Soli, insieme

La maggior parte di voi avrà già visto il video, dal momento che è stato diffuso moltissimo nel corso dell’ultima settimana. Direi che si commenta da solo e riporta in auge un discorso affrontato da molti altri prima di me, alcuni1 con un punto di vista simile al mio, altri2 con un modo di vedere la questione un po’ differente. Non voglio quindi esporre la mia prospettiva, perché rischio di essere ridondante e di non aggiungere nulla di significativo rispetto a quanto detto da altri.

Quindi qual è il senso di questo post? Semplicemente riportare ad imperitura memoria le parole scritte oggi nello stato della pagina Facebook ‘Tad‘ (a proposito: mettete “mi piace”, non ve ne pentirete).

Ero ad un concerto qualche settimana fa, e ho assistito a numerose persone che riprendevano lo spettacolo con i loro smartphone, piuttosto che seguirlo dal vivo, direttamente con i loro occhi. Siamo diventati così impegnati a cercare di catturare qualsiasi cosa con l’aiuto della tecnologia che ci dimentichiamo di godere delle cose che abbiamo davanti, mentre queste accadono.

Il prezzo che paghiamo per cercare di cristallizzare questi momenti, affinché siano accessibili in futuro, è l’impossibilità di apprezzare realmente ciò che accade, quando accade.

Non succede solo durante i concerti, ma anche alle riunioni di famiglia, agli eventi mondani, agli appuntamenti, alle uscite con gli amici. Il problema non sorge solo quando si cerca di catturare un momento, ma anche quando si vuole evadere dalla situazione in cui ci si trova, controllando i social network, giocando ai videogames, navigando sul web, et cetera. La tecnologia ci permette di essere da soli in mezzo ad una moltitudine di persone.

Questo weekend sforzatevi di mettere da parte lo smartphone e godervi la vita. Godetevi il vostro partner, gli amici. Vivete il momento, invece di registrarlo per un ipotetico futuro.

La tecnologia è il mostro brutto e cattivo? No. Siamo noi che abbiamo queste tendenze e sarebbe bene prendere coscienza e cercare di contrastarle, quando possibile, perché il tempo non torna mai indietro.

If you want to keep your memories, you first have to live them.
— Bob Dylan


  1. Diego Petrucci e Riccardo Mori, ad esempio. 
  2. Filippo Corti qui e qui

L’identità perduta di Apple (aka pensieri a caldo su iOS7)

Ieri ho assistito al Keynote Apple e mi sono trovato, come molte persone, ad avere sentimenti contrastanti. Se da un lato ho apprezzato davvero tanto OSX Mavericks,1 i nuovi Air con batteria maggiorata e quel miracolo in Terra che è il nuovo Mac Pro; dall’altro la presentazione di iOS7 mi ha tramortito.

Mentre seguivo il live2 ero in contatto con Marco Accolla, il quale al termine dell’evento ha detto una frase che mi ha fatto riflettere: «C’è qualcosa di strano. Il cambiamento, anche radicale, ci voleva perché iOS ormai era stantio, ma questo nuovo Sistema non mi sembra “da Apple”. Non so come spiegare; nessuno ha mai potuto criticare Apple sul design, eppure iOS7 non mi sembra molto curato».

Ci ho riflettuto un po’ e mi devo dire d’accordo con l’affermazione. Sebbene non sia un designer, un developer o un tech blogger di fama, voglio provare a sviscerare una serie di punti per cui iOS7 non sembra rispettare i canoni di Apple.

  • Le trasparenze. In quanto Mac user di “lungo corso” ricordo come fosse ieri la pioggia di critiche miste ad ilarità che seguirono l’uscita di Windows Vista, uno dei bersagli era proprio l’utilizzo massiccio ed improprio delle trasparenze in vari elementi della UI; come esempio del modo corretto per usare tale espediente grafico si portava Mac OSX Leopard, in cui vi erano sì elementi traslucidi, ma erano centellinati ed il tutto era curato in modo tale da uniformarsi alla perfezione con il resto dell’ambiente, dando un’idea di omogeneità che rilassava la vista, anziché affaticarla come nell’OS di Microsoft. Ora, in iOS7, hanno pensato bene di abbinare traslucenze eccessive con icone fluo a fare da sfondo, il risultato? Quando apri il nuovo Control Center pare che un unicorno abbia appena urinato sul display.

  • Reverse decluttering. Uno dei motti del minimalismo è sintentizzabile nell’espressione “less is more“, poiché secondo questa filosofia la perfezione non viene raggiunta quando non c’è più nulla da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere; riduzione all’essenziale, insomma. Apple ha sempre fatto suo questo concetto e da che ho memoria ha sempre avuto ragione (cioè, quasi sempre), mentre i competitor continuavano la corsa alle funzioni, trasformando i loro terminali in dispositivi tuttofare con curve di apprendimento sempre maggiori, i prodotti made in Cupertino sono sempre stati caratterizzati da un’estrema semplicità: bastava uno sguardo e avevi subito chiaro cosa fare e come farlo. Ora, a giudicare dalla presentazione, la tendenza si è quasi invertita. Ciò che mi è saltato subito all’occhio sono i due “menu a tendina”: sia nel Notification Center, sia in Control center, sono stati infilate quante più informazioni possibili. Sbaglierò io, ma non mi sembra tutto immediatamente intellegibile con uno sguardo, come avveniva invece con i passati Sistemi.

  • Intuitività. Questo punto potrebbe essere accorpato al precedente, ma ho voluto trattarlo in separata sede perché è sempre stato uno dei cavalli di battaglia per Apple. Intuitività vuol dire mettere chiunque in grado di capire come utilizzare il device, anche se non abituato ad avere a che fare con questi dispositivi; non è un caso se gli iPad vengono utilizzati con soddisfazione da bambini di 3 anni e da genitori refrattari alla tecnologia: sono intuitivi! Basandomi sul Keynote sembra esserci stato un passo indietro in quasi ogni aspetto dell’OS, ma mi ha colpito in particolar modo Safari: mi piace l’aspetto minimal e ci sono delle eye candy niente male, ma nel complesso il suo utilizzo mi sembra molto meno immediato rispetto al predecessore. Voglio poi linkare un video trovato nella timeline di Twitter e che mostra il primo approccio con la nuova lockscreen.

  • Identità perduta. C’è una cosa che ho sempre apprezzato di Apple, benché allo stesso tempo sia stata criticata da altri: la coerenza; la ferma volontà di continuare sulla propria strada nella consapevolezza che ciò che si sta facendo è la cosa giusta ed il tempo le darà ragione. Il tempo le ha dato ragione davvero molte volte. Con questo non voglio dire che il precedente iOS e lo “skeumorfismo” fossero necessariamente la strada giusta da seguire e che non ci volesse un rinnovamento, anzi! Però qui l’impressione che traspare non è quella di una rinascita proprompente da parte di un vecchio leader che ha ancora molto da dire, bensì di uno stravolgimento con il solo scopo di uniformarsi al gregge. Che ne è del detto Jobsiano: «Le persone non sanno ciò che vogliono finché glielo mostri»? Dobbiamo pensare forse che lo spirito distintivo di Apple è morto con Steve?

  • Gli sviluppatori. Se fossi un dev mi sentirei quasi tradito. Il cuore di un qualsiasi smartphone sono le app, a Cupertino lo hanno sempre saputo ed è per questo che hanno dettato sin dall’inizio delle linee guida, in modo che lo stile di iOS fosse uniforme indipendetemente dall’applicazione aperta. Inoltre i vari miglioramenti sono sempre stati “incrementali” così da permettere un adeguamento da parte degli sviluppatori (si pensi al retina display, all’iPad o all’iPhone 5). È vero che non si può continuare a fare passi misurati quando la concorrenza è serrata, ma da un colosso del settore come Apple, sempre attento ai dettagli, mi sarei aspettato una riprogettazione dell’OS strutturata in modo da facilitare la transizione delle vecchie app. Le mie sono congetture, non sono un designer, ma ora come ora pare evidente che gli sviluppatori siano obbligati ad “appiattire” le loro creazioni in nome della coerenza con l’ambiente grafico e dovranno farlo in modo piuttosto radicale. L’esempio più lampante che mi viene in mente riguarda Tapbots: come credete che sia possibile la convivenza del loro stile robotico all’interno del nuovo iOS?

Questi, in sintesi, i motivi che mi stanno portando a pensare che Apple abbia perso la Trebisonda riguardo iOS. Poi, è chiaro, bisogna provare con mano un OS per poterlo valutare oggettivamente e non è nemmeno impensabile che possa finire per piacermi.3 Le mie sono riflessioni a caldo e come tali vanno trattate.


  1. Non mi convince molto il nome, ma per il resto davvero nulla da dire. 
  2. Trovo assurdo che una compagnia come Apple non riesca a fornire uno streaming degno di questo nome! Mi sono dovuto attrezzare per seguire il live su UStream! 
  3. Parafrasando il filosofo Sri Aurobindo: «Ciascuno tende ad amare le proprie catene» 

Tic-Tac

Provate per un attimo a tornare con la mente alla vostra infanzia, non importa se sia stata felice o meno, sono quasi sicuro che ognuno di voi aveva un rapporto diverso con il Tempo, rispetto a quanto avviene ora. Io ricordo che a casa di mia nonna, nel primo pomeriggio, aspettavo le quattro per poter vedere i cartoni pomeridiani (qualcuno ricorda Solletico?) e — non sapendo leggere le ore — chiedevo quanto mancasse. Spesso mi sentivo rispondere: «È presto, Jacopo, ancora un’oretta» e mi rattristavo parecchio perché sapevo che l’attesa era lunga. Quando pensavo a ciò che avevo fatto solo un anno prima mi sembrava che di mezzo ci fosse un’era.

Eccomi adesso, ventituenne, a notare che quattro ore di studio passano sempre troppo in fretta rispetto a quanto mi sia necessario; ad evocare ricordi dell’estate passata e percepire quegli eventi come accaduti pochi mesi prima. Com’è possibile?! Sono sempre stato convinto fosse principalmente colpa di una percezione del tempo alterata durante la fase della crescita, unita magari al rapporto “vita rimasta-vita vissuta”. In sostanza qualcosa di inevitabile — ed inevitabilmente triste — che andrebbe notato per poter prendere piena coscienza del fatto che la vita non è mai lunga abbastanza.

Nel 2012 è però successo qualcosa che mi ha fatto vedere la nostra percezione del tempo sotto un’altra luce, nonché mi ha causato un piccolo periodo di “crisi esistenziale”. Durante le vacanze estive sono andato in Croazia con un gruppo di amici e, sebbene inizialmente non ne fossi proprio entusiasta, si è invece rivelata una bella esperienza. Non ho intenzione di fare il resoconto della vacanza, mi limito ad accennare che tra nuotate intense, furti di birra ed improbabili approcci con turiste tedesche, ce la siamo passata piuttosto bene. Il tutto è durato una settimana e, nonostante il luogo comune voglia che il tempo passi più rapidamente quando ci si diverte, l’ho vissuta in modo intenso, assaporando ogni singolo giorno.

Torno a casa e riprendo contatto con la realtà: ho un esame a tre settimane e devo fiondarmi sui libri, non c’è tempo da perdere! Ed ecco che, con mio grande sconcerto, in un battito di ciglia passano sette giorni. 168 ore della mia vita se ne sono andate senza che quasi io me ne rendessi conto, lasciandomi la disarmante sensazione di non aver vissuto. Come mai la stessa identica porzione di tempo che ho trascorso in Croazia l’ho percepita in modo così diverso, una volta rientrato a casa?

Sembrerà banale, ma tutto ciò mi ha fatto entrare per un po’ in crisi, mi ha fatto chiedere: «Non sarà che sto buttando la mia vita?». Mi è venuta incontro un’infografica che ha stimolato la mia curiosità riguardo l’argomento in questione e mi ha fatto fare un po’ di ricerche. Purtroppo non ho modo di recuperarla, quindi esprimerò il concetto con le parole di un gentile utente di Reddit che ha rinfrescato la mia memoria su questo tema.

La percezione del trascorrere del tempo dipende da quante volte prestiamo attenzione a qualcosa e siamo consapevoli di farlo!

Può essere fantastico oppure un supplizio, dipende dalle circostanze.

Percezione del tempo come “lento”:
Sei in classe e controlli l’orologio appeso al muro…10 minuti alla campanella. Ogni…3…secondi, ti rendi conto di quanto sembri un’eternità. Vuoi che il tempo passi più in fretta, vorresti che lo facesse, quindi continui a controllare, controlli ancora ed ancora! In quei 10 minuti avrai fatto 200 osservazioni e se ogni volta che guardi l’orologio dici a te stesso: «Ma è così LENTO!» ecco che sono 400 osservazioni ed è persino peggio!

[…]

Percezione del tempo come “veloce”:
Ora pensa a quando sei tutto il giorno con la testa tra le nuvole, senza notare nulla, oppure quando passi tutta la giornata mezzo addormentato nel letto, o a guardare repliche di una serie TV che conosci da cima a fondo. All’improvviso il giorno è trascorso.

Oppure quando stai guidando lungo una strada che hai fatto centinaia di volte — e all’improvviso sei a casa e pensi: «Ma che cavolo! Dormivo mentre ero al volante?!»

Durante l’infanzia per tutto il tempo ci sono cose che vale la pena notare. Tutto ciò che hai dinnanzi è nuovo e — dunque — importante.

Quando cresci smetti di notare ciò che hai visto ormai centinaia di volte: non è nuovo, non è importante e quindi non merita la tua attenzione. È normale e giusto.

Come adulto ti devi concentrare su ciò che davvero merita attenzione. Le semplici sensazioni/suoni/stimoli visivi potrebbero non essere compresi nel novero, a meno che non siano estremi. Ma in genere ciò che è nuovo/importante per un adulto è ad un livello più astratto (il tempo rallenta per persone che hanno lavori in cui ogni minuto presenta una nuova — ed importante — sfida da superare).

Come nota a parte, due persone potrebbero vivere entrambe fino ad 80 anni, ma il modo in cui vivono la vita può essere molto diverso. Magari uno dei due nota cose tutto il tempo — è un inventore che compie centinaia di osservazioni e ha una valanga di idee al giorno. L’altro è in continuazione fra i meandri della sua mente e non si preoccupa di ricordare nulla di ciò che gli accade. Potresti trovarti con una persona che ha vissuto il suo tempo come se fossero 200 anni di vita e l’altra che si e no ha fatto esperienze per 20.1

Nel mio caso, in Croazia ho compiuto diverse sfide a livello personale per cercare di uscire dalla mia comfort zone e ho cercato di provare cose nuove; di contro, tornato a casa, mi sono lasciato assorbire nella routine, dalla meccanicità di eventi che posso predire ad occhi chiusi.

Uno dei fattori che mi ha spinto verso la mindfulness è proprio questo. Molto spesso, intrappolati come siamo nelle nostre routine quotidiane, arriviamo a dare per scontate cose che non lo sono per nulla e a credere di conoscere ciò di cui in realtà non abbiamo scalfito che la superficie.

Non c’è un giorno uguale ad un altro ed il tempo che vi lasciate alle spalle non tornerà mai più indietro. Sono uno che predica bene e razzola male, ma il mio consiglio è di vivere ogni giorno al massimo, provando cose nuove per il gusto di provarle (e se laggente dice che “non ha senso” è una ragione in più per fare ciò che pensate). Viaggiate! Sfidante le convenzioni che non sapete nemmeno voi perché seguite! Fate, di tanto in tanto, cose che vi spaventa fare. Cosa avete da perdere? Non potete vivere in eterno, ma potete vivere intensamente.


  1. “In the end, it’s not the years in your life that count. It’s the life in your years.” — Abraham Lincoln 

The front page of the Internet

Devo essere franco: non è semplice spiegare cosa sia Reddit, così come non lo è approcciarsi per la prima volta a questo sito. Potrei definirlo come un “arma”, una potente arma a doppio taglio che, se da un lato può permettere all’utente di espandere sensibilmente le proprie conoscenze e aprire porte su mondi di cui ignorava l’esistenza, dall’altro può diventare un’enorme buco nero, capace di inghiottire tutto il tempo libero che si ha a disposizione, portando a procrastinare qualsiasi cosa.

Nonostante l’incredibile popolarità che gode presso gli internauti di tutto il mondo, qua nel Bel Paese è praticamente sconosciuto e credo che siano due i motivi principali: la lingua e la veste grafica. Reddit è quasi totalmente in Inglese, lingua con cui noi Italiani non abbiamo mediamente molto feeling; a questo si deve aggiungere uno stile grafico quantomeno scarno, che non rende affatto gradevole o intuitiva la fruizione dei contenuti.

La migliore analogia che mi viene in mente per descriverne il funzionamento è quella con i cari vecchi forum, dei quali può essere visto come una sorta di evoluzione. Reddit è paragonabile ad un gigantesco forum all’interno del quale ogni utente può aprire i propri “sotto-forum” (subreddit), ciascuno dei quali ha ovviamente una propria tematica o peculiarità e dei propri moderatori scelti dal fondatore dello stesso. Gli utenti del sito principale possono iscriversi ai singoli subreddit in maniera analoga a quanto avviene per i feed RSS (o i follower di Twitter), in questo modo si assicura di non perdere discussioni interessanti nel mare magnum indomabile di tematiche.

Vi è poi il sistema di upvote e downvote (like e dislike) applicabili alle singole discussioni così come ai commenti, in modo da dare rilevanza a ciò che la maggior parte degli utenti ritiene utile o interessante. Gli upvote, assieme al numero complessivo di commenti che un thread sta collezionando, determinano i “temi caldi” che il Redditor (utente di reddit) vedrà nella propria homepage. La pagina principale del sito — denominata ‘The front page of the Internet’ — a chi non ha effettuato l’accesso appare popolata dalle discussioni più attive dei subreddit più popolari, ma in seguito al login essa si adatterà alle iscrizioni effettuate dal singolo utente.

L’accento è posto dunque su ciò che è la vera forza della piattaforma: i contenuti. Chi fonda un subreddit deve preoccuparsi di “mantenerlo in vita”, ossia di rifornirlo con materiale interessante e pertinente al tema generale, deve stabilire delle regole per gli utenti, assoldare moderatori incaricati di farle rispettare ed eventualmente curare anche la veste grafica del subreddit. Se tutte queste operazioni riescono con successo, allora inizieranno ad arrivare gli iscritti e la “sotto-community” prenderà vita. Visto che i subreddit sono tematici, ciascuno di essi attirerà l’attenzione di utenti che vi vedono rispecchiato un proprio interesse e quindi — presumibilmente — sono competenti in materia o quantomeno appassionati. Il risultato è un fiorire di discussioni altamente stimolanti, per non parlare del fatto che dubbi o perplessità rispetto alle più varie tematiche vengono fugati da risposte molto chiare competenti.1

Come ho detto i subreddit sono un’infinità, pensate ad una qualsiasi cosa ed avrete una buona probabilità di trovare una sezione ad essa dedicata; ciò comporta anche un abbondante numero di argomenti che definire inutili è un’eufemismo, quindi bisogna cercare bene ed iscriversi ai subreddit giusti. Io non so quali possano essere gli interessi di chi leggerà questo post, quindi elencherò di seguito alcune delle mie iscrizioni.2

  • /r/Italy. La comunità Italiana di Reddit è particolarmente indicata per i neofiti perché si può prendere confidenza con lo strumento scrivendo nella lingua di Dante. Negli ultimi tempi è cresciuta parecchio e si è innalzata la qualità; si parla un po’ di tutto quel che riguarda l’Italia,3 ma un buon margine è lasciato al cazzeggio. Consigliato.

  • /r/LifeProTips. Gli utenti condividono tra di loro dei piccoli “trucchi” per affrontare al meglio determinate situazioni e migliorare la propria vita.

  • /r/DecidingToBeBetter, /r/GetMotivated, /r/GetDisciplined. Tre subreddit, un solo obiettivo: farti spuntare gli attributi! Se avete bisogno di motivazione, di qualcuno che vi sproni e/o conforti, di modi per superare le difficoltà e migliorare voi stessi…ecco i posti giusti!4

  • /r/howtonotgiveaFUCK. Il mio subreddit preferito, quello che ha avuto una seria influenza su di me.5 È una community di auto-aiuto e formazione che insegna a mettere ordine tra le proprie priorità e migliorare la propria vita tramite una rinnovata fiducia in sé. Vi sentite oppressi da eventi esterni e volete tornare padroni della vostra vita? Fate un salto qua ed imparate a limitare i “fucks” che gettate al vento!

  • /r/ZenHabits. Altro “posto” a cui sono molto legato, pone l’accento su come applicare un mindset Zen alla vita di tutti i giorni. Ottimo subreddit per chiedere consigli e ricevere vere e proprie perle di saggezza.

  • /r/SocialEngineering. Utile se vi interessa imparare l’arte della manipolazione, lo trovo davvero affascinante.

  • /r/Random_Acts_Of_Amazon. Qui la gente, quando si sente in vena, decide di compare, ad uno o più utenti iscritti, un articolo presente nella loro wishlist di Amazon. Tentar non nuoce, no?

  • /r/UniversityofReddit. Scoperto di recente e devo ancora esplorarlo per bene, ma sembra davvero valido: è dedicato a tutti coloro che vogliono usare Internet per ampliare le proprie conoscenze/competenze.

  • /r/ProjectReddit. Ogni settimana viene poposta un’attività da compiere nel tempo libero, non si sa mai che si scopra qualcosa di nuovo riguardo sé stessi o gli altri.

  • /r/WtSSTaDaMiT. Per quel che mi riguarda è il paradiso. L’acronimo significa ‘When The Sun Shines Through a Dress and Makes it Transparent’ e qui potete trovare foto che ritengo quasi artistiche.

  • /r/ExplainLikeImFive. Si pongono domande alle quali, chi ne è in grado, deve rispondere nella maniera più semplice e basilare possibile, come se si trovasse di fronte ad un bambino di cinque anni.

  • /r/IAmA. I Am A/Ask Me Anything è molto famoso: qui potete trovare persone che svolgono ruoli particolari o hanno competenze interessanti, le quali si mettono a disposizione degli utenti per rispondere a qualsiasi domanda correlata. Non è raro trovare celebrità in questa sezione, tanto che anche il Presidente Obama ha aperto un proprio thread.

  • /r/todayilearned. Il titolo dice tutto: gli utenti condividono ciò che hanno appreso nella giornata corrente. Si viene a conoscenza di parecchie curiosità, ad esempio io ho saputo che Steve Jobs aveva la fobia dei pulsanti. (LOL).
    Il motore di Reddit è la comunità che lo popola, essa ha reso possibile l’attuazione di progetti di grande portata come Secret Santa, in cui gli utenti si scambiano regali di Natale, anche parecchio costosi, pur senza conoscersi. Per non parlare del grande lavoro di sostegno psicologico che viene offerto a chi soffre di depressione e chiede aiuto, addirittura esiste /r/SuicideWatch, dal nome piuttosto esplicativo.

Purtroppo — si sa — l’uomo non è esattamente la creatura più buona e compassionevole che esista, infatti anche Reddit ha il suo lato oscuro: la possibilità per chiunque di aprire subreddit, unita all’anonimato da tastiera può tirare fuori lati a dir poco disgustosi dell’essere umano. Non intendo fare pubblicità a sezioni in grado di competere con 4Chan per nichilismo, politically incorrect e blasfemia, mentre per quel che riguarda l’incredibile numero di materiale pornografico, mi limito a dire che digitando nell’indirizzo /r/randNSFW si viene reindirizzati verso un subreddit casuale appartenente alla categoria NSFW. Ciò che però credo meriti una menzione sia la chiusura di diversi subreddit correlati alla pedofilia e l’esistenza di sezioni private (a cui si può accedere solo tramite invito) con nomi associabili ad attività non proprio morali e/o legali.

Per incentivare gli utenti a produrre contenuti di qualità è stato pensato un sistema di punteggi detto karma che viene incrementato dagli upvote ricevuti ai link che si condivide ed ai propri commenti, suddividendosi rispettivamente nelle categorie link karma e comment karma. In modo analogo ai like di Facebook questo meccanismo ha portato gli utenti a volerne collezionare sempre di più, dando vita così al fenomeno del karma whoring, ossia la condivisione di contenuti immediati fini a sé stessi che non hanno altro obiettivo se non canalizzare upvote.

Il link karma è legato alla condivisione di link a contenuti esterni a Reddit e ha fatto sì che questo tipo di post proliferassero. Tutto questo panegirico per dire che che i self post (thread discorsivi, aperti dagli utenti) mediamente hanno una qualità molto maggiore rispetto ai link (che veicolano soprattutto video, immagini e meme), tanto che alcuni subreddit rendono possibile l’apertura soltanto di questo tipo di thread.

Insomma, Reddit è uno strumento dalle grandi potenzialità e dai molteplici usi. Potete dare sfogo alla vostra curiosità tempestando di domande /r/AskScience, oppure scoprire su /r/funny immagini che vedrete qualche settimana dopo impazzare sulle bacheche Facebook dei vostri amici: sta all’utente decidere cosa merita realmente la propria attenzione.

Spero che questa guida renda meno traumatico l’approccio agli internauti italici e funga da bussola a coloro che, spiazzati dal primo impatto, provano il desiderio di chiudere all’istante il tab del browser. Come si impara ben presto, a dispetto della apparenze, è molto più semplice usare Reddit che spiegare ad altri come usarlo, quindi…siete pronti a diventare Redditors?


  1. Ovviamente siamo sempre su Internet, quindi potreste imbattervi in sfottò e commenti acidi, i quali aumenteranno di numero e “violenza” a seconda del subreddit. Infatti c’è anche chi ha fatto del trolling una vera e propria professione
  2. Non menziono siti intuitivi come /r/technology e /r/Apple perché piuttosto facili da scoprire. 
  3. Visto il periodo che sta attraversando il nostro Paese, non deve sorprendere che ultimamente si parli prevalentemente di politica. 
  4. Se siete studenti demotivati e/o procrastinanti, consiglio anche l’ottimo /r/GetStudying
  5. È da lì che ho preso una buona parte dei punti per il mio Manifesto

The ultimate list of educational websites

Molti di noi utilizzano Internet per svago, per soddisfare momentanee curiosità, o per procrastinare all’inifinito impegni urgenti — io rientro soprattutto in quest’ultima categoria. Con l’avvento del Web 2.0 però le potenzialità della Rete sono aumentate a dismisura, al punto da renderlo un luogo in grado di arricchire gli utenti dal punto di vista umano ed intellettivo, insomma: tutto sta nel selezionare adeguatamente le fonti per sfruttare questo strumento in modo proficuo, attivo, anziché subire passivamente informazioni di dubbia qualità.

In tempi relativamente recenti sono nati progetti di educazione online, i cosidetti educational websites, tra i quali il più conosciuto è Coursera. In questo periodo sto seguendo alcuni corsi online su questo sito e posso testimoniarne l’eccellente qualità, forse non sarà come partecipare ad una vera e propria lezione universitaria, ma è senza dubbio un’esperienza che consiglio a chiunque voglia arricchire il proprio bagaglio culturale e di competenza.

Oggi nel mio feed RSS ho trovato un’infografica che racchiude i migliori siti di educazione online (ovviamente tutti in lingua inglese), la maggior parte mi sono totalmente sconosciuti, ma a prima vista sembrano davvero validi. La riporto qui sotto, allo scopo di promuovere queste piccole gemme di conoscenza che davvero in pochi conoscono.

Educational Websites

Riporto anche il link diretto al sito menzionato in fondo all’immagine, dove potete trovare una lista ancora più corposa di siti utili.

Farewell, Instapaper

Nella mia vita da utente iOS ho provato un numero enorme di applicazioni; quando seguivo blog dedicati mi trovavo a partecipare a moltissimi contest che nel tempo si sarebbero tradotti in una casella di posta elettronica intasata dallo spam. È comune per i possessori di smartphone cadere preda di questa mania di collezionare le applicazioni, credo che noi tutti si sia attraversato quel periodo in cui il telefono è così pieno di icone da farti spendere trenta secondi buoni per trovare l’applicativo che effettivamente serve al momento.

Passata questa fase inevitabile, i miei gusti e le mie esigenze si sono sempre più raffinati e mi hanno portato ad una gestione più intelligente del parco applicazioni, scegliendo quelle che effettivamente apportavano un miglioramento sostanziale alla mia esperienza utente, quando non alla mia stesa vita. Nonostante questa maggiore consapevolezza mi è ancora piuttosto facile cadere preda delle mode del momento, di quell’applicazione che tutti stanno provando, che ha quell’interfaccia così elegante e magari è anche gratis. Negli ultimi tempi ho resistito alla tentazione di provare Mailbox, ma c’è stato un periodo in cui impazzava l’utilizzo di tre parole che in breve tempo sarebbero andate ad identificare una specifica categoria di applicazioni: Read-It-Later.

Il concetto in sé mi ha colpito sin da subito e quindi ho condiviso l’entusiasmo generale, può essere davvero utile salvare lunghi e corposi articoli che si incontrano ogni tanto durante la navigazione e poterne fruire in un secondo momento, offline, ottenendone solo il testo, senza grafiche o distrazioni varie. Dunque provai subito Instapaper e Read it Later (ora Pocket), ma il primo parve convincermi maggiormente, al punto che decisi di acquistarlo quando divenne a pagamento. Oggi ho cancellato definitivamente Instapaper dal mio iPhone.

L’app in sé rimane validissima, così come le concorrenti (in particolare Quote.fm e Readability), però mi sono reso conto che non fa per me: la mia mente non ha il corretto approccio con la filosofia su cui si basa. Mi rivedo moltissimo nel ragionamento di Riccardo Mori, per cui gli articoli che vado a salvare, solo molto raramente finisco per leggerli, quindi Read It Later per me diventa ‘Read It Never‘. È da circa un anno che ho notato la comparsa di ragnatele sull’icona di Instapaper, ma non ho voluto desistere subito e ho tentato l’integrazione con il Kindle. Non so voi, ma la lettura degli articoli inviati all’eReader l’ho trovata a dir poco frustrante, almeno con un dispositivo privo di schermo touch.

Ho concluso che per le mie esigenze può tranquillamente bastare la Reading List di Safari, una funzione semplice, discreta e sempre presente, non importa ciò che accada. Qualcosa che può calzare a pennello per la maggior parte della persone non è detto che vada bene per te e, in tal caso, non devi fartelo andare bene per forza. Farewell, Instapaper, è stato bello.

Ricompensa chi se lo merita

Nessuno è nato ieri, al giorno d’oggi è prassi comune ricorrere alla pirateria informatica e ho già trattato questo argomento in un altro post. Oggi però vorrei fare una brevissima riflessione su di un settore specifico: il download illegale di software.

Sulla carta non cambia nulla dalle altre tipologie di download, sono sempre flussi di dati che scarichi dalla rete e archivi sul tuo computer, senza avere alcun diritto di farlo. Però i software sono strumenti che usi tutti i giorni, che spesso e volentieri ti semplificano la vita così tanto da risultarti indispensabili, strumenti ideati con fatica e dedizione da persone alle quali tu stai sottraendo la loro principale fonte di guadagno.

Bada bene che non sto parlando di grandi software house come Adobe, i cui applicativi costano un occhio della testa e che tu — utente comune — utilizzi sporadicamente, o che comunque rappresenterebbero una spesa proibitiva, qualora non fossero indispensabili per la tua attività lavorativa; mi riferisco a quelle utility così ben integrate nel tuo workflow che, ormai, le vedi come parte del sistema operativo che utilizzi.

Prova a fare un po’ di mente locale: quali sono quelle applicazioni di cui proprio non puoi fare a meno? Quelle che davvero ti sono indispensabili? Hanno davvero un costo così proibitivo da dover depredare gli sviluppatori dei loro guadagni? Considera che tra gli effetti positivi dell’acquistare legalmente un software (oltre al supporto dato ai dev) vi è la garanzia di futuri update, senza dover aspettare che i vari “smanettoni” di turno generino nuovi seriali che per poter continuare ad utilizzare il programma.

Personalmente tra gli obbiettivi che mi sono dato per il 2013 vi è l’acquistare le licenze di tutti quei software che uso quotidianamente e di cui so di non poter fare a meno. Non sono molti, ma per alcuni è necessario risparmiare un po’ (tipo 1Password) e credo che francamente ne valga la pena. Non so se sono io ad essere esagerato sotto questo aspetto, ma ho notato che il dover sempre controllare che la nuova versione di un software a me indispensabile sia già stato “crackato” (bruttissimo termine, lo so) è una fonte di stress. Trovo che dare 15€ ad uno sviluppatore per un lavoro che mi migliora la vita in modo sostanziale, mi faccia vivere più sereno.

Pensa alle tue applicazioni must-have, controlla il costo e valuta seriamente l’acquisto. Non te ne pentirai.

La musica in un solco

Siamo nel 2013, il periodo del cloud computing, dove tutto è nella “nuvola”, i supporti fisici stanno scomparendo e servizi come Spotify spopolano.

Siamo nel 2013 ed io, quando sento il bisogno di ascoltare un po’ di buona musica, vado in taverna, accendo l’amplificatore, metto un vinile sul piatto ed inizio a sognare. Sono hipster? Forse, ma voglio provare a spiegare il motivo di questa nostalgia per tempi che non ho mai vissuto.

Una perenne colonna sonora

Da quando gli iPod (o addirittura i walkman) sono entrati nelle nostre vite, la musica è con noi in qualsiasi momento: si ascolta musica mentre si lavora, si ascolta musica sui mezzi pubblici, si ascolta musica mentre si cammina1, mentre si corre, mentre si fa praticamente qualsiasi cosa. Si ascolta, o si sente?

L’impressione che ho è di essere costantemente immerso in una colonna sonora: la musica accompagna la mia vita, ma rimane in sottofondo, l’impatto comunicativo è drasticamente ridotto. Mi verrebbe da ipotizzare che il calo qualitativo della musica “commerciale” che si nota in questi ultimi anni possa essere correlato a questa tendenza, ma sarebbe pura speculazione.

Quello che però so — perché provato sulla mia pelle — è che capita di far partire la riproduzione della prima traccia di un album e, senza quasi averne sentore, trovarsi nelle orecchie degli auricolari da cui non fuoriesce più alcun suono. Cinquanta minuti sono passati nella più compelta passività.

Experience the music

Se c’è una cosa in cui i vinili sono insuperabili è il saper rendere la musica un esperienza; ogni album è una porta aperta verso un viaggio da compiere, il cui step fondamentale è sempre il solito: girare il disco.

Non potete capire quanto sia importante, anzi, vincolante quel passaggio: il fatto di dover cambiar lato al vinile ti rende parte attiva del processo di ascolto.

Provo ad elencare altri punti che, a mio modo di vedere, contribuiscono a rendere unico l’ascolto di un disco in vinile.

  • Essere legato ad un luogo d’ascolto

Il non poter portare con te la musica, rende necessario il trovare un momento apposta da dedicare a questa attività, non
puoi certo farlo mentre vai a correre o vaghi da un locale all’altro della casa. Ciò contribuisce a creare una certa ritualità

  • Le custodie

Vogliamo parlare delle cover giganti che contengono i dischi, accompagnate spesso da inserti e fogli con i testi delle
canzoni? Fogli, non libricini minuscoli scritti con font discutibili che ti fanno perdere una diottria al minuto!

  • Ascoltare i brani nel loro ordine

L’impossibilità di saltare agevolmente da un brano all’altro o di trovare il punto preciso di una canzone possono sembrare
pecche, ma in realtà sono alcuni dei più grandi pregi di questo formato, perché ti costringono ad ascoltare l’opera nella sua
totalità, in modo attivo e cosciente.

  • Riproduzione continua

A mettere la cigliegina sulla torta sono poi quei giganti della musica2, che strutturano l’album di modo che la conclusione
di una canzone corrisponda all’inizio della successiva, rendendo quasi impossibile lo scegliere una canzone particolare e
omogeneizzando l’opera in maniera tale che risulti davvero un’esperienza per l’ascoltatore.

Non potete sapere quanto possa essere appagante sedersi in poltrona, con ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band‘ sul piatto, tenendo in mano la custodia di cartone e leggendone i testi o la storia. Ascoltare musica diventa come scrivere, leggere, fare esercizio: stai facendo — non subendo — qualcosa.

In medio stat virtus

Ovviamente non credo che si debba boicottare il progresso teconologico e fiondarsi all’ascolto dei vinili come se fosse l’unica via. Anche io spesso ascolto musica “passivamente” e lo trovo piacevole; questo pezzo lo sto scrivendo sulle note dei brani di Cat Stevens e, in generale, non penso riuscirei a scrivere nulla senza della musica in sottofondo. Credo però si debba diventare consapevoli di questa tendenza e controbilanciarla; la musica è arte e merita di essere goduta al meglio.

Per voi la risposta potrebbe essere chiudervi in macchina, mettere un brano del vostro artista preferito e cantarlo a squarciagola. Per me è andare in taverna, accendere l’amplificatore, mettere un vinile sul piatto ed aspettare che la puntina scorra dolce, ma decisa, tra solchi neri in cui artisti geniali hanno intessuto emozioni per farle giungere fino alle mie orecchie.


  1. È ormai un anno (forse anche di più) che ho smesso di farlo e ho la sensazione di godermi di più le camminate. 
  2. Alcuni nomi: Pink Floyd su tutti, ma anche led Zeppelin e Beatles. 

Luci ed ombre sulla pirateria informatica

È inutile girarci intorno: se hai una minima familiarità con la Rete, sei (o sei stato) anche un pirata informatico. Io non mi posso considerare un nativo digitale, il mio approccio ad Internet è stato tentennante — anche a causa di genitori non molto lungimiranti riguardo le nuove tecnologie; eppure, una volta connesso al Grande Web, il piratare contenuti coperti da copyright mi sembrò subito un’azione naturale, tant’è che non mi resi conto fin da subito della sua illegalità.

A legittimare questo comportamento è anche il modo stesso in cui queste pratiche vengono trattate — totalmente alla luce del sole — e l’inefficacia delle punizioni inflitte dalle autorità, le quali non possono quasi mai rintracciare i singoli utenti. L’anonimato di Internet aiuta molto anche in questo senso.

Come su ogni argomento di peso, anche sulla pirateria sono state svolte battaglie ideologiche, nelle quali le grandi major discografiche ricoprivano il ruolo di mostri assetati di soldi e i gestori di tracker torrent e siti di hosting, di immacolati paladini della libertà. Ovviamente non è così.

O meglio, che le major siano assetate di denaro ed estremamente conservartici riguardo i metodi di distribuzione della musica è un dato di fatto, ma rimangono comunque delle vittime. Non c’è nulla di nobile nell’appropriazione indebita e i pirati non guardano in faccia a nessuno: si procurano illegalmente la suite di Adobe, tanto quanto lavori di programmatori indipendenti (spesso con prezzi irrisori). Lo so perché io stesso ho agito e agisco così, sebbene stia lentamente invertendo il processo.

Come sempre il problema risiede nella mentalità, si è abituati a spendere per oggetti tangibili, non per agglomerati di byte. È uno scoglio psicologico non da poco, pensare di dover spendere una discreta somma di denaro per qualcosa che non potrai mai percepire realmente con i tuoi cinque sensi, quando hai la possibilità di averlo gratis senza correre alcun rischio. Si arriva quindi al paradosso di chi spende 500€ per uno smartphone e poi si procura illegalmente applicazioni dal costo medio di 80cent.

Dunque io mi trovo a condannare la pirateria, pur essendone ancora “schiavo”; si tratta quasi di una dipendenza e non escludo che lo sia davvero. Eppure ci sono forme di condivisione illegale che approvo e approverò sempre. Grazie ad Internet posso trovare un infinità di telefilm o programmi televisivi americani e inglesi che probabilmente non arriveranno mai in Italia, o ci metteranno anni a venire trasmessi. Non parlo solo dell’ultima stagione di Breaking Bad, ma anche di programmi divulgativi della BBC estremamente interessanti e di qualità eccelsa. Da questo punto di vista, vedo la pirateria come una risorsa per diffondere la cultura, difatti in questo caso mi piace più parlare di “condivisione”.

Vorrei proprio spendere due parole su questo punto: la condivisione. Peer-to-peer (p2p) è tradizionalmente il termine più associato alla pirateria informatica, sebbene non sia la stessa cosa. I programmi p2p consentono lo scambio di file tra utenti e questo non è di per sé illegale, infatti la varie proposte fatte in passato di bloccare questo protocollo di scambio sono tutte naufragate.

Negli ultimi anni è però nato il fenomeno del file hosting, ossia diversi servizi web mettevano a disposizione di utenti uno spazio sui loro server per fare l’upload di file e poterli scaricare in un secondo momento tramite un link appositamente generato. In molti videro questo nuovo sistema come il successore del p2p, visto che gli utenti potevano scaricare tutto a velocità di banda, senza limitazioni legate al numero di persone che condividevano i file. Infatti non si tratta più di condivisione, ma di vendita.

Parlo di vendita perché gli hoster incoraggiano l’utenza a sottoscrivere degli abbonamenti per avere determinati vantaggi (download più veloci e spazio illimitato). Non solo: determinati gestori premiano gli uploader con un sistema pay-per-download che associa un punteggio per ogni download che proviene dai loro link; tali punteggi sono convertibili in denaro. Fino a qualche tempo fa un uploader molto famoso presso i forum dedicati, arrivava a guadagnare sui 400€ giornalieri, cifra affatto trascurabile.

Ricapitolando: in origine abbiamo una comunità di utenti che scambia file per il solo gusto di condividere, da questa nasce una diramazione di persone che pagano degli hoster per servizi che li portano ad acquisire materiale coperto da copyright non regolarmente acquistato e, addirittura, coloro che forniscono materiale hanno la possibilità di arricchirsi compiendo un attività illecita.

Che la pirateria faccia comodo agli utenti è vero, ma è meglio non vestire da ideologia ciò che, ormai, è diventato business.

Il cloud del “rumore”

Voglio spendere due parole sulla tendenza alla “cloudizzazione” che sta dilagando nell’ultimo periodo, con un riguardo particolare alla musica.

Ho sempre avuto un rapporto travagliato con la musica digitale, dove con “travagliato” intendo dire che ho sempre piratato tantissimo. E chi non l’ha fatto, in fondo? Internet mi ha dato la possibilità di ampliare molto i miei gusti, ma ciò è sempre andato a discapito della qualità.

È un discorso ampio che non riguarda soltanto la musica, ma la società in generale: si tende a privilegiare la quantità alla qualità; quando si ha accesso ad un database immenso e potenzialmente gratuito è facile lasciarsi prendere la mano e mettere in download intere discografie, solo perché una canzone di quell’artista/gruppo ci ha colpito in modo particolare. Tutt’oggi ho cinque o sei album nella mia libreria ai quali non ho dedicato più di un ascolto, ha senso tutto ciò?

Da almeno un anno ho iniziato ad invertire questo processo, riscoprendo il piacere di acquistare determinati album, anche solo per il gusto di supportare gli artisti che mi piacciono. Io, poi, sono esagerato di mio e sto apprezzando anche il fascino del vinile (magari scriverò qualcosa a proposito), ma questa è un’altra storia.

Relativamente all’acquisto della musica, in stile ‘iTunes Store’, o al pagare per accedere ad un database, in stile ‘Spotify’, sorge un altra questione: la qualità del prodotto. Magari è una mia fissazione, può essere sia io la mosca bianca, ma se pago per dei file musicali, pretendo siano della massima qualità possibile. Questo è un grosso problema, perché gli store che permettono l’acquisto di musica in formato lossless sono davvero pochi e misconosciuti.

La tanta apprezzata “nuvola” che consente di avere a disposizione la musica in streaming, ovviamente, è costretta a comprimere i file musicali e questo mi dà abbastanza fastidio. Non sono d’accordo con chi afferma che iTunes, inteso come riproduttore musicale, non dovrebbe più esistere e che il futuro sia del cloud: che senso ha pagare per un prodotto che, di fatto, è scadente? Posso condividere la prospettiva di un ascolto “casual” e poco impegnato, quando si è sui mezzi pubblici o si sta camminando per strada, ma quando torno a casa, vorrei poter ascoltare sul mio impianto dei file che abbiano una qualità degna dei soldi che ho investito nel loro acquisto. A mio parere è un punto di vista di cui andrebbe tenuto conto, ma mi rendo conto di fare parte di un’esigua minoranza e, si sa, nel mercato dei consumatori le minoranze non hanno molto peso.