lato questo mi ha permesso di sviluppare una genuina curiosità per (quasi1) ogni ambito, dall’altro ha creato un abitudine ad analizzare le situazioni che molto spesso si è rivelata controproducente, quando non addirittura paralizzante. Questa mia tendenza, unita al vortice di ormoni da cui si viene travolti in età adolescenziale, mi ha causato non pochi problemi nel periodo del liceo.

Svariate letture di stampo psicologico, sociologico e filosofico, unite ad interessanti conoscenze fatte tramite Twitter, mi hanno aiutato ad arginare questo aspetto “degenerativo” della mia mente; alcune tematiche le ho interiorizzate talmente tanto che hanno plasmato il mio carattere attuale e non c’è da stupirsi che siano molto presenti nei post che scrivo e che siano oggetto ancora di forte interesse.

A me viene un po’ da ridere quando alcune persone mi definiscono filosofo, soltanto per queste mie elucubrazioni. Non ho compiuto nessun reale studio, né elaborato alcuna teoria ( e quando ci ho provato il risultato è stato scadente). Quindi no, non sono un filosofo nel senso corrente del termine, ma lo potrei essere nel senso etimologico: filosofia deriva dal greco e vuol dire amore per il sapere. Sì, io amo conoscere cose nuove, mi piace ragionare ed una serata passata davanti ad una birra discutendo di argomenti stimolanti rappresenta una sorta di idillio, per me2.

Ho fatto questa premessa incentrata sulla mia esperienza perché ho notato che molte persone considerano tali discussioni, inutili. Le stesse persone che fanno del taleban-pragmatismo uno stile di vita, che ritengono superfluo tutto ciò che non sia funzionale a portare a casa la pagnotta e trovare un buco in cui infilare l’uccello. Massì, dico io, gettiamo alle ortiche la nostra cultura — la nostra essenza di esseri umani — e torniamo a darci clavate in testa!

Ovviamente quanto appena scritto è una provocazione. Però guardando bene moltissimi filosofi importanti erano anche uomini di scienza, questo perché la filosofia è la madre di ogni branca del pensiero umano; bollarla come insieme di riflessioni inutili sui massimi sistemi è, dunque, quantomeno riduttivo. Sebbene alcune opere — specie quelle di stampo metafisico — possano risultare ingenue o anacronistiche ai nostri occhi, rappresentano comunque un tassello che ha permesso la crescita della conoscenza umana fino al livello attuale.

Per non parlare di opere millenarie che, grazie alla loro infinita saggezza, riescono a risultare sempre attuali. Come il capitolo 29 del Dàodéjīng di cui riporto sotto la relativa interpretazione a cura di Augusto Shantena Sabbadini:

“Vorresti afferrare il Mondo e cambiarlo?
lo vedo che ciò non è possibile.
Il Mondo è un recipiente sacro:
non si può cambiare.
Coloro che lo cambiano lo rovinano,
coloro che lo afferrano lo perdono.

In verità gli esseri
a volte precedono a volte seguono,
a volte sono lamentosi, a volte sono arroganti,
a volte sono forti, a volte sono deboli,
a volte sono distrutti, a volte distruggono.

Per questo il saggio evita l’eccesso,
evita lo spreco, evita l’estremo.”

Questo capitolo può essere letto come un ammonimento contro l’idealismo rivoluzionario che ha caratterizzato la mia gioventù e quella di buona parte della mia generazione. Laozi dice: cercare di trasformare radicalmente il Mondo non ottiene gli effetti desiderati. Il Mondo è un “recipiente sacro”: in un linguaggio più comprensibile ai nostri giorni, il Mondo è un sistema coplesso. Le conseguenze dell’agire su di esso non sono esattamente prevedibili, e il passaggio seguente articola un po’ questa imprevedibilità. Per quanto possiamo cercare di inquadrarli in uno sviluppo ideale delle cose, gli esseri, le persone non si comportano mai come previsto. Il disegno ideale più nobile, quando viene imposto, si corrompe e dà risultati inaspettati. Questo tipo di mutamento non è durevole né benefico. I mutamenti durevoli e benefici sono unicamente quelli che emergono organicamente e spontaneamente all’interno del sistema, quelli che sono il prodotto di un’azione delicata (vedi commento al capitolo 78), quelli in cui molte piccole onde trovano una spontanea sinergia, non quelli in cui uno tsunami travolge l’esistente per rinnovarlo radicalmente. Per questo il saggio evita l’eccesso estremo.3

Personalmente provo grande ammirazione dinnanzi ad un grado d’intelletto che, interpretando presente e passato (che per noi sarebbero passato e trapassato), riesce a dedurre regole generali talmente affidabili da risultare valide millenni dopo. Rimango folgorato dal ragionamento che ha condotto Cartesio a formulare la massima — solo apparentemente scontata — “cogito, ergo sum”, ragionamento collegabile in parte al “velo di Maya” Schopenhaueriano ed affrontato a suo modo anche dalle varie correnti buddhiste. Citando Bernardo di Chartres noi «siamo come nani sulle spalle di giganti» e viviamo in un’epoca unica, in cui possiamo reperire ogni sorta di informazione per capire a fondo su cosa esattamente stiamo “poggiando i piedi”.

Foraggiare la mente è importante ed utile, non si vive di solo pane.


  1. In genere presto sempre attenzione al mio interlocutore, ma se vi mettete a parlarmi di motori, lentamente muoio dentro. 
  2. Probabilmente la vedo così perché non mi capita quasi mai, se fosse una costante potrei anche stufarmi. 
  3. Non ricorda anche a voi qualcosa

Sulle ali di Abraxas

Su Twitter è esplosa una conversazione tra Andrea Patruno, Manuel Di Censo e me in seguito ad un mio tweet che recitava:

“Non si deve temere, né considerar vietata nessuna cosa che la nostra anima desideri”

Che ne pensate?

Come era prevedibile le reazioni sono state di profondo disaccordo, difatti quella frase aveva lasciato molto perplesso anche me: impossibile ignorare la funzione che ha la morale di tutelare l’ordine ed assicurare una corretta vita in società. Tendiamo a classificare gli immorali come delinquenti e gli amorali come sociopatici, possiamo quindi dedurre che queste “linee guida” da noi interiorizzate rappresentino la nostra coscienza, ciò che in definitiva ci rende umani.

La citazione in apertura è tratta da uno dei libri che sto leggendo in questo periodo — ‘Demian‘, di Herman Hesse — e l’ho tweettato con l’idea di stimolare una discussione (cosa poi avvenuta), ma non ho immediatamente proseguito nella lettura. Se lo avessi fatto avrei trovato poco più avanti un passo chiarificatore di ogni obiezione, infatti uno dei due interlocutori che stavano discutendo in quel punto del romanzo, muove le stesse critiche che sorgerebbero in mente a chiunque: è quindi lecito uccidere un uomo soltanto perché lo si odia e sorge in noi questo sentimento?

Ecco la risposta:

Non intendo che lei debba fare tutto ciò che le passa per la mente. No, ma non deve rendere innocue queste idee, che hanno la loro buona ragione, schiacciandole o moraleggiandovi su. Invece di crocifiggere sé stessi o un altro si può bere il vino da un calice accompagnandolo con pensieri solenni e pensando il mistero del sacrificio. Anche senza siffatte azioni si possono trattare con stima e affetto i propri istinti e le così dette tentazioni. Allora esse rivelano il loro significato, e tutte hanno un significato. Quando le viene in mente qualche cosa di pazzesco o peccaminoso, quando le venisse voglia di ammazzare qualcuno o di commettere qualche enorme porcheria, pensi un istante che codeste fantasie dentro di lei vengono da Abraxas. L’uomo che lei vorrebbe uccidere non è mai il signor tal dei tali, ma certo un travestimento. Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi. Ciò che non è in noi non ci mette in agitazione. Le cose che vediamo sono le stesse che abbiamo dentro di noi. Non esiste realtà tranne quella che è in noi.

Contestualizzando il tutto, dunque, riesce più facile condividere l’affermazione di partenza. Credo anche io che l’uomo tenda a vedere tutto ciò che lo circonda tramite una lente, un filtro, che arriva direttamente dal proprio e la maggior parte degli impulsi (o emozioni) che proviamo hanno poco a che fare con l’oggetto verso cui le dirigiamo.

Un classico esempio è la rabbia. Questa è un incitazione al “cambiamento”, quando siamo irritati è perché percepiamo che qualcosa deve essere cambiato, ma — parafrasando Jack Sparrow — non è detto che vada cambiato l’oggetto verso cui è destinata la rabbia, bensì potrebbe essere necessario mutare il nostro atteggiamento nei confronti di quest’ultimo. Ovviamente bisogna operare distinzioni a seconda dei casi: se dovessi assistere ad uno stupro, ciò che dovrà essere cambiato non sarà il mio atteggiamento nei confronti della situazione, bensì i connotati del tizio.

La chiave di tutto è comprendere sé stessi e quindi comprendere anche gli impulsi che ci muovono. Per saziare uno stimolo non è indispensabile sfogarlo, il più delle volte basta “osservarlo” in maniera acritica, ma con sincera curiosità. L’acriticità è fondamentale per non identificarsi con ciò che si prova e rimanervi incatenati nostro malgrado. Se ci limitiamo a soffocare le le nostre pulsioni, in quando non conformi alla morale comune, possiamo ottenere due risultati: esplodere come una pentola a pressione in maniera del tutto incontrollata, oppure roderci l’animo facendo diventare noi stessi l’oggetto di pensieri controversi.

Quello che, secondo me, vuole dire Herman Hesse è che per essere realmente in pace con noi stessi, dobbiamo accettarci in tutto e per tutto 1 e per poterlo fare dobbiamo conoscerci realmente. Tramite la conoscenza di noi stessi possiamo intuire ciò che è la realtà, al di là del filtro che il nostro ego ci pone di fronte agli occhi.

Come ho già accennato anche nel Dàodéjīng si parla di come la realtà che noi sperimentiamo non sia la “vera realtà” e tutto ciò che noi bolliamo come vero non è altro che una nostra costruzione mentale, a partire dal linguaggio che usiamo per definirlo. Successivamente Laozi dice che il governo del saggio “vuota i cuori2“, ossia porta le persona alla pace interiore, alla consapevolezza di sé e quindi riportarle in contatto con la vera essenza delle cose, in quanto noi siamo parte del Tutto.

Il collegamento con il Laozi non è forzato come potrebbe sembrare. Mentre leggevo ‘Demian’ continuavo a notare analogie, ma ciò che più mi ha colpito è stata la spiegazione del concetto sotteso dal nome Abraxas. Cos’è, anzi, chi è Abraxas? È un dio antico e misterioso, definito come “Dio altissimo” e “Padre ingenerato” che godeva di una certa fama presso gli alchimisti. La sua peculiarità era il rappresentare l’unione tra bene e male, Dio mischiato a Satana, in quanto al mondo nulla è interamente buono, né interamente cattivo. Vi ricorda qualcosa?

YinYang

Direi che è un po’ difficile non vederlo come la deificazione del concetto di Ying e Yang. Incuriosito ho fatto una piccola ricerca e ho trovato questa (esteticamente orrenda) pagina web di cui voglio citare un piccolo estratto.

Per quanto è emerso sotto il profilo simbolico, non possiamo soffermarci su come Abraxas rappresenti un concetto archetipale, talmente sofisticato e astratto, che sembra sfuggire a qualsiasi possibilità di comunicazione dialettica. Esso raccoglie in sè la terra e il cielo, il sacro e il profano, l’uomo e il divino, il positivo e il negativo, il maschile e il femminile, la materia e lo Spirito, l’evoluzione e l’involuzione. Tali coppie non vivono, e neppure convivono, nella loro separatività, e neppure formano un equilibrio grottesco, ma bensì sono presenti ad uno stato potenziale, su di un piano superiore, non legato a fattori come percezione e cognizione, soggetto ed oggetto, ma di totale fusione.

A questo punto mi sento di azzardare che Abraxas non sia solo l’equivalente di Ying e Yang, bensì il Tao stesso, in quanto ne rivedo alcune tra le caratteristiche principali. A persuadermi ancora di più di ciò è la frase che ho messo in grassetto e che somiglia straordinariamente alla premessa che Laozi ha posto nel primo verso del Dàodéjīng:

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao

La realtà ultima, qualcosa di così profondo, radicato ed eterno da non poter essere comunicato tramite il linguaggio.

Un Abraxas superiore, svincolato completamente da ogni azione e forma grossolana, di cui noi siamo il caduco riflesso, ma non in cielo e neppure all’inferno va ricercato, bensì in noi stessi.

Non si può conoscere realmente nulla, se prima non si conosce sé stessi.


  1. A scanso di equivoci, non si vuole in alcun modo negare la possibilità di un cambiamento — anche profondo — nel proprio modo di essere, ma per poterlo operare è necessario accettarsi realmente e non rinnegare nulla di ciò che si è. 
  2. 心 (xīn) ha un significato più ampio dell’italiano”cuore”, abbraccia tutto ciò che noi associamo sia con il cuore (in senso proprio e figurato), sia con la mente. È perciò la sede del pensiero e delle emozioni, il centro della vita affettiva e morale, l’organo che presiede all’intenzionalità, alla volontà, all’attenzione e alla coscienza. Il cuore è “vuoto” quando è in uno stato di tranquillità, di contemplazione distaccata, di non identificazione con il pensiero, lo stato che normalmente associamo alla meditazione

Non sei l’onda, sei il mare

Quello qui sopra è un affasciante mini-documentario sull’esperienza avuta dagli astronauti la prima volta che hanno visto la Terra fluttuare nello spazio, immersa nella totale oscurità, un’impatto talmente forte da cambiare per sempre il loro modo di percepire la realtà.

Avevo già letto, in passato, alcuni articoli e post che parlavano di questa esperienza, ma sentire le parole pronunciate da chi ha provato tale sensazione in prima persona è decisamente un’altra cosa, riesci a percepire l’emozione, il coinvolgimento e la loro ferma convinzione; comprendi che è qualcosa di reale e provi in un certo senso invidia per quella cerchia di eletti. D’altronde ammirare una foto ad alta risoluzione del nostro pianeta non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò che prova chi è là fuori, nel buio del Cosmo e osserva il pale blue dot.

Passato questo mix di emozioni condite da una punta di comprensibile invidia, ho iniziato a ragionare un po’ su quello che i vari intervistati dicevano (sorprendente come abbiano provato praticamente tutti le stesse sensazioni) , ricollegandolo ad un libro che sto leggendo in questo periodo: il Dàodéjīng.

In particolare:1

Una mente libera dal pensiero, immersa in sé, contempla l’essenza del Tao
Una mente piena di pensieri, identificata con le proprie percezioni, contempla solo la forma di questo mondo (trad. Star)

Il nucleo e la superficie sono essenzialmente la stessa cosa: le parole li fanno apparire diversi solo perché esprimono l’apparenza
Se occorre dar loro un nome, la meraviglia li descrive entrambi: di meraviglia in meraviglia l’esistenza si apre (trad. Bynner)

Questa conoscenza teorizzata da Laozi, riscoperta recentemente dalla fisica quantistica ed intuita dagli astronauti afferma che, in definitiva, noi non esistiamo; per lo meno non nel modo in cui siamo soliti pensare. Nel momento stesso in cui entriamo nel ciclo della vita, ci deliniamo come individui ed iniziamo a delineare il mondo in cui viviamo per mezzo del linguaggio, le parole tuttavia rappresentano la mappa, non il territorio: non toccano nemmeno lontanamente la realtà delle cose; non è un caso se l’esperienza, la saggezza, non è comunicabile a parole.

L’Uomo è paragonabile ad un onda, si muove sulla superficie del mare, ma rimane parte integrante di quest’ultimo e, fino a che non prende consapevolezza di ciò, non troverà mai pace perché continuerà a cercare il modo per esistere al di fuori dell’acqua. A modo loro gli astronauti arrivano ad una realizzazione simile: vedere dall’esterno il sistema in cui sono nati e vissuti fino a quel momento, comprendere — non tramite percorso logico, ma tramite esperienza diretta — che tutto ciò che hanno sempre ritentuto importante è, in ultima analisi, insignificante, capire che quello che normalmente si dà per scontato è mantenuto da un equilibrio precario; tutto questo li fa ridimensionare ed entrare in intimo contatto con il loro Pianeta che “è fatto della nostra stessa materia”.

Tornando al Dàodéjīng, è bene specificare che Laozi non sostiene si debba perseguire la vita monastica e rinunciare ad ogni piacere, in modo da eradicare il dolore e raggiungere l’illuminazione, al contrario! Si deve vivere nel mondo delle passioni, consapevoli però della sua parzialità e della nostra profonda connessione con tutto ciò che è esistente. Le onde sono parte del mare, ma continuano a danzare come onde.


  1. Ho scelto le traduzioni che a mio avviso rendevano il messaggio il meno criptico possibile. 

Sulle (non) necessità

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»

Nell’ultimo periodo mi sto dedicando molto alla lettura ed uno dei volumi che sto apprezzando maggiormente è ‘Pensieri‘ di Marco Aurelio, come probabilmente sanno bene coloro che hanno la sfortuna di seguirmi su Twitter o di essermi amici su Facebook. Ogni pagina è ricca di riflessioni che si intersecano, tessendo la tela di una filosofia di vita che, per certi aspetti, può suonare molto attuale. La citazione con cui ho aperto questo sproloquio è tratta da lì e mi ha fatto riflettere molto più di altre, non solo perché parrebbe un pensiero tratto dalla corrente del minimalismo — della quale l’autore non ha mai saputo l’esistenza — ma anche perché tratta di qualcosa su cui mi sono soffermato a pensare di recente.

Io sono un ragazzo piuttosto curioso, con vari interessi (alcuni solidi, altri “usa e getta”), che in particolare è attratto dalla tecnologia. Questo ambito è da sempre croce e delizia del consumatore perché, se da un lato fornisce comodità e benefici in senso lato, dall’altro porta a raffinare le nostre esigenze, quando non a crearle di sana pianta. Su Twitter seguo molte persone affini a me e vedo che un numero curiosamente alto di queste si diverte a provare ogni tipo di applicazione possibile, alcune con funzioni simili, se non identiche; per non parlare di chi cambia telefono a livello annuale, fino ai casi limite che in un anno arrivano ad avere per le mani tre tipi di smartphone differenti (giuro!). La domanda è: abbiamo davvero bisogno di ciò che desideriamo così fortemente?

Se hai acquistato Tweetbot per iPhone e l’hai sempre trovato eccellente, come mai lo accantoni per Twitterrific 5? Sì, può essere migliore per determinati aspetti, ma i vantaggi che ti porta valgono i rovesci della medaglia, come la spesa complessiva delle due applicazioni? Tu hai davvero bisogno di cambiare client, se fino al giorno prima eri soddisfatto di quello che usavi quotidianamente? Se il tuo iPhone 4 compie ancora tutte le “magie” che te ne avevano fatto innamorare, pur con un certo grado di lentezza, hai realmente la necessità di comprare un modello nuovo?

Non voglio fare il moralista, riconosco che a questa mia tesi possono essere fatte molte obiezioni, probabilmente molte più di quelle che mi vengono in mente in questo momento, ma forse fermarsi un attimo e discernere tra esigenze reali e percepite non sarebbe una cattiva idea. Ovviamente nessun eccesso è mai consigliabile: fare i “Thureau del 2000”1 e rinunciare ad ogni tipo di comodità in quanto distrazione dalla vera essenza della vita è un radicalismo assurdo; la tendenza a volere maggiore efficienza e comodità, a migliorarsi costantemente, è stata il propulsore della nostra cultura. Eppure, come una mia amica adora dire, “c’è sempre un cono d’ombra”, un rovescio della medaglia.

Rischiamo di agire in modo automatico, guidati esclusivamente dall’istinto, in quanto la “novità”, “la comodità”, sono per noi fonte di piacere; a livello neurologico agiscono sul centro del piacere, causando rilascio di dopamina. C’è ben poca differenza tra effettuare l’acquisto di ‘Twitterrific’ e fare un tiro di sigaretta, tra provare un nuovo iPhone e masturbarsi. A questo punto alcuni di voi staranno già sorridendo o penseranno che sono pazzo, ma vi assicuro che il meccanismo attraverso il quale traiamo piacere, soddisfazione, è quasi sempre lo stesso, indipendentemente dal mezzo utilizzato per ottenerlo2; il che significa che, se non si sta attenti, è possibile sviluppare una dipendenza da qualsiasi cosa sia per noi piacevole. In fondo quanti possessori di smartphone intasano i loro dispositivi con app che non usano praticamente mai? Se sono riconosciute le dipendenze da shopping e da Internet, cosa impedisce ad un individuo di diventare un “downloader compulsivo”?

Forse ho divagato, forse ho esagerato, forse ho scritto un opinione che non attecchirà in un nessuna delle menti dei miei eventuali lettori, ma credo valga davvero la pena di riflettere sulle parole di Marco Aurelio:

In ogni singola circostanza bisogna chiedere a sé stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?»


  1. Mi riferisco all’esperimento condotto da Henry David Thureau e narrato in questo libro 
  2. Sull’argomento consiglio caldamente la lettura de ‘La Bussola del Piacere‘